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    Più delle stelle



    Camposcuola per adolescenti alla ricerca della propria vocazione

    Pierdante Giordano

    (NPG 1987-05-29)

     


    UNA DIREZIONE PER LA VITA

    Più delle stelle è un camposcuola per gruppi di quattordicenni e quindicenni che abbiano già una qualche esperienza di gruppo. Introduce alla «ricerca» vocazionale: fare chiarezza sul significato e sulla direzione della propria vita.
    La «ricerca» prende spunto dalle esperienze aggregative che gli adolescenti vivono, dalla loro situazione esistenziale e dalla memoria di quanto una comunità ha vissuto nel passato e a cui si può fare riferimento per comprendere il presente.
    Sono questi i tre punti di riferimento essenziali del camposcuola. Li riprendiamo per commentarli.
    Le esperienze dei partecipanti. Sono legate alla loro vita di «gruppo». Per partecipare al camposcuola è importante appartenere già ad un gruppo con finalità educative, cioè gruppi attivizzati attorno ai più diversi interessi, ma con la guida responsabile di animatori. Possibilmente un gruppo con cui l'estate precedente abbiamo già fatto l'esperienza del camposcuola sull'Esodo di cui si è parlato in NPG 3/1986, centrato sul creare il gusto dell'appartenenza ad un gruppo sentito come occasione privilegiata per la propria formazione. Ovviamente richiedere tale previa partecipazione è ottimale. Tuttavia, abbiamo riscontrato positiva anche la presenza di soggetti che, pur non appartenendo a gruppi definiti, ma simpatizzando per essi attraverso contatti e amici, sono disposti ad entrarvi a conclusione del campo.
    In questo campo l'esperienza del gruppo viene valorizzata come luogo favorevole per ritrovare e affermare la propria identità e il proprio ruolo.
    La situazione esistenziale degli adolescenti. Si tratta di soggetti di 14-15 anni, con l'esperienza scolastica della terza media o della prima superiore.
    È quella fase «esistenziale» dei ragazzi particolarmente contrassegnata dai «progetti» sul futuro, dalla domanda: «che cosa fare domani?» rapportandosi alla scelta delle classi superiori. Per chi è già in prima superiore è situazione di verifica, di confronto per sé e di consiglio per chi sta cercando orientamento.
    È un contesto esistenziale particolarmente favorevole alla «ricerca» profonda e al bisogno di progettazione di sé. Età critica, come si dice, ma anche età decisiva per l'impostazione del proprio futuro. Le proposte, quindi, devono essere forti, serie e impegnative.
    Il riferimento a una comunità antica. Si tratta della comunità ebraica, vista nel momento in cui, concludendo il lungo periodo dell'Esodo, sta per entrare nella Terra delle promesse. Forse dice poco agli adolescenti questo riferimento «storico». E questa età interessa poco volgere lo sguardo al passato, fare riferimento a esperienze non sentite come «proprie», misurarsi con «modelli» che suonano estranei, lontani e in qualche modo «imposti»: almeno per quel tanto che comportano di «autorità» religioso-morale.
    L'esperienza ci dice che è gustato e accettato (non solo nei riferimenti ludico-scenografici, ma anche nel contenuto) con particolare intensità.
    La storia degli Ebrei e altri gesti simbolici vengono utilizzati per i risvolti di interessata attivizzazione che presentano e per la capacità di essere elementi pregnanti di catechesi e di esperienza religiosa.
    I tre cardini. Sono i tre cardini su cui si muove tutto il camposcuola per favorire nei partecipanti il recupero emotivo e razionale della propria esperienza di aggregazione in un contesto di comunità cristiana, partendo dalla situazione esistenziale in cui ognuno si avverte.
    Di qui, l'itinerario di una settimana (almeno!) per ricercare l'origine e le radici del proprio «essere al mondo» e per ricercare l'obiettivo ultimo e il senso di questo essere al mondo (per una Terra promessa, per le Beatitudini). Tenendo conto del «già realizzato»: battesimo, confermazione (i presenti al campo, in genere, sono soggetti dell'immediato dopocresima) e assumendo responsabilità per l'impegno concreto che comporterà l'entrare nella Terra promessa. Saranno gli impegni del dopocampo, riassunti nello slogan: più delle stelle.

    LO STILE DI "PIÙ DELLE STELLE"

