Il Padre di Gesù e Padre nostro è tenerezza verso tutti, ma in particolare verso i più piccoli


Luis A. Gallo

(NPG 1999-06-28)


Un altro tratto singolare del volto di Dio delineato da Gesù di Nazaret è quello della sua sensibilità e premura verso tutti e ognuno, e particolarmente verso i più deboli e piccoli, gli emarginati, gli ultimi.

Il «Dio dei passeri»

C’è nei discorsi di Gesù una frase che può passare inavvertita ad un lettore distratto, ma che, se viene letta con attenzione, è molto commovente. La riportano in due versioni parzialmente differenti i vangeli di Matteo e di Luca. Il discorso in cui si inserisce ha come tema la fiducia nella cura paterna di Dio da mantenere sempre, anche in mezzo alle più grosse difficoltà e persecuzioni scatenate a causa della fedeltà al vangelo. È tutto costruito all’insegna del «non abbiate paura» (Mt 10,28; Lc 12,4.7), che esprime il nucleo dell’esortazione rivolta in più di un’occasione da Gesù ai suoi discepoli. A sostegno di tale esortazione egli fa un ragionamento nel quale entrano a far parte i passeri. Dice, infatti:
«Cinque passeri [Matteo dice «due»] non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio […]. Non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!» (Lc 12,6; cf Mt 19,29).
Gesù è andato a cercare i più insignificanti e più ordinari tra gli uccelli, i passeri, per costruire il suo ragionamento. Dal testo si desume quanto questi uccelli fossero ritenuti allora di poco valore, dal momento che si potevano acquistare al mercato per un nonnulla: perfino cinque per due soldi! Ma ancora oggi non godono di particolare stima. Sono chiassosi, spesso litigiosi, non si segnalano per la bellezza del loro canto, né per la vistosità del loro piumaggio, né per fare dei nidi particolarmente graziosi. Da questo punto di vista li si potrebbe dire «volgari». Nessuno si sognerebbe di mettere un passero in una gabbia, come si fa con un canarino o un fringuello, per abbellire la propria casa o per bearsi del suo canto. Eppure «nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio», sostiene Gesù. E in questo modo fa sapere quanto stiano a cuore a Dio i piccoli, gli umanamente insignificanti, gli ultimi. Essi sono oggetto della sua attenzione: nemmeno uno di essi gli è indifferente, nessuno di essi è dimenticato davanti a Lui. Lo si può dire: il Dio di Gesù è davvero il «Dio dei passeri»!

Un comportamento che rende trasparente il volto di Dio

La frase di Gesù sopra riportata rispecchia, d’altronde, il suo costante modo personale di agire. Leggendo i vangeli salta subito agli occhi che egli era estremamente sensibile alle condizioni favorevoli o sfavorevoli in cui versava ognuna delle persone con cui si incontrava, come se fosse l’unica, e che la sua sollecitudine si convertiva in intensa tenerezza quando si trovava davanti a persone sofferenti nel corpo e nello spirito. Più di una volta viene detto che egli «si commosse fino alle viscere» davanti a tali persone bisognose, e intervenne di conseguenza per cambiare la loro sorte (ad esempio, Mt 20,34; Mc 1,41; 6,3). Ma soprattutto salta agli occhi il fatto che egli era particolarmente sensibile verso i più deboli e piccoli, verso i trascurati e gli esclusi nella convivenza sociale del suo popolo.
Questa spiccata sensibilità lo spingeva anche a prendere partito quando si trovava in presenza di conflitti personali e sociali all’interno dei quali alcuni, forti e tenuti in buona considerazione nella società, umiliavano, escludevano, sfruttavano o facevano soffrire i deboli e piccoli. Basti pensare al modo in cui egli si comportava nei confronti dei peccatori, che in Israele costituivano come una classe socio-religiosa, mal vista e disprezzata da coloro che invece si ritenevano giusti perché osservavano la Legge (Lc 18,9). Un conflitto che teneva numerosi uomini e donne del popolo semplice, spesso senza particolare istruzione, ai margini della vita collettiva. Non solo erano esclusi dalla partecipazione ai grandi momenti religiosi della comunità, ma venivano perfino considerati maledetti da Dio a causa dei loro peccati (Gv 7,49). Ad essi alcuni attribuivano il fatto che il regno di Dio tardava ad arrivare. Ebbene, Gesù frequentava i peccatori e familiarizzava con essi, fino a guadagnarsi l’accusa di «amico dei peccatori e dei pubblicani» (Mt 11,19; Lc 7,34). Ma oltre a riceverli e a mangiare con essi (Mt 11,19; Mc 1,15; Lc 15,1-2), in qualche occasione arrivò anche a dichiarare di non essere venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori (Mt 9,13; Mc 2,17; Lc 5,32). Con il conseguente scandalo dei primi, come si può cogliere dalle narrazioni evangeliche.
È interessante rilevare che, a sostegno e giustificazione di questo suo modo di comportarsi, Gesù si appellava al modo di agire di suo Padre. Era come se dicesse: se io mi comporto in questo modo, è perché mio Padre celeste si comporta così. Lo si vede particolarmente nel capitolo 15 di Luca, che viene introdotto con queste parole:
«Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: ‘Costui riceve i peccatori e mangia con loro’. Allora egli disse loro questa parabola» (Lc 15,1-2).
E segue la narrazione della parabola della pecorella smarrita (vv.4-7), della moneta perduta (vv.8-10), e del figlio sbandato (vv.11-32). Le due prime concludono con una specie di ritornello: «ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito…» (v.7), «c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte…» (v.10). È un modo di far palese l’atteggiamento di Dio davanti a questi peccatori che sono oggetto di disprezzo e di denigrazione da parte dei farisei e degli scribi, e che invece sono accolti con attenzione e fina delicatezza da parte di Gesù. Egli vuole far sapere con la sua condotta che il Padre non li ha esclusi dal suo amore, che li accoglie con gioia grande perché vuole il loro bene. E questo contro ciò che pensano i suoi avversari e contro ciò che gli stessi peccatori, vittime della loro emarginazione, hanno finito per assimilare.
Nella terza parabola la cosa è ancora più evidente. La scelta del padre per il figlio che se ne era andato insolentemente da casa, considerandolo come morto dal momento che aveva chiesto di avere la sua parte di eredità (v.12), a preferenza di quello che era rimasto sempre fedele, è sconvolgente. Questo padre, commosso fino alle viscere, arriva all’estremo di mettersi a correre incontro al figlio che torna, ad abbracciarlo e baciarlo, e ad organizzare una festa per festeggiare il suo ritorno (v. 20-24).
Si radica in questo atteggiamento del padre della parabola, che è poi quello del Padre suo celeste, la giustificazione del modo di fare di Gesù, del suo invitare i peccatori e di farli sedere a mensa con lui, un gesto totalmente fuori posto nella convivenza della società benpensante di allora. Nessun ebreo ammodo avrebbe fatto mai qualcosa del genere, tanto meno i «giusti». Un salmo dell’Antico Testamento dettava legge in questa materia: «Non lasciare che il mio cuore si pieghi al male e compia azioni inique con i peccatori: che io non gusti i loro cibi deliziosi» (Sal 140,4). Gesù invece lo faceva, pur suscitando una spontanea reazione di biasimo e di condanna da parte dei farisei e degli scribi, impersonati nella parabola dal figlio maggiore, perché era convinto che quella era la maniera di comportarsi del Padre suo. Con il linguaggio che gli è caratteristico, anche il vangelo di Giovanni lo attesta. In un discorso nel quale Gesù difende il proprio modo di agire davanti ai suoi accusatori, egli afferma solennemente: «Il Figlio non fa nulla se non quello che vede fare dal Padre» (Gv 5,19).

