La fisionomia

del credente

nell'epoca

della postmodernità

Ignazio Sanna

Vorrei tratteggiare brevemente la fisionomia del credente nell'epoca della postmodernità, evidenziando per sommi capi, tra le altre componenti che sono alla base della sua natura e della sua vocazione, quella teologica, che lo colloca nel disegno eterno di Dio, quella cristologica, che lo lega all'evento di Cristo quale misura compiuta di ogni forma di umanità, quella ecclesiologica, che lo inserisce nella Chiesa, come nel luogo privilegiato della testimonianza della vita secondo lo Spirito.

1. Il credente nel disegno di Dio

1.1. Anzitutto, è necessario precisare subito che tutte le volte che vogliamo parlare del disegno di Dio, dobbiamo tener presente una prima realtà, e, cioè, avere la consapevolezza che parlare del disegno di Dio significa parlare del mistero stesso di Dio, che, come tale, rimane inaccessibile alla mente umana. E l'esperienza del mistero di Dio, propriamente parlando, non consiste nel provare una difficoltà di comprensione, e neppure nel trovarsi di fronte ad una incompatibilità logica, ma nell'esperienza personale dell'Assoluto. Isaia ricorda che il Dio cristiano è "un Dio nascosto", un "Dio misterioso"(Is 45,15), anche se è del tutto certo che Egli non è lontano dal cuore dell'uomo, anzi, è ciò che di più intimo ci sia nella sua vita. La vita dell'uomo, dice S. Agostino, è cercare questo Dio misterioso; la sua morte è incontrare lo stesso Dio misterioso. Ciò significa che lungo tutto l'arco della sua esistenza l'uomo, e non solo il cristiano, è chiamato a ricercare le orme dell'Assoluto nella storia, in qualsiasi modo poi questo Assoluto venga concettualizzato.

1.2. Una seconda realtà che dobbiamo tener presente è che l'uomo, di fatto, non realizza mai un suo disegno ma il disegno di Dio,anche quando opera e decide come se Dio non esistesse. Parlare dei disegni dell'uomo, infatti, significa parlare del suo progettare, inventare, creare, costruire. Cartesio affermò: cogito, ergo sum, penso, dunque sono, e, con questa sua affermazione, mise alla base dell'esistenza umana la capacità di pensare, di ragionare, di progettare. Il cristiano afferma, invece: cogitor, ergo sum, sono pensato, dunque sono, e, con questo suo atto di fede, egli riconosce che alla radice di ogni esistenza umana c'è un progetto eterno di Dio. Il primo compito del cristiano è, allora, quello di scoprire con lealtà e di accogliere con coraggio il disegno di Dio sulla propria vita. Dio rimane sempre il Signore della storia.

1.3. Il disegno di Dio sulla propria vita il cristiano lo può scoprire nelle vicende della storia della salvezza, che ci raccontano come Dio abbia agito nei confronti del suo popolo e come, quindi, egli intenda agire nei confronti di tutti gli uomini. Dall'esame della storia della salvezza, si costata come la tradizione storica del piano di Dio si compia inizialmente mediante l'elezione di Israele come popolo di Dio (Es 19,5), che lo obbliga a vivere per Dio, a praticare il diritto e la giustizia, a rispettare sempre il volere di Dio (Am 3,2; 5,14). Il Deuteronomio dà forma compiuta al tema dell'elezione e lo considera l'elemento costitutivo stesso del popolo di Israele (Dt 7, 6-15). San Paolo, nelle lettere alle comunità cristiane primitive, descrive a più riprese questo piano di Dio, questo mysterium electionis, mettendone in evidenza soprattutto la dimensione personale. Il piano salvifico di Dio, infatti, si identifica con lo stesso mistero di Cristo, nel quale tutti gli uomini, simbolicamente rappresentati dai giudei e dai pagani, sono chiamati all'eredità e sono resi partecipi della promessa (Ef 3, 5-11; 2Tm 1, 9-10; Rm 9, 23-24).

