Educare alla legalità, educare la libertà

Inserito in NPG annata 1993.


Carlo Nanni

(NPG 1993-01-67)


Le riflessioni che verremo proponendo si pongono nel contesto di una serie di approfondimenti sul tema dell'educazione alla legalità. Di essa ultimamente cercano di vedere la possibilità ed i modi nell'interconnessione con il problema dell'educazione della libertà.

LIBERTÀ, LEGALlTÀ, EDUCAZIONE

Solo vent'anni fa, prospettare un collegamento positivo tra legalità e libertà sarebbe stato quasi inimmaginabile. La contestazione sessantottesca portava a vedere la legalità piuttosto come un impedimento alla spontaneità personale. La legge era vista quasi come l'esatto contrario della libertà, espressione impersonale dell'autoritarismo sociale incombente sulle persone, gabbia di qualsiasi movimento di libertà, negazione di ogni esigenza ed originalità personale. La divaricazione tra libertà e legalità era portata al massimo.
Venti anni di sviluppo sociale e di cambiamenti e innovazioni nei mondi vitali hanno riportato in primo piano l'esigenza di un recupero della legalità. Come afferma Mons. Giovanni Volta, presidente della Commissione Ecclesiale «Giustizia e Pace», nella Presentazione della Nota pastorale «Educare alla legalità» (pubblicata il 4 ottobre 1991, festa di S. Francesco d'Assisi, patrono d'Italia) «la caduta del senso della moralità e della legalità nelle coscienze e nei comportamenti di molti italiani» mette a rischio la giustizia e la pace nel nostro paese.
Richiamandosi a quanto affermò con forza il Papa a Capodimonte-Napoli il 10 novembre 1990 («Non c'è chi non veda l'urgenza di un grande ricupero di moralità personale e sociale, di legalità. Sì, urge un ricupero di legalità!») Mons. Giovanni Volta presenta la Nota come «una proposta offerta ai cristiani e ad ogni uomo di buona volontà per una revisione di mentalità e di comportamento all'interno di una società che, smarrendo il senso delle norme che la devono guidare, compromette la giustizia e la pace».
La legalità quindi è per un verso rapportata alla moralità e per altro verso viene vista come un fattore o perlomeno come una condizione per la giustizia e la pace sociale e personale. La mancanza di moralità sociale e di senso della legalità sono considerate come una causa delle ingiustizie e dei conflitti tra i cittadini.
La legalità verrebbe ad essere, ad un tempo:
- espressione della libertà di tutti, in quanto rappresenterebbe come la «regolamentazione sociale e storica» delle differenti libertà che si incontrano nello spazio in cui esse sono qualificate come civili;
- condizione di libertà per tutti, in quanto verrebbe ad essere il quadro generale e particolare in cui è dato a tutti di muoversi ed agire in libertà, nella sicurezza della legge e con la protezione ed il supporto di istituzioni, strutture, servizi, procedure che rendono possibili cammini di giustizia e di pace per tutti e per l'insieme.
Peraltro la Nota, nella terza ed ultima parte, dedicata alle «vie alla crescita della legalità», ricorda al n. 15 che «il senso della legalità non è un valore che si improvvisa. Esso esige un lungo e costante processo educativo».
Un po' più oltre, ma sempre allo stesso n. 15, «l'affievolirsi del senso della legalità» è riferito ad «una carenza educativa in rapporto non solo alla formazione sociale dei cittadini, ma anche alla stessa formazione personale».
Se si pensa alla stretta connessione che intercorre tra legalità e moralità personale, moralità civica, senso dello stato e solidarietà civile, etica della socialità (si vedano in proposito la fine del n. 9 e l'intero n. 11 della Nota), si comprenderà più facilmente come anche l'educazione alla legalità vada di pari passo con l'educazione alla libertà, personale e comunitaria.
A me pare che questo lavoro educativo:
- vada anzitutto verso una educazione/rieducazione della mentalità e della nostra cultura di libertà;
- in secondo luogo chieda una educazione delle capacità personali di decisione e di agire libero e responsabile;
- e in terzo luogo chieda un impegno per educare allo stare insieme nella giustizia e nella pace.

