Per un uomo nuovo un modo nuovo di fare sport

Inserito in NPG annata 1978.


Mario Pollo

(NPG 1978-10-38)


PER UNA ANALISI ETICA DEGLI STRUMENTI

Cosa è uno strumento? In termini tradizionali lo strumento viene inteso come un mezzo fisico, materiale (ad esempio, un martello); questo modo di intendere è parziale ed inesatto, perché lo strumento contiene anche altri elementi.
Quando l'individuo entra in contatto con la realtà, utilizza qualcosa di materiale (ad esempio gli organi di senso, di gusto, ecc. ), ma utilizza anche il linguaggio, che permette di comunicare.
Lo strumento, quindi, comprende sia un aspetto materiale, sia un aspetto concettuale, tutte quelle regole, cioè, che consentono di entrare in rapporto con gli altri.
Se, ad esempio, io non conosco una lingua, non capisco colui che la parla: mi mancano cioè le regole attraverso le quali riuscire a decifrare ciò che l'altro dice.
Nella concezione di strumenti, rientrano sia gli strumenti in senso materiale, sia il complesso di regole, di valori, di tradizioni, ecc.
Gli strumenti, quindi, consentono all'uomo di entrare in rapporto con gli altri.
Si chiarisce meglio, così, il discorso che asserisce che «il regolamento sportivo, la tecnica, ecc., sono degli strumenti».
Naturalmente, quando si entra in rapporto con gli altri con un'altra realtà, non si entra in un rapporto neutrale, ma si utilizza qualcosa, lo si utilizza per raggiungere un determinato obiettivo (ad esempio, il martello per appendere un quadro). Lo strumento quindi è determinato dallo scopo: non esiste uno strumento universale adatto per tutte le situazioni, ma per i diversi scopi sono necessari strumenti diversi (esempio: la catena di montaggio non è l'unico modo di lavorazione, perché ne possono esistere degli altri; la catena è stata scelta perché permette di raggiungere lo scopo principale del capitalismo: il profitto). Usando un determinato strumento, si condividono, almeno implicitamente, i fini cui sottende: è impossibile liberarsi o decondizionarsi da quei fini.
Ogni strumento ha una propria dimensione politica e una dimensione etica:
- Una dimensione politica, perché lo strumento, nella misura in cui serve a raggiungere un determinato obiettivo, presuppone a monte una certa concezione dell'uomo e dei rapporti tra gli uomini. (Esempio: lo strumento «regolamento del calcio», là dove parla dell'arbitro, ha a monte una concezione dei rapporti umani di tipo gerarchico).
- Una dimensione etica: ogni strumento presuppone un rispetto o un non rispetto per la natura umana. È il problema, cioè, dell'uso inumano dello strumento, che diventa oppressivo nei confronti degli altri.
Ogni strumento, ha, inoltre, un proprio valore, intendendo per «valore» ciò che in un certo momento vale per le persone di un certo ambiente, al di là di ogni altro significato filosofico.
Quindi, ogni strumento ha una valorizzazione sociale, cioè può essere valorizzato o non valorizzato a livello sociale. Questo significa che se lo strumento ha valore a livello sociale, è uno strumento che è pienamente integrato, utile cioè al raggiungimento di fini che il sistema sociale privilegia. Se ad esempio un certo modo di fare sport è valorizzato a livello sociale, ciò significa che, rispetto all'equilibrio più complessivo del sistema sociale, questo modello di sport è funzionale al raggiungimento degli obiettivi che il sistema sociale a livello più ampio si pone. Ogni aspetto della vita sociale è sempre correlato con gli altri e non è scindibile: tutti gli aspetti del sistema sociale mirano ad assicurare un certo obiettivo.
Al di là quindi dell'apparente neutralità dello strumento, c'è un risvolto politico, un risvolto etico, una chiara dipendenza tra lo strumento e il sistema sociale: lo strumento svolge, a livello sociale, una precisa funzione.
Esaminiamo ora i vari modi di attuare l'attività sportiva (campionati, tecnica, regolamenti) e cerchiamo di analizzarli.