    Al camposcuola «Più delle stelle», in conformità con il campo precedente sull'Esodo, è ancora predominante l'aspetto simbolico (espresso soprattutto nei riti) che miscela diversi aspetti positivi:
    - rende meno ostili a tutto ciò che ha sapore di indottrinamento, comunicazione di realtà non decise da loro, suggerimenti o indicazioni (proposte educative, quindi) che sanno di autorità, di estraneo alla loro autonomia che si va affermando. . .
    - attivizza i presenti nel «fare» le cose, rendendoli protagonisti;
    - fa agire «in gruppo» (la collaborazione o il fare «insieme» è essenziale nei riti simbolici del campo);
    - suggerisce un clima rasserenante di gioco e di spontaneità che coinvolge anche in modo profondo ed emotivo.
    È sempre rilevante l'attività di gruppo, ma intesa in senso più critico rispetto allo stile avviato nel campo sull'Esodo, per favorire l'autocoscienza nel gruppo.
    Si introduce l'aspetto della personalizzazione delle proposte e delle esperienze, attraverso momenti di interiorizzazione riflessa (non lasciati alla spontaneità o alla libera scelta, ma inseriti nell'orario come elementi specifici del programma educativo).
    È l'iniziativa del personal book. Ad ognuno viene consegnato un quaderno che presenta, giorno per giorno, i temi affrontati attraverso slogans, immagini, brani antologici e tanti spazi da completare con le proprie riflessioni. Ogni giorno c'è mezz'ora per il personal book; mezz'ora di silenzio e di isolamento nel posto più comodo e tranquillo che ogni ragazzo sceglie per favorire la propria meditazione personale.
    Acquista una particolare sfumatura anche la presenza degli animatori. Hanno il compito di «mediare» tra coordinatore e il proprio gruppo. Devono essere particolarmente preparati nell'ambito della catechesi e nella dinamica di gruppo. Per gli animatori si smorza l'identificazione con il proprio gruppo (come avveniva nel campo nell'Esodo) e si accentua, invece, l'aspetto di comunitarietà e interdipendenza.
    Poste queste premesse illustrative dei tratti caratteristici del campo, presentiamo l'esperienza nel suo sviluppo attraverso i momenti che la costituiscono.

    L'invito al campo quasi un manifesto

    Il campo non si improvvisa. È preparato prima con gli animatori. Successivamente questi ne parlano con gli altri animatori «locali» per farne un sottofondo caratteristico dell'attività nel proprio gruppo di ragazzi. La preparazione matura anche attraverso gli incontri («gite», cf NPG 3/86, p. 68) che si effettuano presso i vari centri giovanili o parrocchie, a scadenza quasi mensile. Qualche tempo prima del campo estivo, però, viene inviato dal coordinatore un foglio-invito per sollecitare le adesioni e per indirizzare le tematiche. Presentiamo un esempio di «invito». Ad esso viene allegato il «programma» del campo.

    L'invito-manifesto al camposcuola

    VIENI ANCHE TU: CERCHIAMO UNA STELLA!

    «lo ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia del mare... Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra perché tu hai obbedito alla mia voce» (Gen 22,16-18)
    Sono le parole con cui Dio entra nella vita di una persona, Abramo, per farne la storia di un popolo.
    Abramo lascia le proprie abitudini, le proprie sicurezze, il territorio che gli è familiare e si incammina su una strada che diventerà il «luogo» favorevole per dialogare con Dio.
    Tutto si concluderà in una terra di sogno: la terra delle promesse di Dio.
    E sarà pace per un popolo. Sarà la sua festa.
    Nei campiscuola degli anni precedenti anche noi abbiamo voluto ripercorrere le principali tappe di questo cammino.
    Questo cammino è stato per molti di noi l'occasione per incontrarci, conoscerci, fare amicizia.
    Scoprire che tutto questo non avveniva «per caso», ma era dentro i progetti di Dio
    Lui pensava già alla Terra delle promesse che noi vogliamo raggiungere.
    Ora, per noi è come se concludessimo il nostro lungo «Esodo»: un cammino arduo, spesso faticoso e sgradito, ma carico di speranza e ricco di fascino indistinto.
    Ora, per noi e come nel momento d'arrivo: la meta attrae così forte e si staglia cosi chiara davanti a noi che ci sembra già di possederla, di averla tra mano.
    Ma non vogliamo conquistarla da soli. Vieni anche tu! Vieni con altri tuoi amici!
    Insieme è più bello. Vale di più.
    Perché anche noi vogliamo essere: più delle stelle.

    I punti focali della giornata

    La Rivelazione. Cosi è chiamata perché è presentata nel contesto della vita del popolo ebraico, attraverso le grandi convocazioni del popolo e la parola dei «capi». Aveva il significato di una «rivelazione» di Dio: una manifestazione del mistero profondo inserito nella «storia» di questo popolo che, con l'aiuto dei profeti leggeva e interpretava se stesso e i propri avvenimenti come «manifestazione» di un Dio che agiva per la salvezza.
    Rivelazione è quindi l'impostazione tematica della giornata. Una «conferenzina» che enuclea e dà le linee di interpretazione di tutto ciò che verrà vissuto nel contesto della giornata.

    Il lavoro delle tribù. I gruppi, chiamati tribù, nella Qahal o riunione riprendono e sviluppano le indicazioni tematiche presentate nella Rivelazione.
    Il lavoro è generalmente svolto in due fasi: la prima è di analisi, approfondimento, chiarificazione; la seconda è di riproposta in assemblea (anche con uso di modalità espressive varie: cartelloni, scene, gesti simbolici...) o di realizzazione pratica quando è in funzione di un rito successivo.
    Il lavoro delle tribù è il momento educativo più importante della giornata perché assorbe la maggior parte del tempo ed è incanalato dagli animatori con modalità che impegnano al massimo la partecipazione attiva e responsabile di tutti.