L'EDUCAZIONE A UNA CULTURA Dl LIBERTÀ COMUNITARIA

Il rapporto della libertà con la legalità ha il vantaggio di collocare la libertà in un contesto comunitario, fin dall'inizio. E prospetta l'agire libero come un evento storico, sociale, che ha da misurarsi con la libertà degli altri e con precise condizioni storiche, ma che al contempo è chiamata alla responsabilità e alla creatività storica.
Peraltro porta a pensare i comportamenti individuali e collettivi come espressione di libertà forgiate nel rapporto (interazione, dialettica, conflitto...) con il «patrimonio sociale di cultura» e con le intenzionalità o le passioni che hanno agitato ed agitano la vita comunitaria storica.
In questo senso l'educazione della libertà viene ad essere prospettata come un aiuto per uno sviluppo al meglio delle potenzialità soggettive di libertà nell'incontro/interazione che esse vengono ad avere, nel bene e nel male, con «codici» culturali e con le «pulsioni» sociali provenienti dall'ambiente storico-sociale che vengono a costituire la «paideia», cioè «cultura formativa» delle libertà personali e comunitarie.
Detto in controluce, si vuol dire che la perdita del senso di legalità e del bene comune (che la Nota citata, al n. 12, dice «anima e giustificazione del principio di legalità») dipende anche dal modo di intendere la libertà che ci viene dalla nostra esperienza sociale recente e dalla tradizione culturale europea, occidentale, moderna (che incide nella formazione della mentalità personale e comunitaria).
Affinché le libertà crescano adeguatamente, si viene quindi ad imporre previamente un lavoro formativo-critico a livello di mentalità individuale e collettiva. In buona sostanza si vuol dire che occorre prospettare ed attuare, individualmente e comunitariamente, una formazione intellettuale per tanti versi critica e differente rispetto ad una mentalità corrente e ad una cultura tradizionale «vincente».
Un tale lavoro formativo fa certo parte di una socializzazione ed educazione primaria. Ma è anche un capitolo di quella educazione permanente che i cambiamenti e le innovazioni epocali, che stiamo vivendo, richiedono ad ogni persona di qualsiasi età, ai singoli, alle famiglie, alle chiese, ai gruppi, alle organizzazioni, all'intero corpo sociale.
Dal punto di vista religioso e di fede si può vedere in questo lavoro una modalità di quella «conversione», cioè di quel cambiamento di mentalità, a cui la fede continuamente stimola i credenti.

