Laici: una vocazione dentro e «fuori» della Chiesa

Inserito in NPG annata 1988.


Luis A. Gallo

(NPG 1988-08-34)


Come è noto, il termine «laico» non è di proprietà esclusiva della Chiesa, almeno in Italia.
Viene infatti adoperato anche nel campo civile e giudiziario, e perfino in quello politico, creando alle volte non poche confusioni quando lo si usa nell'ambito ecclesiale. È ovvio che qui mi riferirò costantemente al senso che tale termine ha nella Chiesa.

IL «RITORNO» DEL LAICATO NELLA CHIESA

Nel nostro secolo è stato il Concilio Vaticano II a segnare una grossa novità nei confronti dei cristiani-laici. Una novità che non è spuntata però di colpo e senza precedenti. Infatti, un forte movimento nelle basi della Chiesa stessa era andato preparando il rinnovamento che il Concilio ha recepito e sancito, e le cui implicanze sono ancora lontane dall'essere esaurientemente esplicitate, tanto a livello teorico quanto a livello soprattutto pratico.

Una Chiesa che cerca di «de-mondanizzarsi»

Volendo esprimere in poche parole ciò che caratterizzò il fecondo e travagliato processo che visse l'ultimo Concilio, lo si potrebbe fare riprendendo alcune frasi pronunciate dal card. G.B. Montini, allora arcivescovo di Milano, nell'intervallo tra il primo e il secondo periodo della sua celebrazione. Spiegando a dei giovani sacerdoti ciò che stava capitando in esso, disse: «La Chiesa cerca con grande fiducia e grande sforzo di meglio definirsi, di comprendere meglio ciò che essa è (...). Mentre cerca così di qualificarsi e di definirsi, la Chiesa cerca il mondo. Per incontrare se stessa, cerca il mondo».
Questa frase è veramente pregnante. Essa implica una visione ecclesiologica profondamente innovatrice nei confronti di altre ecclesiologie precedenti. Equivale a dire che il mondo - e per mondo si intende qui la concreta società umana attuale, come si vede dal contesto - entra nella definizione stessa della Chiesa; significa quindi, di conseguenza, che la Chiesa non può autodefinirsi senza riferimento ad esso.
Ciò risulta sconvolgente se si pensa che il Concilio fu convocato da papa Giovanni, come poi confermò anche il suo successore Paolo VI, per riportare la Chiesa alla sua autenticità originale, per ricondurla ad una più stretta fedeltà a Colui che l'ha chiamata all'esistenza, Gesù Cristo. Sembrerebbe perciò che tutto lo sforzo per riuscirvi dovesse consistere nel guardare all'indietro, nel tornare a rispecchiarsi in quello straordinario modello che è il Cristo Signore.
Eppure non è stato così che ha agito il Concilio. O, meglio, non è solo questo che ha fatto. Esso ha guardato, e molto insistentemente, il volto del suo Sposo, per usare la figura paolina tanto nota (cf Ef 5,22-30), ma ha guardato anche, e con non minore insistenza, il mondo attuale. Tanto da suscitare il sospetto di un tradimento alla sua natura religiosa e, per così dire, verticale. Lo stesso Paolo VI dovette intervenire per cercare di dissipare tale sospetto alla vigilia della chiusura del Concilio. E lo fece magistralmente, ricordando che per la Chiesa in concilio la religione è stata quella del Vangelo, quella del Buon Samaritano, quella che consiste nel «visitare le vedove e gli orfani nelle loro necessità» (Giac 1,27). In altre parole, che il verticale si verifica nell'orizzontale, perché «chi non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede?» (1 Gio 4,20).
Se si vuole essere oggettivi occorre però riconoscere che, in una prima tappa della sua ricerca, la Chiesa radunata in concilio ebbe un momento d'intensa concentrazione su se stessa. Aveva bisogno di scrollarsi d'addosso una serie di cose che l'inerzia dei secoli era andata sedimentando nelle sue pieghe, non tutte a dire il vero genuinamente evangeliche.

