L'oratorio dei giovani /5. Le attività formative


(NPG 1990-06-5)


L'orizzonte in cui collocare le attività formative è l'abilitazione dei giovani a cogliere l'appello insito nelle azioni della vita quotidiana e a darvi risposta, da una parte evitando il pragmatismo e il vitalismo e dall'altra penetrando nei vari mondi della ragione, del senso, dell'etica, della fede cristiana. È il percorso alla base della formazione dell'identità e della scelta di fede.
Per renderlo possibile, l'oratorio offre un ambiente-laboratorio imperniato su tre nuclei di attività che formano le attività distintive dell'oratorio stesso.
Ogni attività viene vissuta percorrendo le grandi fasi del modello di apprendimento esperienziale. Ciò comporta di fare del rapporto tra mondo interno e mondo circostante all'oratorio un elemento vitale e decisivo di sopravvivenza.
Non si dà attività oratoriana che non sia sempre una «proposta» culturale e religiosa. Fare attività non è lasciare che i giovani esprimano i loro interessi e bisogni. Questo è necessario, ma non sufficiente perché le attività siano formative. Ogni azione richiede incontro tra domanda e risposta, tra ricerca soggettiva e proposta culturale e religiosa.
Nello svolgere le attività formative, il giovane agisce come un tutto, come un sistema articolato che coinvolge, da qualunque punto si parta, la dimensione fisica e corporea, la dimensione intellettiva e razionale, la dimensione affettiva e del senso.
L'unitarietà del soggetto è alla base dell'oratorio. Svolgere un'attività sportiva non è mai solo esercizio fisico. Lo sport coinvolge sempre tutta la persona. È luogo di apprendimento culturale, affettivo, religioso, sociale, non come apprendimenti aggiunti ma interni al fare sport. Da qualunque attività si vuole arrivare a tutto l'uomo. Al punto che fare sport è educativo o meno rispetto alla domanda di senso e di trascendenza.
Tutte le attività formative possono essere luogo di crescita nella fede, intesa come capacità di accogliere le sfide della vita e di darvi risposta in un orizzonte di fiducia complessiva sulla possibilità di salvarla. Tutte le attività oratoriane, in altre parole, sono pastorali, luoghi di evangelizzazione, anche se non si confonde il fare catechesi con il fare sport, il giocare con il pregare. Ogni attività in quanto formativa è oggettivamente azione salvifica e ingresso nel Regno di Dio. Al di là della consapevolezza soggettiva, maturare coscienza di sé e della propria dignità, acquisire i beni della vita e della cultura, sono già partecipare del Regno di Dio e della sua salvezza.
Ma ogni attività può essere anche luogo di crescita della fede dei giovani. La fede, infatti, nasce e si sviluppa, come seme che tende a diventare pianta, dovunque i giovani sperimentano una relazione educativa con dei credenti, che accresce la decisione di accettare la vita e viverla con responsabilità riconoscendone la misteriosa trascendenza.
Se tutte le attività sono luogo di evangelizzazione, non tutte dipendono direttamente nella loro realizzazione dalla fede cristiana e dai suoi contenuti. I contenuti tecnici dello sport o del teatro sono profani, elaborati dalla ragione umana e quindi laici. Pur vissuti in un contesto ecclesiale, non perdono della loro profanità e dunque della loro autonomia rispetto alla fede. I valori dello sport non sono definiti dalla fede ma dalla cultura umana. Tuttavia i valori umani insiti nello sport e nella sua tecnica devono reagire con quelli della fede per essere assunti, purificati e arricchiti, restituiti dal soggetto alla cultura umana e alla sua responsabilità.
In questo lavoro delicato i credenti risignificano i valori umani non sostituendo ad essi quelli cristiani, ma ripensandoli ispirandosi alla fede.
Il risultato sono le mediazioni culturali, cioè modi di pensare e di atteggiarsi, di progettare e agire a cui il credente arriva ispirato dalla fede ma procedendo secondo la ragione umana, al punto che anche chi non crede può condividerli. La fede rispetta l'autonomia della cultura e l'aiuta nella sua paziente e appassionante ricerca di valori significativi per l'uomo d'oggi e per le sfide che incontra.
Questa che pubblichiamo è l'ultima puntata degli studi sull'oratorio avviati dalla Rivista.
Gli altri sono stati pubblicati in NPG 3, 4, 5, 7/1989 in una apposita rubrica. Quest'ultimo, data la sua consistenza, lo pubblichiamo come dossier-studio.
Prima di pensare alla pubblicazione di un «manuale» dell'oratorio, attendiamo dai lettori critiche e suggerimenti.


1. La catechesi all'oratorio

La catechesi e la preghiera vanno pensate dentro il processo di comunicazione della fede tra comunità cristiana e mondo giovanile, e dentro il modello esperienziale di apprendimento in cui l'oratorio si riconosce.
In questo articolo offriamo alcune riflessioni sulla catechesi e nel seguente sulla preghiera e sulle celebrazioni.

LA CATECHESI ORATORIANA

Collocata in questo quadro di attività, la catechesi ha un significato più ristretto rispetto a linguaggi in cui essa comprende l'intero processo di scambio tra giovani e comunità. Qui catechesi è l'attività di decifrazione e comprensione esplicita della vita alla luce del vangelo e della tradizione cristiana.
Al centro sta la vita quotidiana, come luogo di appello e risposta, e dunque come prassi evangelica che coglie gli appelli delle situazioni come appelli di Dio e vi risponde incarnando qui-ora i valori cristiani. Fare catechesi è aiutare a decifrare la vita quotidiana per coglierne gli appelli misteriosi e progettare risposte efficaci, vivendo in questo un misterioso incontro con il Dio di Gesù.
Il vangelo, le sue attualizzazioni lungo la storia, i grandi contenuti della fede cristiana vengono a illuminare il vissuto culturale e giovanile. Il messaggio evangelico aiuta a decifrare il grande messaggio religioso che è la vita umana.
Le proposte catechistiche avvengono sempre nel contesto della solidarietà quotidiana, in cui la comunità oratoriana si mette a servizio dei giovani con gesti condivisi nel lento e non sempre esaltante trascorrere dei giorni. È all'interno di questa solidarietà, connotata da una forte passione educativa, che la comunità ha il coraggio di fare proposte perché scommette che sono in grado di dare vita alla vita dei giovani.
Per questo motivo la catechesi viene svolta non da persone esterne ma da quanti animano la realtà oratoriana ed il gruppo.
L'oratorio non conosce la distinzione tra catechisti e animatori. L'animatore è un modo di fare il catechista. Questo non vuol dire che in certe occasioni non si entri in contatto con esperti e con altri «catechisti» della fede, ma che tutte le attività catechistiche vengono proposte «dentro» la solidarietà educativa dell'oratorio.

LA FEDELTÀ ALL'APPRENDIMENTO ESPERIENZIALE

Le proposte vengono fatte considerandole come un seme da affidare ad un terreno precedentemente preparato. Un buon agricoltore non semina a ca so, senza preoccuparsi della natura del terreno. Se il terreno non è pronto, si dedica ad esso. In altre parole, prima di fare proposte, la logica educativa chiede di aiutare i giovani a farsi domande, a porsi problemi sul senso della vita. Consapevoli, tuttavia, che non si può ragionare in termini di prima e poi. In fondo, in ogni fase della vita, anche quando il terreno sempra impenetrabile, il credente osa affidare un seme, una parola che sia adeguata alla situazione e capace dunque di penetrare quel terreno. La proposta può provocare il farsi domande. «A volte si capisce una cosa solo col darvi risposta» (R. Musil). In contesti resi credibili dalla solidarietà formativa, l'annuncio del vangelo a giovani che forse hanno poche domande esistenziali e religiose, suscita problemi e domande.
Nel procedere si è fedeli al modello esperienziale di apprendimento. La catechesi oratoriana non presenta sistemi di pensiero o quadri teologici astratti, ma aiuta a ricercare messaggi significativi dentro le esperienze quotidiane, soprattutto dentro quelle che si vivono nel gruppo all'oratorio.
Si fa catechesi perché si propongono esperienze concrete che coagulano valori evangelici e si riflette e si comunica «su» di esse. I grandi valori evangelici vengono pertanto prima sperimentati nel vissuto ordinario dell'oratorio o in proposte forti e perturbanti gli equilibri precari in cui i giovani si ritrovano.
Dalla solitudine e dall'autosufficienza, prima che con le parole si esce coinvolgendo i giovani in esperienze di rottura. Solo dopo si potrà riflettere sull'esperienza, delinearne il messaggio e appropriarsene in modo riflesso.
La fedeltà al modello esperienziale di apprendimento si manifesta anche nell'insistenza sulla riespressione personale e di gruppo dei contenuti. Un contenuto è assimilato quando si sente il bisogno e si è capaci, anche se in modo povero e semplice, di dirlo con parole, gesti e simboli inventati insieme o ripresi creativamente dalla tradizione.
Non ci si accontenta pertanto che i giovani ripetano le risposte del catechismo o le grandi sintesi teologiche, ma si sollecita a ridire in un linguaggio giovanile quanto assimilato. Si convince il gruppo ad assimilare i contenuti attraverso un'attività creatrice, dando vita a qualcosa che prima non esisteva se non in parte. Si vuol tirar fuori dalla tradizione intuizioni inespresse e nuove, affermazioni implicite capaci di far vibrare l'uomo oggi. Si arriva così a riscrivere il vangelo (un «quinto vangelo») facendo interagire le pagine dei quattro vangeli con le attese e intuizioni dell'uomo d'oggi.
Infine molta attenzione viene prestata affinché i giovani, da soli e in gruppo, riescano a costituirsi una memoria in cui i contenuti vengono articolati e fatti interagire tra loro ed in cui, in particolare, i contenuti della cultura e della fede reagiscano tra loro per dare vita a nuove mediazioni culturali. Senza questa attenzione c'è il rischio che tanti contenuti catechistici elaborati in momenti creativi vengano dispersi. Le esperienze si susseguono ma non si matura un quadro organico. A questo rischio non si reagisce, tuttavia, abbandonando la via della esperienza-proposta a favore di un insegnamento dottrinale sistematico. Si reagisce invece aiutando a progettarsi nella vita quotidiana e nei suoi problemi, a rielaborare le esperienze alla luce del vangelo, a fare delle sintesi nelle varie tappe della vita personale e collettiva sotto la forma di «credo» o beatitudini scritte dai giovani, manifesti di spiritualità, «quinto» vangelo.