    I riti. Di essi abbiamo già ampiamente offerto spiegazione nel presentare il campo sull'Esodo. Rimandiamo a NPG 3/1986, pp. 84-88.
    Ci preme soltanto sottolineare alcuni elementi:
    - alcuni «riti» sono ripetitivi dell'altro campo (es: filatterie, pergamene...). Ma è importante notare che vengono interpretati e sottolineati con sfumature diverse che aiutano a riprendere riflessioni già avviate nell'esperienza precedente per approfondirle (è esperienza educativa a modalità ciclica);
    - altri riti sono nuovi (es.: le Beatitudini, la Croce...): su di essi ci si sofferma con maggiore attenzione.
    In tutti e due i casi, rispetto al campo sull'Esodo, sono invitati ad essere più «protagonisti» nel creare le parti o gli elementi del rito. In tale campo, infatti, l'attività di preparazione era più della parte degli animatori.

    I test psicologici. Occupano diversi pomeriggi e servono a introdurre i ragazzi alla lettura critica di quanto accade nei gruppi e che spesso essi vivono in modo inconsapevole, soffrendone però tutto il disagio e le difficoltà.
    Il test ha l'aspetto del gioco e risulta molto incisivo nell'evidenziare elementi della dinamica dei gruppi.

    Il falò. È la serata gioiosa e spontanea attorno al fuoco. Vi si attribuisce notevole importanza perché è l'occasione di affiatamento, di superamento della tentazione a chiudersi in piccoli gruppi (favorita dalla stessa divisione in «tribù»), di espressione e partecipazione gioiosa e spontanea delle qualità di cui gli adolescenti sono particolarmente ricchi, ma che spesso tengono represse per un regime ordinario troppo serioso di vita.
    Il falò è animato, a turno, dalle singole tribù (l'animatore ha il compito di coordinare, evitando però di fare il «protagonista»).

    Il personal book. Con questa «proposta» si vuole educare gli adolescenti a ritagliare nelle loro vorticose giornate uno spazio che favorisca la riflessione personale. Nel campo serve anche a far comprendere che le varie esperienze e le varie suggestioni devono essere ripensate criticamente in modo personale; non devono essere «subite». Il campo propone sempre, non «impone».
    Un ulteriore motivo è dato dal ritmo del campo. Le attività si susseguono e si incalzano in modo spesso frenetico, soprattutto nei primi giorni. una scelta voluta: i presenti si devono «sentire» travolti da qualcosa di vitale, di dirompente. Solo a metà campo il ritmo si attenua. Il rischio, però, è che essi non abbiano l'opportunità di far decantare le esperienze e di assorbirle pacatamente. Il personal book favorisce questa necessità di decantazione interiore.

    I momenti "forti"

    Otto giorni di campo includono una ricchezza enorme di esperienze. Se vogliamo individuare i momenti «forti» possiamo ricondurli a cinque.
    Le beatitudini. È un rito notturno svolto la sera stessa dell'arrivo al campo. È sentito con una carica emotiva particolarmente forte. Dà il «tono» a tutto il campo.
    La veglia. È una esperienza che si ripropone in tutti i campiscuola, ma che ha il vigore della perenne novità (l'abbiamo già illustrata su NPG 3/1986, pp. 77-78).
    L'eucaristia. Viene vissuta nel corso di una intera giornata e riproposta con larga libertà di fantasia e di creatività. Anche questa è una delle esperienze più sentite e difficilmente dimenticate dagli adolescenti. Richiede una precedente e attenta riflessione degli animatori.
    Il deserto. Con la veglia costituisce l'esperienza sempre nuova e sempre molto sentita perché chiama in causa la singola persona in modo prepotente ed esigente. Nel corso del campo è il momento anche più significativo per sottolineare il bisogno di una verifica di fondo della propria vita e il bisogno di progettare con serietà e speranza il proprio futuro.
    L'escursione notturna sul monte. Un cammino faticoso che dura tutta la notte e che fa raggiungere la vetta di un monte proprio nel momento dell'aurora. una prova di fatica e di cammino sofferto nella solidarietà, al di là anche del significato religioso con cui lo si caratterizza nel contesto del campo. È una esperienza sempre molto «attesa» come avventura e che carica di un particolare clima le ultime giornate.

    L'orario e i suoi momenti forti

    Ecco l'orario giornaliero, salvo cambiamenti dovuti a riti speciali o escursioni.
    Ore 8: sveglia, pulizie personali, Lodi o riti.
    Ore 9: colazione e «servizi di competenza delle tribù». Ogni tribù svolge, a turno, un servizio per la comunità: preparare il falò, pulire gli ambienti.
    Ore 10: Haggadah (assemblea) per la Rivelazione.
    Ore 11: Personal book: riflessione personale, in silenzio, con l'aiuto di un sussidio: il personal book appunto.
    Ore 11,30: Qahal (riunione) delle tribù oppure riti.
    Ore 12,30: sospensione lavori.
    Ore 13: pranzo.
    Ore 14: grande gioco o iniziative libere promosse dagli animatori.
    Ore 15: giocarsi addosso: test psicologici con caratteristica di gioco per analizzare i fenomeni del gruppo.
    Ore 16,30: Qahal delle tribù o riti.
    Ore 17,30: intervallo e ristoro.
    Ore 18: ripresa della Qahal o Haggadah per la presentazione dei lavori suggeriti.
    Ore 19,30: conclusione, preparazione mensa e allestimento falò.
    Ore 20: cena.
    Ore 21,30: falò, revisione della giornata, preghiera.