1.4. Se riflettiamo, adesso, su come si sia realizzato il piano di Dio, scorgiamo in esso alcune caratteristiche importanti, dalle quali possiamo ricavare altrettante conseguenze operative.
Una prima caratteristica di questo progetto di Dio è che esso, appunto perché è di Dio, non viene proposto dall'uomo, ma viene cercato, accolto, eseguito, in fedeltà e in responsabilità. La categoria evangelica che meglio descrive questa realtà è la parabola degli operai della vigna. Secondo questa parabola, la nobiltà del lavoro non consiste tanto nella grandiosità dell'opera che uno riesce ad eseguire, quanto nella consapevolezza di eseguire un lavoro voluto da Dio, nell'accettare di lavorare nella vigna del Signore, secondo tempi, orari, ritmi, risultati e rendimenti, che il Signore stesso stabilisce.
Questo fatto non deresponsabilizza il cristiano, ma ne motiva e raddoppia la responsabilità di gestire un qualcosa che non è proprio, ma che è di Dio stesso. Infatti, anche se è Dio colui che fa crescere (1 Cor 3,6; 2 Cor 9,10), e tutta quanta la crescita è crescita verso Cristo (Ef 4,15: 1 Pt 2,2), il credente non cessa di essere una persona responsabile, un soggetto libero che "assente e coopera liberamente alla grazia giustificante di Dio" (DS, 1525). Dio dà al popolo la terra promessa, ma il popolo la deve conquistare. Dio dà la vita eterna, ma il cristiano la deve meritare con il suo impegno. Il decreto tridentino sulla giustificazione ricorda che "quando nelle Scritture si dice: "convertitevi a me, e io mi volgerò a voi" [Zac 1, 3], siamo ammoniti circa la nostra libertà; e quando rispondiamo: "facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo" [Lam 5, 21], confessiamo che la grazia divina ci deve prevenire" (DS 1525).
Una conseguenza operativa di questa caratteristica è che il cristiano è chiamato a scoprire continuamente la volontà di Dio nell'intreccio delle sue vicende personali e a dare spazio, in esse, alla contemplazione, che è la dimensione interiore dell'azione; è chiamato a scoprire il senso profondo di tutte le azioni e di tutti gli eventi della sua vita, perché essi, pur nella loro apparente insignificanza ed ordinarietà, sono simboli della volontà di Dio. Il nostro progetto personale che Dio conosce sin dall'eternità noi lo dobbiamo scoprire e costruire nelle pieghe del tempo e della storia. In qualche modo, la nostra esistenza può essere paragonata alla composizione di un mosaico, che si costruisce giorno dopo giorno, pietruzza su pietruzza, ma di cui non si conosce la
configurazione finale. Questa configurazione, finché è affidata alla libertà e responsabilità dell'uomo, è precaria, incerta, continuamente modificabile. Solo alla fine della vita, quando ci affacciamo alla sponda dell'eternità e da lassù guarderemo la sponda del tempo vedremo il disegno nell'ordito giusto e prenderemo finalmente coscienza della nostra identità definitiva.