Per una libertà che modula autorealizzazione e solidarietà

In questi ultimi decenni, grazie al benessere economico e alla sicurezza del sistema sociopolitico democratico occidentale uscito dalla seconda guerra mondiale, sono cresciute le cosiddette «libertà sottili» e si sono riaffermati valori da taluni definiti «neoborghesi», vale a dire all'insegna dell'autorealizzazione e del liberismo individualistico.
Si è rigettato il carattere totalizzante del politico. E' cresciuta la coscienza della dignità personale dei diritti umani e civili di ciascuno. Salute e benessere, o per meglio dire «lo star bene», sono visti come il «termometro» concreto della libertà. E si è come diventati «gelosi» della propria «privacy» e della propria opinabilità soggettiva, contro qualsiasi forma di invadenza (anche se poi magari si è influenzati in centomila modi dalla sofisticata e onnipervasiva propaganda del sistema della comunicazione sociale). Rispetto ad una soggettività politica collettiva, prevalente nel recente passato, si è rafforzata la soggettività politica personale, che esalta i diritti individuali rispetto ad ogni «aggruppamento» o inquadramento partitico e che non fa più riferimento alle ideologie o ai tradizionali sistemi di significato per le proprie convinzioni vitali, ma che anche come accade nel volontariato si impegna direttamente e corresponsabilmente alla produzione della vita comunitaria e allo sviluppo sociale.
Ma sono pure sotto l'occhio di tutti gli sbilanciamenti di questi percorsi sociali di libertà verso il soggettivismo delle idee e delle convinzioni, l'individualismo dei comportamenti, l'incuria assoluta per ciò che è della collettività, l'assenza di corresponsabilità, la mancanza di riferimento ad un pur minimale quadro di verità e di valori o di deontologia professionale nel lavoro e nei servizi di pubblica utilità.
La stessa aspirazione all'autorealizzazione può arrivare ad essere puro e semplice «culto di sé», idolatria delle proprie voglie e del proprio sentire, «religione» di un io privo di ogni senso di fedeltà a se stessi o ad altri e di partecipazione alla vicenda comunitaria. Gli altri rischiano di essere visti solo in funzione della propria felicità e del proprio star bene a cominciare dal coniuge e dai figli nati o da quelli che avevano cominciato a venire al mondo. Il senso del «noi» familiare e della vita comunitaria può venirne gravemente perturbato.
Né è pure da sottacere il rischio che l'incontrollata fruizione dei beni di consumo o l'eccessività delle stimolazioni possano portare a forme di incontinenza del desiderio di possesso, di ottundimento della sensibilità interiore, di oscuramento o incapacità di cogliere il senso globale della vita, che in alcuni si produce in un'irresoluta inquietudine ed angoscia di fondo; in un sentimento di radicale «vanità» ed insignificanza dell'essere al mondo; e che in altri, individui e gruppi, porta alla difesa ad oltranza del proprio benessere e dei propri interessi particolari.
Si comprende quindi che se è certo necessaria una maggiore vigilanza in ambito morale e legislativo, affinché non si costituiscano dei monopoli di potere, non è meno necessaria la promozione di una cultura più comprensiva e più integralmente umana della libertà, che permetta un «ragionevole» ed aperto collocamento dell'esperienza personale di tutti e di ciascuno in un orizzonte di convivenza, di interdipendenza e di solidarietà, che, da dati di fatto, si trasformino in «virtù» per una migliore qualità della vita di tutti e per un comune ed integrale sviluppo di tutti e di ciascuno; e che ispirino la produzione di regole e norme congruenti per la convivenza sociale.
Ma si intravvede subito anche l'urgenza di una formazione culturale, familiare, scolastica, catechetica, associativa, massmediale che stimoli criticamente a prendere posizione di fronte a queste ambivalenti tendenze culturali del tempo.
L'educazione alla vigilanza culturale non è meno necessaria di quella giudiziaria e politica.

Per una libertà oltre i tradizionali percorsi delle libertà moderne

Una cultura dello sviluppo solidale trova incentivi educativi ma pure «pietre d'inciampo» nella nostra tradizionale cultura europea, occidentale e moderna della libertà.

