Un «cuore» oratoriano

Inserito in NPG annata 1988.


Intervento di Don Egidio Viganò

(NPG 1988-5-19)


Le Ispettorie salesiane d'Italia hanno scelto come orientamento per i prossimi anni la «significatività» della loro presenza. Ora, io credo che il rilancio dell'Oratorio ringiovanirà la fisionomia della vocazione salesiana.

La sintesi di un sistema educativo

L'88, anno centenario della morte del nostro Santo Fondatore, ci interpella ad essere concreti: l'Oratorio è stato il primo luogo della missione storica di Don Bosco. Su questo aspetto ho già scritto precedentemente; riporto qui alcune affermazioni.
«Don Bosco, come discepolo di Gesù Cristo, è stato prete, educatore, fondatore, scrittore, editore, viaggiatore, cittadino famoso, uomo di Dio, iniziatore di una scuola di santità e di apostolato nella Chiesa. La sua immagine storica di uomo evangelico presenta molti aspetti che sono degni di attenta considerazione.
Se ci domandassimo però qual è in lui la nota dominante, l'espressione più tipica della sua sequela del Cristo, il nucleo dinamico del suo carisma, io risponderei, senza esitare, che è la radicale donazione di sé a Gesù Cristo, per rivolgersi totalmente, in Lui e con Lui, ai giovani con l'iniziativa apostolica dell'Oratorio».
E più avanti: «È con questo tipo di attività pastorale che il nostro Padre è diventato segno e portatore dell'amore di Cristo ai giovani poveri e ai ceti popolari; nell'Oratorio ha inventato la sintesi pratica del Sistema Preventivo; lì è approdato al traguardo della sua vocazione guidato sempre da Maria; lì ha riletto e meditato il Vangelo, per rendere presente nella società in evoluzione il Mistero di Cristo.
L'Oratorio è il luogo primo della missione storica di Don Bosco, dove si è accesa e da dove divampa la scintilla iniziale del suo proposito di sequela del Signore, dove si trova la sorgente zampillante di quella carità pastorale che scorrerà come un fiume nella tradizione salesiana.
L'Oratorio è il luogo della peculiare intuizione evangelica di Don Bosco, della sua genialità apostolica, della sua originalità spirituale, perché è la sede privilegiata della sua esperienza dello Spirito. E questo 'Oratorio', 'luogo teologico' della missione salesiana, non si spiega senza Gesù Cristo e il suo Vangelo».
Penso che il tema dell'Oratorio ci aiuta ad esaminare in profondità il nostro carisma. È l'ottica per leggere e interpretare bene le Costituzioni rinnovate. Esse dicono, tra l'altro, che per noi il criterio permanente del nostro rilancio è appunto l'Oratorio, come metro della pastorale salesiana (cf Cost. 40).
Nel Capitolo Generale Speciale uno dei documenti ha come titolo «Don Bosco nell'Oratorio, criterio permanente di rinnovamento». Questo documento è alla base dell'articolo 40 delle nostre Costituzioni. Vale la pena leggerne alcuni stralci.
«Occorre riferirsi all'Oratorio - vi si afferma -, dando a questa parola la pienezza di significato che ebbe sotto la penna dei biografi e rispettando il fascino dei primi tempi. Non va quindi intesa come un'opera concreta, contrapposta ad altre, ma piuttosto come la matrice, come la sintesi, come la cifra riassuntiva delle geniali creazioni apostoliche del Santo Fondatore: il frutto maturo di tutti i suoi sforzi».
E ancora, l'Oratorio «non è una istituzione, ma piuttosto uno spirito di inserimento nell'ambiente con sensibilità missionaria nei confronti dei giovani poveri... Così inteso l'Oratorio richiama ancora oggi la matrice delle opere salesiane e il continuo appello a ciò che il Salesiano deve essere».
Più avanti, si afferma: «Il ritorno dunque al Don Bosco dell'Oratorio, visto come criterio di rinnovamento, non è un postulato aprioristico, né una intuizione geniale, si tratta piuttosto di un atto di fedeltà dinamica alla missione originaria del nostro Fondatore. Per indovinare la formula dello sviluppo omogeneo, per trovare le scelte operative che impone la fedeltà della missione salesiana, per sapere quello che oggi Don Bosco farebbe, cioè quello che noi dobbiamo fare in quanto Salesiani, non conosciamo altro metodo che risalire all'Oratorio, dove il suo apostolato esemplare è germogliato e si è sviluppato».
Il punto è qui: ci dedichiamo davvero a far crescere delle persone entusiaste e convinte, che siano protagonisti di un movimento ecclesiale incentrato sullo spirito e sulla missione di Don Bosco?
Per farlo, urge realizzare due grandi compiti (che sono per me due costanti preoccupazioni di animazione): il «cuore oratoriano» e «l'ambiente educativo-pastorale».