    Passiamo ora a presentare i «temi» delle singole giornate:
    Ogni giornata è suddivisa in «momenti» dentro l'orario appena presentato.
    L'idea tematica. Ciò che si cerca di far capire ai partecipanti in quella giornata.
    La vita del campo. Sono le iniziative proposte.
    Attualizzazione. Accoglie le indicazioni che nel corso della giornata vengono offerte per non tenere il discorso «tematico» per aria, ma riferirlo alla esperienza concreta dei presenti nella loro vita di gruppo e nel modo con cui vivono la loro presenza in parrocchia (appartenenza alla Chiesa).
    Vita degli Ebrei e vita di Gesù. Si riferisce alla «sceneggiata» che dà colore al campo: è una «recita», una drammatizzazione che aiuta a sperimentare situazioni di vita passata che, lette nella Scrittura, per i ragazzi lasciano il tempo che trovano, perché troppo staccate dalla loro esperienza concreta. Vissute come gioco e come drammatizzazione, restano più impresse.

    PRIMA GIORNATA: IN CAMMINO INSIEME

    Idea tematica. Incontrare persone già conosciute e con cui si sono fatte esperienze forti di amicizia e di preghiera è motivo di festa e di speranza.
    È sempre Dio che ci dà l'opportunità di incontrarci. un «tempo favorevole» per la nostra vita personale. Un tempo che ha radici lontane: intendiamo riscoprirle insieme per apprezzarne il valore e per scoprire meglio in quale direzione ci orientano.
    Ci sentiamo un popolo che è in cammino e che avverte prepotente in sé il desiderio della meta.
    In questo popolo ci siamo anche noi. Sappiamo di non essere ancora arrivati, ma potremmo essere molto vicini alla Terra delle promesse. L'attesa, quindi, si fa veglia.

    Vita del campo

    Gli adolescenti si incontrano per iniziare l'avventura del camposcuola. Si conoscono già, perché la maggior parte ha vissuto il campo sull'Esodo o ha incontrato gli altri ragazzi nel corso delle «gite» mensili.
    È facile quindi stabilire il clima di festa e di combinazione.
    È prevista una riunione di inizio con bans, giochi, conoscenza reciproca, breve presentazione del Centro giovanile o del gruppo di provenienza, indicazione del programma del campo. In giornata si prevede anche il montaggio della Tenda delle tribù.
    L'impegno più significativo è la suddivisione in tribù e la preparazione di una candela simbolica che verrà utilizzata nelle poche ore di veglia con le quali si dà inizio al campo.
    Ogni partecipante riceve un cartoncino sagomato a candela, preparato precedentemente dagli animatori. Sulla superficie disegnata ognuno, con fantasia decorativa, scriverà la frase: «Tu mi aiuterai ad essere luce» e aggiungerà il nome di un amico della tribù cui appartiene, compreso l'animatore, con il quale vuole impegnarsi in modo particolare per vivere nel modo migliore le occasioni educative del campo.
    Nel retro del cartoncino è riportato un numero e servirà come riferimento in un rito conclusivo del campo, per ricomporre un puzzle su un apposito cartellone (sarà indicato successivamente).
    In serata si distribuiscono alle tribù gli incarichi per il servizio della comunità con turni giornalieri e, con l'animatore (capotribù), si predispongono le pergamene utili al rito del giorno successivo.
    Si affida anche alle singole tribù la parte di «cielo» che saranno invitate a costruire il mattino successivo: si tratta degli elementi che compongono il cielo e che sono oggetto di riflessione nel rito Costruire il cielo (sole, luna, uccelli, stelle, nuvole...).
    La serata si conclude con un grande falò, allestito dagli animatori e dai gruppi che, nella loro sede ordinaria di attività, hanno preparato qualche momento sereno di festa.
    Al termine del falò, le tribù si avviano per salire al cosiddetto monte delle beatitudini, dove si celebra il rito delle beatitudini.
    Lo riassumiano nei momenti essenziali: i presenti sono in cerchio, al centro c'è un grande cero.
    Le letture e i commenti riportano all'avventura di Abramo. «Egli si è fidato di Dio e ha dato inizio a un grande popolo: ne facciamo parte. Anche per noi è tempo di promesse e di attesa. Vegliamo attendendo lo "sposo", perché sia festa. La luce di Gesù (il cero centrale) sostiene la nostra speranza. La sua parola ci ricorda che siamo chiamati per essere enormemente felici».
    Si fa ascoltare il nastro LDC del Vangelo di Matteo: le beatitudini.
    Il brano proposto termina dicendo: Siete voi la luce del mondo... «dalla luce-parola di Gesù che nasce anche in noi la capacità di farci luce e occasione di felicità per gli altri».
    Lo traduce il gesto simbolico: un animatore si avvicina al cero centrale, accende un proprio cero e, dal proprio posto, trasmette la fiamma al cero del vicino con l'augurio: «Sii luce per il mondo». Così di seguito per tutti i componenti il cerchio.
    In un secondo momento ci sarà la consegna dei cartoncini sagomati a candela con l'invito che ognuno farà ad alta voce al compagno scelto perché lo aiuti ad essere luce.
    Il cartoncino avuto in consegna sarà collocato in un luogo in vista, nel dormitorio, per ricordare giornalmente l'impegno assunto verso il proprio amico.