Con-libertà e «differenza» nella libertà

L'enfasi sulla libertà è certamente un tratto caratteristico della modernità occidentale. La difesa delle «libertà » di pensiero e di azione individuale e sociale è diventata la bandiera delle lotte civili e politiche della storia delle nazioni occidentali postmedioevali, ma è anche diventata la pezza d'appoggio del nazionalismo, del capitalismo, dell'individualismo occidentale e dell'asservimento imperialistico ed eurocentrismo di tanti individui, popoli o stati.
Forse ciò è capitato perché si è enfatizzata la «libertà di» espressione e la libertà di scelta senza costrizione (= «il libero arbitrio»), a scapito dei contenuti di valore personalmente voluti e ricercati (= il bene, il vero, il bello, il giusto, il grande, che sono misura e stimolo di agire libero). La «forma» ha messo in secondo piano la «sostanza», la «libertà minore» - per dirla con Sant'Agostino - ha fatto dimenticare la «libertà maggiore».
Ma è pure forse dovuta ad una certa materializzazione e spazializzazione della libertà, per cui anche nel linguaggio comune diciamo «che la libertà di ciascuno finisce là dove comincia la libertà degli altri».
Ora, una calma riflessione sul nostro vissuto quotidiano ci dice invece che la nostra libertà cresce e si sviluppa (o è soffocata ed impedita) stando «con» la libertà degli altri. Un ambiente irresponsabile ci provoca e rende difficile la nostra responsabilità. Un clima familiare e ambientale sano, tollerante, aperto e ospitale, reciprocamente attento e servizievole, ci stimola a comportamenti di libertà e di responsabilità.
Senza una organizzazione statale e civile funzionale e spedita, rischieremmo di essere ancora alla situazione di «cavernicoli», che risolvono tutto a suon di urla inconsulte e di sassi o di clava. Una certa tradizione filosofica ricorda che se lo stato viene dall'uomo, dallo stato (cioè dal corpo sociale organizzato) viene all'uomo la qualità di essere cittadino, di essere civile.
Oggi, indubbiamente, abbiamo a che fare con un certo tasso di problematicità per quanto riguarda la nostra organizzazione storica statale e civile ed in questo senso la critica, la contestazione, l'obiezione di coscienza, la disubbidienza civile rimangono comportamenti «civili», a cui nella prudenza occorrerà educare le persone, mentre si educa al senso dello stato e al rispetto del sociale.
Ma il rifiuto di ogni concezione totalizzante dello stato, non toglie, anzi esalta, la corresponsabilità di tutti e di ognuno alla costruzione di una vita civile, politicamente organizzata, che sia a misura d'uomo e dei bisogni/aspirazioni delle persone concrete.
Si intravvede abbastanza chiaramente una via di formazione culturale che aiuti a prendere coscienza che la libertà è costitutivamente «con-libertà» e che insieme mostri l'insostituibilità della «differenza» personale e di gruppo alla costruzione della vicenda storica comunitaria, civile, umana, vitale.
A livello personale ciò comporterà di stimolare alla originalità personale rispetto ad ogni altra persona (e quindi la non mai completa riduzione o conformità ad altro), ma parimenti sarà da far prendere coscienza di essere popolo, di essere membro di un corpo sociale, di condividere la comune condizione umana, di essere parte di una immensa vita.
In concreto tale lavoro educativo diventa, a livello sociale, educazione nel pluralismo, al pluralismo; e, a livello culturale, diventa educazione all'interculturalità, a motivo della sempre più crescente «multiculturalità» che caratterizza la nostra attuale convivenza sociale. Ma insieme occorrerà stimolare a ricercare «quello che ci unisce piuttosto che quello che ci divide», come diceva papa Giovanni XXIII.

Autonomia e dedizione

I pensatori del secolo scorso, raccogliendo l'affermazione storica rivendicativa di difesa della singolarità e della capacità di iniziativa individuale, hanno parlato di libertà come autonomia dell'uomo: l'individuo che è legge per se stesso, che ritrova nella sua interiorità la norma dell'agire.
Oggi tuttavia si è sempre più consapevoli almeno a livello aurorale e intuitivo, che la libertà ci coinvolge in un'avventura a più largo respiro che l'autonomia. Soprattutto l'esperienza religiosa e l'esperienza dell'amicizia e dell'amore ci dicono a chiare note che la libertà esalta se stessa nella dedizione senza misura e nella fedeltà all'impegno assunto.
La libertà riesce persino ad assumere e sopportare le parti dell'umiliato, dell'offeso, della «rinuncia totale e dolce» (Pascal), come Francesco d'Assisi, come l'Idiota della grande letteratura russa, come il Servo di JHWH della Bibbia che si carica del peso delle nazioni e dei peccati del popolo per la loro universale liberazione, come Martin Luther King, Gandhi, Teresa di Calcutta, grandi testimoni della libertà del nostro tempo.
Si intuisce che la libertà si attua uscendo dal proprio guscio, ascoltando l'appello che viene dall'altro e dal mondo, vivendo in un orizzonte di relazione, in cui l'altro non appare solo come avversario o nemico o come oggetto di possesso, ma come ospite che accoglie o che si accoglie, come compagno con cui si fa strada insieme, come prossimo con cui si fa comunità di vita.
Ma si capisce pure l'importanza che può avere una buona istruzione (scolastica, familiare, associativa, ecclesiale, massmediale) che aiuti a prendere coscienza delle possibilità di bene e di servizio che ciascuno ha alla portata di mano; oppure la rilevanza che potrebbe assumere la catechesi e l'insegnamento religioso sistematico e diffuso, come «riserva critica di trascendenza» contro «idoli» culturali o prospettive di vita «troppo umane» e come «risorsa culturale educativa» con l'indicazione di valori e possibilità di vita «inattuali» (quali ad esempio quelle che si evincono dalle «beatitudini evangeliche»: la povertà, la semplicità, la purezza, la veracità, la mansuetudine, la longanimità della pace, il camminare umilmente con gli altri e con il proprio Dio ricercando giustizia e verità, ecc.).

