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    Per una presenza impegnata in stile educativo


     

    Riccardo Tonelli

    (NPG 1989-09-37)


    Chi crede nel Signore della vita e condivide la passione che ha riempito l'esistenza di Gesù, guardandosi d'attorno, sente salire un forte grido: una sfida "dalla parte della vita" che non può lasciare indifferenti.

    LA LOTTA TRA VITA E MORTE

    In una situazione culturale come è quella in cui viviamo risulta difficile tracciare il confine tra vita e morte.
    Alcune situazioni sono chiare: sono schierate in termini non ambigui dalla parte della vita o contro di essa.
    In molte altre la logica del buon senso copre la realtà. Ci si accorge di quanto tradimento verso la vita siano segnate determinate situazioni, solo quando ci si misura con coraggio sulle conseguenze che rimbalzano sui poveri, sulle persone più deboli, su coloro che abitano in situazione di emarginazione strutturale.
    Persino i mercanti di morte hanno imparato a contrabbandare i loro prodotti con la promessa della vita.
    Per decifrare questi segnali, abbiamo urgente bisogno di criteri interpretativi. Possiamo progettare solo dopo aver capito.
    Come ha fatto tante volte don Bosco, propongo di rifarsi all'esperienza di Gesù di Nazareth: nella fede lo riconosciamo il grande sogno di vita.
    Nella sua esistenza, tutta dalla parte della vita, ci "rivela" le grandi dimensioni della vita. È questo uno degli ambiti in cui la "rivelazione" ci aiuta a comprendere più a fondo l'esperienza umana: ispira e sostiene la nostra ricerca, proprio mentre la sollecita.
    Disegno una figura concreta di "vita".
    - Vita è prima di tutto restituzione ad ogni persona della consapevolezza della propria dignità. Comporta perciò l'impegno di rimettere la soggettività personale al centro dell'esistenza, contro ogni forma di alienazione e spossessamento, in un rapporto nuovo con se stesso e con la realtà, per fare di ogni uomo il signore della sua vita e delle cose che la riempiono e la circondano.
    - Questo obiettivo richiede però un impegno fattivo, giocato in una speranza operosa, perché tutti siano restituiti alla piena soggettività. Lavorare per la vita significa di conseguenza lavorare perché veramente ogni uomo si riappropri di questa consapevolezza e perché il gioco dell'esistenza sia realizzato dentro strutture che consentano efficacemente a tutti di essere "signori".
    - Vita è anche l'incontro con un Dio personale. Chi vive in Dio è nella vita; chi lo ignora, chi lo teme, chi lo pensa un tiranno bizzarro, è nella morte. Per questo, chi crede alla vita si impegna a sradicare ogni forma di paura e di irresponsabilità nei confronti di Dio e ogni tipo di idolatria: solo in questa spazio liberato è possibile poi far crescere adeguati rapporti affettivi e operativi. Incoraggia anche la costitutiva apertura dell'uomo verso un Dio trascendente e sostiene la saturazione di questa radicale invocazione nella comunione filiale con il Dio di Gesù Cristo.
    Misurati sulle esigenze e sulla qualità della vita, possiamo decifrare i segni di morte, diffusi nella nostra esistenza, a livello personale e collettivo.
    Questo ci abilita a raccogliere in modo consapevole e maturo il "grido" che sale da tante parti.
    - Al primo livello, morte è sfrenata soggettivizzazione, egoismo personale o di gruppo, prevalenza degli interessi corporativi contro quelli collettivi, rinuncia ad ogni capacità di progettazione nella fantasia e nello stupore rinnovato, svendita di progetti di sé contro la verità dell'esistenza, manipolazione e sfruttamento, dominio delle cose sull'uomo, soffocamento della sua dignità a qualsiasi titolo.
    - Al secondo livello, morte è quella trama pervasiva e insidiosa che depriva tante persone della possibilità concreta di una vita umana. Ricorda Sollecitudo rei socialis: "La prima costatazione negativa da fare è la persistenza, e spesso l'allargamento del fossato tra l'area del cosiddetto Nord sviluppato e quella del Sud in via di sviluppo. [...] All'abbondanza di beni e di servizi disponibili in alcune parti del mondo, soprattutto nel Nord sviluppato, corrisponde nel Sud un inammissibile ritardo, ed è proprio in questa fascia geo-politica che vive la maggior parte del genere umano" (14).
    - Al terzo livello, morte è la costituzione di immagini false e alienanti di Dio: il rifiuto di Dio e l'indifferenza programmata nei suoi confronti; i modelli di esperienza religiosa contro l'uomo e la sua vita, il magismo e il clericalismo, la superficialità e l'autoritarismo, lo sforzo di "catturare" Dio per darsi ragione e per combattere chi non la pensa come noi.