1.5. Una seconda caratteristica di questo progetto è la sua dimensione personale. Dio chiama per nome. Crea chiamando per nome, all'inizio della storia umana, nella Genesi (Gn 1, 26), e ri-crea o salva, imponendo un nuovo nome, al compimento e alla fine della storia, nell'Apocalisse (Ap 2,17).
Ci sceglie sin dal seno di nostra madre e ci chiama con la sua grazia (Gal 1,15). Siamo chiamati secondo il suo disegno (Rm 8,28), cioè nella libertà. Egli ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, secondo il suo proposito e la sua grazia (2 Tm 1,9-10). "Mi hai chiamato. Hai gridato e hai vinto la mia sordità" (S. Agostino, Confessioni 10, 26.37). La dimensione di vero mistero della vita consiste nel fatto che essa non dipende da noi, non è una nostra proprietà, un nostro possesso, bensì un dono di Dio. Nessuno mai al mondo ci spiegherà il perché di questo dono, nel senso che nessuno ci dirà perché siamo nati, e perché moriamo. Al massimo, ci potranno dire come siamo nati e come possiamo morire. La verità è che noi esistiamo, perché Dio ci ha chiamato per nome al fine di realizzare un suo progetto di amore e di libertà, tanto che si può affermare che ogni vita umana sia allo stesso tempo opera di due amori e frutto di due libertà.
La conseguenza operativa di questa caratteristica è che se Dio crea chiamando, il primo dovere dell'uomo è l'ascolto della Parola di Dio. Se è personale la chiamata, è personale anche la risposta.
Nessuno potrà salvarci al posto nostro, e nessuno potrà dannarci al posto nostro. L'uomo è per natura un uditore della Parola. Questa gli svela il progetto di Dio, ed è l'unica parola che non lo tradisce. La responsabilità di interpretare bene la Parola per se e per gli altri è enorme. Il sacerdote, in quanto ministro di Dio, è spesso chiamato ad aiutare a discernere, ad aiutare a capire la volontà di Dio. Spessissimo gli viene rivolta la domanda: che devo fare, Padre? Ed in quel momento il sacerdote si assume la responsabilità di prendere il posto di Dio, di diventare un interprete della volontà di Dio. Nessuna interpretazione del sacerdote o di un suo delegato, però, potrà sostituirsi alla voce della propria coscienza, e potrà dispensare questa dal prendere le sue decisioni personali.

1.6. Una terza caratteristica è che il disegno di Dio è fedele. La sua chiamata è irrevocabile, perché efficace (Rm 11,29). Dio non può essere velleitario nei suoi progetti, non si limita ad esprimere dei desideri. Quello che vuole lo fa. La sua volontà è la sua azione. La speranza del cristiano è basata proprio su questa certezza. La speranza cristiana, in ultima analisi, è un atteggiamento di fedeltà a Dio come risposta alla fedeltà di Dio, anche se si sa che Dio è fedele alla sua promessa e non ai nostri progetti. La manifestazione più chiara della fedeltà di Dio è il perdono del peccato dell'uomo.
La ragione umana, secondo Aristotele, è arrivata a concepire solo la possibilità del dono. La fede cristiana, invece, arriva a testimoniare la realtà del per-dono.
La conseguenza operativa di questa caratteristica è che la vita dell'uomo non può non avere un senso religioso. Di conseguenza, la dimensione religiosa della vita non è un optional, che possa esserci o non esserci, senza danneggiare l'integrità della stessa vita. L'uomo è un modo finito di Dio.
Per cui, quanto più sviluppa il senso del divino in lui, tanto più sviluppa il senso dell'umano. Ogni sforzo di promozione umana è anche uno sforzo di promozione del divino nell'uomo, e viceversa. Il compito del cristiano è quello di aiutare tutti a riscoprire questo senso religioso della vita. Se egli è in grado di ridare occhi alla fede, sarà capace di leggere con questi occhi sia le vicende della sua storia personale che quelle del prossimo. Qualora egli voglia lavorare per ottenere un autentico rinnovamento della vita personale e sociale non può non ricominciare dal disegno originario e dalla rivelazione originaria di Dio.