CAMPIONATI

Attraverso l'utilizzazione di tale strumento si asserisce che lo sport ha un senso solo se produce un risultato.
Prendiamo ad esempio il caso di un ragazzo che giochi molto bene a calcio e giochi per divertimento, con i suoi amici, su un prato vicino a casa (là dove ancora esistono i prati!); qualsiasi persona che veda questo ragazzo giocare, gli chiede: «Ma tu giochi in qualche squadra?». «No!». «È un peccato» e il suo primo pensiero è quello di collocarlo immediatamente in una società sportiva, perché, altrimenti, questo talento naturale risulta sprecato, inutilizzato: un piccolo capitale non investito!
Perché giocare bene al calcio con gli amici in un prato è uno spreco, e giocare con una squadra che partecipa a un campionato non lo è? Non si colpisce in entrambi i casi una sfera di cuoio? Cosa è che dà più valore alla seconda situazione rispetto alla prima?
È il fatto che giocare in una squadra permette di tradurre in modo quantitativo la propria abilità, di sancire attraverso dei risultati, la propria supremazia, e quindi di misurarsi con gli altri: è questo che dà valore. Ma a livello sociale quale funzione ha tutto ciò?
Non risulta che, da un punto di vista di benessere dell'uomo, una gara di calcio arrechi un giovamento! Cosa soddisfa, dunque? Qui le interpretazioni sono tante: scarico delle tensioni, canalizzazione delle energie su obiettivi che non incidono sul sistema sociale e via di questo passo. Lo sport diviene così uno spettacolo che convoglia su di sé certe tensioni sociali: può avere la funzione che, in altri tempi, era delegata ad altri strumenti (ludi circenses). Quindi il campionato è uno strumento finalizzato a uno scopo preciso, per cui tutte le volte in cui si organizza un campionato, si raggiungono quegli obiettivi.
Non è possibile cambiare l'obiettivo (cercare di raggiungere, ad esempio, lo sport a misura d'uomo), senza intaccare profondamente lo strumento: è come volessi navigare sul mare usando l'automobile.

REGOLAMENTI

I regolamenti delle discipline sportive sono vecchi: da allora la società è decisamente cambiata, sono cambiate le leggi dello stato, ma i regolamenti sono rimasti pressoché immutati (almeno, nella sostanza).
Cosa è un regolamento? Esso sancisce il modo con cui i vari partecipanti alla disciplina sportiva devono tra loro comportarsi.
Il tipo di regolamento vigente sancisce un modello di rapporti umani che è alquanto lontano da quella che è la coscienza attuale, la maturità sociale, i bisogni reali attuali, perché postula un tipo di rapporto tra gli individui basato su una negazione, ad esempio, del loro sapersi autoregolare.
Ogni regolamento cioè, è sempre un fatto negativo, nel senso che parte sempre dal presupposto che due persone, se lasciate libere, finiscono per «scannarsi», o, quanto meno, sono incapaci di collaborare: c'è quindi, in ogni regolamento, un profondo pessimismo sulla natura umana. Però ci sono vari modi di graduare questo pessimismo: si va dai modelli autoritari (pessimismo assoluto) a delle forme più sfumate in cui si cerca di educare e persuadere.
Il tipo di regolamento in auge nelle varie discipline sportive è veramente un «Tu devi fare così e basta!». Se non si fa così, c'è allora una sanzione. Non viene quindi lasciato spazio alla possibilità dell'individuo di autoregolarsi.
Cosa verifica questo? Certamente una abitudine delle persone a vivere nello sport i rapporti con gli altri in modo coercitivo: «Bisogna fare così, perché se non faccio così mi puniscono!» E quindi c'è una completa diseducazione alla capacità di autoregolare il proprio comportamento. Ecco quindi che, come l'arbitro gira gli occhi, ed io penso di non essere veduto giù un calcione, ché tanto quello davanti non è uomo! È «qualcosa» che devo rispettare perché me lo dice una legge, ma nei confronti del quale non ho alcun atto di amore: il mio rapporto con lui è mediato da un'imposizione.
E quando un rapporto con un'altra persona è mediato da un'imposizione, difficilmente nasce un rapporto di amore e di apertura nei suoi confronti! Perché allora questi regolamenti, se non riflettono la mentalità e la coscienza sociale di oggi, sono ancora funzionali? Perché permettono di costruire un'isola che non crea problemi. Perché là dove i regolamenti si sono modificati (ad esempio, nel mondo del lavoro), ci sono gli scioperi, e gli scioperi, si sa, disturbano l'andamento produttivo... Là dove invece c'è il regolamento più rigido, si crea quest'isola, nella quale la gente si adatta, e tutto funziona bene.
E questa valvola di scarico, questo «oppio sociale», deve essere sempre pronto, funzionante. Così si crea quest'isola nella quale i rapporti sono più arretrati che altrove: ma il fatto che sono arretrati garantisce che il sistema funzioni sempre, che non entri in crisi, che non si inceppi.
Lo sport rappresenta così un'isola: con i suoi regolamenti arretrati resta al di fuori di quelle che sono la dialettica, le tensioni, gli scontri della vita sociale: in questo modo, quindi, è funzionale al sistema.
È chiaro che se ci si pone come obiettivo uno sport per formare la persona, probabilmente, con lo sport attuale si formerà un buon soldato, non certo un uomo capace di entrare su base partecipativa in rapporto con gli altri. I regolamenti vanno allora rivisti, tenendo conto di quali sono le nuove istanze sociali, la nuova coscienza e i nuovi bisogni, e considerando quale tipo di uomo si vuole ottenere: l'uomo subordinato e in naftalina, o invece l'uomo capace di vivere e partecipare in modo più ampio alla vita? È chiaro che se ci si propone quest'ultimo obiettivo, non sarà possibile usare quel regolamento; ed è altrettanto chiaro che l'attuale tipo di sport ha bisogno di quel regolamento.