Un lento cammino di «distacco»

Per capirlo bisogna andare indietro nel tempo. Perché le radici di tale situazione si ritrovano in realtà nel lontano secolo IV. Il decreto di Costantino, con il quale in quel momento veniva dichiarata la liceità dell'esistenza del cristianesimo nella società imperiale, produsse degli effetti molto favorevoli alla vita e alla missione della Chiesa da certi punti di vista, ma innescò pure un processo di profonde trasformazioni, non sempre pienamente confacenti con l'ispirazione iniziale.
Infatti, nei primi tre secoli il cristianesimo mantenne un rapporto prevalentemente critico verso il mondo nel quale entrò decisamente dopo i primi anni vissuti all'interno del mondo giudaico.
L'Impero romano gli si presentava come fortemente contrastante, in più di un punto, con l'ideale proposto dal Vangelo: il politeismo religioso, l'assolutizzazione e sacralizzazione del potere politico, la divinizzazione della potenza militare, la dissoluzione dei costumi familiari e sociali... si possono annoverare tra i principali motivi di questo contrasto. Si spiega così come quel mondo, che si sentiva frontalmente intaccato dai cristiani, li abbia tacciati di «odiatori del genere umano» e abbia reagito scatenando le persecuzioni contro di essi.
Con Costantino le cose cambiarono abbastanza radicalmente. In seguito alla sua decisione, a poco a poco la Chiesa e quel mondo andarono avvicinandosi fino a costituire la «christianitas». Chiesa e società finirono per identificarsi in gran parte sociologicamente.
Le conseguenze furono profonde per ambedue. La Chiesa ebbe facilitata la possibilità di vita e di annuncio, ma soffri anche un processo di modernizzazione, in alcuni momenti nel senso deteriore della parola. Un certo andamento eccessivamente istituzionale, societario, piramidale e clericale andò affermandosi attraverso i secoli in essa, con innumerevoli conseguenze per la sua vita interna. Da parte sua il mondo, e cioè le successive società in cui visse questa Chiesa, andò ecclesializzandosi, guadagnando da una parte in valori evangelici e perdendo dall'altra in autonomia.
È vero che poi, col passare del tempo, la cristianità andò sgretolandosi, e che da un certo momento in poi, prima la sfera del politico, poi quella della scienza, e poi a poco a poco tutte le altre si sono andate staccando dalla tutela ecclesiale in un processo di crescente e incontenibile ripresa di autonomia, spesso osteggiata dalla Chiesa stessa. Ma anche quando le cose sono arrivate a questo punto, certi modi di essere e di agire, generati dal connubio tra Chiesa e società, sono rimasti incrostati nella Chiesa. Basti pensare al modo in cui venne esercitata in essa l'autorità per averne una chiara conferma.
Si spiega così che, desiderando rinnovarsi in profondità, come aveva già tentato di fare in diverse altre occasioni, la Chiesa del Vaticano II abbia cercato in un primo momento di focalizzare quei punti nodali della sua vita e della sua organizzazione che più urgentemente richiamavano un cambiamento. Perciò, nella prima tappa del Concilio, la preoccupazione fu prevalentemente e fortemente intraecclesiale. Si potrebbe dire che la Chiesa sentiva il bisogno di «de-mondanizzarsi», di staccarsi cioè da tutte quelle forme di essere e di agire che, più che al Vangelo di Gesù Cristo, si ispiravano a forme socio-storiche di esistenza.
Volle perciò rivedere se stessa fondamentalmente come «mistero», un mistero di comunione che trae la sua origine dalla realtà più intima del Dio Uno e Trino e si modella fondamentalmente su di essa, costituendosi così in «sacramento di comunione» con Dio e tra gli uomini, e in «Popolo di Dio» che cammina nella storia verso la pienezza finale.