L'ATTUALIZZAZIONE DELL'EVENTO BIBLICO

La catechesi è sempre incontro tra il cammino dell'adulto che propone in modo esplicito la fede cristiana ed il cammino dei giovani nel penetrare nella comprensione cristiana della vita.
Visto dalla parte dell'adulto, il punto di partenza è il contatto con l'evento storico di Gesù di Nazareth presentato dal vangelo. Dal Concilio in poi la Chiesa ha scelto di ripartire dal vangelo, di riscoprire il messaggio evangelico nella sua radicalità.
Il punto di partenza non è un sistema astratto di verità, una qualche sintesi teologica, ma sempre e soltanto l'evento Gesù come è stato vissuto, compreso, celebrato e tramandato dalle prime comunità cristiane. Quella cristiana è una proposta di una fede che si radica in un evento storico ben delimitato e preciso. Non vi si accede attraverso una riflessione astratta, ma attraverso un annuncio storico.
Ma nel momento in cui ci si accosta all'evento vissuto dalle prime comunità cristiane, chi intende proporre la fede deve anzitutto «tornare alle cose», tornare al racconto nella sua nudità e scoprire con pazienza qual è l'intenzione profonda dello scrittore biblico.
L'impresa non è facile. Leggere un testo biblico senza pregiudizi non è affatto accostarlo nella sua immediatezza. Richiede spirito critico, studio, approfondimento, capacità di «mettere tra parentesi» la cultura in cui si vive.
Identificare il messaggio dell'autore biblico nella sua purezza non basta. Occorre fare un passo in avanti verso l'attualizzazione culturale del vangelo, cioè l'impegno di ridire il messaggio evangelico utilizzando le categorie e i concetti, i problemi e le attese della nostra cultura. Facendo interagire messaggio della bibbia e messaggio della cultura, si intende arrivare a produrre qualcosa di nuovo, di inedito.
In effetti chi vuol proporre la fede evangelica non può non tener conto della distanza culturale tra autore biblico e prima comunità cristiana e mondo moderno. D'altra parte, se questo crea problemi di comprensione, offre anche una singolare occasione, quella di non limitarsi a ripetere quanto l'autore intendeva, ma di far dire al testo cose nuove - nel rispetto della sua oggettività - dentro l'attuale cultura umana. La distanza può diventare incremento di visione, profondità di prospettiva, moltiplicazione dello sguardo. Inserito in un quadro nuovo, un fatto o un testo biblico acquista un di più di intelligibilità, che non gli è estrinseca o artificiosamente escogitata, ma è il disvelarsi postumo di sue latenti ricchezze espressive.
Del resto ogni epoca storica ha attualizzato in questo modo la Bibbia e il suo messaggio. E noi abbiamo alle nostre spalle anche le sue attualizzazioni culturali nei secoli. L'attualizzazione culturale è oggi un lavoro per molti versi più complesso che nel passato anche recente.
Con l'avvento della secolarizzazione e dei suoi risvolti positivi e negativi, e con la svolta antropologica che essa ha comportato ponendo l'uomo e la sua libertà al centro dell'universo, sono mutati radicalmente il modo di pensare l'uomo, la sua coscienza e la sua libertà e responsabilità, il suo ruolo nel mondo e nella storia e, di conseguenza, il suo modo di rapportarsi con Dio.
Chi vuol proporre il messaggio evangelico in forma esplicita non può saltare questa fase, e dal mondo biblico magari letto nella sua immediatezza precipitarsi nel mondo giovanile. Figli di questa cultura, i giovani non capirebbero il messaggio evangelico se proposto in forme culturali che oggi non sono più adeguate.
C'è un terzo momento: l'attualizzazione esistenziale del testo biblico e della sua rilettura dentro l'attuale cultura. Per esistenziale non si intende una qualche «visione filosofica», più o meno astratta, ma l'esistenza qui-ora nella sua immediatezza da parte dei giovani qui-ora. L'esistenza di cui si parla è la vita quotidiana con il suo susseguirsi di esperienze buone e cattive, di gioia e di dolore, di successo e di sconfitte.
Il confronto immediato tra il testo biblico attualizzato culturalmente e l'esperienza soggettiva dei giovani richiede per chi propone la fede di vivere in modo empatico a fianco dei giovani, per identificarsi nella loro sofferenza e nella loro passione per la vita.
Ma questo non basta. Occorre anche che i giovani abbiano maturato, nell'osmosi interpersonale tra adulti e giovani all'oratorio, le «domande giuste» che permettono di entrare in sintonia con il messaggio evangelico.
Lavorando insieme e interagendo nell'animare l'oratorio, silenziosamente ci si scambia i valori e si maturano gli atteggiamenti basilari della fede cristiana che possono essere ritenuti come una sorta di «sapere fondamentale della bibbia» e offrono la chiave di lettura della bibbia.
Senza questo sapere preliminare il giovane non può entrare in sintonia con il messaggio biblico.

LA NARRAZIONE ESISTENZIALE

Man mano che questi atteggiamenti basilari diventano tessuto connettivo nel giovane, è possibile proporre la fede evangelica in modo esplicito.
La proposta viene fatta attraverso due grandi modalità: la narrazione evangelica per invitare i giovani a credere e per celebrare insieme la fede creduta; la riflessione sulla fede per comprendere con l'aiuto della ragione (e del cuore) i dati della fede e attualizzarli oggi.
Il primo annuncio di fede avviene attraverso una catechesi di tipo narrativo o narrazione esistenziale, al livello del soggetto qui-ora, delle sue attese ed interrogativi, delle sue sofferenze e delle sue speranze.
Possiamo collocare la narrazione nei momenti di autocomunicazione quotidiana in cui il gruppo racconta a se stesso la sua identità in modo convinto ed entusiasta. Ma ancor di più la narrazione viene a collocarsi al termine di ogni attività quando il gruppo percorre un circolo di operazioni che parte dalla riflessione sull'azione, collega tale riflessione alle sue esperienze passate evocando il credo del gruppo e quello personale e dunque anche il rapporto con la vita di Gesù, per poi arrivare anche alla celebrazione dove appunto la narrazione trova il suo contesto privilegiato.
La narrazione utilizza il linguaggio simbolico, per natura sua globale, allusivo, metaforièo, con ampio ricorso alle immagini, coinvolgente e capace di parlare al cuore e all'affettività oltre che all'intelligenza.
Il linguaggio narrativo trascina con forza nella ricerca della sintonia tra il vissuto personale e quello di Gesù, fino ad arrivare a un «convincimento vitale» di natura globale per la fede cristiana come accettazione della venuta in Cristo del Regno di Dio e adesione attiva alla sua costruzione.
La catechesi narrativa si esprime in un originale racconto in cui si intrecciano tre storie.
La prima storia è il vissuto dei giovani e dell'uomo d'oggi con tutte le domande, attese, interrogativi che questo porta con sé. L'atto narrativo è sempre un parlare della vita di oggi nei termini in cui essa è significativa e problematica per il soggetto che la vive.
La seconda storia riferisce i grandi eventi della storia della salvezza, presentati dalla bibbia, in particolare i grandi fatti della vita di Gesù. Essi non vengono ricostruiti nella loro episodicità, ma nella loro capacità di liberare oggi un annuncio evangelico, una buona notizia per i giovani e per le loro attese e problemi. Il vangelo viene raccontato, in altre parole, non ricostruendo in termini storico-scientifici il come si sono svolti i fatti, ma come eventi che reagendo con il vissuto odierno sono sempre capaci di guidare il giovane all'incontro con la verità profonda della vita.
In terzo luogo il racconto parla della fede di chi narra, della sua intima ed entusiasta adesione ai fatti del vangelo. Chi narra lascia trasparire che quel racconto ha trasformato la sua esistenza e che ora lo propone perché altri lo assimilino lasciando trasformare la propria esistenza. Della propria vita chi narra non propone i vari episodi o la sintesi vitale, che rimane un atto intimamente personale oltre che indicibile. Nelle sue parole i giovani trovano invece il percorso per arrivare ad un'esperienza simile.
Perché una narrazione abbia senso non basta tuttavia che chi narra aderisca con entusiasmo al messaggio. Egli deve essere anche credibile nella vita personale e nel suo gratuito servizio ai giovani.
Neppure la sua testimonianza, tuttavia, è sufficiente, se viene a mancare un contesto di comunità oratoriano ed ecclesiale altrettanto credibile.

LA RIFLESSIONE CRITICA SULLA FEDE

Se nella narrazione si crea un evento comunicativo che permette di accedere alla fede, nella riflessione critica invece si comunica esplicitamente «sulla» fede, sui suoi contenuti, sulle sue implicanze etiche e progettuali.
La narrazione viene quindi ad accompagnarsi, anche se in contesti diversi, ad una comprensione della vita da credenti in cui si fa appello alla ragione, alla ricerca e confronto critico per ridire la fede evangelica dentro l'attuale cultura.
La scelta di fede del giovane, frutto di una paziente ricerca di sintonia tra la propria esperienza e quella di Gesù e nata in un intimo convincimento vitale, è un seme che chiede di crescere attraverso la maturazione di una visione organica dei contenuti e la capacità di dare ragione del proprio credo a confronto con il «dubbio» che spesso fa soffrire.
Organizzare questo momento di comprensione organica e critica della fede evangelica non è facile.
Molti giovani non si pongono, in modo esplicito, domande sulla fede e sui suoi contenuti. Non osano affrontare i propri dubbi e non sentono il bisogno di approfondirne i contenuti. La catechesi pertanto si impegna a sollevare domande e dubbi sulla fede, altri- menti si finisce per fare lezioni a chi non ha domande in proposito.
Così facendo, piuttosto che attraverso la trasmissione di sintesi teologiche e catechistiche esistenti, si procede per la strada di una catechesi che dai problemi e dubbi passa alla ricerca delle fonti, siano esse degli esperti o dei libri, con cui confrontarsi per individuare una risposta documentata e critica.
I giovani vengono così ad apprendere, insieme ai contenuti significativi per le proprie domande, un metodo di lavoro catechistico incentrato sul «dare e ricevere» tra domande personali e contenuti dell'esperienza cristiana.
Alle sintesi critiche e organiche si arriva in modo paziente e sempre più competente, per quel che è possibile ai giovani, attraverso un confronto tra problemi di oggi e contenuti tradizionali della fede. Si attua un'illuminazione e arricchimento reciproci: i dati della tradizione offrono quadri di verità, affermazioni fondanti, criteri di valutazione che l'intelligenza umana utilizza nel comprendere la vita e i suoi interrogativi. A loro volta, gli interrogativi permettono di ricavare dalla tradizione intuizioni inespresse, applicazioni nuove che arricchiscono il patrimonio della fede ecclesiale.
In tutto si utilizza il linguaggio logico-razionale. Se al momento della proposta e della scelta di fede il linguaggio prevalente era narrativo, ora, per arrivare ad una visione organica della fede, si utilizza il linguaggio logico-razionale.
Il cambio di linguaggio richiede del resto un cambio di contesto. Il linguaggio narrativo faceva riferimento alla preghiera e alla celebrazione, a momenti fortemente evocativi. Il logico- razionale richiama invece lo studio, la scuola di teologia, il ricorso alle varie discipline teologiche.
Oggetto di riflessione critica è anzitutto la sensatezza del crederei Il sapere della fede è un vero sapere o solo un vano tentativo di rispondere a problemi che non si sanno risolvere o di soddisfare bisogni che altrimenti rimangono insoddisfatti? La fede può certificare, validare se stessa? Possono convivere nello stesso soggetto la fede e il dubbio?
Collegati a questi interrogativi ci sono altri nodi cruciali dove la ricerca, anche per il credente, non termina mai: Dio e la sua presenza indicibile e invisibile nella storia a confronto con la sofferenza e l'angoscia, la pretesa di Gesù di essere «Figlio di Dio», la morte in croce di Gesù e la sua risurrezione, il ruolo di Gesù nella storia dell'umanità come «salvatore» di ogni uomo e di ogni religione, il concretizzare l'essere cristiani oggi e cosa aggiunge all'essere uomini, i valori evangelici e la loro traduzione nella cultura e società attuali, il far parte della chiesa e frequentare i sacramenti e obbedire alle sue norme morali, l'esito finale della vita di ogni uomo e della storia intera dell'umanità.