LE TECNICHE Dl GIOCO

E veniamo al terzo punto: le tecniche di gioco.
Apparentemente questo è il punto più «neutrale»: pare difficile contestare, ad esempio, che il pallone nel basket debba essere lanciato a canestro in un certo modo o che per correre bisogna articolare in una certa maniera le gambe.
Ma una tecnica cosa è? È un insieme di gesti, codificati, per raggiungere uno scopo: se vuoi buttare il pallone nel cesto, la procedura più razionale è questa!
Ma tutto questo non fa venire in mente l'organizzazione scientifica del lavoro? Quando c'è un lavoro da fare, l'ufficio tempi e metodi di una azienda dice all'operaio: «Per fare questo lavoro devi seguire questi modi operativi: prendere il pezzo con la mano destra, portarlo a quest'altezza, ecc.». Perché? Non certo perché quello sia il modo col quale l'operaio si diverte di più o fatica di meno, ma semplicemente perché, da studi fatti, quello è il modo con cui quel lavoro viene fatto meglio e nel miglior tempo: il taylorismo.
Si potrebbe dire: ma che male c'è? C'è un'unica osservazione, fondamentale: l'economia umana non è quella della linea retta, ma quella che rispetta la struttura organica della persona. La via più breve, nel lavoro, è stata inventata allo scopo di potere ottenere il maggior profitto: ma l'uomo, in tutto questo, è una pura appendice di carne e sangue alla macchina.
Nello sport cosa è la tecnica? Anche qui è il modo più razionale, nella logica del profitto, di fare certe azioni, senza tener conto se le medesime siano poi molto consone alla struttura dell'individuo, struttura non solo fisica ma anche psichica. E allora tale tecnica si impone, con esercizi ripetuti, finché si riesce ad «educare» la persona che viene a compiere quel gesto in un certo modo, costringendola anche a violentare la propria natura.
Tutto il concetto tecnico-scientifico dello sport è stato costruito non in funzione dello sviluppo armonico dell'uomo, ma in vista del risultato. Anche qui la tecnica non è in funzione dell'uomo. Non è che i tecnici studino l'uomo e dicano «Che tipo di gesti possono migliorarne la potenzialità?». Il loro punto di vista, al contrario, è: «Cosa è possibile fare per far raggiungere quel risultato all'atleta? Quale è il modo più efficiente per pervenire a quell'obiettivo?».
La dipendenza che esisteva a livelli di regolamenti e di campionati esiste, ed è ancora più marcata, per quanto riguarda la tecnica: ed è significativo il fatto che la longevità media degli sportivi non sia certo superiore a quella di tutti gli altri uomini, e la loro salute non certo migliore...!