Ripercussioni sulla condizione ecclesiale dei laici

Uno degli effetti più notevoli di questa nuova impostazione fu la revisione del modo di concepire i rapporti tra i membri all'interno della stessa Chiesa. E i cristiani-laici, ridotti un tempo praticamente alla condizione di «cristiani di seconda categoria», ne furono i più direttamente avvantaggiati.
La comunione fraterna ispirata al Vangelo e ripresa come ottica globale dell'impostazione ecclesiologica, non poteva più sopportare disuguaglianze fondamentali come quelle che una certa mondanizzazione della Chiesa aveva introdotto e consolidato, «riguardo alla dignità e all'azione comune a tutti i fedeli nell'edificare il Corpo di Cristo» (LG 32b).
I cristiani-laici non furono più identificati prioritariamente dal loro «non essere» membri dell'ordine sacro o dello stato religioso, bensì dal loro «essere» incorporati al Corpo di Cristo col battesimo e costituiti Popolo di Dio e, quindi, partecipi, con gli altri suoi membri, benché in modo proprio, dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo (LG 31a).
Eppure, si deve riconoscere con onestà che in tutta questa rinnovata impostazione comunionale, il mondo, benché non dimenticato, è rimasto come nella penombra, quasi disatteso.
Ciò si può constatare analizzando soprattutto la costituzione dogmatica Lumen Gentium e gli altri documenti che da essa dipendono direttamente. (Dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa dipendono direttamente quasi tutti gli altri documenti, eccetto la Costituzione sulla Liturgia - che è anteriore in elaborazione e approvazione - e la Costituzione pastorale che, come accenneremo, pur senza rinnegare la Lumen Gentium, la superò orientandosi in una nuova direzione).
Il riferimento al mondo è in essi molto scarso. La Chiesa ivi tratteggiata è in realtà una Chiesa che può auto- definirsi da se stessa, senza un rapporto costitutivo con il mondo: essa può dire ciò che è senza dover necessariamente riferirsi al mondo. Nella costituzione dogmatica, per stare solo al documento-guida, il riferimento più ampio ed esplicito al mondo lo si trova - ed è già significativo che sia così - nel capitolo quarto, dedicato precisamente ai membri laici del Popolo di Dio.
In tale capitolo sono da fare due rilievi per ciò che concerne la nostra tematica.
In primo luogo, che la peculiarità propria della condizione laicale viene riposta nella secolarità. E secolarità vuol dire, in concreto, esistenza «nel secolo, cioè (...) in tutti e singoli i doveri e affari del mondo, e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale» (LG 31b); e vuol dire, anche, missione particolare al mondo: «ivi (i laici) sono chiamati da Dio a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo, mediante l'esercizio del proprio ufficio e sotto la guida dello spirito evangelico (...); a loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano sempre fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e Redentore» (LG 31b).
In secondo luogo, che in tale particolare riferimento dei cristiani-laici al mondo, quest'ultimo è visto sì come destinatario privilegiato dell'azione laicale, ma non ancora come un fine in se stesso, bensì come un mezzo, come qualcosa da trasformare affinché sia «meglio preparato per il seme della parola divina, e insieme (siano) più aperte le porte della Chiesa, per le quali l'annunzio della pace entri nel mondo» (LG 36c).
Si tratta quindi ancora di una visione prevalentemente ecclesiocentrica, nella quale il mondo, e cioè le realtà cosiddette temporali, sono considerate dalla prospettiva della Chiesa.

