Un territorio condiviso in un patto educativo


Cooperativa “La nuvola nel Sacco” – Brescia

(NPG 1998-07-05)


Il tentativo di rendere presente la realtà e il significato dell’esperienza di una Cooperativa di Animazione in tutta la sua complessità è molto difficile, come per ogni storia che è ancora “in progress”. Articoleremo l’intervento in due momenti: nel primo, presentiamo il Manifesto della nostra Cooperativa. Il documento risale al 1991 e costituisce una sorta di ricapitolazione di quello che la Cooperativa voleva e ha saputo essere nei primi anni della sua vita (è stata fondata nel 1986 da un gruppo di giovani, quasi tutti accomunati dall’esperienza dell’Azione Cattolica bresciana). Esso costituisce anche, oggi, un paletto di riferimento, ma soprattutto un identikit con cui dover fare i conti, per verificare quanto siamo stati fedeli a quel mandato (così solenne e impegnativo per molti aspetti) e quanto siamo cambiati.
Nel secondo momento, infatti, cercheremo di rendere conto di quello che la Cooperativa è oggi, raccontando che cosa facciamo e soprattutto come lo facciamo.

PER RICORDARE CHI SIAMO E DA DOVE VENIAMO...
Manifesto della Cooperativa “La Nuvola nel Sacco” di Animazione e dintorni – Brescia

Perché la Cooperativa
Nel mese di gennaio 1986 nasce la Cooperativa di Animazione denominata “LA NUVOLA NEL SACCO”.
La scelta della forma cooperativa è quella che meglio ha interpretato l’esigenza di rispondere al bisogno di animazione che abbiamo letto nella realtà.
È la scelta dell’animazione come metodo di intervento e come stile di azione che caratterizza il nostro agire nell’ambito ecclesiale, civile, sociale e culturale.
La nostra competenza e le nostre energie vengono messe a disposizione soprattutto di coloro (gruppi, movimenti, associazioni, enti, singoli animatori) che a diverso titolo sono impegnati in attività educative, formative e culturali e che hanno come obiettivo finale la promozione dell’uomo in tutte le sue dimensioni.
La nostra ispirazione cristiana ci porta a vedere come naturale committente la comunità ecclesiale, ma proprio da cristiani vogliamo dedicarci al dialogo e al confronto con tutte le esperienze sociali e culturali, anche di diversa matrice ed estrazione.

Per noi l’animazione è...
• un’azione educativa che mira ad un cambiamento sociale;
• un modo di essere che esprime amore alla vita;
• una scelta di servizio che nasce da un’esperienza di Chiesa e da una fedeltà al Vangelo;
• promozione di tutte le potenzialità della persona;
• uno stile di vita ed una scelta professionale seria che richiedono:
- una precisa conoscenza della realtà,
- una specifica competenza,
- una fantasia creativa al servizio della ragione,
- la pazienza di chi sa di agire nei tempi lunghi,
- la saggezza di chi è consapevole di essere solo uno strumento.

Per questo…

Scegliamo

IL GRUPPO come
• luogo privilegiato di esperienza educativa capace di valorizzare e potenziare le energie presenti in ognuno fino a permettere il dischiudersi della personalità dei componenti attraverso lo scambio e il dialogo;
• soggetto educativo e di cambiamento, creatore di una coscienza collettiva;
• luogo di elaborazione culturale e di naturale trasmissione di valori;
• esperienza di intensa comunicazione affettiva, di riconoscimento, di gratificazione, ma anche di conflitto, di lotta, di mediazione: palestra di socialità.

L’ANIMATORE come
• colui che è chiamato a stimolare l’incontro positivo fra le persone;
• la persona che in virtù di un’esperienza indica alcune prospettive di cammino, alcuni valori ai quali potersi riferire;
• esperto di umanità, attento conoscitore delle situazioni umane, compagno di viaggio, amico;
• colui che sceglie di intervenire sulla realtà servendo un progetto di umanizzazione, liberazione, cambiamento;
• la persona che all’interno del gruppo si preoccupa delle dinamiche in vista di una comunicazione davvero autentica e perciò capace di far crescere nel confronto;
• colui che vive la propria esperienza di servizio come un continuo cammino di crescita;
• colui che percepisce la realtà non come se fosse una bestia da dominare, ma come qualcosa da cui imparare;
• “connettore”, capace cioè di porsi al centro di una rete di rapporti e relazioni fra tutti coloro che agiscono sul territorio secondo un’ottica educativa;
• appassionato ricercatore di verità, per nulla disposto al compromesso e alla mediazione fini a se stessi.