1.7. La quarta caratteristica del disegno di Dio è che esso è universale. Egli chiama giudei e pagani (Rm 9, 24-26). I gentili sono chiamati in Cristo Gesù a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, ad essere partecipi della promessa (Ef 3,6). Dio non fa parzialità, ma salva tutti.
Nessuno resta al di fuori dello spazio divino, perché lo stesso vivere significa stare nell'ambiente soprannaturale. Il Concilio Vaticano II ha affermato solennemente che "Cristo è morto per tutti e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale" (GS, 22). Il Dio del Nuovo Testamento, quindi, è un Dio di amore verso tutti gli uomini, un Dio salvatore di tutti gli uomini (1 Tm 4,10).
La conseguenza operativa di questa caratteristica è che il cristiano non può escludere nessuno dall'orizzonte della sua missione e della sua tensione evangelizzatrice. Dio è più grande del cuore dell'uomo, ed accoglie nella sua misericordia anche quelli che noi escludiamo con il nostro giudizio umano. La criminalità non ha il colore della pelle, ma quello della povertà, della povertà umana, prima che economica. Chi sono realmente gli ultimi? Chi sono i lontani? Sono lontani da Dio o sono lontani da noi? Sono lontani da Dio o sono lontani dalle nostre rappresentazioni di Dio, dalla nostra predicazione di Dio? E lo scandalo dei "primi" come può essere evitato? In ogni caso, non si dovrebbe mai dimenticare che la Grazia contiene la Chiesa, e non già la chiesa contiene la grazia !

2. Il credente nell'evento di Cristo

2.1. Il disegno di Dio non è uno spazio vuoto da riempire con tanti possibili oggetti del volere divino, ma, secondo K. Barth, è Cristo stesso, in quanto manifestazione e rivelazione del mistero della chiamata di tutti gli uomini a essere in Gesù e per Gesù.
Se è vero questo, penso che, allora, il modo più proficuo di capire quale sia il disegno di Dio in Cristo per noi sia quello di ascoltare quello che Gesù stesso, per bocca degli evangelisti e di Paolo, richiede ai suoi discepoli di ieri e di oggi. E le categorie bibliche che esprimono il disegno di Dio in Cristo per noi sono soprattutto il tema sinottico della sequela, quello paolino del corpo di Cristo, e quello giovanneo della vita.

2.2. Per quanto riguarda il tema della sequela, come riferiscono i vangeli, Gesù stesso invita alcuni a seguirlo in modo speciale (Mc 1,17). Coloro che lo seguono, diventano i suoi discepoli, in quanto entrano con Gesù in una relazione simile a quella che avevano i discepoli di Giovanni e dei rabbini con i propri maestri (Mc 2,18). Questa relazione implica una comunanza di vita (Mc 3,14), un servizio personale (Mt 26, 17-19; Mc 14, 12-16; Lc 19, 29-36) e l'imitazione del maestro. Seguire Gesù come discepolo comporta esigenze assai impegnative, espresse ad esempio nel discorso con cui Gesù inviò i discepoli a predicare (Mt 10) e implicanti la condivisione della passione per amore del vangelo e persino il martirio (2 Cor 4, 10-12; At 7, 54-60; 1 Pt 2,21; Ap 14,4). Le comunità postpasquali hanno esteso la chiamata alla sequela di Cristo Risorto a tutti i credenti in Cristo (Mt 28,19; cf At 6, 1-7).
La sequela di Cristo consiste primariamente in una comunione personale di vita e di destino con Cristo, in un porsi completamente e senza riserve sotto la guida dello Spirito di Cristo, in una imitazione di Cristo povero, perseguitato, servizievole (LG 8, 40; AA, 4). I modi concreti di questa sequela potranno cambiare a seconda dei soggetti che sono chiamati in tempi e luoghi diversi a testimoniare la dimensione evangelica dell'esistenza cristiana, ma la radice e l'ispirazione rimane sempre la comunione con Gesù.

2.3. Per quanto riguarda il tema del corpo di Cristo, San Paolo considera tutta la vita cristiana, dal battesimo fino alla gloria, come un'unione progressiva con Cristo. Essere giustificato è unirsi con Cristo: tutti coloro infatti che sono crocifissi con Cristo (Gal 2,19), sono morti con Cristo (2 Tm 2,11), con lui sepolti, risuscitati a novità di vita con Cristo (Rm 6,4); i fedeli sono risuscitati dal Padre con Cristo e fatti salire nei cieli (Ef 2,6), perché con lui glorificati partecipino al suo regno (2 Tm 2,12). Tutta la vita del cristiano, dalla giustificazione sino alla glorificazione finale, si svolge "in Cristo Gesù".
La terminologia paolina descrive la comunione della grazia come una compenetrazione tra Cristo e il giusto, in forza della quale il cristiano vive in Cristo come nella sua propria atmosfera. L'unione perfetta tra il giusto e Cristo è espressa anche con il particolare uso del genitivo, in quanto essere giusto equivale a trovarsi tra coloro "che sono di Cristo" (1 Cor 15, 23).