2. La preghiera di tutti i giovani

L'oratorio esprime un originale modo di pregare che possiamo dire «preghiera del buon cristiano», e oggi «preghiera della gente comune» o di tutti i giovani.
L'orizzonte spirituale in cui l'oratorio colloca la preghiera è l'affermazione che la vita quotidiana è luogo di incontro con Dio. Lo è in quanto Dio si offre «dentro» le vicende quotidiane come appello che chiede una risposta.
Lo è in quanto, nella risposta all'appello, l'uomo offre la sua risposta positiva a Dio. Ogni uomo si decide a favore di Dio o contro (anche questa è una tragica possibilità) quando si pone al servizio del prossimo o rifiuta di fare compagnia, sul modello di Gesù, ad ogni uomo.
Dire allora che Dio non si incontra se non nella preghiera e nei sacramenti è un falso, un'eresia.

VITA QUOTIDIANA E MONDO DELLA PREGHIERA

Collocata in questo orizzonte, la preghiera è una sospensione delle altre attività per comunicare con Dio «sulla» esperienza quotidiana e vivere un originale incontro con lui.
Essa è in continuità, ma allo stesso tempo in discontinuità, con l'incontro con Dio nel quotidiano. Con una immagine, è come un'«esplosione» dell'incontro misterioso che avviene nel quotidiano.
Ma non è riducibile ad esso. Mentre si coglie la continuità, si afferma con forza la diversità dei due modi di incontrare Dio e si educa a fare spazio alla preghiera e ai sacramenti. Per l'oratorio, tutto è luogo di incontro con Dio, ma non tutto è preghiera. Giocare è sempre giocare e non pregare.
La preghiera oratoriana non disprezza ciò che è umano per rifugiarsi in Dio, ma sempre parla della vita davanti a Lui, discorre su di essa per comprenderla alla luce della venuta del Regno.
Con Dio si discorre con confidenza. L'oratorio abitua a vederlo come il Pa- dre che ha mandato Gesù per realizzare il suo Regno, e dal quale si è amati a tal punto da non avere più paura per se stessi, per gli altri, per il futuro del mondo Anzi, il suo amore libera le energie per dedicarsi alla causa del Regno. Quando si sbaglia il suo amore non tradisce.
Di fronte a questo amore anzitutto si ringrazia. L'insistenza oratoriana per l'eucaristia è radicata in questa consapevolezza del Regno che viene come amore gratuito e sconvolgente. Allo stesso modo l'insistenza per la celebrazione della riconciliazione è riconoscimento che questo amore giorno per giorno rinnova e dona la forza di riconoscere i propri peccati e rimettersi in cammino.
Questa concezione porta l'oratorio a proporre la preghiera da un triplice punto di vita.
Anzitutto per ritrovare se stessi. Nella preghiera il giovane viene invitato a guardarsi allo specchio, a conoscersi senza paura, ad opporsi al rischio di banalizzare la vita o viverla in modo apatico, senza speranza. Se è vero che in ogni azione l'uomo può ritrovare se stesso, la preghiera può insegnare molto circa se stessi, proprio perché si apprende a vederla e giudicarla dal punto di vista di Dio e della venuta del Regno.
Nella preghiera poi il giovane viene invitato a scoprire il misterioso volto di Dio. Il mondo è avvolto dall'amore di Dio e l'uomo, in modo spesso inconsapevole, è alla sua ricerca. Dio continuamente si offre, ma insieme si nasconde. La sua presenza rimane invisibile e indicibile. Ogni istante della vita è un tentativo per togliere il velo che ricopre il suo volto.
Poiché come cristiani si crede che Dio si è incarnato in Gesù di Nazareth, la preghiera è sempre immersione nella sua vita, nei suoi gesti e nelle sue parole, per trovare i sentieri lungo i quali incamminarsi per scoprire il volto di Dio. Dio non viene cercato in un rapporto intimistico, ma nel compiersi misterioso del suo Regno in Gesù e, a partire dalla sua morte redentrice, nel tempo.
Scoprire il volto di Dio e le tracce della sua presenza è attività intellettuale, ma molto è affidato all'affetto, al cuore. Si prega con la testa, ma soprattutto con il cuore.
Infine la preghiera all'oratorio è sempre presentata come luogo in cui rinascere alla responsabilità verso gli altri e dunque verso il Regno. Si comincia a pregare per i poveri e gli ammalati, e si arriva a precisare che siamo noi le sue mani, le mani attraverso cui può aiutare i poveri e costruire il Regno nella storia.
A chi non prega, la preghiera può sembrare fuga dalla responsabilità. Invece il dialogo sulla vita davanti a Dio implica esame di coscienza, invocazione di perdono per le proprie colpe, decisione di lottare per la causa del Regno.
Chi prega apprende che l'unica invocazione non è: «dona il pane a chi ha fame», ma: «cambia il nostro cuore perché spezziamo il pane con chi ha fame». Nella preghiera si apprende presto a rinunciare alla delega magica a Dio, anche se si riconosce la propria povertà. Si diventa meno egoisti e meno egocentrici.

UNA PREGHIERA GIOVANILE

Per l'oratorio la preghiera è una proposta per tutti e non solo per le élite. Pregare è un diritto che accompagna il giovane lungo tutto il suo cammino di fede, secondo le forme possibili al livello di fede maturato fino a quel momento.
L'oratorio invita i giovani a pregare fin dal loro ingresso all'oratorio. La preghiera non viene dopo l'annuncio e la scelta di fede, è una dimensione costitutiva dell'uomo prima che del cristiano. Al limite, con sollecitudine e discrezione, anche chi non «crede» viene invitato a pregare la sua ricerca di senso. Oltre che dialogo con Dio, la preghiera è infatti passione, sofferenza, festa, esaltazione del mistero della vita umana.
Perché sia possibile a tutti pregare, l'oratorio propone la preghiera con linguaggi accessibili.

Un linguaggio adeguato

La preghiera oratoriana si ispira alla liturgia e ai suoi linguaggi, ,ma li rielabora creativamente in quelli dell'uomo d'oggi. Non si limita ad iniziare al linguaggio della liturgia, ma lo reinventa, arricchendolo con modi di pensare e di dire della cultura moderna, ben sapendo che la trasformazione del linguaggio non è tanto tradurre quanto riformulare la preghiera in modelli nuovi di uomo, di fede, di spiritualità, di senso della preghiera, di immagine di Dio e della salvezza.
L'oratorio non predilige come libro della sua preghiera la «Liturgia delle ore» e i suoi salmi. È una forma di preghiera complessa, poco accessibile alla maggior parte dei giovani. Preferisce invece, ispirandosi a tale liturgia e ai salmi, pregare e cantare con i «salmi dell'uomo d'oggi», quelli che raccontano da credenti la vita e la trasformano in invocazione, ringraziamento, lode, richiesta di perdono, confessione di fede.
Anche il modo di utilizzare la parola di Dio risponde al principio di ridirla, fedeli all'intenzione dell'autore biblico, nel linguaggio dell'uomo d'oggi, e attualizzarla nei suoi problemi e attese per far esprimere al messaggio un rinnovato annuncio di speranza.
Rifiuta di usare la bibbia come libro magico. Non ama meditare la bibbia chiudendosi nelle sue pagine, ma meditare la vita per riconoscerla come il grande libro di Dio con l'aiuto della bibbia.

Spazi, gesti criteri di valutazione

L'oratorio facilita al massimo la possibilità di pregare. Non solo c'è sempre una chiesa o una cappella o «un deserto» in cui pregare personalmente, ma soprattutto ogni giorno è previsto un tempo di preghiera, tutti insieme o a gruppi. Gli incontri sono il più possibile animati dai.giovani e, con un ritmo vivace, alternano canto e preghiera corale, silenzio e colloquio, riflessione sul vissuto e invocazioni, dialogo fraterno e interventi di un animatore. Una grande cura viene prestata al canto, indispensabile nella preghiera oratoriana.
La preghiera oratoriana è semplice e contenuta anche nei movimenti e nei gesti. Non ama una gestualità barocca.
Preferisce, nei linguaggi come nelle espressioni corporali, la discrezione. Non è fatta di lunghi silenzi; il silenzio si alterna con la preghiera corale, il colloquio personale con Dio, l'invocazione e la riflessione sui fatti della vita.
Quella oratoriana è, normalmente, una preghiera in gruppo. A pregare si impara insieme. Come insieme si lavora e si gioca, così ci si trova a pregare, anche se viene rispettata la libertà personale.
Allo stesso tempo è una preghiera affidata ai singoli, perché l'oratorio non offre troppo tempo per pregare come non lo offre il ritmo frenetico di ogni giorno.
L'oratorio educa i giovani a pregare da laici che nel futuro non avranno tempo di ritrovarsi comunitariamente. Ecco allora l'insistenza perché ognuno preghi da solo lungo la giornata, dopo aver individuato un posto e un appuntamento, al mattino o alla sera, nella propria stanza o in una chiesa o per la strada o sul tram.
L'oratorio, infine, offre dei criteri per valutare gli incontri di preghiera. Non vengono valutati sulla base della commozione intima, ma sul fatto che si accetta se stessi e si riconosce la propria dignità in quanto amati da Dio, ci si apre agli altri e ci si dona a loro, si riconosce la povertà della vita ma la si guarda con la speranza di chi crede nel Regno.
Rifiuta ogni concezione efficientista di preghiera. Essa non è mai mezzo per trasformare le persone e neppure per raggiungere traguardi. La preghiera è utile nella sua inutilità. Aiuta a comprendere la vita e affrontarla da credenti e lasciarsi trasformare dall'amore di Dio. Ma inventare la vita riscaldati da questo amore è l'impegno a cui rimanda la preghiera.
L'oratorio conosce tre grandi forme di preghiera: la meditazione, la contemplazione nel quotidiano, la celebrazione sacramentale.
Per la celebrazione sacramentale ci limitiamo qui ad alcune riflessioni sulla riconciliazione.