    Vita degli Ebrei

    I momenti di vita del campo in questa prima giornata di incontro rimandano ad aspetti significativi della vita del popolo ebraico (di cui si rivivono, in modo scenico-coreografico, diversi momenti della propria storia per comprenderli meglio).
    Il coordinatore e i capitribù sottolineano questi aspetti:
    - il popolo ebraico, dopo un lungo e tormentato Esodo, sta per giungere alla Terra promessa.
    L'aspettativa si fa più intensa, la gioia sta per esplodere, si fa più vivace la propria fiducia in Dio che ha mantenuto fedeltà alle promesse;
    - nel lungo cammino si è reso conto che ha rinsaldato la propria unità, perché ha vissuto «insieme», a contatto l'uno con l'altro;
    - anche il popolo nuovo, formato dalla predicazione e dalla presenza di Gesù, vive con una tensione che trova davanti a sé un obiettivo: le «promesse di Gesù». Sono riassunte nelle sue beatitudini.

    Attualizzazione

    Nel gruppo. I presenti hanno già fatto esperienza sul campo estivo nell'Esodo di quanto accade in un gruppo: il gruppo sostiene, incoraggia, non fa sentire nessuno solo.
    Nel gruppo posso dare conforto, incoraggiamento ad altri.
    Nel gruppo c'è qualcuno più grande che guida e non lascia cadere le speranze anche quando, a volte, queste si velano di dubbio e di tentazione di fallimento. importante avvertirsi «insieme» per aiutarsi.
    Nel rito notturno si propone il gesto leitmotiv di tutto il campo: «mi aiuterai ad essere luce».

    Nella Chiesa. Anche nella Chiesa si e invitati a scoprire la dimensione di «solidarietà» che lega agli altri: per donare e per ricevere.
    Tutta la chiesa è un grande «popolo» che sente vicine e sicure le «promesse» di Dio.
    Per questo è un popolo che non rifiuta la festa, perché l'atteggiamento della festa è naturale e d'obbligo in chi si sente chiamato alla felicità (beatitudini) e vi si orienta sfidando ogni rischio, perché crede in Colui che lo invita.

    SECONDA GIORNATA: IL FUTURO CHE È GIÀ IN NOI

    Idea tematica. Il rito notturno delle beatitudini fa comprendere qual è il nostro destino: la vita, la felicità, la gioia piena e sconfinata che Dio intende partecipare ad ogni vivente. Sono quei doni grandi che Dio ha pensato fin dal momento in cui ha creato il mondo, gli uomini, la vita.
    L'esperienza del campo dovrebbe abituare a ricercare sempre il nostro futuro, ma senza perdere dietro di noi il passato: «il mio futuro è già inscritto in me, mi appartiene già. Chi dovrò essere, chi dovrò diventare mi si fa più chiaro quando ripercorro, fin dalle sue lontane origini, la mia vita passata».

    Vita del campo

    È la giornata più laboriosa e impegnativa. Ricca di gesti simbolici (riti) che hanno un duplice orientamento: alcuni (pergamene-filatterie) riprendono idee e valori già sottolineati nel campo sull'Esodo, altri («Costruire il cielo») intendono suggerire una attitudine di fondo con cui vivere le successive giornate del campo.
    Il rito «Costruire il cielo» ha una forte connotazione «catechistica» perché richiama l'impegno del credente, spinto dalla Parola di Dio, a farsi collaboratore di Dio nella sua creazione dell'oggi della storia: il Regno. La giornata inizia con il duplice rito delle pergamene e delle filatterie (rimandiamo a NPG 3/1986, pp. 84-86.
    Ogni tribù, poi, è impegnata a costruire la parte di cielo che le è stata affidata (disegnare, ritagliare, dipingere...): sono tenuti a lavorare «insieme». Per ogni elemento del cielo, la tribù deve preparare un commento che ne illustri il significato religioso e una corrispondente preghiera.
    Sul finire del pomeriggio si ha la celebrazione del rito.
    Sinteticamente: si è raccolti in un ambiente adatto, al buio. Una musica e un commento registrato introducono il racconto biblico della creazione. Gradualmente si accendono le luci a illuminare un gigantesco «cielo» (di carta resistente e colorata di azzurro) che copre tutta la parete. A turno, le tribù si avvicinano e, seguendo il testo delle letture e dei canti prestampato, dispongono sul cielo i vari oggetti che hanno costruito (stelle, nuvole, sole...) commentandone il significato simbolico.
    Un particolare, in questa «prima» costruzione, è fatto in modo «disordinato» (per es.: una stella incollata sul sole). Come si comprenderà nel rito della «ricostruzione del cielo», il gesto sta ad indicare che le intenzioni di Dio erano di creare qualcosa di meraviglioso, ma l'intervento maldestro dell'uomo ha rovinato tutto... Almeno fino a quando l'uomo, rientrato in se stesso e «salvato» da Dio, riuscirà a collaborare in modo corretto, producendo quindi qualcosa di ben riuscito e di positivo.
    Un ulteriore impegno è consegnato, in termini più personalizzati: è indicato nel personal book. una pagina che riproduce la testa di un adolescente lambita da una grande nuvola che si apre con un ampio spazio bianco. Ognuno deve riempire questo spazio con sue riflessioni, relative a come immagina il suo futuro. Il disegno ha la didascalia: «la testa tra le nuvole» e indica le tipiche fantasie a 14-15 anni che «sognano» il proprio futuro.