    UNA PROPOSTA

    La coscienza della complessità può spegnere ogni interesse verso la trasformazione. Qualche volta costruisce atteggiamenti radicali e devastatori.
    Che fare per allargare il confine della vita, restringendo operativamente quello della morte?
    Per trovare una via di intervento, l'esperienza di Don Bosco suggerisce una scommessa e la sua qualità.
    La scommessa è quella dell'educazione: di essa affermiamo la forza di trasformazione, culturale e sociale. La sua qualità è relativa al suo significato e al suo contributo alla più generale causa della vita degli uomini.
    Parlo di "scommesse" perché non possediamo tutti i riferimenti per dimostrarne la fondatezza nella stessa logica con cui affrontiamo i problemi di natura matematica. Qui invece giochiamo la nostra fede, speranza, carità nella trama della vita quotidiana.

    La scommessa dell'educazione

    Rendere l'uomo felice, restituendogli la gioia di vivere, è una piccola cosa nella mischia delle sopraffazioni, degli intrighi, degli sfruttamenti, delle violenze. La nostra fiducia sull'uomo, sconfinata perché a fondamento religioso, ci spinge però a riconoscere un grosso dato: colui che è riconsegnato alla sua responsabilità, alla gioia di vivere e alla capacità di sperare, diventa capace di impegnarsi a tutti i livelli, verso un rinnovamento globale della società.
    L'educazione ha la pretesa di restituire l'uomo a se stesso. Lo rende così artefice, serio, competente, coraggioso, della trasformazione. Per questo la consideriamo una forza politica, incidente ed efficace.
    Certo, non è l'unica. Spesso può risultare improduttiva e alienante, soprattutto se viene vissuta come alternativa rispetto alle altre modalità e agenzie di azione.
    Produce però qualità di vita e strutture nuove se produce uomini nuovi, restituiti alla propria responsabilità e ad una inesauribile capacità progettuale. Vale perciò la pena di impegnare nell'educazione energie e risorse.

    La scommessa sull'educazione

    La scommessa sulla forza trasformatrice dell'educazione si trascina dietro una seconda scommessa: la definizione di educazione. Il riconoscimento della sua incidenza politica è legato infatti ad una comprensione della sua natura.
    L'educazione è per noi quel processo, concordato e intenzionale, che investe persone e istituzioni, con lo scopo di farle maturare attraverso la progressiva restituzione ad ogni persona di un protagonismo responsabile.
    La persona viene così sollecitata a scoprire le sue aspirazioni più autentiche e promozionali, e a realizzarle con creatività, nel confronto interpellante con le libertà e le attese degli altri uomini e nel realismo delle diverse mediazioni istituzionali.
    Per dire questo in concreto, ricordo alcune dimensioni di una definizione operativa di educazione, rimandando, per una loro esplicitazione, a NPG 1-2/88:
    - l'educazione è una relazione;
    - l'educazione è una relazione asimmetrica;
    - è una relazione comunicativa;
    - è una relazione finalizzata alla vita;
    - in un ambiente.