L'EDUCAZIONE ALLA CON-LIBERTÀ E SOCIALITÀ

Una seconda direttrice di educazione è quella rivolta alla costruzione della personalità profonda di ognuno, perché si sia capaci nella «convivenza» sociale di essere liberi e responsabili, oltre ogni conformismo e massificazione o oltre ogni disimpegno e chiusura individualistica.
Come ricorda la Nota al n. 12, rifacendosi alla «Sollicitudo rei socialis», nn. 36.38, le situazioni economico-sociali nelle quali si sono solidificate ingiustizie, possono essere considerate come pesanti «strutture di peccato».
Anche se ad un certo punto sono come sfuggite alla responsabilità umana e quasi sembrano imporsi alle libertà, esse sono sempre ultimamente riferibili all'uomo e alle sue intenzioni, più o meno buone o cattive, più o meno coscienti o incoscienti, più o meno intelligenti e sagge o più o meno superficiali e stolte, più o meno impulsive e vendicative o più o meno ponderate e longanimi.
In tal senso il cambiamento di tali strutture dipende anche dalle capacità interiori di libertà, cioè di intelligenza e di volontà libera e responsabile.

L'educazione della «socialità interiore»

In questa linea R. Guardini ricordava, nell'ultima delle sue Lettere sull'autoformazione, «lo Stato dentro di noi» e più radicalmente S. Agostino ribadisce che «i confini della Città di Dio (vale a dire la comunità di coloro che ricercano Dio e la sua giustizia nell'orizzonte di una umanità redenta dal Cristo e dalla sua incarnazione, passione e resurrezione) passano per il cuore di ciascuno».
L'educazione dovrà quindi preoccuparsi di aiutare la formazione di questo «Stato dentro» e di questa «Città di Dio» che «si pone dentro i cuori». La Nota ecclesiale per parte sua parla di «una decisa e sistematica educazione delle coscienze». Ma forse si dovrà pensare piuttosto e più largamente alla formazione di personalità capaci di vivere in libertà all'interno della vita organizzata e capaci di collaborare a costruirla secondo modi giusti, pacifici e democratici: ciò perché ci si è formati come «uomini» e «donne» giusti/e, pacifici/che, democratici/che.
Va posta in questa prospettiva formativa la stimolazione educativa alla chiarezza intellettuale, a solide capacità di riflessività, alla ricerca di comprensività concettuale, ad abitudini di flessibilità mentale ed operativa, a personalizzati modi di saper trarre frutto dall'esperienza e di saper affrontare serenamente i problemi, a saper elaborare in senso progettuale la propria vita, nel contesto della vita relazionale e della vita comune; ed in senso partecipativo, corresponsabile e cooperativo (e non in senso individualistico o sfrenatamente competitivo).