LA PROGETTUALITÀ come
• forma di riscatto dai particolarismi e dai settorialismi;
• chance per una vera solidarietà sociale;
• via possibile per un corretto intervento educativo;
• soluzione ai problemi che affliggono la società, e quindi l’uomo;
• prima e ultima occasione data all’educazione per proporsi come vera azione preventiva del disagio e della devianza.

LA COMUNICAZIONE
• crediamo che la promozione dell’uomo (di tutto l’uomo, di tutti gli uomini) non possa che passare attraverso un’educazione ad una corretta comunicazione con noi stessi e con gli altri;
• crediamo che ben comunicare oggi significhi anche aprire un dibattito ed una riflessione intorno agli strumenti della comunicazione di massa e agli indotti culturali che dalle diverse forme di essa derivano;
• crediamo che comunicare significhi accettare l’incontro, affermare la propria disponibilità ad un cambiamento, dichiarare una speranza.

Vogliamo

• lavorare con uno stile cooperativo, stile che informi i rapporti al nostro interno, ma che ancora di più risulti evidente nei rapporti con l’esterno;
• che i nostri interventi favoriscano il crescere di competenze ed abilità in coloro che ci chiamano, permettano la loro formazione e ne stimolino l’autonomia: non forniamo servizi, ma collaboriamo alla realizzazione di progetti;
• studiare, pensare, ricercare strade nuove per sapere rispondere alle nuove urgenze che la realtà genera: lo sforzo primario, cioè, non è quello di offrire attività, strumenti, cose, quanto piuttosto quello di stimolare una riflessione che possa, col tempo, diventare cultura dell’animazione;
• porci nell’ottica della progettualità a partire dalle cose che facciamo e quindi sforzarci continuamente di verificare il nostro operato;
• abbracciare la logica del servizio, contro la logica del mercato.
Brescia, 13 gennaio 1991

PER UNA RILETTURA E UNA VERIFICA

Un Manifesto è un po’ come la Carta Costituzionale: tutti la citano, ma solo per la parte che gli interessa. E soprattutto, rischia di rimanere“carta”. Oggi, quindi, a 12 anni dalla nascita e a 7 dal Manifesto, si impone il chiederci cosa è diventata “La Nuvola nel Sacco”.
Rileggendo il Manifesto, talvolta ci viene il dubbio se la forte carica ideale degli inizi non si sia affievolita e se altre esigenze abbiano preso il sopravvento.
Se infatti una delle sfide con cui il gruppo fondatore intendeva misurarsi – riuscire a far diventare la passione educativa professione, occasione di lavoro – si può dire vinta, questo impone con urgenza di interrogarci sul significato che diamo all’animazione: un articolo alternativo da proporre sul mercato del tempo libero? Uno slogan da cavalcare e da spremere fin che tira? Un prodotto di cosmesi a base di un po’ di fantasia e creatività per i tradizionali approcci educativi? Un oggetto indefinito con cui riempire l’assenza di proposte vincenti che sperimentiamo su tutti i fronti, pubblico e privato?
Oggi, “La Nuvola nel Sacco” è una cooperativa con 29 soci, alcuni dei quali vi lavorano stabilmente, altri occasionalmente, e con sei dipendenti, e con tutto ciò che questo comporta: un consiglio di amministrazione, un coordinatore, un contabile, un bilancio, l’attenzione agli aspetti legislativi, fiscali, l’esigenza di avere una strategia di mercato, ecc. Che alcune persone vivano di questo lavoro ci ha spinto ad assumere una “mentalità imprenditoriale” che era ed è forse ancora un po’ a noi estranea, ma che è essenziale nella gestione di una realtà che si deve muovere sul terreno dei rapporti non solo socio-culturali ma anche economici.