LA PREGHIERA DI MEDITAZIONE

Per meditazione si intende quella preghiera che comporta il fermarsi per un poco di tempo, sospendendo il succedersi di attività come il lavoro o il gioco per incontrarsi, da soli o in gruppo, con il Dio di Gesù. Non ci si estranea dalla vita per meditare ad occhi chiusi nell'intimo di se stessi, ma si medita sempre ad occhi aperti, cioè osservando la vita per discorrerne con Dio. La meditazione attraversa quattro fasi.

La concentrazione

La preghiera di meditazione inizia con un momento di raccoglimento o concentrazione, per incanalare le energie fisiche, psichiche e affettive in una precisa direzione: incontrarsi a tu per tu con Dio. Non è facile, oggi più di ieri, staccarsi dal lavoro e dallo studio, dal gioco e dalle discussioni con gli amici. Anche quando questo avviene fisicamente, forse non lo è psicologicamente. L'autocontrollo, come capacità di passare da un'azione alla preghiera, non può essere dato per scontato, e viene allora facilitato all'inizio della preghiera.
D'altra parte, più che lasciare fuori dalla preghiera la vita di ogni giorno, si vuole portarla con sé per pregare davanti a Dio sul vissuto. Concentrarsi è rapportarsi ad esso con un certo distacco per osservarlo con altri occhi, da un altro punto di vista.
Implica la decisione di scendere nel profondo dei fatti, alla presenza di Dio. Si esprime con l'invocare lo Spirito santo, l'assumere una posizione corporea di raccoglimento, farsi il segno della croce, un poco di silenzio, un canto che aiuta a sentirsi insieme davanti a Dio.

La riflessione

Riflessione dice attività logico-razionale. La preghiera dell'oratorio non intende immergere subito nell'affettività. Prima aiuta a comprendere la vita in chiave evangelica.
La riflessione evangelica ha due poli in tensione. Da una parte sta il polo della vita quotidiana con i suoi fatti, le sue attese, i suoi interrogativi. La vita attende di essere decifrata, valutata, valorizzata cristianamente. Dall'altra sta il polo della fede personale la quale implica, oltre che adesione affettiva a Dio e alla causa del Regno, un insieme di verità che rivelano il vero volto di Dio e dell'uomo.
Le due polarità richiamano le immagini della bibbia e del giornale. Il giornale aiuta a comprendere la bibbia e questa è necessaria per comprendere evangelicamente il giornale.
Muovendosi tra questi due poli, la riflessione implica il passare dal superficiale al profondo dei fatti per cogliere gli interrogativi intimi, a livello del senso fondamentale e salvifico, e cercarne una interpretazione. Non lo si può fare in modo freddo, puramente razionale. Riflettere è appassionarsi ai fatti vincendo l'apatia e l'indifferenza. Di fronte ai fatti si reagisce esprimendo atteggiamenti di festa o speranza, sfida o rabbia, incertezza o sicurezza, perdono o riconoscimento di responsabilità, commozione o esaltazione.
Con il vangelo in mano si comunica «sui» fatti della vita. Si cerca il punto di vista del Dio di Gesù, cosa hanno a che fare questi fatti con la venuta del Regno di Dio. Il punto d'arrivo è un atteggiamento complessivo, che coinvolge intelligenza e cuore, in cui si sente di decifrare i fatti mentre ci si apre al dialogo a tu per tu con il Dio di Gesù.

Il colloquio

Dalla riflessione, a volte in modo impercettibile, si passa al colloquio che è il cuore della meditazione. Il passaggio è segnato dall'uso non più della terza, ma della seconda persona nel rivolgersi a Dio: è un «tu» con cui si parla.
Colloquiare con Dio non è come parlare con un amico o con il proprio padre. Eppure, misteriosamente, nella preghiera Dio è vicino e possiamo dargli confidenzialmente del Tu.
Il colloquio è dialogo e non monologo. È monologo se si parla con se stessi, riflettendo dentro di sé, trascurando Dio o facendosi un Dio a propria immagine e somiglianza. È monologo pure se l'uomo davanti a Dio perde la sua dignità e sprofonda nel nulla sentendosi vuoto ed inutile.
C'è dialogo quando chi prega, consapevole della sua povertà e dignità, resiste davanti a Dio e con lui in qualche modo «lotta». Il linguaggio del colloquio è quello del cuore, dell'affetto, delle emozioni, dei sentimenti nei confronti di questo Dio presente e assente e del suo Regno che è fra noi ma come seme. Il colloquio è immediatamente centrato sul rapporto affettivo con Dio che è Padre e ha un disegno di salvezza, con il Figlio che si è fatto uomo per realizzare tale disegno, con lo Spirito animatore di ogni realtà perché vi cresca il seme del Regno come pienezza di vita.
Il colloquio ha una estrema libertà di linguaggio. Non ci sono divieti nell'intrattenersi a tu per tu con Dio. I linguaggi del dubbio, della rassegnazione e della protesta, si alternano a quelli della tenerezza e della convinta adesione all'amore di Dio in Gesù. È un linguaggio franco, per nulla servile, ricco di sentimento e affetto, ma senza toni troppo emotivi. La sobrietà è una regola importante.

La responsabilizzazione

L'ultimo momento della meditazione è l'assunzione di responsabilità. Per una spiritualità che esalta la collaborazione tra Dio e l'uomo come quella oratoriana, la nascita alla responsabilità è centrale.
Quando il colloquio volge al termine, si intuisce di comprendere la vita in modo nuovo e di poter e dover assumere nuovi impegni nei suoi confronti. La meditazione rigenera le energie sopite, scatena la fantasia per sognare un mondo nuovo, spinge ad uscire dall'apatia per opporsi alla banalizzazione della vita quotidiana.
Chi ha pregato sente che l'ultimo atto è assumere davanti a Dio le proprie responsabilità, individuando i diversi compiti. Li si assume rivolgendosi a Dio in una professione di fede che proietta nel futuro, ringraziando per i doni ricevuti, invocando aiuto per lavorare per il suo Regno.

LA CONTEMPLAZIONE NEL QUOTIDIANO

La contemplazione è una forma di preghiera o, più precisamente, un atteggiamento di preghiera che tende a permeare il vissuto quotidiano. Essa ha per oggetto la vita quotidiana nel suo faticoso ed esaltante aprirsi al Regno, e si svolge non in momenti di sosta come la meditazione, ma «dentro» le singole azioni.
Prima che attività del cristiano, la contemplazione è attività dell'uomo. A prima vista essa implica un separarsi da qualcosa per vederlo da una distanza sufficiente e così averne una visione globale. La contemplazione dà l'idea di una pluralità che si abbraccia in un solo sguardo, che afferra la realtà nelle sue radici. L'opposto è la confusione, il perdersi nei dettagli, lo smarrire il filo, la dispersione.
La contemplazione può essere vissuta in molte modalità: da quella artistica a quella psicologica, da quella filosofica a quella amorosa. Nelle diverse modalità si arriva a cogliere le radici dell'esistenza e della vita, e si esprime come fede nella vita. Dentro e al di là di queste modalità esiste la contemplazione religiosa, quando lo sguardo unitario in cui si vuol cogliere gli eventi è quello di Dio, presente ed assente nelle vicende dell'uomo.
La contemplazione cristiana, a diversità di altre tradizioni religiose che puntano sull'annullamento di ogni legame con l'umano per immergersi in Dio, ha per oggetto il quotidiano in quanto luogo della venuta del Regno di Dio. Essa è contemplazione nel quotidiano e del quotidiano. Non fugge dal quotidiano ma lo assume per coglierlo, nelle sue contraddizioni, dentro il Regno di Dio.
Ciò che rende possibile una contemplazione nel quotidiano e del quotidiano, è la fede consapevole ed entusiasta nella venuta del Regno di Dio. Agli occhi e al cuore di chi crede, in tutto Dio ha deposto un seme del Regno. Divenire contemplativi è entrare in contatto con tale seme, accoglierlo per farlo crescere, opponendosi a quanti considerano la vita un assurdo.
La contemplazione è un modo di vivere l'azione, una qualità aggiunta al modo solito di viverla. Non è una azione a parte, ma la dimensione di fondo di ogni azione.
L'azione umana sviluppa la sua qualità man mano che l'uomo riesce a cogliere l'appello e dare la risposta immergendo se stesso nel mondo del senso e della fede evangelica. In tal modo anche la risposta nasce dalla fede nella vita e nella sua salvezza. Nel momento in cui l'appello dell'azione e la risposta vengono vissuti come tensione soggettiva al Regno, l'uomo diventa contemplativo. Si è contemplativi non prima o dopo l'azione, ma dentro di essa, quando si crede e ci si appassiona al Regno di Dio, alla sua venuta, alla sua costruzione in mezzo agli uomini d'oggi. Contemplare non è sapere o conoscere, ma essere consapevoli e appassionarsi attivamente alla costruzione del Regno.
Agli occhi e al cuore del contemplativo ora l'azione si dispiega in tutte la sua ricchezza, come sintesi di tre dimensioni: il fare o operare materiale, utilizzando e trasformando oggetti e strutture esistenti a servizio dell'uomo; il riflettere per comprendere e progettare «da scienziati» l'azione, utilizzando l'intelligenza e i progetti che l'uomo ha elaborato nel tempo; il contemplare collocando l'azione al livello del senso e della personale tensione alla venuta del Regno.
La qualità della contemplazione è influenzata dalla qualità dell'operare e del riflettere. Non c'è contemplazione dove l'uomo si immerge in Dio dimenticando il fratello e i suoi bisogni. E non c'è contemplazione dove il credente disprezza l'umano e la sua intelligenza. Essa si nutre dei messaggi e delle energie del fare e del riflettere.
La contemplazione, a sua volta, migliora la qualità del fare e dell'operare, e purifica e dilata la capacità di riflettere, comprendere e progettare.
L'azione vissuta in modo contemplativo per il credente diventa «trasparente», sacramento di incontro con Dio. Le cose e gli oggetti da muti e silenziosi diventano capaci di «raccontare» e porre in comunione con Dio.