L'educazione dell'intersoggettività e della socialità personale

In concomitanza occorrerà aiutare e promuovere la crescita e lo sviluppo della dimensione dell'intersoggettività e socialità personale, in modo che sia possibile ricostruire, sul piano della decisione libera e responsabile, la interdipendenza «naturale» della libertà di tutti ed ognuno: arrivando in tal modo ad una socialità personalizzata, voluta, ricercata e commisurata con le tendenze e con le spinte individuali e collettive in contrario; bilanciando saggiamente e contestualmente diritti e doveri.

L'educazione allo stare insieme

Si intravvede qui come l'educazione alla legalità diventi anzitutto educazione allo stare insieme.
A questo scopo un primo lavoro educativo fondamentale è quello di aiutare a «rileggere» il vissuto personale quotidiano, in cui tanta parte (non necessariamente negativa e costrittiva) è data dall'interscambio e dall'interrelazione tra persone e nell'insieme comunitario. Imparare a cogliere la trama della convivenza sociale, sapendo individuare le linee di tendenza dei processi storici in atto, potrà aiutare ad un concetto realistico delle possibilità sociali di spazi e di azione che il proprio ambiente offre, se non proprio ad un concreto «voler bene» al proprio tempo, vivendolo e insieme desiderando di svilupparlo, cambiare, trasformare al meglio.
Sarà da sostenere da una parte la graduale buona accettazione di sé, ed abituare a «saper pagare il costo personale» per ciò che si vede «vale la pena» o almeno a far capire che non senza impegno e non senza autodisciplina la libertà personale cresce e si conseguono le mete volute o desiderate (contro la tentazione di «voler tutto/insieme/subito»). In tal modo forse non si prenderà la «cattiva abitudine» di scaricare troppo sugli altri, sulla società e sulla relazione interpersonale e sociale la propria insoddisfazione e le proprie voglie inesaudite.
Contro «la fretta del comunicare», occorrerà non solo aiutare l'apprendimento delle «regole» e delle dinamiche della comunicazione interpersonale e sociale, per non farsi idee sbagliate sulla possibilità, il senso, i limiti della comunicazione umana, ma bisognerà aiutare a sapersi «mettere di fronte» alle persone, per guardarle e trattarle come effettivamente sono, non come oggetti e cose, ma appunto come persone, rispettando i ritmi, i tempi e i modi propri di ognuno e le condizioni strutturali e materiali della relazione intersoggettiva e sociale.
Il dialogo, il confronto, la discussione, aiutano a conoscersi ed a valutare correttamente idee e valori che ognuno ha ed in cui si crede od a cui ci si riferisce. Affinché non degenerino o provochino insoddisfazione e malcontento, forse potranno aiutare la conoscenza delle dinamiche di gruppo o anche tecniche particolari, quali il così detto «roletaking», vale a dire il sapersi «mettere nei panni dell'altro», o il metodo della «chiarificazione dei valori», che aiuta le persone a saper distinguere utile e vero, fatto e valore, valori propri e valori altrui. Lo scopo ultimo è di aiutare a saper passare dalla tolleranza e dal rispetto alla comprensione ed al riconoscimento/apprezzamento delle ricchezze (umane e culturali) insite nelle differenze individuali e di gruppo, sapendosi mettere nella prospettiva della «utilità» di una loro reciproca integrazione.
Siccome si tratta di conoscenze o di atteggiamenti mentali, emotivi ed operativi, ma anche di pratiche e di comportamenti concreti, occorrerà far fare pratica di tali prospettive e modi di essere personali, in modo da sapere concretamente modulare ricerca intellettuale ed operatività concreta, itinerari di apprendimento ed esperienze di servizio, saper far silenzio, ascoltare e parlare quando occorre, saper intervenire e partecipare corresponsabilmente ad iniziative d'interesse comune o generale.
A questo scopo potranno essere molto proficue le occasioni di festa e di gioco, come anche la promozione di iniziative e l'attuazione di «microprogetti»: operare insieme può aiutare a sentirsi partecipi di qualcosa che è comune e che è da portare avanti insieme, nella collaborazione e nella solidarietà. In un contesto religioso, la pratica della contemplazione e della meditazione, la partecipazione alla liturgia o a forme di preghiera comune, anche tra credenti di confessioni e religioni diverse, la condivisione in opere di generale interesse umanistico, mentre sarà un far pratica di quella religione che in vari modi, in tutti i tempi, e sotto ogni cielo, adora Dio «in spirito e verità», potrà essere al contempo far fare esperienza di regole e norme ritualizzate, attraverso cui si fa liturgia, cioè celebrazione religiosa di un corpo sociale.