2.4. Secondo la teologia giovannea della vita, per la salvezza è necessaria l'unione del cristiano con Gesù. Gesù Cristo, infatti, è l'unica porta delle pecore (Gv 10,17), la via, la verità, la vita (Gv 14,6).
Chi vuole realizzare concretamente questa unione con Gesù e avere in dono da lui la vita eterna (Gv 10, 27-28) deve seguirlo, diventare suo discepolo, essere suo servitore. Il discepolo "rimane" in Cristo allo stesso modo con cui Cristo "rimane" nel discepolo, cioè non secondo un vincolo puramente esteriore o morale, ma secondo l'esempio della presenza mutua del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre (Gv 17, 20-23). Come il Padre è presente in Cristo, così Cristo è presente nei discepoli. Il cristiano vive "per Cristo" (Gv, 57-58). Chi rimane nella comunione con Cristo può produrre frutti di opere buone (Gv 15, 4-5) e si apre anche alla comunione con i propri fratelli, perché l'unione salvifica con Cristo si esprime nell'essere pecore dell'unico gregge (Gv 10, 1-18; 21, 15-17) e tralci dell'unica vite (Gv 15, 1-11).
La comunione con Cristo e con i fratelli, finché è vissuta nel processo temporale della storia, è fragile, imperfetta, esposta al rischio, ma quando si rivelerà la gloria dei figli di Dio apparirà in tutto lo splendore della sua compiutezza ed efficacia (Ap 21, 1-5).

2.5. Questa comunione personale nello Spirito con il Cristo e con il Padre è ua realtà oggettiva e dinamica, un compito e una missione. Il cristiano in comunione con Dio Uno e Trino non può non testimoniare una vita di comunione e di solidarietà con i propri fratelli, vicini e lontani. La Chiesa, in quanto comunità di credenti, è lo spazio in cui la fraternità fra gli uomini e la comunione nello Spirito deve avere la sua massima realizzazione. Si può dire che la Chiesa sia fedele a se stessa e alla sua missione nella misura in cui essa realizza questo amore e questa fraternità.
La consapevolezza che questa comunione è graduale e progressiva, da una parte, può portare allo scoraggiamento e alla delusione, ma, dall'altra, libera il cristiano da schemi e valori di efficientismo pratico e lo apre a una dimensione escatologica della carità di Cristo. Questa dimensione escatologica rivela lo scarto permanente tra le realizzazioni umane, parziali e imperfette, della comunione, e la realizzazione divina nella vita beata, quando l'azione efficace della grazia di Cristo trasformerà definitivamente il cuore dell'uomo.

3. Il credente nella vita della Chiesa

3.1. Il luogo privilegiato per la realizzazione del disegno di Dio, anche se, ovviamente, non esclusivo, è la Chiesa.
Questo lo possiamo constatare per il fatto che il disegno di Dio non mira solo all'individuo e alla sua vita e storia personali. L'insegnamento della Scrittura e della tradizione esclude una privatizzazione della grazia e della misericordia di Dio e un'assolutizzazione della pur necessaria dimensione personale e individuale della salvezza. L'amore e la benevolenza di Dio per gli uomini sono presentati, quasi sempre, sotto forma di una pressante esigenza di una società, di una ecclesialità e di un ordinamento politico conformi alla volontà divina.
La teologia contemporanea è molto sensibile a questo profilo sociale della grazia, sia come modalità determinante della sua origine e sia come compito imprescindibile del suo dinamismo e della sua missione; vede in essa una chiamata alla fraternità, alla comunione, alla solidarietà, un progetto di fraternità cristiana e universale, che invera e realizza il piano di figliolanza divina.
Nell'ambito della descrizione della fisionomia del credente vorrei soprattutto sottolineare che come il disegno è di Dio, così anche la Chiesa è di Dio. E' una Chiesa di Dio per gli uomini, e non una comunità degli uomini per Dio. La Chiesa è una comunione donata dall'alto, nella quale il cristiano battezzato vive la sua condizione di uomo salvato e perdonato.

