La croce, la relazione amicale


Carmine Di Sante

(NPG 1999-04-36)


Innalzata al centro della fede e nel cuore soprattutto delle feste pasquali, la croce è evento di salvazione e di redenzione non perché simbolo di sofferenza, bensì perché rivelazione di un amore come nuovo amore: non l’amore come forza vitale ed espansione che trasporta e travolge l’io, come il fiume la zattera, bensì l’amore come gratuità e asimmetria che, miracolo della bontà, istituisce la relazione dove è negata.

Il valore salvifico della croce

Nel linguaggio spirituale cristiano e nella stessa riflessione teologica è comune l’affermazione che la croce di Gesù redime e che la sofferenza che egli vi patisce è sofferenza redentrice. Queste affermazioni restano profondamente vere, a condizione di capire la loro natura ellittica che consiste nella omissione di una o più parole necessarie alla comprensione della frase, come ad esempio, nell’espressione «a ciascuno il suo», dove è sottinteso il verbo dare.
La formula che «si è redenti dalla croce di Gesù» è ellittica perché in essa sono omesse e sottintese alcune parole importanti che la integrano: «si è redenti dalla croce di Gesù assunta per amore». Lo stesso vale per la frase: la «sofferenza redentrice della croce» che, più propriamente, va integrata: «la sofferenza redentrice della croce, espressione del suo amore di perdono».
È dunque chiaro che, per il racconto neotestamentario, non è né può essere la sofferenza di Gesù in quanto tale che redime, bensì l’amore impensabile e inaudito che egli vi intro-duce e che, miracolo dell’amore, la trasfigura da sofferenza che, in quanto tale, è e resta ingiusta e insensata, a forma ed espressione d’amore che, solo in quanto tale, è redentrice.
Giocando con il fucile, casualmente il bimbo fece partire un colpo che andò a colpire il padre ferendolo nell’occhio e accecandolo.
Sofferenza casuale ma non meno drammatica e insensata.
Richiesto di commentare l’accaduto e di confidare come vivesse il suo dolore, rilasciando un’intervista il papà disse: «Poiché lo amo e so che è stata una disgrazia lo vivo come un atto di amore per mio figlio». Vivendo il suo dolore come atto di amore, quel papà ha «trasformato» e «transustanziato» il suo dolore, dandogli una nuova «forma» e una nuova «sostanza»: linguaggio con cui dire e ridire, nel senso di ribadirlo radicalizzandolo, il suo amore al figlio.
La sua sofferenza non è più solo deficit e carenza, bensì parola cicatrizzata ed efficace che testimonia l’amore nel silenzio e permanentemente. Così facendo quel padre ha «redento» la sua sofferenza. Vi ha piantato un seme e immesso un senso e, dandovi senso, l’ha sottratta alla insensatezza che si esprime nella domanda: «perché soffrire?». Sapendo e accettando di soffrire «per amore», per quel padre la sofferenza non solo non è più senza senso, ma è stata elevata a un di più di senso: la radicalità del suo amore per il figlio.

L’amore di perdono

Quello che però avviene sulla croce è altro dall’esempio del padre appena riportato, e per capire in che senso la sofferenza di Gesù è redentrice bisogna compiere uno sforzo ermeneutico ancora più radicale. Immaginiamo che a premere il grilletto del fucile e a ferirlo non fosse stato il figlio ma un estraneo, e che lo avesse fatto non casualmente ma intenzionalmente, per gioco o per disprezzo. In un caso simile è ancora possibile trasformare quella sofferenza in «redentrice» assumendola per amore, come segno in cui dire e attestare il persistere della propria relazione all’altro? Se l’altro è un estraneo e di una estraneità tale che non solo mi ignora bensì mi nega e mi offende, quale relazione d’amore può esprimere e tradurre la sofferenza assunta?
Se a procurarmi il danno è il figlio casualmente, oppure l’amico o la persona che si ama perdutamente, la relazione d’amore non è negata ma permane e, se permane, può essere ancora testimoniata con l’assunzione della sofferenza provocata involontariamente: «anche se mi hai ferito, continuo a volerti bene lo stesso, perché sei mio figlio o mio amico». Qui l’assunzione della sofferenza e la sua trasfigurazione in sofferenza redentrice sono rese possibili dalla relazione di amore che permane: «sei sempre mio figlio, mio amico o la persona cara». Ma se la presenza di relazione non c’è più perché negata volutamente, come è possibile assumere ancora la sofferenza e trasformarla in redentrice?
Il miracolo della croce – l’unico vero miracolo della storia! – è nel realizzare e annunciare non la redenzione della sofferenza prodotta involontariamente da chi ci ama e al quale si è legati da precedenti vincoli di amicizia, bensì la redenzione della sofferenza ingiusta prodotta dalla relazione inimicale, da chi ti dice: «poiché mi sei nemico, sono tenuto a escluderti ed eliminarti, come si elimina il lebbroso che infetta o il virus che appesta».
Non va infatti dimenticato che Gesù è condannato a morte e crocifisso come nemico di cui liberarsi: lui, l’innocente giustiziato come colpevole, il giusto come ingiusto, l’intimo di Dio e il suo diletto come il bestemmiatore e l’abbandonato.
Ora il miracolo della croce è tutto qui: che, rifiutato, Gesù non rifiuta chi lo rifiuta; come pure escluso, non esclude chi lo esclude; e condannato, non condanna chi lo condanna: «Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: ‘Padre perdonali perché non sanno quello che fanno’» . In forza di questo gesto di relazione asimmetrica introdotta dentro la struttura di violenza che lo fa patire e lo uccide (gesto di relazione asimmetrica che il Nuovo Testamento chiama «perdono» e che costituisce il cuore stesso dell’evangelo che è parola di perdono), Gesù redime il mondo e la sua sofferenza è sofferenza redentrice: non perché segno di una relazione d’amore che già esiste e permane al di là della sofferenza, bensì perché instaurazione o creazione di una relazione d’amore negata dall’inimicizia e inesistente.
Il perdono è la relazione amicale che Gesù introduce, come si introduce l’ospite o lo sconosciuto in una casa, nello spazio inimicale, ed esso aleggia su questo spazio come lo spirito delle origini aleggiava sul tohu-vabohu, il disordine precedente l’intervento creatore, trasformandolo da caos informe a cosmo. Il perdono della croce è creazione come la prima creazione o, più precisamente, come vuole il Nuovo Testamento, è ricreazione della prima creazione.