L'educazione sociopolitica

Più largamente l'educazione dovrà aiutare il formarsi di una libertà capace di praticare quella che si diceva tradizionalmente la virtù della giustizia (quella generale e sociale, e quella commutativa e distributiva attinente i rapporti interpersonali di natura economica).
Oggi si potrebbe configurare come educazione al rispetto dei beni collettivi, di educazione alla pratica della vita civile e alla convivenza democratica o più globalmente come educazione allo sviluppo, alla mondialità, alla solidarietà, ai diritti umani e civili, all'ecologia, alla pace.
Allo stesso modo non si potrà non rilevare l'importanza di una formazione sociopolitica che aiuti a coniugare la «buona volontà» personale verso la vita sociale con la necessaria competenza, e con le altre virtù politiche, intellettuali e morali. Tra le prime: la capacità di criticità (contro ogni omologazione e ogni conformismo); la capacità di comprensione politica delle situazioni (oltre ogni passionalità o schematismo preconcetto); la capacità di inventività e di realismo progettuale (contro ogni passività od utopismo); tra le seconde: la capacità di onestà e di rigore civile; la capacità di «compromissione» e di «servizio»; la capacità di «consonanza» e senso di appartenenza ad una comunità di persone, con bisogni, attese, speranze, cultura, tradizioni, modelli e progetti di vita più o meno chiari, validi, condivisi.
In tutti i casi rimane sempre lo stesso termine ultimo: quello di qualificare la libertà di persone e gruppi in modo che sappiano coordinare o perlomeno mettere in buona dialettica la ricerca di una migliore qualità della vita personale o il perseguimento degli interessi personali o di quelli del gruppo di appartenenza con il bene sociale, comune e generale.