Antecedenti di lunga data

Si potrebbe esaminare il comportamento avuto da Gesù verso i più deboli e piccoli in altri contesti, come quelli del rapporto tra ricchi e poveri, o tra uomini e donne, e si arriverebbe certamente alla stessa conclusione. Una conclusione che svela ancora una volta quale sia il Dio con il quale egli visse in strettissimo rapporto filiale e che annunciò con gioia, come una «buona notizia», a quanti lo volevano ascoltare. Egli faceva sapere che il Padre celeste ama tutti e ognuno senza eccezione, ma ha un «debole», come ce l’ha d’altronde ogni buon genitore in questo mondo: la sua tenerezza va anzitutto e soprattutto verso coloro che stanno peggio, verso i più deboli e piccoli, proprio perché ama appassionatamente la vita di tutti.
In questo Gesù è erede di una lunga tradizione biblica, che in lui trova il punto più alto di maturazione. È vero, infatti, che nell’Antico Testamento più di una volta Dio appare come duro ed esigente, e perfino come vendicativo e crudele. Un caso fra tanti è quel passaggio in cui, nel suo nome, il giudice e profeta Samuele ordina al re Saul di attaccare gli Amaleciti, che in passato avevano ostacolato il cammino del popolo verso la terra promessa, in questi termini: «Va’ dunque e colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene, non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini» (1 Sam 15,3). L’esortazione a «non lasciarsi prendere da compassione» e a uccidere perfino i bambini e i lattanti, appare davvero raccapricciante. Si capisce allora che il popolo sia arrivato, nel momento del suo esilio, a dire alla città di Babilonia, nella quale si trovava in cattività: «Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra» (Sal 136,9).
Ma è anche vero che un filone di pensiero differente si era andato aprendo strada nella coscienza religiosa d’Israele sin dai tempi molto antichi. Uno dei testi più rappresentativi di tale filone è quello del dialogo di JHWH con Mosè al momento di affidargli la missione di far uscire il suo popolo dall’Egitto:
«Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele» (Es 3,7).
Si tratta, come si vede, di un Dio per niente indifferente e lontano, ma sensibilissimo. Un Dio che ha occhi per vedere la sofferenza di un gruppo umano ridotto in condizioni miserevoli, schiacciato, oppresso e sfruttato dalla mano potente del faraone; un Dio che ha orecchi per ascoltare il suo grido di dolore; in definitiva, un Dio che si fa carico delle sue sofferenze e «scende» per strapparlo da esse. Di fronte al conflitto nel quale il potente faraone con la sua gente emargina e opprime il piccolo grappolo di schiavi che lavorano per la costruzione delle città-deposito regali (Es 1,11), Egli si pone da parte di questi ultimi e, «con braccio teso» (Es 6,6; 13,14.16; Dt 4,34; 5,15; 7,19), li strappa dalla loro condizione per portarli verso «una terra che stilla latte e miele» (Es 3,8.17).
In questo alveo si colloca Gesù. Egli imparò dal Padre suo ad agire in quel preciso modo, e comportandosi così, confermò quanto lo stesso Dio era andato rivelando di sé agli uomini.
Che cioè Egli vuole essere in pienezza ciò che iniziò a mostrare agli inizi della sua manifestazione: un Dio che sceglie i più deboli e si lascia commuovere particolarmente dalla loro condizione.
Coloro, quindi, che sembrano essere i più insignificanti in questo mondo, sono per Lui i più «significanti». In questo senso il Padre di Gesù si comporta in un modo opposto a come si è soliti comportarsi nelle società costruite dagli uomini finora, nelle quali vanno sempre avanti e risultano trionfatori i più forti e robusti, mentre i più deboli sono scartati ed esclusi. Questo Padre è realmente «controcorrente».