Una Chiesa alla ricerca del mondo

Mentre dunque nella prima ondata conciliare la «demondanizzazione» a cui abbiamo accennato fu salutare, presto però si sentì il bisogno di rimandare decisamente verso il mondo. Con un atteggiamento nuovo, naturalmente.
La sensibilità di non pochi Padri conciliari verso le grandi problematiche della società contemporanea, affiorate già episodicamente nel messaggio iniziale inviato a tutti gli uomini di buona volontà, si fece strada a poco a poco nel proseguo del Concilio, imprimendo un nuovo andamento alla ricerca ecclesiale. Non più i problemi intra-ecclesiali o inter-ecclesiali, ma i problemi trans-ecclesiali (preferiamo dire «trans-ecclesiali» e non semplicemente «extra-ecclesiali», perché si tratta di problemi che, interessando l'umanità, non possono non toccare la Chiesa che vive ed opera in essa) cominciarono ad occupare l'attenzione dell'assemblea conciliare. Il mondo apparve davanti ai suoi occhi in tutta la sua statura e in tutta la sua autonomia, richiedendo, magari senza parole, la sua collaborazione per affrontare le sue grosse preoccupazioni.
Fu allora che si senti il bisogno di elaborare un nuovo documento, non preventivato inizialmente, che dopo non poche né facili vicende fini coll'essere l'attuale costituzione pastorale Gaudium et Spes.
L'impostazione ecclesiologica soffrì da allora una forte e profonda trasformazione. Si potrebbe dire che venne sottoposta ad una metamorfosi che ebbe come effetto una vera «rivoluzione copernicana». L ' ecclesiocentrismo precedente cedette il posto ad un decentramento radicale: non più il mondo, ossia la società umana attuale, al servizio della Chiesa quale occasione o mezzo per il raggiungimento dei suoi fini, ma viceversa la Chiesa al servizio del mondo, di questa umanità in cerca della sua realizzazione. «La Chiesa si dichiara quale serva dell'umanità», disse programmaticamente Paolo VI la vigilia della chiusura del Concilio, condensando magistralmente questa nuova ottica ecclesiologica.
Come si sa, il Concilio non ebbe tempo di trarre le conclusioni di questa programmatica dichiarazione. Avrebbe dovuto ripensare alla sua luce uno per uno tutti quei punti nodali antecedentemente affrontati. Fu compito del postconcilio realizzare tale ripensamento, con le difficoltà ancora oggi facilmente percettibili.