Il cuore oratoriano

È un aspetto che si riferisce all'interiorità delle persone che fanno parte della Famiglia Salesiana. L'espressione «cuore oratoria- no» descrive in forma sintetica ciò di cui c'è bisogno nei discepoli di Don Bosco per vivere il suo «da mihi animas».
Prima di ingolfarsi in un'opera, bisogna andare più a fondo e concentrarsi sul proprio spirito, sul proprio amore, sulla propria «carità pastorale».
Dobbiamo ottenere che le nostre comunità divengano centri diffusori di spiritualità apostolica salesiana, capaci di convocare e di far cresce‑ re tanti fedeli laici.
Il pericolo più grosso della Congregazione è la superficialità spirituale: senza profondità spirituale non si potrà dar vita a un buon Oratorio.
Il cuore oratoriano deve palpitare in tal forma che si possa parlare, anche se non si usa la parola, di «mistica salesiana».
Don Bosco era un «mistico» nel senso che faceva tutto da un'angolatura pastorale, radicata nell'unione con Dio. Il Concilio Vaticano Il ha centrato lo slancio pastorale sul «mistero della Chiesa» (cf «Lumen gentium»).
Con un cuore che ha internamente questa carica, si cercano e si trovano poi le mediazioni più adatte, che rispondano alla cultura emergente. Se uno ha questo ardore interiore comincia con un progetto, poi lo rivede e lo cambia; se non serve, ne cerca e ne elabora un altro. È necessario anche dialogare e imparare da coloro che studiano le scienze dell'educazione e hanno la possibilità di indicare suggerimenti nuovi. Il segreto però è prima di tutto nell'interiorità dell'apostolo: nel suo cuore oratoriano: «le migliori forme di aggiornamento - dice il Concilio - non potranno avere successo, se non saranno animate da un rinnovamento spirituale, al quale spetta sempre il primo posto anche nelle opere esterne di apostolato» (PC 2).

L'ambiente educativo-pastorale

Il secondo compito è l'ambiente educativo-pastorale dell'Oratorio.
Innanzitutto è impossibile separare i due aspetti di promozione umana e di evangelizzazione. Chi li separa non è più salesiano. La grazia di unità, di cui si è prlato tanto, si applica anche alla maniera di fare pastorale secondo Don Bosco. L'apostolato tra i giovani passa sempre, per lui, attraverso la mediazione dell'educazione.
Se non c'è educazione, non c'è metodologia salesiana; e se c'è educazione senza pastorale, non c'è più Oratorio. I due aspetti sono inseparabili, anche se tra loro distinti.
Nei nostri documenti si afferma chiarissimamente tale unità. Rileggiamo alcune espressioni.
Il rilancio dell'Oratorio - dice il Capitolo Generale Speciale - «comporta un aggiornamento metodologico, un'apertura a tutta la gioventù alla cui formazione s'impegnano i Salesiani con una sensibilità viva dell'ambiente in cui operano. La grande plasticità di quest'opera, che è una delle manifestazioni più genuine di come viene assimilato il pensiero di Don Bosco, ha portato a una grande versatilità e a una grande diversità di maniera di organizzarla... È un servizio comunitario che tende alla evangelizzazione e catechesi dei giovani di una zona, con attività prevalentemente di tempo libero organizzate in forme aperte, innestate nella vita, aderenti alla psicologia dei giovani e rispondenti ai loro interessi più vivi e vari. Ha una dimensione missionaria molto più chiara che altre opere giovanili. L'azione pastorale, oltre che estendersi anche alle famiglie, si dirige ad altri giovani, ragazzi e fanciulli che si trovano fuori delle sue mura».
E ancora: «Le diverse attività dell'Oratorio-Centro giovanile offrono all'azione pastorale molti mezzi, valori e occasioni per la completa formazione del ragazzo e del giovane. Con esse si riesce a dare un indirizzo ricreativo e formativo all'impegno del tempo libero. I diversi gruppi trovano le più svariate possibilità di coltivare le loro attitudini, di sviluppare il senso sociale mediante la convivenza e la collaborazione, di sensibilizzarsi ai valori spirituali e di partecipare al processo di evangelizzazione liberatrice».
Considerando, poi, che non tutti i giovani nei gruppi giovanili hanno lo stesso grado di maturità umano-cristiana, il Capitolo asserisce l'indispensabile flessibilità dell'Oratorio. «Un'organizzazione flessibile deve permettere l'esistenza di gruppi con impegno sempre più serio, sia in campo religioso che in quello sociale... Come cambia continuamente la situazione socio-geografica della città, così si deve rivedere e ridimensionare continuamente l'azione dell'Oratorio-Centro giovanile nelle sue diverse forme, adeguandole alle nuove richieste.
Le attività siano inserite entro la pastorale d'insieme della Chiesa locale».
Una simile concezione dell'Oratorio esige operatori capaci, intelligenti dinamici e creativi.
Oltre all'aspetto pastorale dell'ambiente, urge in modo particolare curare anche il suo aspetto educativo. Credo opportuno sottolineare l'attuale importanza di questo aspetto (che, d'altra parte, è sempre stato assai chiaro nell'Oratorio di Don Bosco).
In questi ultimi anni ci siamo mossi per correggere alcuni difetti «pastorali». Oggi, in questo campo, ci si muove meglio; ci sono delle idee rinnovate; abbondano gli orientamenti. Invece, mi sembra che è venuto un po' meno l'impegno, la competenza e la capacità educativa.
Per educare bisogna possedere una professionalità.
L'impegno educativo permette di programmare più concretamente l'attività oratoriana. Le quattro note dell'articolo 40 delle Costituzioni circa l'oratorio sono: «casa», «parrocchia», «scuola», «cortile». A questo si deve aggiungere il qualificativo di «popolare», che comporta applicazioni pratiche non insignificanti: non si tratta solo di un dato di fatto, ma di uno stile di azione. Bisogna sottolineare in ognuna di queste note l'aspetto educativo: in casa si educa a tutto; nella parrocchia si educa alla fede; nella scuola si educa alla cultura; nel cortile si educa alla convivenza allegra, alla comunicazione, al dialogo, all'iniziativa, alla spontaneità, alla sincerità, ecc.
Nell'Oratorio tutto deve essere educativo.
Anche la pastorale, che è un impegno per la crescita nella fede, bisogna farla con metodologia pedagogica: si parte dal livello religioso (anche basso) dei giovani per farli crescere nella fede.
Il punto è qui! Non basta dire «io faccio pastorale». No! Si deve dire io faccio pastorale «salesiana». E questo comporta la preoccupazione dell'«educazione»: di educare in modo integrale, perché non c'è soltanto parrocchia, ma c'è anche casa, scuola, cortile.