3.2. Una prima considerazione a partire da questa realtà è che Dio non chiama alcun battezzato a vivere e a lavorare nella Chiesa come si vive e si lavora in una impresa umanitaria. La Chiesa è una comunione dove si sperimenta il mistero e la trascendenza. La vera miseria della Chiesa non è la mancanza di opere sociali da gestire, ma la perdita del senso del mistero. In Italia, le mamme mandano i figli alla scuola cattolica, perché in queste non si sciopera e non si spaccia la droga, ma non si fanno scrupolo di tradire i loro mariti, di frodare regolarmente il fisco, di ignorare la pratica religiosa autentica. Il novanta per cento delle mamme sceglie per i loro bambini l'insegnamento della religione nelle scuole di stato, ma solo il trenta per cento è contraria all'aborto o al divorzio.
La Chiesa, quindi, è una buona istituzione sociale che supplisce le assenze dello Stato, ma non una comunione di grazia che vincola la coscienza del cristiano e lo costringe alla coerenza personale.

3.3. Una seconda considerazione è che se la Chiesa è una comunione donata da Dio, nello Spirito, non esistono modelli umani che la possano rappresentare e fare sperimentare in maniera esaustiva e, di conseguenza, anche esclusiva. Si potrebbe individuare una gamma di cinque modelli o immagini di Chiesa, che possono tornare utili anche per descrivere la realtà ecclesiale d'Italia. I cinque modelli di Chiesa individuati sono:
1) rituale, per il quale il nucleo generatore dell'identità ecclesiale è individuato nella partecipazione alla liturgia e ai sacramenti;
2) dottrinale, per il quale l'appartenenza viene a coincidere con l'adesione all'ortodossia e con la proclamazione del messaggio di salvezza;
3) dialogico, che individua nelle realtà terrene e nel mondo moderno il campo privilegiato dell'azione di testimonianza, e nel dialogo e nel confronto il metodo conseguente;
4) attivista, per il quale il servizio ai poveri e l'impegno nel sociale costituiscono il segno distintivo dell'appartenenza ecclesiale;
5) partecipativo, che propone la vita della comunità cristiana e la partecipazione ai suoi organi come espressione di appartenenza.
Questi modelli sono spesso vissuti e praticati dai fedeli come alternativi ed escludentesi a vicenda.
Essi, invece, dovrebbero costituire cinque dimensioni diverse della stessa realtà, della stessa verità sinfonica. Il mistero non esclude l'annuncio, e quest'ultimo non esclude il dialogo, la comunione, il servizio. Sono dimensioni che possono e devono stare insieme in un unico luogo, o che si possono e si devono sperimentare in luoghi e tempi diversi.