Gli obiettivi alla prova dei fatti

Ma la sfida non era solo questa. Era anche quella di riuscire a far diventare l’animazione “uno stile di vita e una scelta professionale seria” insieme, nella convinzione che sia possibile coniugare efficienza organizzativa, rigore metodologico, competenza e passione educativa, al fine di ottenere interventi di“qualità”, in cui sia cioè possibile costatare il tipo e la quantità di lavoro profuso, senza ovviamente la presunzione di poter prefigurare e predeterminare il risultato educativo.
Sulla base di ciò, l’attività della Cooperativa si è articolata principalmente su quattro versanti:
– la progettazione, l’organizzazione e la conduzione di momenti di animazione (feste di oratorio, feste di piazza, incontri, convegni);
– la preparazione e la conduzione di corsi di formazione sui temi dell’animazione (aventi come destinatari animatori, operatori sociali, genitori, insegnanti, volontari);
– la progettazione, la realizzazione e la fornitura di strumenti di supporto alle attività di animazione: grafica, pubblicistica, manifesti, locandine, oggettistica, palchi per manifestazioni, impianti tecnici, sussidi didattici, ecc. In quest’ambito rientrano anche quelle che chiamiamo “campagne di sensibilizzazione”, progetti integrati, in cui rientra lo studio dei messaggi e degli strumenti con cui presentarsi, che consentono ad un soggetto di entrare in comunicazione con il territorio (scuola, famiglie, mezzi di comunicazione, ecc.);
– la consulenza a gruppi (istituzionali, volontari, ecc.) relativamente alla progettazione e supervisione di progetti di animazione.
Solo da due anni si è aperto un nuovo settore di iniziativa, la gestione per conto di enti locali di servizi per minori con l’ideazione e conduzione/coordinamento di progetti giovani e adolescenti (Centri di Aggregazione Giovanile per preadolescenti e adolescenti).
Ma tutte le volte che cerchiamo di descrivere che cosa facciamo, scontiamo la difficoltà di renderne conto con esaustività, in quanto la tipologia, al di là della classificazione sopra esposta, è molto varia. I nostri committenti sono molto diversi e rappresentano tutti i settori della vita sociale: dal mondo ecclesiale a quello laico, dalla scuola alla famiglia, dall’associazionismo e dal volontariato alle iniziative economiche.
Esiste nella società italiana di oggi un diffuso bisogno di educazione, bisogno che spesso si esprime in domande incompiute, non chiare rispetto agli obiettivi e agli strumenti. Ci siamo accorti che tale bisogno va educato, orientato. Uno dei momenti decisivi e nello stesso tempo più delicati della nostra azione è quando cerchiamo di interpretare la richiesta che il committente ci sta facendo e lo aiutiamo a chiarirla a se stesso. Il risultato di questo approccio è che quasi mai un intervento è simile al precedente, ma ogni volta costruiamo un prodotto su misura, “ad hoc”, come ci piace dire. Il risultato è anche che talvolta, dopo aver chiarito le idee al potenziale cliente… perdiamo il lavoro. Abbiamo infatti l’ambizione “che i nostri interventi favoriscano il crescere di competenze e abilità in coloro che ci chiamano, permettano la loro formazione e ne stimolino l’autonomia: non forniamo servizi, ma collaboriamo alla realizzazione di progetti”. È una caratteristica che spesso ci porta a operare una selezione fra le richieste che ci pervengono.
Si può allora affermare che l’oggetto della nostra attività è la realtà nel suo insieme, senza volerci ritagliare un settore, una problematica, un’età particolari. E questo non per opportunismo, ma per la convinzione che è possibile intervenire su un elemento del sistema socio-educativo solo agendo contemporaneamente anche sugli altri elementi; per educare le giovani generazioni non bastano proposte per il mondo giovanile, occorrono iniziative formative convincenti anche per il mondo adulto e per le istituzioni: anch’essi vanno educati per creare un clima relazionale e socio-affettivo che vorremmo fosse accogliente e fecondo.
Quest’ultima osservazione si collega ad un’altra analisi della realtà che in questi anni abbiamo condotto e da cui deriva un nostro particolare impegno. Esiste un elemento patologico che appare come trasversale a tutti gli ambiti e che ritroviamo a vari livelli, e che costituisce uno dei fondamentali fattori di disaggregazione sociale, di perdita di appartenenza e di smarrimento del senso esistenziale e civile, in quanto persone e cittadini; questo elemento è una diffusa carenza di comunicazione o la presenza di forme distorte e inautentiche di comunicazione non solo fra le persone e le generazioni, ma anche fra le diverse appartenenze, le istituzioni. Il non dialogare, il non interagire, il non riuscire a collegare sforzi spesso lodevoli ed energie anche consistenti è una delle difficoltà più grandi che incontriamo e una delle cause più frequenti di insuccesso di un’iniziativa. È per questo che molta parte del nostro lavoro consiste proprio nello sforzo di riuscire a mettere in rete i diversi soggetti che agiscono nel territorio, a smuovere e coordinare le energie e le potenzialità inespresse.
Il nostro “settore” è, quindi, la normalità (che può comprendere anche aspetti di “anormalità”), nella quotidianità e nella ordinarietà degli interventi, tralasciando proposte di carattere terapeutico od assistenziale che invece caratterizzano la maggior parte delle cooperative sociali; puntando sul coinvolgimento delle persone in attività concrete; evitando di impegnarci in lunghe e complesse ricerche di carattere sociologico (si rischia, spesso, l’accademia, e di fermarsi alla pura raccolta dei dati, inoltre “freddi”) e privilegiando l’ascolto di testimoni autorevoli delle esigenze e delle inclinazioni di una comunità.