    La scommessa per l'educazione

    Veniamo da tempi di profondo silenzio. Dopo il periodo dell'onnipotenza educativa e delle certezze sopra ogni dubbio, l'educatore ha cercato di ricostruirsi un po' di credibilità interiore, rinchiudendosi in un sofferto silenzio. L'educazione si è trasformata in uno scambio incerto e fragile, dove il diritto alla parola era confermato solo per coloro che accettavano di stare al gioco. La soggettivizzazione e l'incertezza valoriale ha segnato tragicamente la relazione educativa.
    Oggi siamo in grado di apprezzare gli aspetti positivi dell'operazione. Ma ci rendiamo lucidamente conto delle minacce che l'attraversano. Questo silenzio ha ridisegnato la figura dell'educatore; ma gli ha tolto il coraggio di nominare le esigenze irrinunciabili della vita. Come ogni espressione di insicurezza e di fragilità programmata, non ha aiutato a vivere, nella speranza e nella responsabilità operosa.
    Sul fronte opposto, anche come reazione, stanno sorgendo, infatti, sul piano pratico e con una insistita giustificazione anche teorica, modelli forti e sicuri. L'autorevolezza dell'educatore diventa persino sfrontata proposta di immagini ad effetto, offerta di espressioni rassicuranti, pronunciate fuori da ogni schema critico, come risposta ad una pretesa ricerca di certezze.
    Non solo sembrano tornati i tempi che ci eravamo lasciati alle spalle. Vengono gridati talvolta come l'unico rimedio alla crisi in atto.
    Abbiamo bisogno urgente di alternative serie e praticabili.
    A questo livello propongo una terza scommessa. Completa le due precedenti con il tentativo urgente di ridisegnare la figura dell'educatore.
    In un tempo di crisi, diffuse e sofferte, e di riaffermazioni, solenni e sicure, recupero dalla più matura tradizione salesiana alcune indicazioni preziose, per dare un po' di spessore verificabile alla mia scommessa.
    Un modo alternativo di recuperare autorevolezza
    La prima questione è particolarmente seria.
    L'educatore invade il santuario intimissimo dell'esistenza di una persona, con una proposta che sconvolge le logiche dominanti, come una folata improvvisa di vento.
    Per farlo, soprattutto in un tempo come il nostro, egli ha bisogno di una dose alta di autorevolezza.
    Dove può recuperarla?
    I modelli tradizionali utilizzavano due procedure: il ruolo occupato e la verità delle affermazioni.
    Quando una affermazione era vera, congruente nel rapporto oggetto-soggetto-predicato, poteva essere gridata a voce alta. Al diritto della verità corrispondeva, da parte del destinatario, il dovere di accoglierla.
    L'autorevolezza inoltre veniva considerata l'altra faccia dell'autorità. A colui che aveva un ruolo socialmente riconosciuto, con relativo accumulo di autorità formale, competeva l'autorevolezza di proporre determinate cose. Anche in questo caso, al diritto del proponente corrispondeva il dovere dell'interlocutore.
    Questi modelli sono entrati in profonda crisi: per una correzione di logica interna e per la violenta soggettivizzazione.
    La funzione dell'educatore rimane scoperta, allo sbaraglio dei giochi soggettivi e degli influssi emotivi?
    L'autorevolezza va recuperata certamente, per possedere il diritto di parlare, in un tempo come il nostro che affida questo diritto solo a chi accetta di dire cose che non contano o non entrano in conflittualità con le logiche dominanti.
    Suggerisco tre motivi:
    - L'educatore fonda la sua autorevolezza su una competenza acquisita nella quotidiana fatica della disciplina, dello studio, dell'aggiornamento.
    - La fonda sulla disponibilità fattiva a porre concretamente gesti dalla parte della promozione della vita.
    - La giustifica perché ha il coraggio di riconoscere di essere al servizio di un progetto, che supera persino i propri sogni e che inquieta, perché costringe a misurare la distanza che separa il vissuto dal desiderato.

    Nominare i valori "narrando"
    Tutto questo va detto in un modello concreto.
    Ripropongo quello che in questi anni abbiamo costruito e sperimentato assieme, tante volte: nominare i valori "narrando".
    La vita e la parola dell'educatore sono sempre una storia di vita, raccontata per aiutare altri a vivere, nella gioia, nella speranza, nella libertà di ritrovarsi protagonisti.
    Nel suo racconto si intrecciano tre storie: quella narrata, quella del narratore e quella degli ascoltatori.
    Racconta le esigenze irrinunciabili della vita nel progetto di Dio che riconosce nella sua fede: le pagine della Scrittura, le storie dei grandi credenti, i documenti della vita della Chiesa, la coscienza attuale della comunità ecclesiale attorno ai problemi di fondo dell'esistenza quotidiana.
    Ripetere questo racconto comporta la capacità di esprimere la storia raccontata dentro la propria esperienza e la propria fede.
    Per questo l'educatore ritrova nella sua esperienza e nella sua passione le parole e i contenuti per ridare vitalità e contemporaneità al suo racconto. La sua esperienza è parte integrante della storia che narra: non può parlare correttamente della vita e del suo Signore, senza dire tutto questo con le parole, povere e concrete, della sua vita.
    Anche questa esigenza ricostruisce un frammento della verità della storia narrata. La sottrae dagli spazi del silenzio freddo dei principi per immergerla nella passione calda della salvezza.
    Anche i destinatari diventano protagonisti del racconto stesso. La loro esistenza dà parola al racconto: fornisce la terza delle tre storie, su cui si intreccia l'unica storia.
    La narrazione chiede con forza una decisione di vita. Spinge a questo non in modo duro e sicuro, ma attraverso il continuo coinvolgimento dell'educatore e dell'educando. Nessuno è fuori gioco e nessuno fa solo da giudice saccente: la vita è problema di tutti; solo quando è piena per tutti, tutti ne possono godere pienamente.

