Lo sport nell'educazione


Mario Pollo

(NPG 1990-04-11)


Queste brevi note sulla funzione sociale del gioco hanno voluto sottolineare come esso sia importante all'interno della vita sociale. Tuttavia esse vogliono anche essere un monito a coloro che cercano di piegare il gioco ai loro fini, trasformandolo in una sorta di espediente didattico. Infatti il gioco dona le sue potenzialità educative solo se non le si ricercano in esso, solo se esso viene accettato per ciò che è: un gioco.
Dopo questa premessa, può apparire un po' paradossale affrontare l'esame del ruolo che lo sport gioca nell'educazione della persona. Il paradosso è solo apparente perché l'attività sportiva, se rispetta alcune regole, è già pienamente gioco e non ha bisogno, quindi, di trasformarsi in gioco come, oramai troppo spesso, tentano di fare alcune attività che con il gioco non hanno nulla a che vedere. Il monito è rivolto a questa attività, non certamente al gioco, che non può certamente perdere il suo potenziale educativo restando gioco.

QUANDO LO SPORT È GIOCO

Lo sport in questi ultimi anni ha subìto una involuzione che lo sta sempre più allontanando dal mondo del gioco e lo sta integrando a pieno titolo nel mondo del lavoro e dell'economia. Questo processo involutivo non ha toccato solo lo sport professionistico, ma anche quello dilettante e quello giovanile a tutti i livelli. Le uniche isole dello sport-gioco fanno solo più riferimento ad alcune esperienze interne ad alcune realtà associative (tra cui in prima fila vi sono gli enti di promozione sportiva) o ad alcune realtà educative locali. Questa involuzione dello sport sta comportando naturalmente la perdita delle sue valenze educative, oltre che della sua libertà, della sua felicità e della sua assoluta gratuità. La violenza che lo accompagna sempre più spesso è il segno della sua fuoriuscita dal regno del gioco per entrare nel dominio della vita economico-sociale con le sue irriducibili contraddizioni e i suoi ineliminabili conflitti. E' tuttavia possibile ricondurre lo sport all'interno del gioco e restituire ad esso la sua valenza educativa. Per farlo sono sufficienti due azioni principali: l'eliminazione del secondo livello di istituzionalizzazione; lo sganciamento del risultato sportivo dai riconoscimenti di status socioeconomico. Senza la presenza di queste condizioni, difficilmente lo sport potrà rivelare le sue potenzialità educative. Queste due condizioni debbono perciò essere considerate come irrinunciabili per chi voglia animare attraverso lo sport.

L'eliminazione del secondo livello di istituzionalizzazione

Eliminare questo livello istituzionale non comporta, come qualcuno potrebbe ingenuamente pensare, l'eliminazione del pubblico, ma molto più semplicemente l'eliminazione della finalizzazione dell'attività sportiva al pubblico Si tratta, in pratica, di ridare al pubblico il suo ruolo di spettatore di un avvenimento sul quale non può intervenire e che, in ogni caso, avrebbe senso e potrebbe svolgersi senza la sua presenza. E' questo un cambiamento culturale assai radicale e oggi molto difficile, senza il quale però lo sport non può ritornare ad essere gioco.

Lo sganciamento del risultato sportivo dai riconoscimenti di status socioeconomico

Per tornare ad essere un gesto gratuito lo sport dovrebbe perdere la sua funzione di strumento di promozione economico-sociale per chi lo pratica. Questo significa che il prestigio sportivo dovrebbe rimanere solo prestigio sportivo e non fonte di reddito diretto ed indiretto. Questo risultato è ottenibile solo smantellando lo sport professionistico o pseudoprofessionistico che consente di raggiungere, attraverso lo sport, quei riconoscimenti che nella vita sociale sono raggiungibili, normalmente, solo attraverso le attività economiche. Visto che lo smantellamento dello sport professionistico ha oggi un elevato grado di improbabilità e di improponibilità, l'unica azione da fare è quella di far crescere, in contrapposizione ad esso, uno sport autenticamente finalizzato su se stesso. Far crescere cioè uno sport che esaurisce al proprio interno la gran parte del suo scopo e del suo senso. Si tratta di rendere lo sport povero, affinché possa rendere ricco, interiormente, l'uomo.