In obbedienza alla volontà del Padre

Ma perché Gesù accoglie chi lo esclude e offre la relazione amicale a chi la nega? Quale la ragione di questo comportamento che è capovolgimento della logica e del buon senso? Perché offrire l’amore a chi non lo vuole e la relazione a chi la contraddice? Perché non eliminare il «cattivo» e il «malvagio», come si eliminano da un cesto le «mele marce»? Non è questa la legge sapiente della natura la quale vuole e attesta che in seno ad essa sopravvivono solo i «riusciti», mentre i deboli e i malati sono messi da parte ed eliminati a vantaggio della specie che si afferma selettivamente, come vuole Darwin? Del resto non fu questo il progetto inaudito della follia nazista, di ottenere cioè la razza pura ariana disinquinandola dai portatori patogeni che la minacciavano: malati e handicappati, sul piano fisico; ebrei, zingari e omosessuali, sul piano spirituale e culturale?
Non iscrivendosi nell’ordine naturale ma soprannaturale, il perdono è e può essere evento solo divino, e se Gesù risponde a chi lo nega non con l’esclusione ma con il di più della relazione amicale, ciò gli è possibile solo perché è Dio a chiederglielo ed egli vuole aderire al volere divino: «Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sacerdoti e degli scribi e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno.
Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: ‘Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai’. Ma egli, voltandosi disse a Pietro: ‘Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini’» (Mt 16, 21-23). Stando a questo sconvolgente testo Gesù deve andare a Gerusalemme e deve «soffrire molto da parte degli anziani, dei sacerdoti e degli scribi» e «venire ucciso». Duplice paradosso: deve, e la ragione di questo deve è il morirvi. Ma perché deve e perché morirvi?
La risposta del racconto neotestamentario è che deve perché è Dio a chiederglielo, ed essendo venuto per fare la volontà del Padre egli non vede l’ora (la celebre «ora» del vangelo di Giovanni intorno alla quale il quarto evangelista organizza il suo racconto!) di obbedirvi. «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera», dirà Gesù in Gv 4, 34. L’opera che Dio dà da compiere a Gesù è di andare a Gerusalemme per «soffrire molto da parte degli anziani, dei sacerdoti e degli scribi e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno»; e chi vuole dissuaderlo, come Pietro, pensa secondo la logica umana ma non divina.
Ma perché mai, ci chiediamo ancora più frastornati, Dio chiede a Gesù di andare a patire e a morire a Gerusalemme? Perché questa sofferenza ingiusta e violenta che si abbatte sul giusto e sull’innocente per eccellenza? Perché mai questa necessità della sofferenza? Perché Dio ha bisogno della sofferenza del suo Figlio? Che forse Dio è placato dalla sofferenza, come a volte anche la teologia ha pensato maldestramente, offrendo l’immagine di un Dio vendicatore e insostenibile? Insomma, perché Gesù deve soffrire per redimere il mondo?
La risposta del racconto neotestamentario è che Gesù deve andare a Gerusalemme e soffrirvi perché, dentro quella sofferenza ingiusta e violenta, espressione della volontà malvagia degli uomini e non di Dio, Dio gli chiede di introdurre la relazione amicale, assumendola con amore e offrendo il perdono ai suoi nemici. Quello che Dio chiede a Gesù e che Gesù fa suo è di vivere e patire la sua sorte ingiusta come lo spazio concreto ed esistenziale, simbolo per il Nuovo Testamento di tutta la storia umana alienata, dove (re)introdurre e (ri)aprire la relazione amicale che vi è cancellata, cioè l’amore gratuito del Padre celeste «che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5, 45). È in questo senso che, per il Nuovo Testamento, Gesù è rivelazione ed esegesi di Dio («chi ha visto me ha visto il Padre», dirà a Filippo) e sulla croce Dio si rivela come «Dio dell’agape», cioè del perdono.