LUOGHI E OCCASIONI Dl EDUCAZIONE ALLA LEGALlTÀ

Come afferma la Nota ecclesiale al n. 15, l'affermazione e la crescita del senso di legalità e di una libertà sensibile ad essa «sono affidate alla collaborazione di tutti, ma in modo particolare alla famiglia, alla scuola, alle associazioni giovanili, ai mezzi di comunicazione sociale, ai vari movimenti che nel paese hanno un potere di aggregazione e un compito educativo, ai vari partiti e alle varie istituzioni pubbliche». Tra esse la comunità cristiana, le parrocchie, la catechesi, l'associazionismo, il volontariato, l'organizzazione della carità.
Non c'è forse tanto da inventare luoghi e momenti specifici, quanto da saper trarre profitto dai luoghi formativi comuni e dalle occasioni che il vissuto presenta. E' appena da accennare alla fondamentalità di famiglie «educanti», in vista di una prima educazione alle cose, alle relazioni interpersonali, all'apertura al sociale, alla quotidianità della vita, pur con tutte le traversie che l'istituzione familiare va attraversando.
In modo simile la scuola, spesso così burocratica e poco democratica, spesso più simile ad una piazza anonima e selvaggia che ad un ambiente di apprendimento, non è necessariamente negata ad avere andamenti da comunità educativa, dove sia possibile formarsi culturalmente e allo stesso tempo apprendere stili di cooperazione e di partecipazione democratica. Il Progetto Giovani '93 e Ragazzi 2000 ne vorrebbero essere una concreta pista praticabile. Non ci si dilunga su questo punto.
Ma si vorrebbe ancora spendere una parola per evidenziare il potenziale educativo che, allo scopo di superare le barriere personali, sociali, culturali e di abituare ad operare insieme e corresponsabilmente, secondo certe regole, possono avere i gruppi e le associazioni formative; o ancora le feste, il ballo, la musica, sia in incontri interpersonali o in quelli di gruppo o di massa; o infine lo sport, soprattutto quello attivamente praticato e realizzato con impegno, sforzo, disciplina.
In proposito è certo da ribadire che non si è al riparo da rischi e da alienazioni. Ma, forse, si offre la possibilità di un vissuto personale più soffice, meno appensantito di responsabilità e tuttavia carico emotivamente di identificazione e di compartecipazione alla vita sociale, al proprio tempo, agli eventi che non si ripetono ed a cui però è bello essere presenti e partecipare. Indubbiamente molto dipende dalla intenzionalità educativa che si sa imprimere a tali occasioni e manifestazioni. Come in tutte le cose occorre saggezza, tatto, senso della misura, non «demonizzando» subito tutto e totalmente ciò che sembra essere esagerato o fonte di intolleranza.
Tutto (o quasi tutto) può essere utile a chi sa usare in modo saggio delle cose, dei mezzi, degli strumenti, delle occasioni che si danno. Si può trar profitto dagli stessi errori, propri o altrui. Saper distinguere manifestazioni sbagliate da istanze degne di considerazione, comportamenti eccessivi da intenzioni valide, è una qualità che va consolidata da parte di ogni educatore/educatrice. Infatti, per educare alla legalità, è importante che educatori ed educatrici non solo sappiano contemperare impulsi, pregiudizi soggettivi e istanze oggettive, modi propri e modi altrui, prospettive tradizionali e indicazioni nuove, ma soprattutto che non siano piccini od ottusi, ma sappiano invece avere sguardi lungimiranti, orizzonti ampi, prospettive «alla grande».

CONCLUSIONE

Sul terreno dell'educazione della libertà e del senso della legalità, educazione e «coeducazione» vanno di pari passo: gli educatori e le educatrici, mentre aiutano, facilitano, informano, coscientizzano, spingono alla partecipazione solidale o ad essere consapevoli e critici di fronte alla cultura sociale, sono essi stessi soggetti di pregiudizi e bisognosi di crescere in comunità, solidarietà, senso della legalità. Il nostro tempo ha imparato a ricercare l'integrazione tra le istituzioni educative ed il territorio, e il saper «usare» di esso come strategia e fonte di educazione.
Ma in senso più forte è vero che mai come oggi le sorti dell'educazione appaiono legate a quelle della volontà di riforma, di cambiamento e di solidarietà civile di tutti e ognuno, della città e del territorio, delle società nazionali e di quella internazionale: perché vi è implicato un modello di sviluppo generale ed una scelta di civiltà.
E si richiede uno sforzo creativo per l'educazione delle comunità, mai come oggi necessaria se non si vuole che «convivenza democratica» e «solidarietà» restino parole vuote o retoriche o poco più. Ma si viene a comprendere pure che la responsabilità educativa non è più totalmente demandabile a coloro che l'assolvono per funzione specifica.
Educare non è compito solo delle famiglie, della scuola, delle chiese, del sistema della comunicazione sociale. La società, nel suo insieme e nelle sue distinte ed articolate componenti, ha necessariamente da riprendersi e da praticare, per quanto a ciascuno compete, tale responsabilità per la crescita e lo sviluppo umano integrale di tutti ed ognuno. Tutto sarà più difficile se non ci si darà da fare per concrete forme attuative di quella «società educante», auspicata dal Rapporto Faure circa vent'anni fa, la cui mancata attivazione è da porre tra le cause del degrado civile ed umano che abbiamo purtroppo da sperimentare.