Il Padre di Gesù e nostro ci sprona all’impegno


Luis A.Gallo

(NPG 1999-09-56)


Il Padre rivelato da Gesù non è, malgrado la sua estrema bontà e tenerezza, un Dio che favorisce la passività e il disimpegno. Al contrario, egli vuole dei figli estremamente attivi e operosi. Non in qualunque direzione, ma in quella che vide impegnato seriamente e con tenacia Gesù, il primo dei fratelli.

Gesù, un figlio adulto e responsabile

In uno degli articoli precedenti, rilevando l’atteggiamento intensamente filiale di Gesù nei confronti di Dio, si faceva notare di passaggio anche il fatto che tale atteggiamento non escludeva in lui il prendersi seriamente a carico le proprie responsabilità, bensì lo spronava a corresponsabilizzarsi con il Padre nella realizzazione del suo grande progetto. È questo secondo aspetto che prendiamo ora in considerazione.
Nei testi del Nuovo Testamento c’è una parola che esprime in maniera molto sintetica tale atteggiamento: obbedienza. Uno dei più conosciuti, in cui essa viene esplicitamente menzionata, è l’inno cristologico della Lettera ai Filippesi. In essa S. Paolo esorta i membri di quella comunità, che egli ama particolarmente (Fil 4,1), a vivere in armonia tra di loro, facendo proprio il modo di sentire di Gesù:

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti
che furono in Cristo Gesù,
il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce» (Fil 2,5-8).

Gesù fu obbediente. Egli fece consistere la sua figliolanza nel «fare ciò che vedeva fare dal Padre» (Gv 5,19), nel «fare la volontà di colui che lo aveva mandato, e compiere la sua opera» (Gv 4,34; 5,30; 6,38). La Lettera agli Ebrei mette sulla sua bocca il testo del Salmo 39,5-7: «Allora ho detto: ‘Ecco, io vengo, poiché di me sta scritto nel rotolo del libro, per fare, o Dio, la tua volontà’» (Eb 10,7).
C’è però un modo di intendere l’obbedienza di Gesù che fa di lui o una specie di robot privo di volontà, un mero esecutore materiale di ordini ricevuti da un altro, o un bambino che compie pedissequamente e senza ragionarci sopra quanto decidono i suoi responsabili adulti. Niente di più lontano da ciò che si può cogliere nei vangeli. In essi infatti si vede un Gesù adulto, che con convinzione e slancio fa suo il grande progetto di Dio per la vita del mondo, e con una coerenza e una costanza impressionanti s’impegna nella sua attuazione. La concezione della volontà del Padre che egli dimostra di avere non è per niente come quella che spesso è presente nel mondo islamico, nel quale molti pensano alle cose che succedono come ineluttabili attuazioni di ciò «che era scritto» nel cielo; egli pensa invece la volontà del Padre come un’eterna decisione di bene per gli uomini, la cui realizzazione è poi condizionata dalle circostanze storiche concrete in cui questi si ritrovano a vivere. In questo senso si può dire che Gesù va come «inventando» la realizzazione della volontà di Dio momento per momento, il che lo rende eminentemente attivo: egli va forgiando delle risposte concrete alle sollecitazioni che gli vengono dalla realtà in cui è immerso.
Fu precisamente portando avanti una modalità di vita del genere che egli finì sulla croce: fu «obbediente fino alla morte, e alla morte di croce», come afferma con solennità il testo poco sopra citato. La sua morte fu un supremo atto di obbedienza; ma non ad un decreto inesorabile del Padre che l’avrebbe stabilita sin dall’eternità come mezzo per liberare gli uomini dal peccato, bensì all’inarrestabile desiderio di bene e di vita della gente, presente nel cuore di Dio e da lui profondamente assimilato. Un desiderio che lo portò ad agire in un determinato modo, per via del quale entrò necessariamente in conflitto con gli interessi meschini dei grandi e potenti del suo popolo.
Agendo e morendo così, Gesù rese trasparente l’idea che aveva di Dio: non un «padre-padrone» che tiene i suoi figli dominati e sottomessi, alla stregua degli schiavi, ma un Padre sollecito che cerca la collaborazione fattiva e intelligente dei suoi figli e figlie per la sua grande impresa in favore della vita piena di tutti.

Una «infanzia spirituale»?