3.4. Una terza considerazione della Chiesa come comunione donata dall'alto è che in essa il cristiano è chiamato sempre a conservare una dimensione "altra", pena il rischio che la sua testimonianza diventi altrimenti superflua ed ininfluente. Ci si può chiedere perché la Chiesa, nonostante la sua grande esposizione mediatica, sia oggi poco significativa e poco influente.
Sembra che l'insignificanza della Chiesa come realtà soprannaturale sia direttamente proporzionale alla sua presenza nei mezzi di comunicazione e nei laboratori del consenso.
La prima ragione di questa ininfluenza sociale della Chiesa sarebbe il fenomeno della secolarizzazione. Questo fenomeno viene poi interpretato, secondo i pessimisti, come la scomparsa del sacro, secondo gli ottimisti, come la traduzione del sacro. Alcuni studiosi parlano di "cristianità nascosta" (S. Burgalassi), di "religione implicita" (A. Nesti), "religione diffusa" (R. Cipriani).
Qualunque sia l'interpretazione corretta della realtà ecclesiale italiana, a noi urge sapere come comportarsi di fronte a questo fenomeno il cui segno caratteristico è la libertà: libertà di giudizio etico, libertà di decisione politica, libertà di appartenenza religiosa? Anzitutto, non si deve dimenticare che la grande promotrice della libertà è stata proprio la Chiesa. Per cui, se oggi la Chiesa dovesse combattere la libertà e la modernità è come se combattesse il suo figlio. La Chiesa, perciò, ancora oggi non può non presentarsi come una istanza in cui il credere e il comprendere, il cercare e il trovare coesistono come un dovere e una promessa. La Chiesa non ha neppure paura della critica, sia interna che esterna. In Germania, per esempio, qualcuno ha proposto di togliere le facoltà di teologia dalle università di stato, ed in Italia molti si sono dichiarati contrari al loro reinserimento nelle medesime università di stato, per riportarle o mantenerle al sicuro, dentro le mura dei seminari, sotto il controllo della gerarchia. Ma l'istanza critica aiuta il cristiano ad interpretare i segni dei tempi, che sono un luogo teologico, il principale dei quali è oggi senz'altro la secolarizzazione. La Dei Verbum (n. 2) dice che la rivelazione è una economia di eventi accompagnati da parole. C'è il rischio che per il cristiano talvolta gli eventi rimangano confinati nel passato e che egli manchi di parole per interpretarli ed attualizzarli.

3.5. Una quarta considerazione della Chiesa come una comunione donata dall'alto è che il cristiano è chiamato a testimoniare questa comunione con la vita. Un vescovo francese qualche tempo fa ha scritto che lo spartito del vangelo è superbo, ma l'orchestra della Chiesa stona. Il vangelo, cioè, è un ideale altissimo e bellissimo. Ma i cristiani non riescono a tradurre i valori evangelici in valori civili. Essi non solo non sanno dare testimonianze di vangelo, ma spesso non sanno neppure accogliere queste testimonianze che la vita continuamente offre loro Spesso la Chiesa si può trovare in una situazione di impotenza, di incapacità, di debolezza, nei confronti dell'umanità sofferente di oggi. In questi casi, il cristiano non può tralasciare mai di portare un messaggio di speranza, anche di fronte al dramma della morte. Un dramma che può essere illuminato, anche senza la luce immediata della fede, da tanti gesti di umanità, nei quali abita sicuramente la Grazia, compiuti dalle più svariate categorie di persone. Come il territorio va abitato ma non occupato, così anche la Chiesa abita ma non occupa gli spazi della società con le sue istituzioni. Essa lascia posto all'azione ed alla fantasia dello Spirito.
In estrema sintesi, dall'analisi comparata delle componenti prese in esame, si può dire che il cristiano sia un battezzato che è "chiamato" a vivere nella radicalità e nella gratuità della testimonianza evangelica la sua risposta alla vocazione divina. La sua vita, come è stato osservato, comincia all'accusativo e non al nominativo. Il nome che indica e designa la sua identità naturale gli viene dato dai genitori, cioè da altri. Il nome che indica e designa la sua identità soprannaturale gli viene dato da Gesù stesso, nella Chiesa, in fedeltà ad un disegno eterno di Dio Padre. Gesù, dunque, il volto umano di Dio, è il tu di ogni credente, l'archetipo di umanità compiuta, colui che rende ogni uomo un interlocutore di Dio. Penso, allora, che la missione più alta e il compito formativo più delicato della comunità cristiana siano guidare la coscienza di ogni credente ad ascoltare la chiamata divina ed a scoprire in essa la propria identità, che inizia nella dimensione del tempo e si compie nella dimensione dell'eterno.

(Mons. Ignazio Sanna, arciv. di Oristano, da “I lunedì della Cattedrale”)