GLI OBIETTIVI DELL'ANIMAZIONE E IL LORO CONSEGUIMENTO NELL'ATTIVITÀ SPORTIVA

L'attività sportiva è in grado di contribuire al raggiungimento dei tre obiettivi intermedi dell'animazione: la costruzione dell'identità personale; la partecipazione alla vita sociale; l'apertura al trascendente. Infatti, come si vedrà tra poco, lo sport può efficacemente contribuire allo sviluppo dell'identità della persona promuovendo la crescita della sua conoscenza e della sua responsabilità, anche attraverso la presa di coscienza dei suoi limiti, nonché alla buona integrazione della psiche con il corpo. Per quanto riguarda invece la partecipazione alla vita sociale, lo sport contribuisce a questo obiettivo attraverso sia l'esperienza associativa e di gruppo, sia attraverso lo sviluppo del senso della gratuità. Infine l'educazione alla trascendenza si svolge lungo il sentiero della scoperta della finitudine umana e l'esperienza dello scacco e del fallimento. Certamente l'attività sportiva da sola non è in grado di coprire interamente gli obiettivi dell'animazione. Tuttavia il contributo che essa può dare all'animazione è rilevante. La condizione perché questo contributo possa esserci è, oltre al recupero da parte dello sport della gratuità del gioco, che l'allenatore sia anche un animatore, oppure che, accanto alle figure tradizionali, compaia nella società sportiva la figura dell'animatore culturale.

Lo sport e lo sviluppo della coscienza e della responsabilità

L'attività sportiva, per alcuni versi, può essere considerata la metafora del processo di definizione della propria identità da parte dell'individuo all'interno della trama complessa della vita sociale. Nello sport, infatti, l'individuo si deve inserire in un contesto istituzionale, dotato di regole e di poteri distribuiti secondo un modello preesistente che la persona deve accettare senza poterlo minimamente modificare. Questa situazione è simile, anzi per alcuni versi è più rigida, a quella in cui si inserisce la persona dopo la nascita e nella quale realizza la costruzione della sua identità personale. In questo contesto di regole prefissate la persona deve riuscire ad esprimere se stessa nel modo più efficace possibile. E' chiaro che per analizzare questa espressione la persona deve sviluppare non solo la capacità di imitare i gesti più produttivi ai fini del risultato sportivo, ma deve anche adattare questi stessi gesti alla propria unicità personale in modo creativo ed originale. Questa funzione è per molti versi simile a quella attraverso cui l'individuo da un lato apprende i comportamenti e gli atteggiamenti che lo faranno riconoscere come membro a pieno titolo del gruppo sociale, e dall'altro dà a questi comportamenti l'impronta della sua personalità che è diversa da quella di ogni altro essere umano. Un'altra caratteristica dell'attività sportiva è quella di abituare la persona ad assumere la piena responsabilità dei propri gesti nelle loro conseguenze prossime e in quelle lontane. L'allenamento è un esempio particolare della assunzione di una responsabilità differita per i gesti che vengono compiuti nell'oggi. Ma non solo. Nello sport ogni gesto ha delle conseguenze immediate, spesso difficilmente ricuperabili, se negative, nell'immediato. Basta un errore per perdere una gara. Proprio per questo lo sport esalta la capacità dell'individuo di controllare il proprio corpo e la propria psiche e, quindi, espande il livello del controllo della coscienza sulla persona. Ogni sport, anche il più individualistico, è relazionale in quanto richiede istituzionalmente la presenza di avversari con cui competere e, in alcuni casi, di compagni con cui realizzare l'azione sportiva. Questo contesto relazionale è fortemente regolamentato sia per ciò che riguarda i rapporti con gli avversari che quelli con i compagni. Con i compagni, poi, nei giochi di squadra, alla regolamentazione si aggiungono le strategie tese a far fruttare al massimo l'integrazione collettiva delle risorse individuali. In questi casi la persona deve esprimere la propria originalità all'interno dei rapporti di cooperazione con gli altri. E' questa indubbiamente una azione tipica dell'integrazione sociale più evoluta, e quindi il suo raggiungimento è un grosso risultato educativo. L'unico guaio è che sovente le persone che fanno sport non riescono a trasferire questi apprendimenti alla vita sociale.

Lo sport e il confronto della persona con i propri limiti

La vita nasce dall'incontro dell'energia del desiderio con un limite, con una regola che lo incanala in uno spazio di possibilità ben definito. Quando il desiderio non trova un limite con cui scontrarsi e a cui flettersi con la sua energia, invece di creare la vita, la distrugge. La felicità stessa della vita nasce da questo incontro tra desiderio e limite. Tuttavia i limiti, per essere fonti di vita e di felicità, devono continuamente rinnovarsi e ridefinirsi. Musil faceva dire a un suo personaggio: «Guai se il limite è vecchio di un'ora!». Questo significa che l'uomo, per realizzare con pienezza la sua vita, deve da un lato accettare i limiti che la costellano e dall'altro, contemporaneamente, operare per il loro superamento. Lo sport offre questa duplice azione in quanto consente alla persona di esplorare e di accettare sia i propri limiti personali sia quelli sociali, costituiti dalle regole del gioco, e nello stesso tempo di impegnarsi in uno sforzo costante per il loro superamento. L'esperienza del limite nello sport non è presente solo in questo aspetto, ma anche, se non maggiormente, nella disciplina della propria energia che deve essere incanalata all'interno di gesti particolari. La necessità di agire secondo un certo modo «tecnico», invece di lasciar libero corso all'impetuosa spontaneità, è un esempio di rapporto desiderio-limite ancora più profondo del precedente. Lo sport è, da questo punto di vista, un laboratorio privilegiato per la sperimentazione della dinamica che sta alla base della civiltà umana. Il problema educativo è sul come trasferire questa esperienza al resto della vita della persona. E questo problema rimanda ancora una volta alla necessità di contornare lo sport-gioco di un adeguato contesto educativo, possibilmente nello stile dell'animazione culturale.