3. Il cammino di riconciliazione

Da sempre l'oratorio ha fatto del sacramento della riconciliazione uno dei perni del suo sistema formativo. Ha sempre esaltato l'impegno personale, il riconoscimento della propria fragilità, il sentire bisogno di salvezza fino a buttarsi tra le braccia di Dio, l'immersione in un mondo segnato dalla gioia e dalla decisione di opporsi alle forze del male. Delineiamo a tratti veloci l'orizzonte spirituale in cui collocare la riconciliazione e proporla ai giovani, per poi indicare le fasi di un cammino di riconciliazione.

L'ORIZZONTE DELLA RICONCILIAZIONE

Prima che al riconoscimento dei peccati e al sacramento, la riconciliazione viene collegata alla missione nel mondo di ogni uomo e in particolare del cristiano. Forse è vero che anche tra i giovani manca il senso del peccato. Ma ciò che più fa soffrire è che essi non riescono a riconoscere e dare un senso alla vita. Di conseguenza si parla di riconciliazione come dell'impegno di darsi un volto e una identità ispirata alla vita e al messaggio di Gesù di Nazareth.
L'oratorio pertanto aiuta i giovani a riconoscersi in ideali e valori positivi, appassionanti da realizzare, in un'utopia e un'impresa che sono capaci di chiedere le proprie energie. L'essere cristiani non viene ridotto a un lotta in negativo contro il peccato. È un compito in positivo: dare vita a un mondo che non esiste ma che è possibile, un mondo riconciliato.
Essere cristiani è lavorare per la riconciliazione dell'uomo con se stesso e con gli altri, con la natura e con le cose che utilizza ogni giorno, con la comunità cristiana e con i gesti religiosi, sapendo che in questo si realizza la felicità dell'uomo e la stessa «felicità di Dio». La realizzazione di questa impresa è il grande dono conquistato per sempre da
Cristo Gesù nella sua morte e risurrezione. La riconciliazione è il germe che Dio ha deposto nel cuore di ogni uomo che permette di avere fede nella vita.
Ma è anche un impegno che Dio affida agli uomini, immersi in un mondo dove, per motivi che sfuggono ai singoli ma che toccano la storia intera dell'umanità, le forze di male molte volte prevalgono su quelle di bene. Essere cristiani è partecipare a questa lotta nella fede di una vittoria complessiva delle forze di bene.
Dentro il lavoro per la riconciliazione l'oratorio parla di peccato. Esalta prima l'impresa positiva e in essa coinvolge i giovani. Solo dopo che insieme si è provato a lavorare si conosce il vero sapore della sconfitta e del peccato.
Il peccato non è una offesa «privata» a Dio, ma rottura del patto di fedeltà o alleanza che ognuno assume davanti a Dio e a tutti. Nel momento in cui positivamente si lotta per la riconciliazione, si percepisce che il crollo dell'impegno rompe il patto di fedeltà che lega agli altri. Il peccato è la consapevolezza che questa rottura di fedeltà tra uomo e uomo fa «soffrire» Dio che si appassiona alla causa della vita tra gli uomini.

FARE, CONTEMPLARE E CELEBRARE LA RICONCILIAZIONE

Alla luce di quanto si è detto, l'oratorio presenta la riconciliazione attorno a tre azioni: fare, contemplare, celebrare.
La riconciliazione è anzitutto qualcosa da fare, da vivere ogni giorno. Quando si parla di riconciliazione non viene immediatamente da pensare al sacramento, ma alla vita di ogni giorno e ai suoi impegni. Fare la riconciliazione è ciò a cui impegna l'aderire alla causa del Regno di Dio. Anche quando si è peccato, l'impegno non è andare solo a ricevere il perdono del sacerdote, ma riavvicinarsi all'amico, studiare nuovamente con passione, aprirsi alle sofferenze degli emarginati, vivere in coppia con rispetto e dedizione.
L'oratorio abilita a contemplare la riconciliazione, sull'onda della sua insistenza per una contemplazione che ha per oggetto i fatti della vita. Il cristiano, mentre lavora alla riconciliazione, prova a intravvedere quanto succede con gli occhi e il cuore di Dio. Solo così intravvede quanto la vita quotidiana molte volte fa sfuggire.
Contemplare è credere che un mondo davvero riconciliato, un mondo di pace e felicità, è possibile non perché Dio lo comanda, ma perché Dio lo desidera e Gesù lo ha reso possibile.
Contemplare la riconciliazione fa scoprire la presenza dura del peccato annidata nei propri gesti e in quelli de gli altri. E così, mentre si soffre con gli altri uomini e per le ingiustizie, si soffre anche perché questo tradisce e rallenta il progetto di Dio.
Ma il peccato non è l'ultima parola. Anche nel peccato e nella sofferenza che questo comporta rimane una gioia indistruttibile: Dio pone nel cuore una nostalgia di bene e restituisce le forze per ribellarsi al male. Contemplare è aprirsi al perdono di Dio che rigenera dal momento in cui si riconosce che si è sconfitti.
Il cammino vissuto nell'azione e nella contemplazione chiede di essere celebrato nel sacramento. La celebrazione viene presentata ai giovani come festa della riconciliazione o del perdono.
Celebrare la festa del perdono è ritrovarsi in una comunità di credenti, con un atteggiamento pervaso di discrezione ma anche di intima gioia, per raccontare quanto Dio ha fatto e sta facendo per noi e per ricevere dal sacerdote un gesto di perdono che scioglie dai legami del male e restituisce le energie per lottare contro le forze di male e costruire il Regno di Dio.
La celebrazione offre in pienezza le energie che Dio ha già concesso nella vita quotidiana. Nel celebrare si riconosce con commozione che il cammino percorso, che si rischiava di attribuire solo alle proprie forze, è stato dono di Dio.

IL CAMMINO DI RICONCILIAZIONE

L'oratorio non ama proporre la celebrazione del perdono come un gesto improvviso e a sé stante, ma educa a percorrere insieme un vero cammino, segnato da cinque grandi tappe.
Questo cammino viene normalmente percorso in gruppo alcune volte nell'arco di un anno, in particolare all'inizio e alla fine dell'anno sociale oratoriano e nei grandi tempi forti dell'Avvento e della Quaresima.
Non per questo l'oratorio dimentica la riconciliazione celebrata in modo personale, percorrendo in forma breve lo stesso cammino.

La conversione e l'inizio del cammino

All'inizio di ogni cammino c'è la conversione. Essa include la consapevolezza che si sono traditi gli impegni assunti per fare un mondo di giustizia e di pace, e la decisione di tornare a Dio e alla sua grande impresa.
Convertirsi è già azione dello Spirito dentro il cuore di ognuno. Essa è un movimento interiore, un cambiamento nell'intimo della persona che chiede di coinvolgere la vita personale e collettiva.
Il punto di arrivo è una decisione: rimediare fin dove è possibile al male commesso e cominciare a vivere in modo nuovo. Qui si concretizza l'oggetto della conversione: riconciliarsi.
Tale decisione non è mai lasciata alla sola responsabilità del singolo. Viene facilitata e sostenuta dal clima che il gruppo crea volutamente al suo interno. Iniziare un cammino di riconciliazione chiede anzitutto delle concrete occasioni in cui esprimersi. Normalmente non si decide a freddo. Ogni cammino viene presentato dentro le esperienze che si stanno vivendo in quel momento. Non è mai un invito a riconciliarsi in generale, ma un invito a riconciliarsi in occasione di, sollecitati da.
Celebrare in Quaresima è diverso dal celebrare in Avvento; celebrare all'inizio di un anno è diverso che inserire la celebrazione del perdono nella «festa del grazie» prima delle vacanze.

La preghiera e la meditazione del vangelo

Una volta iniziato il cammino di riconciliazione, il gruppo e i singoli vengono invitati a intensificare i momenti di preghiera e a trovare lo spazio per meditare una pagina di vangelo. Viene distribuito qualche foglio con delle preghiere e una pagina di vangelo da meditare.
Intensificare la preghiera e meditare la bibbia aiuta a rendersi conto che i propri sbagli sono davvero «peccato». Non si dà per scontato che i giovani riescano a vedere le offese verso gli altri come peccato che coinvolge Dio. La meditazione aiuta a lasciarsi conquistare dall'amore di Dio e a prendere coscienza che si è tradita la grande causa del Regno di Dio in mezzo agli uomini
Prende forma la conversione interiore, cresce l'impegno di riconciliarsi, ma anche il desiderio del perdono di Dio. Si soffre perché si è tradito il «sogno» di Dio e la speranza che Gesù ha riposto in noi come costruttori del Regno.

L'esame di coscienza e il confronto con gli altri

Il cammino di riconciliazione sollecita sempre a conoscere senza ingannarsi se stessi (come singoli e come gruppo). Non per umiliarsi, ma per avere un quadro realistico di se stessi. Ogni cammino di riconciliazione è un'occasione privilegiata per fare un passo in avanti nel conoscersi.
Il conoscersi non è finalizzato al rintracciare i peccati da «dire» al sacerdote. È necessario per riprogettarsi e avviarsi per sentieri di riconciliazione. Ci si conosce con uno sguardo al passato in vista del «pro-gettarsi» nel futuro.
L'esame di coscienza può essere realizzato in molti modi. Si offrono domande che aiutano a interrogarsi sulla situazione, tecniche per conoscersi, pagine su cui riflettere, momenti di dialogo in gruppo e di confronto con un adulto e con il sacerdote per «discutere» del proprio modo di vivere.
D'altra parte non è una riflessione in generale sulla vita. È fatta da un punto di osservazione preciso: prendere coscienza che si è tradito l'impegno del Regno di Dio. Non si cerca una conoscenza fredda, ma un conoscersi che pone in questione l'immagine accomodante che si ha di se stessi. È una conoscenza di sé che facilmente si apre alla preghiera e al colloquio con Dio.