Alcune conseguenze per la condizione dei cristiani-laici

Una prima conseguenza sembra derivare con indiscutibile logica da tutto ciò: il carattere secolare dell'intera Chiesa. Se il mondo entra nella definizione stessa della Chiesa in modo tale che questa non può autodefinirsi senza di esso, se la totalità della comunità ecclesiale è missione di servizio al mondo, allora è la totalità della Chiesa che, in questo preciso senso, è secolare.
I problemi dell'umanità in quanto tale sono quindi i problemi dell'intera Chiesa, a tal punto che essa è sollecitata a rimandare a un secondo piano i suoi propri problemi interni, per occuparsi prioritariamente di essi. È sollecitata a farlo, certamente, sotto la guida dell'ispirazione evangelica, cosa che costituisce la sua specificità, ma non per questo meno appassionatamente di altri gruppi o movimenti di ispirazione diversa o addirittura opposta al Vangelo.
Una seconda conseguenza sembra derivare con non minore indiscutibilità: in questa Chiesa interamente secolare, i membri cosiddetti laici occupano un posto di avanguardia. Sono essi, infatti, come lo riconosceva già la Lumen Gentium (n. 31b), ad essere più direttamente a contatto, per la loro forma globale e tipica di esistenza, con le realtà del mondo.
Gli altri membri, i ministri ordinati o pastori e i religiosi e le religiose, pur essendo ugualmente chiamati al servizio evangelico al mondo, lo fanno conducendo un modo di esistenza globale che li coinvolge in forma diversa nelle realtà temporali. Ai pastori o ministri ordinati, per esempio, la responsabilità di presidenza delle comunità (LG 20c), che richiede da loro un determinato tipo di impegno, pur senza distoglierli dai problemi del mondo, anzi rapportandoli strettamente ad essi, li obbliga però a farlo in un modo che non è esattamente quello dei cristiani-laici.
Qualcosa di analogo succede con i religiosi e le religiose in forza del loro impegno a vivere i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza (LG 31 b).
Non ci interessa entrare a dilucidare qui in che cosa consista questa diversità nel modo di rapportarsi al mondo. Ci interessa piuttosto ribadire l'importanza decisiva che ha per i cristiani-laici il loro rapporto con il mondo in una Chiesa interamente chiamata a essere serva di questo mondo e, ancora di più, ci interessa calare questa loro vocazione nella concretezza della realtà.
Perché il mondo al quale è inviata l'intera Chiesa nella sua missione di salvezza non è un'astrazione, ma una realtà concreta: è l'umanità di oggi con tutte le sue gioie e speranze, ma anche con tutte le sue tristezze e angosce (GS 1). Si tratta, fondamentalmente, delle conquiste e delle sconfitte che oggi, per la prima volta nella storia, hanno delle connotazioni planetarie.
Le conquiste odierne sono facilmente percettibili. Lo straordinario progresso scientifico-tecnico sta rendendo noi uomini sempre più capaci di mani polare la natura e la società, producendo una crescita mai precedentemente conosciuta di benessere e di abbondanza e una accelerazione quasi vertiginosa della storia.
Già la Gaudium et Spes si era fatta eco dell'ammirazione che tutto ciò suscitava nella coscienza contemporanea (nn. 3.4-9). Ciò che invece la costituzione pastorale non colse con tanta chiarezza, sono le sconfitte che noi stessi ci siamo preparati all'interno di questo processo. Oggi ne siamo più consci. E non è la sola minaccia dello sterminio nucleare a farcene prendere coscienza. Ci sono tante altre forme di inumanità provocate nell'ambito del rapporto con la natura - si pensi al problema ecologico nei suoi diversi risvolti -; nell'ambito del rapporto tra le persone e i diversi gruppi umani - è sufficiente ricordare il planetario conflitto Nord-Sud, o quello tra uomini e donne, o ancora quello razziale -; e nell'ambito del rapporto con Dio - basta pensare al fenomeno dell'ateismo massiccio e a quello della manipolazione della fede a scopi politici -. Tutte queste situazioni sono delle sfide all'umanità, e sono per ciò stesso delle sfide alla Chiesa che vuole prestarle il suo servizio evangelico.
È su questo fronte principalmente - benché non esclusivamente, come diremo in seguito - che viene sollecitata l'azione dei cristiani-laici. Sono questioni che hanno a che vedere direttamente con le realtà cosiddette secolari, in mezzo alle quali essi vivono giorno per giorno la loro esistenza.
Tutti i cristiani laici e le cristiane laiche, a cominciare da quelli che trascorrono la loro vita nella monotonia e forse anche nel grigiore di una vita semplice e nascosta, fatta di famiglia, lavoro e svago, di piccole o grosse gioie e preoccupazioni, fino a quelli che occupano dei posti importanti e decisivi nei grandi centri di decisioni di tipo politico, sociale, economico e culturale: tutti sono chiamati a dare il loro contributo alla soluzione di questi grandi problemi.
Ciò, evidentemente, non annulla l'urgenza di dare risposta a quei problemi a corto raggio che esigono una risposta immediata e, per dirla con una parola d'altra parte alquanto ambigua, assistenziale.
Si sa che per molti è l'ambito in cui ordinariamente sono sollecitati al servizio al prossimo.
Ma ciò non dovrebbe portarli a trascurare e, ancora meno, ad ignorare i luoghi dove oggi più largamente e più decisivamente si giocano le sorti degli uomini

I CRISTIANI-LAICI IN UNA CHIESA CHE HA «RISCOPERTO» IL MONDO

Essere membro laico della Chiesa di Gesù Cristo oggi implica, quindi, prendere sul serio ciò che accade nel mondo. Nel macromondo dei rapporti socio-politici, dove si elaborano le grandi decisioni che interessano direttamente o indirettamente l'intera umanità e i suoi singoli membri; e nel micromondo dei rapporti interpersonali, dove queste decisioni si ripercuotono in mille modi diversi.
Lì, a contatto con queste situazioni, il cristiano-laico è chiamato a svolgere il suo servizio evangelico, a collaborare dall'interno, «a modo di fermento» (secondo l'espressione di LG 31b), alla trasformazione della convivenza umana.