Un'autentica laicità

Nell'Oratorio inoltre, le quattro note vanno promosse simultaneamente; bisogna saper farle progredire insieme. Per noi la laicità non è qualche cosa che si oppone o si aggiunge esternamente alla ecclesialità o alla fede; è la realtà dell'uomo, secondo la continuità oggettiva e intrinseca della teologia della creazione con quella della redenzione.
È da qui che nasce per noi, direi quasi spontaneamente, l'inseparabilità del binomio «educativo-pastorale».
Se c'è una porzione dell'umanità che ha bisogno di conoscere a fondo l'autentica laicità delle cose e i genuini valori umani, questa porzione è costituita dai giovani.
Come facciamo a far crescere in loro il senso di Cristo, del mistero, della Chiesa, a far scoprire le ricchezze del vangelo senza che sappiano che cosa è l'uomo? senza che crescano in ciò che di umanità ferve in loro e intorno a loro?
Il Papa nella «Redemptor hominis» riafferma la convinzione conciliare che il Cristo è venuto a rivelare all'uomo il mistero dell'uomo.
L'Oratorio deve tener fede a questo compito e dedicarsi a realizzarlo secondo le sue proprie caratteristiche.
In termini quantitativi le attività a favore dell'uomo sono la parte più grossa dell'attività dell'Oratorio. Però l'evangelizzazione entra dappertutto, perché noi evangelizziamo educando. Il tempo dedicato in modo specifico alla catechesi e alla liturgia è meno di quello con cui ci si impegna nello sport, nella musica, nella cultura. Non è questione di quantità, bensì di qualità. segreto sta nel far sì che il Vangelo sia il fermento che illumini e muova il tutto.
Un'opera che promuove attività ricreative, turistiche, musicali, di comunicazione sociale, ecc., attira l'attenzione della città e del quartiere.
Ci si accorge che è un'opera per la società civile, per le famiglie, così da essere considerata da tutti come cosa loro. Infatti all'Oratorio non vanno soltanto i ragazzi, si avvicinano anche i genitori. Questo è meraviglioso: è come una dimostrazione che l'oratorio è «tra» società civile e comunità ecclesiale, soprattutto se si considera che l'educazione ai valori sociali autentici ha una dimensione popolare; non è un impegno per l'élite, ma è per i ragazzi del popolo, degli operai, dei poveri, di quelli che vivono lontani dalla Chiesa.
Le attività oratoriane aperte al quartiere dimostrano che si condividono le stesse preoccupazioni sociali e le stesse speranze di miglioramento di coloro che vivono sullo stesso territorio, e così si va dimostrando che Cristo non è alternativa all'uomo, bensì il suo più grande amico.
Evidentemente è importante far capire alla Chiesa locale che l'impegno oratoriano non è una fuga dalla pastorale, ma una originale modalità della sua presenza, che apporta comunione. In tal senso c'è da curare nell'Oratorio il senso della propria Chiesa particolare, sia da parte degli operatori come dal grado di maturazione cristiana dei giovani.
Che i Pastori vedano che l'Oratorio è un'opera della Chiesa: che lavora in sintonia e in comunione con loro, che prende sul serio le iniziative ecclesiali compatibili con i propri destinatari e con le attività che sono richieste dalla zona in cui opera.