    Vita degli Ebrei

    Per il riferimento alla consapevolezza di essere comunità e «costruirsi» popolo richiamato dai riti delle pergamene e delle filatterie, con relativo richiamo culturale e religioso alla vita ebraica, rimandiamo al campo sull'Esodo.
    Per il tema suggerito dal rito della costruzione del cielo, durante la Rivelazione si fa cenno all'esperienza degli Ebrei durante la deportazione in Babilonia. In quella circostanza e da quella cultura la pagina biblica ha raccolto lo spunto per ricostruire un racconto che potesse spiegare agli Ebrei di allora e, successivamente, ai loro figli, come Dio aveva pensato ad essi già quando cominciò a creare la vita nel mondo. Il «male», di cui essi soffrivano proprio in quel tempo gravissime conseguenze, era dovuto a un mancato riconoscimento del proprio Dio, del proprio Creatore. Ma si poteva, nonostante tutto, ridestare la speranza perché Dio per il suo popolo voleva sempre serenità, pace e felicità, non tristezza e disperazione. Anche gli Ebrei, quindi, vedono il proprio «futuro», andando a recuperare il passato più lontano; ma è là, in quel passato, la radice del futuro della propria storia.

    Attualizzazione

    Nel gruppo. Alcune sottolineature emergono da «giochi psicologici» fatti nel primo pomeriggio e orientati a sviluppare la «conoscenza» tra i presenti.
    Il gruppo funziona quando si ha la possibilità di comunicare, quando ci si conosce e quando si fa la fatica di accettare ognuno per quello che è, rispettandolo nei suoi limiti, valorizzandolo nelle sue qualità. Ognuno deve restare se stesso: il gruppo non deve «espropriare» l'individuo .
    Impegnativa, sotto l'aspetto pratico, è l'esperienza di gruppo che i singoli vivono nel «costruire» il cielo, dalla progettazione alla realizzazione ultima nel rito con relativo commento.
    Gli animatori curano molto questo momento perché è il più ricco e anche il più rischioso fra tutti quelli vissuti nel campo.
    Tuttavia, dall'esperienza nascono molti stimoli all'osservazione e alla puntualizzazione con gli adolescenti di che cosa comporta «stare in gruppo».

    Nella Chiesa. La giornata offre molti spunti; alcuni sono particolarmente sottolineati durante i vari momenti di Rivelazione, Qahal, nei riti.
    Li accenniamo in modo schematico:
    - anche la Chiesa ha proprie «radici»: nel passato Gesù ha «creato».
    Si allude in particolare alla redazione dell'evangelista Giovanni che descrive la nascita della Chiesa, cioè l'evento della Pentecoste, quasi come un corpo che diventa «vivente» per l'«alito» di Gesù, come fece Dio sull'uomo di fango (Gv 20,22);
    - le radici di ogni singolo credente sono nel proprio battesimo (un «nome»: uno che «chiama ad essere»);
    - la Chiesa continua, oggi, l'attività di Dio e di Gesù: «alitare» e «chiamare» per donare la vita
    - la Chiesa è «comunità» di persone, dove ciascuno è rispettato con i suoi doni e accettato con le sue povertà, ma dove ognuno trova nello stare insieme la forza di valorizzare le proprie energie.
    Anche se, qualche volta, stare insieme, e quindi costruire veramente comunità, è difficile e si rischia di «costruire male», costruire sbagliato: rovinando un progetto che dovrebbe essere bello. L'importante sarà rendersene conto e aiutarsi, insieme, a ricostruire meglio.

    TERZA GIORNATA: LA SCELTA DELLA FEDELTÀ

    Idea tematica. Ritornando al nostro passato, abbiamo scoperto come Dio ci progetta per la vita e per la gioia. Tutte le sue parole riassumono un suo grande impegno-proposta verso di noi: «Fa' questo e vivrai!».
    Ripensare la nostra storia ci fa orientare a un sicuro punto di riferimento: la «parola».
    Una «parola» che è presenza umana in Gesù e che continua come presenza nella Scrittura sacra, nella Chiesa, nella vita dei cristiani. Una «parola» che diventa vitale soprattutto quando incontra la fede dell'uomo.