    PER RITORNARE AL TEMA: QUALE IMPEGNO?

    Vogliamo una profonda trasformazione, personale e collettiva, culturale e sociale, perché le cose così come sono non ci vanno proprio bene. Dove giocare la nostra speranza e la nostra passione?
    Ho suggerito una risposta: scegliamo coraggiosamente l'educazione. Nell'educazione operiamo per la rigenerazione della società, dalla parte dei giovani.
    L'educazione è la via privilegiata e lo stile di una presenza impegnata, che si ispira a don Bosco.
    Dobbiamo però procedere oltre, disegnando i modelli di questa presenza impegnata nello stile dell'animazione e nell'orizzonte della spiritualità giovanile: riaffermare quello che già abbiamo conquistato, concretizzarlo e aprirlo verso prospettive nuove.
    In questa ricerca, la mia proposta si fa timida e interlocutoria. Ho l'impressione che la rendano complicata troppe variabili (culturali, sociali e personali). Preferisco ricordare solo qualche possibile direzione di lavoro, per chiamare in causa la fantasia e la responsabilità dell'assemblea.

    Diversità e pluralità in un'unica passione

    Per il cristiano, che vive la sua esistenza nell'orizzonte di una spiritualità del quotidiano, l'impegno di promozione della vita è sempre "vocazione", espressione totale di una scelta di vita. Solo così si apre verso la ricostruzione in unità della sua personalità.
    La ricerca sull'impegno è quindi un modo di porsi il problema vocazionale, lasciandosi provocare dalla domanda: chi sono io e cosa ci sto a fare qui?
    Alcuni punti di riferimento possono orientare questa decisione vocazionale globale.

    Sempre al servizio della vita
    Prima di tutto va richiamata l'intenzione ultima. Esistono espressioni e modelli equivoci o poco coerenti.
    Metto decisamente al centro di ogni vocazione cristiana il servizio alla vita: la capacità di celebrare la festa di una vita che cresce in progressiva pienezza per la potenza del Dio di Gesù e il duro impegno quotidiano per contrastare il regno della morte e consolidare quello della vita. Vocazione è quindi "servire la vita".
    Da questa prospettiva va compresa la categoria della "gloria" di Dio.
    Gesù ci rivela che "gloria" di Dio è assicurare vita e felicità ad ogni uomo. Con lui, operare per il Regno di Dio connota la promozione della vita e il consolidamento della speranza per ogni uomo, nel nome e per la "gloria" di Dio. Non solo non ci può essere condivisione del Regno di Dio senza una prassi operosa e liberatrice a favore della vita; ma questa prassi è sempre per il Regno di Dio, quando è veramente per la vita e la speranza.
    Il credente non aggiunge altre cose a questa fondamentale risposta al suo Dio. Si preoccupa invece di possederla pienamente e di esprimerla autenticamente, riconquistando a livello motivato e consapevole la ragione fondamentale del suo operare.
    Sa (e lo manifesta) che Dio c'entra tanto con la promozione della vita, che è possibile possedere vita e speranza solo se l'uomo si immerge totalmente nel suo Dio.

    La passione per la vita di tutti riconoscendo la grande compassione di Dio
    Per un credente la compassione per la vita degli uomini nasce come personale e continuo rendimento di grazie a Dio, che Gesù rivela il Padre buono e accogliente, pieno di compassione per tutti.
    Questa è una dimensione qualificante della vocazione cristiana.
    La vocazione cristiana, orientata verso il consolidamento della vita per tutti, ha come orizzonte di fede e di speranza il riconoscimento festoso della presenza potente di Dio: ha già vinto la morte nella croce di Gesù e attesta la vittoria progressiva della vita per chi accetta di consegnare ogni passione operosa al suo mistero.
    Alla radice di ogni vocazione cristiana non sta quindi l'affanno, un po' presuntuoso, di chi si sente circondato da grida di terrore e di morte e si consuma nel tentativo disperato di farci qualcosa. Questo atteggiamento conduce alla frenesia dell'azione ed è sempre minacciato dal rischio di finire tristemente nello sconforto. In fondo, risulta persino un poco ateo.
    La vocazione ha inoltre sempre una risonanza cristologica ed ecclesiale. Viene vissuta come la riscoperta di una compagnia che supera il tempo e lo spazio: la grande compagnia dei tanti uomini, pieni di compassione per la vita di tutti, che percorre l'avventura della storia e riempie di sicura speranza un mondo spesso triste e stanco. La vocazione si fonda sull'esperienza apostolica di Gesù, dei suoi primi discepoli e di tanti testimoni della fede e ne manifesta il coraggio e l'entusiasmo, la fatica e la passione.