Dimensioni del servizio dei cristiani-laici

Questo servizio evangelico il cristiano-laico è chiamato a realizzarlo, dietro le orme di Gesù Cristo, da profeta, da liturgo e da signore, per usare la tipica tripartita caratterizzazione conciliare.
La sua profezia consisterà principalmente nel cercare di «scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo» (GS 4a), o di «discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, i segni veri della presenza o del disegno di Dio» (GS 11a). Un discernimento orientato all'annuncio a voce alta di quanto di positivo trova nel mondo, riconoscendo in esso una manifestazione del progetto salvifico di Dio, e alla denuncia coraggiosa di quanto di negativo vi scopre, ritenendolo presenza del «mistero dell'iniquità» (cf Documenti di Puebla). Ma un discernimento orientato soprattutto a provocare il proprio e l'altrui impegno di azione nella direzione del discernimento realizzato.
La sua liturgia sarà la realizzazione di quel «culto spirituale» del quale parlava S. Paolo nella sua lettera ai cristiani di Roma (Rom 12,1-2), e che la costituzione Lumen Gentium ha collegato così strettamente con l'esistenza prevalentemente secolare condotta dai cristiani-laici. Una liturgia, un culto, un sacerdozio vissuti nell'impegno serio e responsabile in tutto ciò di cui tale esistenza è intessuto, e che poi vengono celebrati specialmente nell'Eucaristia (LG 34b).
Come Gesù Cristo, anche il suo discepolo laico si sforzerà di esercitare una signoria sulle realtà del mondo. Cercando, in primo luogo, di non lasciarsi dominare da esse, piccole e grosse che siano, e collaborando perché neanche gli altri si lascino soggiogare da esse. Essere signore significa anzitutto questo: non vivere da schiavo. Siccome però sia la natura sia le altre realtà prodotte dall'uomo a partire da essa facilmente asservono l'uomo, il campo d'impegno risulta da questo punto di vista negativo veramente immenso.
C'è poi tutto l'aspetto positivo di questa signoria, che consiste nell'arrivare ad una gestione tale delle realtà cosiddette temporali, che le abiliti a contribuire sempre più alla vita e alla maturità degli uomini, e non alla loro morte. Ed è qui che, come abbiamo già anticipato precedentemente, il campo del servizio laicale è più che mai urgente, data la situazione del mondo attuale. I cristiani-laici dovrebbero contribuire con tutte le loro capacità e competenze a fare in modo che la convivenza umana diventi sempre meno inumana e sempre più consona con la dignità dell'uomo.
Nel farlo, poi, è importante che essi sappiano riconoscere l'autonomia delle realtà secolari (cf GS 36b) senza cercare di ripristinare situazioni ormai superate, quali quella di voler ricreare una nuova cristianità, alquanto ritoccata ma sostanzialmente analoga a quella già vissuta in altri tempi. Né la società odierna - sempre più autonoma e in questo senso sempre più adulta - lo sopporterebbe, né la visione di una fede aggiornata lo potrebbe accettare.
È pure importante che si rendano conto che, nell'assunzione di questo impegno, essi non sono soli al mondo. Molti altri uomini e donne, che per mille motivi diversi si ispirano non al Vangelo di Gesù Cristo, ma ad altre proposte, stanno portando avanti un impegno simile, con tanto o alle volte con ancora maggior entusiasmo di essi. «Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità», diceva la Gaudium et Spes (n. 43b) riferendosi precisamente ai laici. Nessun atteggiamento di superiorità, di competitività o di proselitismo dovrebbe quindi ispirare il loro impegno.
Ancora una caratterizzazione dell'agire dei cristiani-laici nel loro impegno della convivenza umana: tenendo presente il modo in cui agì Gesù Cristo, dovrebbero impostare la loro azione in modo tale che essa favorisca decisamente coloro che nella società, ad ogni livello, sono i più poveri, i più disattesi, in una parola gli ultimi. È la opzione preferenziale per i poveri che la Chiesa, dietro le orme del suo Iniziatore, ha voluto ribadire recentemente in più di un'occasione.