    Vita del campo

    Al mattino presto, con le luci dell'alba, si risale al monte delle beatitudini e si celebra il rito dell'«Alleanza». Si costruisce una stele con una grande croce e tra le pietre si cementa un contenitore di vetro con una pergamena, firmata da tutti, che evidenzia due parole: Berith-Amen.
    Nella giornata, altri due riti: il rito della Legge e il rito notturno della veglia, già ampiamente illustrati in NPG 3/1986.
    Nel pomeriggio un gioco psicologico evidenzia il bisogno di comunicazione per poter realizzare un qualsiasi progetto, anche se, apparentemente, potrebbe sembrare che la riuscita interessa soltanto il singolo individuo. È il gioco della costruzione dei quadrati, riportato in Martin Jelfs, Tecniche di animazione, LDC 1986.
    La veglia notturna favorisce una verifica di sé in ordine all'alleanza personale con Dio e introduce ad un senso di attesa necessario per preparare la festa dell'Eucaristia.

    Vita degli Ebrei

    Il riferimento alla «Torah» (la Legge) è essenziale per la comunità, ebraica. Tutta la loro storia e la loro fede si costruisce attorno a questo fulcro essenziale di riferimento superiore. Dio che dà una norma di vita alla sua comunità, e la comunità che trova la certezza del proprio divenire «popolo di Dio» grazie a una Parola che è stata rivelata. L'«alleanza», fissata nella Legge, è il cardine dell'avventura storico-religiosa degli Ebrei.

    Attualizzazione

    Nel gruppo. Ogni gruppo ha bisogno di una norma, di un punto di riferimento accettato da tutti.
    Spesso questa norma non è esplicita, ma è latente: induce comportamenti, atteggiamenti, modi di pensare e di esprimersi. Crea conformità. C'è in ogni gruppo una forte necessità di comunicazione: ciò che è sommerso e latente è bene che affiori e sia affrontato consapevolmente da tutti.
    Riferendosi al gioco psicologico: non si può strumentalizzare il gruppo ai propri interessi; in tal caso, non solo fallirebbe il gruppo, ma fallirebbe anche chi ne fa uso per sé. indispensabile «fare comunione», «comunicare».

    Nella Chiesa. Anche la Chiesa, come insieme di persone, ha bisogno di fare proprie alcune norme, alcune indicazioni utili a sostenere valori condivisi, comportamenti, modi di pensare. Le proprie norme la Chiesa le attinge dalla parola di Dio. Anche e soprattutto nella Chiesa c'è bisogno di partecipazione e di comunione.
    Le disposizioni normative della Chiesa hanno il compito, quindi, di favorire la comunione.

    QUARTA GIORNATA: UN GRAZIE VISSUTO E GRIDATO

    Idea tematica. Sapere che Dio ha fatto alleanza con noi, che vuole essere il nostro Dio e che ci offre le indicazioni per diventare «suo popolo» ci fa esprimere spontaneamente il bisogno della festa. È un grazie che esplode, che ci coinvolge come singole persone e come comunità, impegnando tutta la nostra persona. Un grazie vissuto e gridato con la forza e la presenza stessa di Gesù.

    Vita del campo

    Si conclude comunitariamente la veglia sottolineando l'aspetto di disponibilità alla ricerca personale e di attitudine all'attesa dei grandi eventi della salvezza.
    Il seguito della giornata è una complessa e partecipata celebrazione dell'Eucaristia, preparata e ricostruita dalle varie tribù (cf NPG 3/86, pp. 78-79).

    Vita degli Ebrei

    Per tutti i popoli antichi la celebrazione comunitaria della festa costituiva un evento attesissimo e partecipato da tutti. Ad esso si attribuiva la massima importanza nella vita tribale. La celebrazione festosa accompagnava i fatti più significativi della vita del singolo e della comunità.
    Per gli Ebrei in particolare la festa esprimeva la dimensione religiosa che coinvolgeva tutti, grandi e bambini, nella celebrazione della «memoria» di quanto Dio aveva operato e continuava ad operare a favore del suo popolo.
    L'Eucaristia cristiana nasce da questa tradizione festosa, legata alla storia di un popolo, che trova il momento più alto e decisivo nella risurrezione di Gesù e nell'inizio del cammino del nuovo popolo di Dio.

    Attualizzazione

    Nel gruppo. Anche nella vita di un gruppo c'è l'esigenza di verificare periodicamente il proprio cammino e celebrare intensi momenti di festa che favoriscono l'aggregazione e la coesione.

    Nella Chiesa. La celebrazione dell'Eucaristia è il momento più festoso e insieme più denso di religiosità che la comunità cristiana abbia avuto in consegna dal suo Signore: «fate questo in memoria di me». Con l'Eucaristia ci si fa Chiesa.