    Un'unica vocazione in mille sentieri
    La vocazione del credente è una sola: la vita e il suo servizio.
    Si esprime però secondo modalità differenti.
    Alcune dipendono da fatti oggettivi: la passione per la vita e la compassione per gli uomini riconosce diversi segni di morte e cerca interventi proporzionati ad essi.
    Altre modalità sono invece legate alle sensibilità, capacità, orientamenti delle singole persone.

    Nella professione

    Per ogni persona "con i piedi per terra" lo spazio di presenza e, di conseguenza, di promozione della vita è la professione. Lo è per scelta e lo deve diventare per la coscienza oggettiva della non-neutralità di ogni professione rispetto alla vita, personale e collettiva.

    Vocazione = professione
    Certo, oggi ci sono difficoltà strutturali, spesso insormontabili: disoccupazione, sottoccupazione, occupazioni precarie e funzionali.
    L'affermazione che porta a identificare "vocazione = professione" va storicizzata. Sono convinto che non possa però essere ridimensionata troppo facilmente.
    L'apprendimento di uno stile di esistenza maturato nel momento formativo e l'esperienza concreta, fatta nelle diverse forme di "volontariato", dovrebbero diventare qualità della scelta professionale e del suo esercizio.
    Come? Fino a che punto?

    La passione educativa
    In questa prospettiva ci dobbiamo chiedere in che senso la scommessa sull'educazione possa diventare lo stile dell'attività professionale:
    - per decidere quale professione scegliere (quando è possibile),
    - per decidere come esercitare la professione,
    - ed eventualmente, per decidere spazi integrativi extraprofessionali.

    Il servizio alla vita lungo il sentiero della radicalità

    Ho legato strettamente vocazione, passione per la vita, Regno di Dio. Questa consapevolezza porta a costatare la qualità vocazionale esemplare, presente nella vocazione di speciale consacrazione. La radicalità in cui si esprime serve ad affermare in modo perentorio l'iniziativa fontale di Dio e la centralità cristologica di ogni impegno vocazionale.
    Ne abbiamo tutti bisogno, per un servizio più autentico alla vita. Siamo diventati troppo facilmente uomini presuntuosi e autosufficienti. Abbiamo scoperto nel Dio di Gesù Cristo il padre che vuole figli adulti e che non si sostituisce alle loro responsabilità. Ma un po' per volta ci viene spontaneo relegarlo tra coloro che non contano nel gioco della vita e della morte: sappiamo tutto su questi eventi e ci sentiamo spesso padroni della trama in cui si svolgono. Siamo disposti a ritrascinarlo nel tessuto dell'esistenza solo quando costatiamo i nostri fallimenti.
    Questo modo di fare è lontanissimo dalle logiche in cui si costruisce il Regno di Dio.
    Colui che si impegna per la vita con una decisione tanto radicale da mettere Dio sopra ogni cosa e da celebrare quotidianamente la sua potenza, ricorda a tutti una esigenza che deve percorrere la vocazione di tutti.
    Le vocazioni di speciale consacrazione sono perciò un dono ecclesiale alla vocazione di ogni uomo e di ogni credente.
    La comunità è riconoscente a questi fratelli e invoca incessantemente il Dio della vita perché susciti in molti il coraggio della radicalità e doni la perseveranza e l'entusiasmo a chi ha chiamato a percorrere questo sentiero.
    Essa alza la sua voce per chiamare nel nome di Gesù e chiede a questi fratelli un servizio alla vita di tutti in questa prospettiva.
    Si impegna per "meritare" questo dono.
    Per questo, prima di tutto, sollecita sacerdoti e religiosi a schierarsi dalla parte della vita, nel nome e con la compassione del Dio di Gesù Cristo. Essi ritrovano autorevolezza e dignità non perché se ne appropriano con un gesto che ha il sapore della presunzione e della rapina, ma perché sono impegnati fino in fondo dalla parte della vita, con fatti esemplari, concreti e precisi.
    Sollecita inoltre tutti gli uomini a vivere un profondo rapporto di solidarietà (senza nostalgie e senza falsi e strani servilismi) con questi fratelli, impegnati come tutti al servizio del Regno di Dio e dono per tutti sulla radicalità con cui testimoniano la potenza di Dio per la vita.

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