Ambigua tv

Mario Pollo

(NPG 1994-93-77) 

La televisione come tutte le creature della téchne è una spada a due tagli, uno strumento cioè che ha nell'ambivalenza il destino del suo utilizzo.
Da un lato infatti la televisione allarga lo spazio-tempo che inscrive la vita degli individui mettendoli in relazione con fatti che accadono in quell'istante in zone lontane del globo, oppure con la memoria del passato e i sogni del futuro delle immagini «virtuali», che li conducono in quel mondo apparente, ma non per questo meno reale, delle varie forme di fiction, tra cui vi è anche il documentario culturale.
Un mondo affascinante che rende enormemente grande l'ambiente naturale e sociale dell'uomo, emancipandolo dagli angusti limiti segnati dall'esplorazione diretta dello spazio-tempo attraverso i suoi organi motori e sensoriali.
Dall'altro lato la televisione allontana l'individuo dallo spazio-tempo concreto in cui dice la sua vita, riduce la sua esplorazione diretta e personale del reale, lo allontana da altre forme di conoscenza, tra cui la lettura e la narrazione orale, e lo spinge a perdersi in una complessità labirintica senza fine, in cui non riesce a trovare il filo d'Arianna in grado di farlo riemergere alla semplicità di quell'esistenza in cui alcuni valori e alcune scelte esistenziali danno coerenza, unità e senso alla sua fatica di esistere.
La televisione con la sua semplice esistenza, al di là dei programmi che ha trasmesso e trasmette, ha modificato e continua a modificare la cultura sociale, ovvero i mondi di vita in cui si declinano i gesti quotidiani delle persone nella vita sociale.
Lo stesso uomo, in quanto essere naturale e culturale allo stesso tempo, è stato modificato profondamente dall'uso della televisione, che, d'altronde, non è affatto l'ultima frontiera delle modificazioni del mondo umano.
La realtà virtuale è alle porte e dopo i primi e ancora grezzi tentativi irromperà prepontentemente, proponendo un nuovo mondo da abitare alle persone, una nuova realtà rispetto alla quale la televisione apparirà come oggi appare una vecchia e ingombrante radio a valvole. Nessuno allora si ricorderà delle minacce della televisione alla civilizzazione, essa sarà come un innocuo oggetto che al massimo toccherà le corde della nostalgia.
Questo discorso non vuole affermare che la televisione oggi non abbia alcun reale potere negativo sulla cultura sociale e sulle singole persone; tutt'altro, vuole semplicemente ribadire che sia il suo potere positivo che quello negativo sono relativi, legati entrambi alla maledizione della téchne che accompagna l'uomo dal giorno della sua cacciata dal giardino di Eden.
Il problema non è nella televisione o negli strumenti che in un prossimo futuro la supereranno o miglioreranno, ma nel rapporto dell'uomo con gli strumenti del comunicare e dell'agire che la razionalità tecnico-scientifica gli mette a disposizione.
Il vero problema che sorge dalla presenza di questi strumenti sta nella capacità delle persone di gestirne l'uso, e di utilizzarli, quindi, verso il fine della propria realizzazione anziché verso quello della propria distruzione o stagnazione.
Infatti se un uso passivo, soggiogato e massificato della televisione può
condurre le persone a perdere sensibilità verso la realtà prossima, a smarrire qualsiasi vitale gerarchia di valori e di bisogni, a consumare il proprio tempo in una sorta di narcotico ottundimento, un uso attivo, autonomo e progettuale dello stesso mezzo può aiutare le persone a sviluppare una vita personale più ricca e articolata.
La soluzione del problema non è perciò nella abolizione della televisione o in una pianificazione fortemente autoritaria dei suoi programmi, ma nell'educazione delle persone a inserire con coerenza l'utilizzo di questo strumento in un progetto di vita personale che sia il frutto maturo della loro libertà, fondata in una coscienza nutrita dalla razionalità critica e dalla affettività matura. Solo così si abilitano le persone alla capacità di porsi in modo vitale, creativo e protagonista nei confronti degli strumenti attraverso cui declinano la loro quotidiana presenza nel mondo.
Solo così l'uomo potrà essere, almeno in parte, il signore degli strumenti della tecnica e non il loro servo inconsapevole ma non innocente. Solo così nel prossimo futuro la realtà virtuale potrà essere piegata alla crescita dell'uomo e non, viceversa, divenire una delle tante vie che la storia ha proposto e propone alla sua perdizione.
Si tratta perciò di ribadire la necessità di una educazione umana, la cui durata è quella dell'intero corso dell'esistenza, in grado di volgere l'uomo alla conoscenza del tempo e della sua trama intorno alla quale costruisce la sua realizzazione progettuale.
Di un'educazione che oltre alla coscienza e alla libertà faccia scoprire alle persone i linguaggi poveri, ma non per questo meno potenti, che servono ad accostarsi al mistero del tempo e della vita umana che in esso conta i suoi giorni.
La narrazione, l'immaginazione, il simbolismo, l'empatia dell'amore nell'orizzonte della scoperta dell'Altro dovrebbero essere i frutti maturi di questa educazione. Il problema della condizione umana non sono perciò tanto gli strumenti, ma bensì i progetti di vita in cui si inseriscono l'uso e l'abuso di questi stessi strumenti.
La televisione è un caso paradigmatico perché il pericolo che essa manifesta, che pure è insito nella sua essenza, è enfatizzato dall'assenza di progetti di vita in grado di far percorrere alle persone che la utilizzano i sentieri che conducono alle soglie inviolabili dell'Essere.
Per scoprirli forse bisogna guardare un po' meno televisione, selezionaré. di più il suo uso e scoprire l'amore e l'armonia che si declina in ogni vita umana e nel suono della natura attraverso l'esperienza dell'amore.