Il progetto e la sua realizzazione

Dall'esame di coscienza si passa all'elaborazione di un piccolo progetto di riconciliazione e si comincia a realizzarlo. Non si prospetta come saldare i conti con il passato, ma piuttosto si guarda in avanti, si cercano i correttivi da apportare al proprio stile di vita. La riconciliazione manifesta qui la sua spinta alla progettualità e al cambiamento.
Il progetto di riconciliazione riporta al progetto di gruppo a cui si sta lavorando e chiede di verificare il progetto dell'oratorio. Non è solo revisione dei progetti personali. L'oratorio e il gruppo accettano di mettersi in discussione e avviare dei passi che sostengono quei cambiamenti che ognuno deve apportare alla sua vita.
Man mano che il progetto viene a delinearsi, si passa all'azione, sapendo che si collabora con lo Spirito che anima il profondo dei cuori e li prepara alla grande festa del perdono. Ora si «fa» la riconciliazione, in modo da appressarsi al perdono con i primi frutti del proprio impegno e trovare così motivo per chiedere perdono, ma anche per rendere grazie e fare festa.

La festa del perdono e la ripresa del cammino

La festa del perdono è punto di arrivo, ma anche punto di partenza.
È punto di arrivo di un cammino più o meno lungo dove si è sperimentato l'aiuto dello Spirito nel convertirsi, conoscersi, progettarsi in modo nuovo e riconciliarsi di fatto. Ora si vuole rivi vere quel cammino davanti a Dio per comprendere la ragione ultima che lo anima: la forza che nasce dalla lotta vittoriosa di Gesù contro le forze del male fino ad affrontare la morte.
La festa del perdono è vissuta in un clima gioioso, dove l'accoglienza umanissima tra le persone (in particolare del sacerdote) è simbolo dell'accoglienza con cui il padre abbraccia il figlio che torna a casa, prima ancora che questi chieda perdono.
Al centro non sta il racconto dei propri peccati, ma l'intreccio tra la nostra storia e quella di Gesù per aver motivo di esaltare il Dio che ci ha amato in Gesù fino alla morte in croce. Proprio questo intreccio apre alla fiducia e alla speranza che trovano nel perdono del sacerdote il momento più esaltante: si apre per ognuno la reale possibilità di iniziare a vivere in modo nuovo.
Il perdono si incarna in persone fragili, che solo lentamente si lasciano permeare dall'amore di Dio. Ma si riconosce anche che quei frutti che sono realisticamente possibili nelle concrete situazioni sono il compiersi del Regno di Dio, il compiersi per intero della riconciliazione nella povertà dei nostri gesti.

4. Il gioco e la festa

Gioco e festa sembrano aver perso di importanza nella nostra società, dove ciò che è ritenuto importante è il fare e il produrre, al punto da ridurli alla funzione di reintegrare le energie in vista del lavoro, come mezzi in vista di un fine.
Invece il gioco e la festa all'oratorio sono visti come fini in sé, come attività in cui i giovani possono dire con interezza la propria identità e fede, e dirla con linguaggi simbolici che coinvolgono, confermano e trasformano le persone.
Nel gioco e nella festa si sospende il corso normale delle attività, e attraverso linguaggi e gesti simbolici si comunica «sulla» vita e sul suo senso. Si mandano messaggi non di tipo informativo da un emittente a un ricevente (da un io a un tu) come nel momento del lavoro, ma di tipo autocomunicativo, diretti a se stessi: dall'io all'io, o meglio ancora dal noi al noi.
Chi gioca e fa festa si radica e conferma nella sua identità e si impone un mutamento personale e collettivo. Non c'è festa e gioco senza una nuova comprensione di se stessi di fronte alla vita e senza l'inizio di una trasformazione personale e collettiva. La festa e il gioco portano a immedesimarsi nella realtà e sentire che «è affar mio» e la si deve vivere con passione. L'identità personale e collettiva e la fede nella vita escono rafforzati. Si hanno nuove energie per affrontare la vita responsabilmente.
Si vive il gioco e la festa ogni volta che un gruppo di persone si ferma, prende le distanze dalla vita quotidiana per contemplarla, e attraverso i linguaggi e gesti simbolici rappresenta se stesso e il fondamento della esistenza. Il gioco e la festa permettono di accedere alla «memoria» intima dell'uomo, non come semplice ricordo ma come «ricordo di cò che mantiene l'uomo nel suo essere». Il gioco è un modo di conoscere la realtà nel suo intimo fondamento. Ecco perché gioco e festa vengono considerati come fini in sé e non come mezzi.

GLI APPRENDIMENTI TRAMITE IL GIOCO E LA FESTA

Proprio per le loro caratteristiche, gioco e festa vengono ad avere una funzione di apprendimento rispetto alla vita di ogni giorno. Vengono a contestare il modo di vivere di molti giovani e a indicarne uno nuovo. Sono una vera esplorazione cognitiva in cui si scoprono alternative alla «vita corrente». Diventano un giudizio sul presente e un imperativo etico per cambiarlo. Rilanciano l'uomo nella progettualità. «Giocando si anticipa ciò che può essere e deve diventare diverso, sopprimendo il bando dell'immutabilità di ciò che esiste» (J. Moltman). Si scatena l'immaginazione culturale e politica.
Gioco e festa permettono un rapporto con le persone, diverso da quello della vita quotidiana. Si avvicinano persone che di solito non si frequentano e si comunica in modo diverso. Si viene a riconoscere che si fa parte di una stessa storia, di una stessa comunità, nonostante le diversità che in certi momenti pongono in conflitto. Ci si conferma reciprocamente esistenti e partecipi di una stessa storia, degli stessi simboli e racconti. Le diversità vengono messe tra parentesi; almeno per un attimo si può comunicare in modo nuovo, foriero di nuovi comportamenti quotidiani. Le persone diventano più importanti di quel che fanno, della loro utilità-per. Non ci si incontra su quanto si sa fare e, se si parla di lavoro, si comunica sul lavoro e si rafforza così l'identità personale e collettiva.
Gioco e festa, pur essendo momenti di estrema libertà, sono attività dove si osservano regole, si compiono riti e cerimoniali, si seguono dei canovacci. In effetti sono luoghi in cui le stesse tradizioni popolari resistono più a lungo nel tempo. Ma le regole non sono vissute come regole imposte, bensì come regole che ci diamo noi, come regole che stiamo inventando e che permettono di garantire la reciprocità, la solidarietà, la comprensibilità. Si gioca sulle regole e se ne apprende il valore senza mitizzarle, anzi riconoscendone la relatività. Le regole del gioco possono, infatti, essere cambiate. Se nel quotidiano solitamente le regole prevalgono sulla libertà, qui avviene il contrario: si osservano regole di fronte alle quali ci si sente liberi. Si gioca sulle regole e si diventa liberi.

Il senso della festa

Il gioco e la festa hanno un particolare significato sociale e religioso per il prevalere dell'inutile, dello «spreco», dell'esagerazione. Sono modi per affermare il proprio «sì alla vita». Affiora la decisione che val la pena vivere, al di là della sua utilità. Non ha senso vivere perché si fa qualcosa, ma come esperienza in sé.
La gratuità della vita e del senso emergono contro ogni pessimismo, ma anche contro ogni idolo dell'uomo e delle sue costruzioni. Festa e gioco riportano sempre al fondamento della vita, nel gioco come fondamento culturale, e nella festa, soprattutto nelle celebrazioni rituali, come fondamento cristiano.
Festa e gioco, infine, pretendono che la tonalità ludica e festiva venga progressivamente a permeare il vissuto personale e collettivo. Tendono a far sì che le azioni vengano vissute con una tonalità ludica e festiva. Pretendono di «liberare» tutta la vita e di redimere quindi anche il lavoro: chi sa giocare e fare festa apprende a lavorare più umanamente e sa valorizzare il senso della fatica, della lotta, della sofferenza, dello scacco.
I messaggi del gioco e della festa accentuano le ambiguità con cui questi momenti spesso vengono vissuti, dagli adulti e dai giovani, nella società odierna. Il modo con cui i giovani vivono la festa e il gioco è segnato dalla stessa alienazione di cui soffre il lavoro.
Tutto ciò comporta alcuni impegni. È importante per l'oratorio il recupero della «serietà» del gioco e della festa, spesso ridotti a superficiale divertimento, a sfogo delle tensioni soggettive e abbandono ad attività in cui almeno per un attimo perdere la coscienza dell'angoscia, ad alienazione. In fondo molti giovani hanno paura di giocare e fare festa seriamente.
Bisogna sottrarre l'immagine del gioco e della festa da una certa infantilizzazione che essa conosce all'oratorio. Niente è più deludente che la mancanza di fantasia nel gioco e nel fare festa. Ci vogliono modi di giocare e fare festa proporzionati all'evolversi dell'età. Senza paura, tuttavia, di giocare. Ora, questa paura viene superata quando il clima complessivo dell'oratorio è familiare, di accoglienza e rispetto per tutti. Ci si abbandona al gioco quando ci si fida degli altri. Prima del giocare viene il clima di festa e di gioco.
Altro impegno è «separare» il gioco e lo sport. Troppo spesso il gioco è assorbito dal praticare uno sport. Ora, se è vero che lo sport va vissuto con una tonalità ludica, solo in parte il gioco e la festa coincidono con lo sport, soprattutto quando questo è vissuto come un compito e quasi come un lavoro da realizzare come squadra.

A SCUOLA DALLA DOMENICA

L'oratorio da sempre è stato oratorio festivo, un modo di trascorrere la domenica.
Essa è considerata una giornata di decisivi apprendimenti culturali e religiosi. Più che di svago, è giorno di scuola, al punto che la sua banalizzazione è un impoverimento dell'oratorio.
L'oratorio non può vivere durante la settimana e spopolarsi la domenica. Senza tornare al linguaggio dei precetti e accettando che il credente non va misurato sulla quantità di messe a cui prende parte, l'oratorio proclama un suo precetto festivo, come «obbligo educativo» di andare a scuola dalla domenica, perché certe realtà della vita cristiana si possono apprendere più agevolmente in tale giorno. La domenica, in altre parole, permette di apprendere il senso dell'intera settimana, il senso anche della ferialità.