Alla luce di quanto detto andrebbe intesa quella che, nella tradizione cristiana, è stata chiamata «infanzia spirituale». La sua ispirazione si ritrova in alcuni brani evangelici molto significativi.
Nei tre vangeli sinottici viene riferita una reazione – adirata, secondo Marco – di Gesù nei confronti di un certo intervento dei suoi discepoli. Desiderosi forse di liberare il loro Maestro da incontri che ritenevano inopportuni, essi volevano impedire che i bambini venissero avvicinati a lui per avere le sue carezze e la sua benedizione. Marco descrive l’episodio in questi termini:
«Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: ‘Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio’» (Mc 10,14; cf Lc 18,16).
Matteo riporta tale reazione con una sfumatura un po’ diversa, che forse riflette meglio le sue parole originali. Esse esprimono ancora una volta la preferenza di Gesù per i più piccoli ed emarginati. Si sa, infatti, che a quei tempi i bambini in Israele erano considerati una semplice proprietà dei genitori e, al pari delle donne, «non contavano» socialmente. Il testo di Matteo suona così: «Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli» (Mt 19,14).
I bambini, in quanto piccoli e deboli, sono quindi, per Gesù, dei destinatari privilegiati del regno del Padre, a prescindere da qualunque loro atteggiamento o qualità, come lo sono i peccatori (Mt 9,13), i poveri (Mt 5,3) e le donne (Mt 19,3-9).
Marco e Luca, dal canto loro, sottolineano invece l’idea che «essere come i bambini» costituisce una condizione indispensabile per appartenere al regno di Dio. La loro versione, insieme con quelle altre parole di Gesù riportate in Mt 18,3 sul bisogno di convertirsi e diventare come i bambini per poter entrare nel regno dei cieli, stanno all’origine, nella storia della chiesa, di quell’infanzia spirituale a cui abbiamo accennato. Si può enunciare sinteticamente ciò che essa implica, in queste poche parole: occorre stare davanti a Dio come sta un bambino davanti al proprio genitore, con una fiducia e un abbandono totale.
In tempi a noi più vicini l’infanzia spirituale ebbe una singolare rappresentante nella figura di Santa Teresa di Lisieux (1873-1897), recentemente proclamata «dottore della Chiesa» da papa Giovanni Paolo II. Entrata giovanissima nel Carmelo, essa intraprese una ricerca spirituale molto intensa che la portò alla scoperta di quella che amava chiamare la «piccola via». Distaccandosi dal modo abituale di vivere la spiritualità nel suo tempo, essa tracciò con sorprendente sicurezza le linee di una maniera peculiare di viverla che caratterizzò, pochi mesi prima di morire, nella seguente formulazione:
«[La piccola via] è riconoscere il proprio nulla, attendendo tutto dal buon Dio, come un bambino attende tutto dal proprio padre; è non inquietarsi di nulla, non guadagnare ricchezze […]. Essere piccolo, vuol dire anche non attribuirsi affatto le virtù che si praticano, credendosi capaci di qualcosa, ma riconoscere che il buon Dio pone questo tesoro nella mano del suo bambino perché se ne serva quando ne ha bisogno; ma è sempre tesoro del buon Dio. Infine, è nel non scoraggiarsi affatto delle proprie colpe, perché i bambini cadono spesso, ma sono troppo piccoli per farsi molto male».
La sua fiducia in Dio arrivò a delle vette altissime. Tanto da fare sua una frase di Giobbe, che dichiara di averla affascinata sin dall’infanzia: «Anche se Dio mi uccidesse spererei ancora in lui» (Gb 13,15). Chi legge la sua autobiografia si rende facilmente conto tuttavia del fatto che la sua sconfinata fiducia nella paternità di Dio non significò per lei un infantilismo irresponsabile, né nei confronti della sua stessa maturazione personale né verso la sua comunità. Anzi, fu in lei frutto di uno «stacco» dalla condizione infantile e di una seria assunzione delle proprie responsabilità, portate avanti con una determinazione ammirevole. Si potrebbe dire, parafrasando S. Paolo (1 Cor 14,20), che essa fu bambina quanto alla malizia, ma per il resto straordinariamente matura.
Il suo rapporto con Dio come Padre – alle volte anche come Madre, dal momento che si rifà al testo di Is 66,12-14, di chiaro sapore materno – non solo non la fece piombare in un quietismo alienante, ma viceversa la convertì in una donna intensamente impegnata nel servizio degli altri. È significativo il fatto che, pur non essendo mai uscita dal suo convento, sia stata dichiarata «Patrona delle missioni».

Una parabola a conferma

Fiducia estrema, quindi, ma anche responsabilità e impegno coscienziosi, ecco gli atteggiamenti richiesti dal Padre rivelato da Gesù. Questi dati genuinamente evangelici sono una netta risposta all’obiezione mossa da S. Freud contro la figura paterna di Dio. Secondo l’iniziatore della psicoanalisi, con il culto a Dio Padre onnipotente, questo Dio viene a sostituirsi alle responsabilità dell’uomo non permettendogli di diventare adulto, lo mantiene in uno stato di perenne infantilismo ed è perciò un nemico dichiarato dell’umanità. Forse Freud non ha mai letto la parabola «dei talenti» raccontata da Gesù (Mt 25,14-30; cf Lc 19,12-27), che tratteggia un’immagine di Dio di tutt’altro genere.
Dio infatti è simboleggiato in essa da quell’uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi impiegati e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, vale a dire una somma molto grossa, a un altro due, cioè una somma minore, e ad un altro uno, ossia una somma piccola, a ciascuno secondo la sua capacità, e poi partì. Partì quindi lasciando i suoi beni in mano ai suoi servi, nella speranza che li facessero fruttare. La loro reazione davanti alla fiducia dimostrata dal padrone fu differente. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: «Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque». E il padrone lo lodò e gli diede un premio. Qualcosa di analogo successe con quello dei due talenti. Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo». Il padrone gli rispose: «Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti» (Mt 25,14-30).
La durezza del racconto sembra eccessiva. Non bisogna però dimenticare lo stile paradossale con cui amavano esprimersi i semiti, stile che Gesù stesso utilizzò più di una volta (Mt 5,29.30; Lc 14,26 ...). Ma, al di là dello stile, c’è la sostanza: Gesù vi presenta un volto di Dio che affida ciò che è suo agli uomini, e vuole che essi ne siano attivamente responsabili. Ognuno secondo le proprie capacità. Essere figli di questo Dio significa, quindi, come fece vedere chiaramente Gesù con il suo modo di comportarsi, farsi corresponsabile con Lui nella realizzazione del suo regno in favore del mondo.