Dimensioni del servizio all'interno della comunità ecclesiale

Ma i cristiani-laici sono solo cristiani nel mondo? È una domanda che potrebbe ora sorgere spontanea. Torniamo cosí alla concezione preconciliare secondo la quale ai pastori e ai religiosi spettavano le cose spirituali o, se vogliamo, intra-ecclesiali, mentre ai laici corrispondevano quelle temporali o trans-ecclesiali?
Se teniamo presente quanto finora detto, questa classica spartizione va decisamente scartata. È il Concilio che l'ha scartata. Bisogna ribadirlo: nella comunità ecclesiale a tutti, senza eccezioni, spettano tutte e due le cose. In modo diverso, certamente, a seconda della vocazione di ciascuno. Orbene, se nel modo proprio di vivere ecclesialmente dei cristiani-laici l'accento viene posto sulle realtà trans-ecclesiali, ciò non significa che essi non abbiano delle responsabilità nei confronti della Chiesa al suo interno. Essi, diceva già la Lumen Gentium, «compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano» (n. 31b).
Il loro servizio intra-ecclesiale può venir anche sistematizzato attorno ai tre classici assi precedentemente accennati. Anche all'interno della comunità credente essi sono profeti, liturgi e signori.

Protagonisti della Parola

La Chiesa, quale comunità di discepoli di Gesù Cristo, è per vocazione una comunità profetica. Essa nasce dall'ascolto della Parola di Dio (cf AT 2,42) che svela il suo progetto di salvezza, si nutre costantemente di essa, la annuncia ininterrottamente a se stessa (cf EN 15d) e al mondo. Sa che la Parola è luce che illumina la strada della vita. Sa anche che tale Parola la trova specialmente nella Bibbia, ma anche nella vita stessa della comunità e nella storia degli uomini (cf GS 11a).
In questo contesto bisogna tener presente che c'è stato un tempo in cui, per motivi storicamente spiegabili, il servizio della Parola è stato riservato a coloro che nella comunità ecclesiale hanno la responsabilità della presidenza. Essi esercitavano un «magistero» verso gli altri, un magistero mediante il quale facevano passare autorevolmente al resto della comunità la Parola rivelata.
Risultato di tutto ciò era quella situazione in cui la Chiesa si presentava come spaccata in due: da una parte la Chiesa «docens», costituita dai ministri ordinati, e dall'altra la Chiesa «discens», formata dagli altri, e specialmente dai laici.
Oggi, alla luce di quanto ha segnalato il Vaticano II, ciò va superato. La Parola di Dio è affidata all'intera comunità ecclesiale perché se ne nutra, e perché la proclami al mondo intero quale servizio di salvezza (cf GS 1.3). Essa è tutta intera una Chiesa «docens» e una Chiesa «discens», benché in maniera diversa a seconda delle diverse responsabilità svolte al suo interno.
I cristiani-laici non sono quindi dei semplici «clienti» della Parola che «distribuiscono» i pastori, ma protagonisti, insieme ad essi e dietro la loro animazione e presidenza, dell'accoglienza e dell'annuncio della Parola stessa.
Ciò acquista una ancora maggior concretezza se si tiene presente quanto abbiamo precedentemente ricordato circa il discernimento profetico da esercitare nei confronti della storia. Se è vero, come afferma la Gaudium et Spes, che il soggetto di tale discernimento è «il Popolo di Dio» (n. 11a), e cioè l'intera comunità ecclesiale, è anche vero che all'interno di questo Po polo sono i cristiani laici ad avere un rapporto di solito più stretto con «gli avvenimenti, le aspirazioni e le richieste» degli uomini d'oggi.
A loro spetta quindi un ruolo molto decisivo in tale discernimento. Si potrebbe dire, con le precauzioni necessarie a scansare ogni equivoco, che a loro spetta un «magistero» decisivo. Qualcosa del genere insinuava la Gaudium et Spes in questo contesto quando, con grande senso di realismo, diceva: «Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che ad ogni nuovo problema che sorge, anche quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta o che proprio a questo li chiami la loro missione: assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del magistero» (n. 43b).

