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    «Sia santificato il tuo nome»



    Carmine Di Sante

    (NPG 1996-2-5)


    Il verbo greco usato da Matteo e da Luca rimanda ad un termine ebraico il cui significato etimologico è quello di «dividere», «separare». «Santificare» il nome di Dio è compiere un'operazione di «divisione» e di «separazione», è imparare a distinguere il vero Dio dal falso: il suo vero nome da quello idolatrico.
    Ma qual è il nome «falso» di Dio e quale quello «vero»? Come è noto, nella tradizione ebraica Dio, come non è raffigurabile, neppure è nominabile, per la semplice ragione che i nomi con cui può essere nominato sono sempre e solo produzioni dell'immaginario umano: desiderio o intelligenza.

    Dio non ha nomi

    Il motivo per cui Dio non può essere nominato è perché qualsiasi nominazione ne verrebbe a negare la radicale alterità, il suo essere oltre il campo visivo e percettivo del soggetto umano, il suo porsi oltre l'io di cui è principio ma non oggetto.
    La traduzione narrativa più suggestiva della innominabilità di Dio è, nell'Antico Testamento, Es 33, 18-23: «(Mosè) disse (a Dio): 'mostrami la tua gloria'. Rispose: 'farò passare di fronte a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia'. Soggiunse: 'ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo'. Aggiunse il Signore: 'Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mia mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere'».

    Il nome che Dio si è dato

    C'è comunque un nome, nella bibbia, che Dio stesso si è dato, un nome «non-nome» che egli stesso rivela a Mosè da un roveto ardente: «Mosè disse a Dio: 'ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: come si chiama? E io che cosa risponderò loro?'. Dio disse a Mosè: 'Dirai agli Israeliti: 'Io sono colui che sono ('ehjeh 'asher 'ehjieh)'. Poi disse: 'Io sono ('ehjeh) mi ha mandato a voi'» (Es 3, 13-14).
    Presentandosi come «io sono colui che sono», Dio non intende dare di sé una definizione ontologica come colui la cui ultima e più profonda realtà è la pienezza dell'essere, il possedere cioè, in-finitamente, da sempre e per sempre, quell'essere che ogni altro essere possiede e può solo possedere finitamente e per partecipazione; neppure intende solo far capire che il problema della sua identità riguarda lui e nessun altro e che perciò è vano pretendere di conoscerne il nome; più semplicemente vuol dire che egli è sempre e sarà sempre con Israele e per Israele: »che cosa significava quel Nome? I sapienti del Talmud lo interpretano come se 'il Santo Benedetto Iddio avesse detto a Mosè: va' a dire agli ebrei: Io sono stato con voi in questo servaggio, Io sarò con voi nel servaggio dei Regni', cioè in tutte le età, in tutti i luoghi, presso tutte le genti e gli Stati che vi terranno schiavi. Io starò al vostro fianco... Quel Nome significava dunque che Dio è sempre presente e vicino dovunque si pena» (D. Lattes).
    Il Nome di Dio è «io non ti abbandonerò mai», come canta il Sal 23, che di questo nome può essere considerato un suggestivo dispiegamento: «Il Signore è il mio pastore/non manco di nulla...».

    Il nome di Dio è l'agape

    Il Nuovo Testamento e, soprattutto, Paolo e Giovanni hanno un termine peculiare in cui racchiudono l'autorivelazione di Dio: l'agape: «Dio è agape» (1 Gv 3,1; 4, 7.8.16), cioè «amore». Ma si tratta di un amore peculiare che consiste nell'amare l'uomo esclusivamente in ragione di se stesso e non come momento interno alla propria manifestazione divina o «gloria»; e soprattutto di un amore perdonante che resta sempre al fianco dell'uomo; sempre: anche nell'abisso del suo peccato e del suo fallimento, anche «negli inferi» del suo rifiuto e negazione di Dio stesso.
    Dio è questa «compagnia» che ama anche se rifiutata, che accoglie anche se negata e che mai abbandona anche se abbandonata. Egli, per definizione, è questo essere per l'altro, in ogni modo e comunque, sempre e dovunque. Il suo nome è «il solidale», il cui amore non è l'amore di identità, che si realizza ma l'amore di alterità, che si dimentica per realizzare l'altro, suscitando una nuova vocazione e una nuova identità: quella della bontà, del disinteressamento e della gratuità.

    Cosa vuol dire santificare il nome di Dio

    Santificare il nome di Dio vuol dire ri-conoscere (e, riconoscendolo, esserne grati e acconsentirlo) che, essendo Dio amore di alterità, il mondo delle cose e degli uomini si regge solo su questo principio e che, dove questo si occulta, l'umano stesso si degrada, producendosi al suo interno indifferenza e violenza. Solo la «santificazione del nome di Dio», cioè il riconoscimento recettivo e attivo del suo amore di alterità, promuove nel mondo la crescita dell'umano e istituisce la vera fraternità: non quella biologica e neppure quella sentimentale bensì quella etica o dei responsabili.
    Santificare il nome di Dio vuol dire instaurare con l'altro - ogni altro - una relazione di amore che è oltre la «comprensione» (prenderlo e portarlo entro il proprio mondo) e oltre la totalizzazione (percepirlo e leggerlo come parte di un organismo naturale o istituzionale in cui la sua singolarità si annulla): una relazione di amore che, come quello di Dio, è pura grazia, gratuità e disinteressamento.
    Nella storia lacerata dalla sofferenza e dalla violenza, il nome di Dio viene «santificato» ogni qualvolta l'io, come il samaritano della parabola lucana, si dimentica di sé e si china sull'alterità dell'altro. Gesto paradossale ed evento o miracolo che ridona la vita all'altro ed apre la «vita eterna» a chi lo pone.


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