Creare delle appartenenze

Un aspetto particolare delle nostre iniziative è l’attenzione alla loro visibilità, al look (manifesti, locandine, adesivi, magliette, spille, loghi, marchi, musica, video); e non è solo questione d’immagine. Si tratta di riuscire ad entrare nei meccanismi della comunicazione contemporanea per riuscire a trasmettere messaggi che siano comprensibili e spendibili: a che serve pensare una megastupenda festa in oratorio se lo sanno solo i soliti quattro gatti? Per rifarci a quanto dicevamo sopra, uno dei problemi con cui tutte le istituzioni si devono confrontare è l’autoreferenzialità dei loro messaggi: la Chiesa, la famiglia, la scuola, l’ente pubblico, lo stato dicono, con la propria lingua, cose che capiscono solo al loro interno. L’attenzione ai nuovi linguaggi e alle strategie della comunicazione sociale, televisiva, delle immagini, della musica, tenta di rompere questa forma di autismo e si pone, come intenzione, sulla stessa linea della competenza nel campo della dinamica di gruppo e del possesso dei suoi strumenti.
Attraverso il linguaggio dei simboli cerchiamo inoltre di creare delle micro-identificazioni e delle tradizioni, ovvero delle appartenenze a dei simboli o gesti comuni, autodefiniti.
Nel corso di questo cammino ci stiamo accorgendo che gli strumenti di viaggio con cui eravamo partiti (il gruppo, l’animatore, la progettualità, la comunicazione) ci accompagnano sempre, magari un po’ aggiustati e aggiornati, ma soprattutto usati con maggiore consapevolezza.
È il caso del gruppo. Esso è il requisito di base di tutti i nostri interventi, a livello di bambini, adolescenti e adulti. Ma ci stiamo accorgendo che, soprattutto con gli adolescenti, esso sta mutando fisionomia e significato: si sta delineando, nella prassi, un superamento sia del gruppo di appartenenza, sia del gruppo di compito, per un tipo di gruppo flessibile nelle forme, nei luoghi, nei tempi, nelle funzioni attribuite a livello di attese al far gruppo e nelle potenzialità educative. Sempre con maggiore fatica vediamo gli adolescenti identificarsi nel gruppo di appartenenza e attribuire ad esso il ruolo di identità forte di riferimento; è più percorribile la strada di identificazioni progressive rispetto a esperienze diversificate e sfasate nel tempo che possono trovare una sintesi temporanea e/o conclusiva nel gruppo. Ma per un approfondimento di questa tematica particolare rimandiamo al nostro contributo nella rubrica “Note’s Graffiti” in NPG 8/97, dal titolo “Dal gruppo al gruppo”.
Un ultimo, doveroso cenno è allo stile laico che caratterizza la nostra storia e che era già chiaramente presente nel Manifesto: le nostre proposte non sono mai strumentali al conseguimento di un’adesione a un ideale o all’ottenimento di un’appartenenza di tipo ecclesiale. E questo non per spirito di neutralità. Infatti, anche quando operiamo in ambito ecclesiale, crediamo che l’animazione si proponga con una sua proposta antropologica e con una valenza educativa che la rendono autonoma e non soggetta ai contenuti della fede, sebbene non svincolata e non estranea. Perciò non crediamo possibile “targare” l’animazione di contenuti cristiani, anche se riteniamo possibile, e lo auspichiamo, fare educazione alla fede in termini di animazione.

Per concludere

Siamo consapevoli di come la nostra esperienza sia connotata dalla fragilità e sottoposta a molti rischi: di fallimento, di stanchezza, di perdita di slancio e di progettualità. Siamo consapevoli di dover ogni tanto fermarci per verificare il nostro percorso.
Sappiamo anche che per sopravvivere e per elaborare un progetto coerente e sempre aggiornato di animazione dobbiamo metterci a confronto con i vari soggetti che ci possono aiutare nell’analisi e nella formulazione delle ipotesi, che sono poi i nostri stessi interlocutori: comunità ecclesiale, scuola, famiglie, enti pubblici, associazioni, ecc. La sfida attuale crediamo sia infatti quella di costruire un’immagine condivisa di territorio, nel quale trovino posto i diversi soggetti educativi, con i loro valori riconosciuti, con le loro competenze, e sia stipulato un patto educativo che definisca i rapporti che possono intercorrere fra di essi, senza interferenze e sovrapposizioni. Tale riflessione dovrebbe investire ognuno di essi e spingerli ad interrogarli sulla loro identità e funzione, nella direzione di una disponibilità al cambiamento e al pensarsi in forme diverse da quelle che ha loro consegnato la tradizione.