Comunità sacerdotale

La comunità ecclesiale, inoltre, è una comunità sacerdotale. Essa celebra il suo culto e la sua liturgia specialmente nei grandi segni sacramentali. Anche in questo contesto va superata una situazione plurisecolare creatasi per motivi che non è qui il caso di analizzare. Forse ancora con maggiore evidenza che nell'anteriore, i cristiani-laici, e ancora più palesemente le cristiane-laiche, sono finiti per essere considerati e per autoconsiderarsi quali «minorenni» che ricevono dagli altri, dagli «adulti», ciò che riguarda la santificazione e la grazia attraverso i gesti rituali.
Non è così che ha impostato le cose il Concilio. Ritornando alle più genuine origini della fede, esso ribadì il protagonismo sacerdotale dell'intera comunità celebrante. Un protagonismo che, ovviamente e per trattarsi di una comunità «organica», nella quale interagiscono diverse funzioni e responsabilità, si diversifica in svariati ruoli. I cristiani-laici, quindi, sono dei veri «concelebranti» nei diversi atti liturgici ai quali partecipano.
Possiamo rilevare anche qui il contributo caratteristico dei laici nella liturgia. Se questa è espressione di una Chiesa «estroversa», protesa al servizio del mondo nel suo travagliato cammino di crescita, dovrà essere una liturgia permeata da quelle istanze che vengono alla fede da ciò che capita nel mondo. In quello microscopico e in quello macroscopico. Altrimenti sarebbe una liturgia alienata. Si intravede allora quale sia il contributo che i cristiani-laici, vivendo gomito a gomito con gli altri uomini e donne del mondo le situazioni gioiose o problematiche che lo segnano, possono apportare alle celebrazioni ecclesiali. È lì che il loro sacerdozio spirituale, vissuto nella quotidianità più «profana», acquista la qualità di «celebrazione» della vita (cf LG 34b).

Un potere «decisionale»

C'è infine la dimensione regale dell'esistenza ecclesiale. Essa ha a che fare con l'organizzazione, la conduzione e il funzionamento interno di questa Chiesa serva dell'umanità.
Se c'è un aspetto nel quale la spaccatura già accennata era un tempo palese, è proprio questo. Da questo punto di vista i cristiani-laici sono stati veramente ritenuti e sono finiti per ritenersi soggetti passivi delle decisioni dei pastori, ai quali erano tenuti a prestare soprattutto e fondamentalmente obbedienza e sottomissione. Il potere decisionale per le cose che riguardavano l'intera comunità, e anche in molti aspetti i suoi singoli membri, era solamente ed esclusivamente in mano a coloro che governavano la Chiesa. Questa risultava così una società veramente asimmetrica. Tutto ciò veniva giustificato, naturalmente, mediante affermazioni neotestamentarie interpretate a partire da una determinata sensibilità.
Il Concilio ha voluto innovare tale situazione. Bisognava farlo se si voleva essere coerenti con le opzioni ecclesiologiche prese. Anche se ancora con una certa timidezza, la Lumen Gentium affronta la tematica guardandola dai due punti di vista, quello dei cristiani-laici e quello dei cristiani-pastori.
Dei primi dice che, «secondo la scienza, competenza e prestigio di cui godono, hanno la facoltà, anzi talora anche il dovere, di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa» (n. 37a).
Ai secondi segnala: «I Pastori riconoscano e promuovano la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa; si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli uffici in servizio della Chiesa e lascino loro libertà e campo di agire, anzi incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria iniziativa. Considerino attentamente e con paterno affetto in Cristo le iniziative, le richieste e i desideri proposti dai laici» (n. 37b).
Sono, come si vede, degli orientamenti che, pur nella loro sobrietà, denotano già uno spirito nuovo.
Non si tratta di sopprimere l'autorità nella Chiesa, ma di conferirle il suo autentico senso di servizio indicato dal Vangelo (cf Mc 10,42-44) e solennemente ribadito dal Vaticano II all'inizio del capitolo dedicato alla «costituzione gerarchica della Chiesa» (cf LG 18a). I cristiani-laici non dovrebbero essere quindi dei semplici esecutori di quanto viene deciso dai pastori, ma il più possibile dei veri protagonisti di tali decisioni. Specialmente di quelle che riguardano l'intera comunità nella sua vita interna e nel suo servizio al mondo.