Lo sport e l'integrazione psiche-corpo

Uno dei problemi educativi più rilevanti è come favorire l'unità della persona attraverso l'integrazione delle varie dimensioni in cui si manifesta, culturalmente, la sua presenza nel mondo. Come consentire un efficace controllo del proprio corpo attraverso l'attività psichica e spirituale e, al contrario, come controllare attraverso il corpo la propria vita spirituale e psichica? Queste domande non sono solo tipiche della mistica orientale, lo sono anche della cultura occidentale, dopo la scoperta della continuità tra queste dimensioni della persona e, quindi, della relazione reciproca che esiste tra di loro. Lo sport è un momento decisivo in questo tipo di educazione, a condizione però che si superi il pregiudizio secondo cui esso si occupa, nella tipica divisione del lavoro educativo, solo del corpo.
Il gioco-sport si occupa, invece, della psiche e dello spirito ancora prima che del corpo. Lo sport, quindi, va considerato una azione umana completa così come i suoi riflessi educativi. Correre in libertà, ad esempio, può essere anche una forma di misticismo oltre che un esercizio fisico.

Lo sport e la scoperta della gratuità

Lo sport-gioco come, si è sottolineato abbondantemente nella definizione di gioco, si caratterizza per la sua dimensione di gratuità totale. Ora, nella nostra epoca prevalgono abbondantemente i fenomeni di mercificazione e di quantificazione, nonché di utilitarismo. Le cose non hanno valore in sé, ma solo per il loro valore sociale di scambio o per i benefici che possono comportare per le persone che le utilizzano. C'è bisogno, in un progetto d'uomo in cui l'essere prevalga sull'avere, di far riappropriare le persone della capacità di dare valore alle cose in se stesse e non solo per il valore venale o per la loro utilità. Lo sport, solo però se è anche gioco, è una esperienza di gratuità, essendo una esperienza che ha valore solo in sé.

Il gioco e l'esperienza della finitudine

Un'ultima naturalmente per questa elencazione al quanto incompleta funzione tipica della vita, che lo sport propone alla maggior parte dei suoi praticanti, è l'esperienza della sconfitta. Questa esperienza, che mette la persona di fronte alla sua inadeguatezza rispetto alle mete che vuole realizzare, è una forte esemplificazione della esperienza della finitudine e della incompletezza umana. Ora, lo sport propone uno stile di vita per cui la persona non deve lasciarsi annichilire dalla sconfitta, ma deve trarre da essa nuove energie per continuare la propria fatica. Una delle caratteristiche di una persona matura e con una solida identità personale è la capacità di affrontare l'esperienza dello scacco e del fallimento, traendo da essa le energie necessarie al suo superamento. L'accettazione della propria finitudine, per alcuni versi simile a quella del limite, è una delle esperienze forti dello sport-gioco, e quindi esso rappresenta anche da questo punto di vista una esperienza vitale importante.

Conclusione

Se lo sport viene giocato autenticamente, se la vita del gruppo sportivo è in grado di far vivere un'autentica esperienza di animazione ai ragazzi e ai giovani che lo praticano, allora si può con tranquillità affermare che esso è un pezzo di strada rilevante nell'itinerario di formazione della persona. Lo sport può essere considerato uno strumento efficace di educazione. Il suo paradosso però dice che esso deve essere accettato per ciò che è in sé e non per gli effetti che produce, se si vuole che produca quegli effetti. Lo sport educa solo se non lo si trasforma in tecnologia didattica e si rispetta la sua gratuità di gioco. La sua efficienza educativa risulta accresciuta se esso è collocato all'interno di un contesto formativo forte, di un vero percorso di animazione culturale e di pastorale. Questo deve avvenire però sempre nel rispetto della sua piena autonomia. Lo sport è un paradosso educativo. La vita quotidiana non è meno paradossale. La soluzione del paradosso è solo nel mistero. L'animazione, a differenza dei modelli culturali che si fondono su una concezione di uomo che si autocostruisca e che ha un potere assoluto su di sé, non vuole svelare il mistero, ma solo favorire la capacità della persona di accostarsi ad esso.