- La domenica viene proposta ai giovani secondo alcune grandi strutture linguistiche per pescare nel mare profondo della vita e per rintracciarvi significati.
La domenica viene proposta anzitutto come incontro immediato, festoso, amichevole con la comunità oratoriana e parrocchiale.
Il gruppo giovanile e l'oratorio, durante la settimana chiusi al loro interno, alla domenica si aprono verso l'esterno per fare i conti con la concretezza della comunità di fede, costituita da queste persone, in questo contesto sociale, con questa tradizione religiosa. Aprirsi a queste realtà è passare da un'idea astratta di comunità, all'incontro con una comunità reale che, nella sua povertà, è «popolo di Dio».
La domenica offre diversi spazi e tempi per sperimentare l'essere comunità. La liturgia anzitutto, ma non solo, come spesso accade.
La domenica deve facilitare l'incontro intergenerazionale in momenti di scambio allegro e festoso, senza altro impegno che stare insieme e comunicare sul senso della vita che si condivide. Non è tempo di discussioni, ma riconoscimento delle radici culturali e religiose comuni, in una comune confessione di fede nella vita, consapevoli che si condividono gli stessi valori pur incarnandoli nel quotidiano in modo diverso. In un clima, pertanto, di riconoscimento che ogni generazione ha qualcosa da apprendere e insegnare.
La domenica viene ad essere così proposta come giorno della celebrazione della «memoria» comune, dell'esaltazione della «profezia» in cui insieme si crede.
Al centro della domenica sta il fare memoria dell'evento salvifico che il Padre ha realizzato in Gesù. Non è ricordare il passato, ma attualizzare l'evento che dà senso al presente. La domenica è «giorno del Signore» perché la speranza che nasce dalla risurrezione di Gesù illumina, valuta, progetta il presente.
Dalla domenica i giovani possono apprendere con intensità che vivere è interpretare il presente con pazienza, senza mai dare per scontati i risultati, soggetti alla fallibilità umana.
Da sempre la domenica è il giorno privilegiato dell'interpretazione della vita. La comunità cristiana, domenica dopo domenica e anno dopo anno, cerca una parola e cerca le tracce del Regno nella storia. La parola di Dio è il momento supremo di questa ricerca. Essa viene proclamata e commentata alla luce dell'oggi per attualizzare il compiersi della salvezza nel tempo. Ma la parola di Dio non è l'unico luogo di interpretazione. Essa rimanda al confronto sapienziale tra le persone, in famiglia, nei gruppi, nelle comunità di un paese e di un quartiere.

- Il luogo privilegiato, ma non l'unico, per la interpretazione è la celebrazione rituale.
Il grande rito è certo l'eucaristia, ma attorno ad essa si dispongono altri complessi gestuali e simbolici. La cena eucaristica raccoglie in unità i simboli sparsi lungo la domenica, dal pranzo domenicale alla festa con gli amici, dai regali al ballo popolare, dal passeggiare per la strada principale del paese e al ritrovarsi nel centro storico della città.
Alla domenica i giovani apprendono a pensare e agire in modo simbolico.
Il rito e il simbolo hanno un doppio volto, uno visibile e uno invisibile. Il volto visibile è l'insieme dei riti che costituiscono la grande cena del Signore; il volto invisibile è l'amore di Dio che viene gratuitamente offerto ad ogni uomo nella morte e risurrezione di Gesù. L'incontro con il Dio di Gesù e l'offerta della sua salvezza non avviene a fianco o nell'intervallo dei gesti e dei riti. Il rito mette in contatto con Dio.
Il rito esalta, in particolare, che il «già fatto» antecede il «da fare». Il già fatto è la salvezza in atto, il dono del Regno anche se come anticipazione. Il rito esalta il dono della salvezza, la gratuità della comunicazione con Dio che restituisce la vita al senso e dà l'energia per rispondere agli appelli del quotidiano.
Il rito propone così una grande rivoluzione culturale e religiosa, in quanto chiede di pensare la vita a partire dal Regno che è già gratuitamente offerta e presente.
L'oratorio, infine, propone una domenica di riposo. Ma quello oratoria- no è un «riposo attivo».
Anche presso i giovani, il riposo ha una connotazione negativa: tempo libero per non, tempo libero da. Tempo libero dal lavoro e dallo studio e tempo libero dalle cose serie per potersi divertire.
L'oratorio ripropone il senso del riposo domenicale come tempo della gratuità e della contemplazione. Il tempo è di riposo se vissuto come tempo gratuito, in cui ciò che si fa non è retribuito, non è in vista di, ma trova nel gusto di farlo la sua ragione.
Riposo dice gioco per il gusto di giocare. Ci si intrattiene amichevolmente in famiglia, nel gruppo, nel proprio ambiente sociale ed ecclesiale. Se durante la settimana si vive d'affanno, ora finalmente si può godere lo stare insieme.
Il tempo di riposo è anche tempo di attività di volontariato. Si fa animazione con i più piccoli, si organizza una raccolta carta, si trascorre un pomeriggio di festa con gli handicappati, si va a trovare gli ammalati.
La domenica è di riposo se è tempo di «arti liberali», quelle che ricreano dal di dentro il gusto di vivere, come leggere un buon romanzo o un altro libro interessante (non di scuola), il dedicarsi con gli amici ad un hobby (compreso uno sport), andare al cinema o a uno spettacolo teatrale.

- L'oratorio propone una domenica aperta a tutti i giovani perché tutti riescano, almeno in parte, a fare domenica.
L'oratorio si sente responsabile non solo della domenica dei suoi gruppi, ma di quella di tutti i giovani, perché tutti hanno diritto a fare domenica. Questo porta a pensare la messa domenicale in modo più accogliente possibile per tutti. Si evita che sia messa dell'oratorio, affinché sia di tutti i giovani della parrocchia.
Su misura degli ultimi o dei «lontani» vengono ripensati anche altri momenti, almeno in certe occasioni. L'oratorio può organizzare la domenica di tutti i giovani.
Senza proselitismi può aiutare ogni giovane, per quel che ne è capace, a fare domenica con momenti di gioco, mostre artistiche, spettacoli teatrali animati da giovani, giornate di calma e di silenzio in mezzo alla natura, incontro tra generazioni e con il folklore locale, esperienze di volontariato, feste popolari o giovanili.
Non a tutti i giovani sarà possibile prendere parte alla messa domenicale. Ma a tutti l'oratorio vuole offrire una domenica «silenziosa», non meno piena della forza dello Spirito, che del «principio domenica» ha fatto un tempo di trasformazione della coscienza personale e collettiva.


5. Le attività promozionali

Non si capisce l'oratorio senza le attività teatrali, sportive, culturali, di servizio. Nel loro insieme vengono a costituire il terzo nucleo delle attività distintive dell'oratorio.
A fronte dell'attuale disagio giovanile, l'oratorio, attraverso tutte le sue attività, si propone di riattivare i canali di comunicazione fra giovani e società, fra giovani e cultura, per facilitare la trasmissione e l'apprendimento culturale e per rieducare a dare risposte personali, consapevoli e creative, alle sfide della vita.
Le attività oratoriane, anche in questo ambito, sono quindi pensate come attività formative. Non si confonde l'organizzare attività con la promozione culturale e sociale delle persone. Le attività sono sempre mezzi e non fini. Sono perseguite non per se stesse, ad esempio per fare spettacolo o migliorare l'immagine dell'oratorio nell'ambiente, ma in quanto luogo educativo. L'oratorio non promuove attività, ma persone che animano attività.

PER LA PROMOZIONE DI TUTTI I GIOVANI

Nelle attività sociali e culturali all'oratorio è decisivo distinguere due fasi evolutive: l'apprendimento e la restituzione.
Le attività vengono sempre organizzate in quanto interessano un gruppo. In questo caso l'oratorio offre la possibilità di farne un luogo di crescita personale. Sono attività espressive, in quanto i giovani esprimono i loro bisogni e interessi, ma soprattutto di animazione in quanto comportano un apprendimento. Se un gruppo vuol fare teatro o musica o sport, l'oratorio mette a disposizione locali, competenze, animatori, tecnici che aiutano ad esprimersi e trasformarlo in attività educativa.
Man mano che il gruppo procede nell'apprendimento, viene sollecitato a «restituire» quanto assimila. In questo modo il servizio viene proposto come dimensione irrinunciabile di ogni attività all'oratorio. L'oratorio è luogo di servizio dei giovani ai giovani.
Sono attività legate all'apprendimento lo sport e il teatro, la musica e il folklore popolare, il cineforum e il turismo. Non possono essere considerate semplice svago o distensione, ma sempre attività culturali di natura educativa.
L'oratorio le vive con alcune caratteristiche all'interno della scelta prioritaria di essere attività di gruppo.
La prima è la ricerca della competenza, anche se essa rimane a un livello pre-professionale. Attività oratoriana non è sinonimo di qualità scadente. L'apprendimento della tecnica è essenziale, perché in essa è presente sempre la cultura umana. Trasmetterla comporta la presenza di animatori e di tecnici.
Tuttavia quelle oratoriane rimangono sempre attività pre-professionali. Possono anche abilitare a un'attività professionale, ad esempio nell'ambito sportivo, ma questo non è l'impegno principale, che rimane sempre educativo.
Del resto, più che inseguire le élite, si cerca sempre di far svolgere attività a tutti i giovani. Non per svendere le risorse e le attrezzature dell'oratorio, ma come affermazione che lo sport, il teatro, la musica e il cineforum sono un bisogno di tutti i giovani e dunque si sceglie di offrirle a più gente possibile.
L'oratorio prevede un utilizzo diverso delle energie rispetto a quelle assorbite da élite sportive o teatrali di prestigio. L'oratorio non può concentrare le sue energie su queste élite.
Tali attività non sono mai organizzate in concorrenza con altre agenzie formative. Si crede nella collaborazione, nel pluralismo, nell'importanza che da più parti si dia risposta ai problemi giovanili. Il confronto con altre proposte, oggi sempre più numerose e spesso con maggiori risorse a disposizione, richiede di ritrovare la distintività della attività oratoriana riferendole al progetto e al successo educativo più che al successo competitivo e spettacolare.
Non sentirsi in concorrenza, tuttavia, non è atteggiamento acritico e passivo rispetto alle attività delle diverse associazioni. Molti messaggi di una società consumista e libertaria, centrata sul mito dell'autorealizzazione e del solo benessere fisico, passano infatti attraverso le attività del tempo libero. Di qui l'importanza del confronto, del dibattito, della ricerca critica, per non lasciarsi influenzare dai loro modelli di vita.
Da questo punto di vista è decisivo ritrovare l'ispirazione cristiana alla base delle diverse attività, per viverle come luogo di elaborazione di mediazioni culturali, cioè di valori umani ispirati alla fede e talmente umani da esser condivisibili anche da chi non crede. Le attività oratoriane sono allora sempre produzione di cultura e di uno stile di vita cristiano significativo per tutti, rispettoso ma non ingenuo sul piano dei valori, non integrista ma pur sempre critico, capace di collaborare con tutti ma fermo nei propri convincimenti umanitari e culturali.
Tra le attività promozionali all'oratorio ci si sofferma ora su due, lo sport e il volontariato, come modelli di tutte le altre.

