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“Nessuno ha intenzione di costruire un muro”. L’affermazione di Walter Ulbricht, capo di Stato della DDR e segretario del Partito socialista unitario della Germania è datata 15 giugno 1961. Esattamente due mesi dopo, tra il 12 e il 13 agosto di quell’anno, i primi metri di filo spinato si tendono a creare in modo appena percettibile - se non fosse per la mole minacciosa degli autoblindo che li presidiano - la prima delle quattro “generazioni” del Muro che, nel corso appena di una notte, ma una notte che durerà 30 anni, crea d’improvviso due Berlino, due Germanie, due Europa. Quella prima, grigia Cortina di filo, che con i mesi acquisterà l’ingombro del cemento e del ferro - e il peso del sangue di chi negli anni tenterà di lasciarsela alle spalle, spesso freddato a pochi metri dal suo sogno di libertà - ha il proprio simbolo nella Porta di Brandeburgo. Una porta antica sbarrata, che vede violata la sua finalità essenziale: quella di permettere il transito, e dunque di unire, due luoghi. E’ dunque con emozione che un figlio di quell’epoca, e una “vittima” di ciò che quello sbarramento produsse, possa fermarsi una sera d’estate sotto quella stessa Porta, tornata ad essere simbolo di una nazione riunita e di un continente senza guerre calde o fredde. E’ il 23 giugno 1996, quando Giovanni Paolo II pronuncia davanti a una sterminata folla di tedeschi queste parole:

“Das neue Haus Europa, von dem wir sprechen, ...
La nuova casa Europa, della quale parliamo, ha bisogno di una Berlino libera e di una Germania libera. Ha soprattutto bisogno di aria per respirare, di finestre aperte, attraverso le quali lo spirito della pace e della libertà possa entrare. L’Europa ha quindi bisogno, non da ultimo, di uomini convinti che aprano le porte, di uomini che tutelino la libertà mediante la solidarietà e la responsabilità. Non solo la Germania, ma anche tutta l’Europa ha bisogno per questo del contributo indispensabile dei cristiani”. 

Per anni, la storia costringe sui versanti opposti del Muro due uomini che saranno amici, fratelli nella fede, capi della Chiesa l’uno di seguito all’altro. Ma la consapevolezza di Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II è la stessa di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. Entrambi vivono da Roma gli eventi del 9 novembre 1989 che riuniscono le loro patrie e restituiscono all’Europa la sincronia dei suoi “due polmoni”. “So - scrive Benedetto XVI nel 2005 all’arcivescovo di Cracovia, Dziwisz, per il 25.mo di Solidarność - che si trattava di una causa giusta e la caduta del Muro di Berlino e l’introduzione nell’Unione Europea dei Paesi che erano rimasti dietro ad essa dopo la Seconda Guerra Mondiale, ne è la migliore prova”. E il 26 settembre di quest’anno ribadisce idealmente durante il suo viaggio nella Repubblica Ceca:

“If the collapse of the Berlin Wall marked…
Se il crollo del muro di Berlino ha segnato uno spartiacque nella storia mondiale, ciò è ancora più vero per i Paesi dell’Europa Centrale e Orientale, rendendoli capaci di assumere quel posto che spetta loro nel consesso delle Nazioni, in qualità di attori sovrani”.

Un mese fa, l’8 ottobre, il Papa presenzia al concerto in suo onore offertogli dall’Orchestra interregionale sinfonica nell’ambito dell’iniziativa “70 anni dall’inizio della II Guerra Mondiale: Giovani contro la guerra”. Il discorso di Benedetto XVI si sofferma anche sul Muro e la sua sintonia con Papa Wojtyla è sempre piena; anzi le sue parole sono inizialmente le parole stesse di Giovanni Paolo II, scritte quando le macerie del Muro erano da poco a terra:

“'La caduta del muro - ebbe a scrivere Giovanni Paolo II - come il crollo di pericolosi simulacri e di una ideologia oppressiva, hanno dimostrato che le libertà fondamentali, che danno significato alla vita umana, non possono essere represse e soffocate a lungo'. L’Europa, il mondo intero hanno sete di libertà e di pace! Occorre costruire insieme la vera civiltà, che non sia basata sulla forza, ma sia 'frutto della vittoria su noi stessi, sulle potenze dell’ingiustizia, dell’egoismo e dell’odio, che possono giungere sino a sfigurare l’uomo'”.

Alla vigilia delle celebrazioni che si appresta a tributare all’evento che le ha restituito una libertà poi sfociata in una Unione di Stati, vale la pena far riecheggiare dalla Porta di Brandeburgo, dalla sera di 13 anni fa, un appello - quello di Giovanni Paolo II - che è memoria e, al contempo, un auspicio di valore assoluto:

“Den Berlinern und allen Deutschen, denen ich dankbar ...
Esorto tutti i Berlinesi e tutti i tedeschi, ai quali sono grato per la pacifica rivoluzione dello spirito che ha portato all’apertura della Porta di Brandeburgo: non spegnete lo Spirito! Tenete aperta questa porta, per voi e per tutti gli uomini! Tenetela aperta con lo spirito dell’amore, della giustizia e della pace! Tenete aperta la porta con l’apertura dei vostri cuori! Non c’è libertà senza amore”.

 

Dal blog: I segni dei tempi

 

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