LA PROMOZIONE SPORTIVA

Lo sport assorbe molte energie di tanti oratori. È anche uno degli ambiti più difficili da gestire in termini educativi, perché su di esso si concentrano molte attese sociali e giovanili.
Un oratorio, prima che allo sport, fa spazio al gruppo. Se la prima domanda del giovane è praticare uno sport, la prima risposta dell'oratorio è offrirgli un gruppo entro cui fare sport.
Può sembrare ovvio, dato che molte discipline richiedono una squadra. Ma il significato è un altro: l'oratorio offre un contesto, in particolare il gruppo, dove fare sport diventa luogo di animazione.
Non per questo c'è animazione per quanto succede «attorno» allo sport. È il modo di fare sport che deve diventare animazione.
L'oratorio arricchisce lo sport facendolo lievitare a luogo di animazione. Valuta quindi positivamente l'attività sportiva come luogo formativo.
L'oratorio colloca lo sport tra le attività promozionali distinguendolo dal gioco. Lo sport ha una componente ludica, ma non è solo gioco. Implica uno specifico apprendimento sociale e culturale. Si assumono particolari contenuti tecnici e culturali e si entra in nuovi rapporti sociali. In certe situazioni lo sport rimane l'unica possibilità di trasmissione culturale e di educazione di certe fasce del disagio giovanile.
A diversità del gioco, che è attività essenziale dell'oratorio, lo sport viene organizzato come risposta a dei bisogni concreti. Al punto che, se non ci fosse richiesta, perché ad esempio lo sport viene soddisfatto altrove, l'oratorio si dedica ad altri interessi giovanili.
Dello sport si riconosce ed esalta la cura e lo sviluppo del corpo e del movimento fisico. L'oratorio non conosce un disprezzo del corpo. Fare sport è un'attività fisica che influenza positivamente, oltre che lo sviluppo corporeo, quello intellettuale, affettivo e anche religioso. Fare sport comporta che l'uso del corpo venga regolato da particolari tecniche. Ora, ogni tecnica sportiva è cultura elaborata dall'uomo per l'uomo. Nel praticare uno sport, il giovane assume dall'ambiente circostante una serie di indicazioni tecniche che danno vita alla corporeità. C'è un trasferimento di cultura, in quanto ogni tecnica veicola una particolare concezione di uomo.
L'oratorio combatte la tecnica sportiva quando questa crede di essere neutrale rispetto a qualsiasi concezione di uomo. Allena pertanto ad apprendere la tecnica facendo attenzione ai valori che veicola. Prepara a uno sport in cui non si apprende in modo passivo, quasi meccanico. Non esalta i gesti ripetitivi che snaturano un giovane, ma misura la tecnica sulla persona, in modo che sia a servizio della sua crescita globale. Quando la crescita fisica assorbe tutte le energie e strumentalizza l'intelligenza e l'affettività unicamente a servizio dell'esecuzione automatica di un movimento fisico, l'uomo viene misconosciuto.
Ogni sport implica la presenza di regole, come si è già visto per il gioco. I giovani trovano complesso soddisfare i bisogni alla luce di regole che tengono conto, oltre che del bisogno vitale, della dignità di tutti. Trovano difficile osservare regole istituzionalizzate, come quelle della morale e delle relazioni sociali. Ora, proprio il fare sport può abilitare ad apprendere, considerare, osservare, «superare» le regole.
Lo sport abilita a considerare le regole come una strategia per canalizzare le energie in vista di un bene comune. Abilita anche a fare i conti con regole già date e, in fondo, inamovibili.
Le regole nello sport (e nella vita) non sono tutto. In certe fasi bisogna avere il coraggio di andare oltre le regole in vista di un bene o di una scelta umana che nessuna regola può codificare.
L'osservanza delle regole non è fine a se stessa. Sono regole in vista della costruzione del gioco, dello sviluppo di una gara. Lo sport, da questo punto di vista, abilita alla progettualità, ad andare oltre i limiti ed elaborare un progetto e realizzarlo con faticosi allenamenti. Allo stesso tempo la progettualità sportiva porta a tenere nel debito conto i propri limiti. È forse doloroso ma indispensabile riconoscere i propri limiti fisici e sportivi. Si apprende che la progettualità è sempre da misurare con le reali forze, con i piedi per terra. Nel riconoscere i limiti sportivi e fisici, si apprende che la vita intera è segnata da limiti che non umiliano l'uomo, anche quando ne evidenziano la radicale povertà.
La progettualità viene ad accompagnarsi all'agonismo, alla passione, alla pazienza di allenarsi e di provare e riprovare ad andare oltre i propri limiti. Purtroppo l'agonismo è una energia che facilmente viene strumentalizzata per fini come la sopraffazione dell'altro. L'oratorio insegna ad animare l'agonismo con valori che non tolgono la passione e la lotta, ma la vivono come palestra di una lotta più grande e più vasta, quella fra bene e male e fra vita e morte.
In particolare l'oratorio aiuta a combattere il principio della doppia morale, quella sportiva e quella quotidiana, in base alla quale nello sport è permesso quello che non è normalmente: odiare l'avversario, aggredirlo e fargli del male, ridurlo a giocatore non persona. Lo sport si considera un mondo a parte, con una membrana protettiva dal mondo circostante. L'animazione utilizza lo sport proprio per affrontare questo problema che è comune alla separazione tra morale quotidiana e morale degli affari e della politica, dove si pretende di avere una sorta di affrancamento etico.
Tutto questo porta l'oratorio a vedere nell'attività sportiva un luogo di produzione culturale e non un semplice sfogo di tensioni fisiche ed emotive.
C'è cultura nello sport nel momento in cui l'attività fisica diventa luogo di assunzione di tecniche e contenuti umani che arricchiscono la propria identità e fede. C'è cultura nel momento in cui ciò implica rapporti tra persone, confronti di modi di vivere, ricerca e offerta di solidarietà. Lo sport, se vissuto in termini educativi, produce nuovi modelli o stili di vita.

IL VOLONTARIATO

Non si comprende un oratorio senza il servizio dei giovani ai giovani e la responsabilizzazione di tutti i gruppi a favore dell'ambiente oratoriano e di quello circostante. L'oratorio stesso si mantiene in vita, per gran parte, attraverso il servizio gratuito di adulti e di giovani.

Una esperienza formativa per i giovani

Tutte le attività di servizio sono proposte in una logica educativa, in quanto ciò che rimane prioritario è che i giovani entrino in contatto con il patrimonio della cultura e della fede, lo assimilino e lo rielaborino creativamente per dare risposte personali alle sfide della vita.
Il volontariato oratoriano è per i giovani tirocinio di apprendimento della propria identità e fede, prima che esercizio di un servizio che è compito specifico dell'adulto.
Il modo di proporre e animare il volontariato all'oratorio si diversifica pertanto da quello delle associazioni di volontariato. L'oratorio persegue un volontariato educativo. Lo intende come un tirocinio che orienta a scegliere il volontariato, in modo che da adulto diventi uno dei luoghi privilegiati dove affermare alcuni valori che altrimenti non troverebbero spazio, e dove affermare che la giustizia non è tutto, e in certi casi la gratuità assoluta deve prevalere.
Nel volontariato educativo prima che i risultati e la loro efficienza, ovviamente importanti, contano i valori che i giovani apprendono a vivere in tali esperienze. Non per questo essi usano degli altri per apprendere alle spalle dei poveri e degli emarginati. Il rispetto delle persone è preliminare e qualificante. L'altro non è mai mezzo, ma sempre fine di una comunicazione che accetta di essere fragile e povera e dunque non presume mai di «risolvere» i suoi problemi.
Alla solidarietà e al volontariato l'oratorio arriva per una sua strada. Mentre i gruppi di volontariato nascono normalmente attorno a un servizio, quelli oratoriani nascono solitamente attorno a un interesse espressivo come lo sport, il teatro o la stessa amicizia.
Il primo servizio che viene espresso è proprio quello di far funzionare bene il gruppo per attuare gli interessi per cui si è costituito. Dentro il gruppo i giovani apprendono la solidarietà passiva e attiva.
Apprendono cioè a lasciarsi accogliere dagli altri e ad accoglierli positivamente. Fare gruppo diventa esperienza di accoglienza e primo concreto volontariato, in quanto servizio dei giovani tra loro.
Tuttavia l'oratorio educa a una solidarietà anche fuori dal gruppo e aiuta a identificarsi, a seconda dell'interesse o attività che il gruppo persegue, nelle varie forme di povertà o sofferenza. In ogni ambito di attività ci si scontra conl'emarginazione, la povertà, la massificazione. Con questi problemi, i gruppi vengono aiutati a confrontarsi per chiedersi quali servizi possono rendere. Il gruppo allarga la sua esperienza e competenza a concreti gesti di volontariato, soprattutto nell'ambito giovanile. Per molti versi il volontariato dell'oratorio va dai giovani verso i giovani.
All'oratorio il volontariato è essenzialmente un'esperienza vissuta in gruppo, proprio perché sia luogo di apprendimento e cambiamento. Il gruppo sostiene il singolo nel suo approccio alla sofferenza umana senza esserne distrutto, e lo educa ad atteggiamenti che non permettono di ridurre il volontariato a fuoco di paglia.
Man mano che il gruppo procede nel suo servizio nell'ambito del suo interesse, i giovani purificano le motivazioni, si rendono competenti, si aprono a nuovi orizzonti fino a decidersi per un volontariato più impegnativo, perseguendo il servizio reso fino a quel momento oppure orientandosi verso altre forme e ambiti .

L'apertura alla dimensione culturale e politica

L'oratorio conosce il volontariato sia esercitato al suo interno sia quello nell'ambiente circostante.
Vissuto all'interno diventa scelta del servizio educativo a quelli che sono più giovani, come animatori che di volta in volta sono catechisti, allenatori, tecnici delle varie attività. Si entra nel volontariato quando una squadra sportiva si scioglie ed alcuni decidano di fare gli animatori-allenatori, o quando un gruppo teatrale crea nuovi gruppi con giovani che manifestano tale interesse, oppure ne hanno bisogno per liberare la loro soggettività e arricchire la loro cultura.
Il volontariato esterno non è meno importante, perché comporta che l'oratorio si decentri e progetti se stesso a partire dalla domanda formativa del l'ambiente. Ecco allora che i gruppi individuano la mappa dei bisogni, cercano come rispondervi, si incontrano con altri gruppi che svolgono servizi identici, si qualificano. Solitamente anche questo volontariato è svolto nell'ambito della prevenzione, perché l'esperienza oratoriana ha reso sensibili a questo processo educativo. Tuttavia, man mano che ci si apre verso l'esterno e ogni giovane chiarisce la sua vocazione, l'oratorio abilita a sperimentare il contatto con situazioni di povertà che richiedono interventi e competenze anche di tipo terapeutico.