    QUINTA GIORNATA: IL CAMMINO NEL DESERTO

    Idea tematica. La «festa» esprime l'obiettivo di vita di una comunità. È il suo momento più atteso e ricercato, perché risponde alla domanda più profonda e radicale dell'uomo: essere felice, attraverso la comunione con gli altri. Questo bisogno dell'uomo coincide con il progetto di Dio: egli invita ogni uomo alla felicità. Ma c'è un pericolo. Anche il vangelo di Gesù ci mette in guardia: ... c'era un invito ad una festa di nozze, ma qualcuno è rimasto fuori «dove c'è pianto...». Spesso, nella vita degli uomini, incombe il fallimento e la tristezza. Perché? La giornata è un'occasione per rifletterci e per ricercare la direzione corretta in vista del proprio futuro.

    Vita del campo

    Il momento centrale della giornata è l'esperienza del deserto. Introdotto comunitariamente da un «rito» celebrativo, si prolunga per alcune ore. Il tempo ottimale è di tre ore.
    Viene fornita una traccia di riflessione comune, contenuta in un rotolo, intitolato «Apocalisse», ma lo spazio da ricercarsi e il contenuto della ricerca sono molto personali.
    Gli adolescenti, provvisti di pranzo al sacco, sono invitati ad isolarsi per una prolungata esperienza «personale» di preghiera, di riflessione, di silenzio. Sono invitati anche a «capire» il disagio che si avverte stando soli per un lungo tempo, senza comunicare, senza la sicurezza degli amici che stanno vicino, senza usufruire delle solite comodità nel mangiare o nel lavoro da svolgere.

    Vita degli Ebrei

    Il deserto richiamava agli Ebrei i momenti più forti della propria avventura di comunità che Dio incontra e libera. Il deserto era, dunque, il luogo privilegiato dell'incontro con Dio.
    Nel «deserto» il mistero e il soprannaturale coinvolgono violentemente l'uomo, sommergendolo con un senso di paura, di fragilità, di solitudine. Il deserto spinge a incontrare la verità della condizione umana e necessariamente sollecita ad un riferimento a Dio e ad invocarlo.

    Attualizzazione

    Nel gruppo. Vivere in un gruppo è così naturale ed attraente che spesso non si ha neppure la capacità di valutarci per quello che realmente siamo. Ci identifichiamo con il gruppo, ci assimiliamo così intensamente ad esso che la nostra personale identità quasi tende a sfuggirci.
    È importante, quindi, educare a ritagliare nel ritmo della vita quotidiana uno spazio di silenzio, di solitudine, di «deserto» per ritrovare noi stessi, superando il rischio di perderci in uno stile anonimo e alienante di esistenza.

    Nella Chiesa. Anche nella vita della Chiesa c'è il pericolo della spersonalizzazione, quando vi partecipano, sia pure con entusiasmo e intensità, ma senza assumere coscienza e motivazioni personali. Non è «liberazione» lasciarci trasportare dalla corrente, anche se è positiva.
    Il fine della nostra esistenza non è la Chiesa, come non lo è il gruppo: sono «mezzi», strumenti ideali attraverso cui noi costruiamo la nostra identità e assicuriamo la nostra responsabilità. Sulle nostre «ragioni» personali saremo giudicati, non sulla corrente che ci ha trasportati. Le riflessioni della giornata, suggerite dal rotolo «Apocalisse» e dal gioco psicologico della tarda serata (il gioco dei «ruoli», cf M. Jelfs, o.c., p. 152 e seguenti), spingono anche a individuare il proprio ruolo all'interno del gruppo e il proprio servizio all'interno della propria comunità di appartenenza.

    SESTA GIORNATA: IL PREZZO DELLA VOCAZIONE

    Idea tematica. Realizzare la propria vita è raggiungere il fondamentale obiettivo dell'esistenza. Ognuno ha inscritto in sé una prepotente esigenza di autorealizzazione che risponde alla «vocazione» che Dio ha pensato per ciascuno.
    Ma c'è una vocazione che è per tutti: la felicità, la vita e la comunione con Dio per sempre. Ognuno vi si impegna secondo le proprie energie, con la coscienza che conquistare questo dono di Dio comporta fatica, sacrificio, rinuncia ad altre cose che pure sono interessanti e hanno valore.

    Vita del campo

    Il momento più impegnativo della vita del campo di questa giornata è l'escursione notturna con la conclusione di un «rito» all'alba, sulla vetta di un monte.
    Il richiamo è alla sofferenza-impegno-morte (= attraverso la notte) per celebrare la Pasqua di risurrezione, la Vita.
    La giornata prosegue con giochi spontanei e attività organizzate all'aperto per sottolineare la dimensione della festa. Si conclude l'escursione con l'Eucaristia e si fa ritorno al soggiorno.

    Vita degli Ebrei

    Il riferimento alla vita degli Ebrei porta in primo piano l'«ingresso» nella Terra promessa.
    L'Esodo è stato un lungo cammino di prova che ha abilitato il popolo a sostenere la proprietà di una impegnativa promessa. Molti sono venuti meno, spesso le lamentele e le ribellioni sono diventate atteggiamento generalizzato. Ma guide sicure e incoraggianti hanno favorito i più nell'appropriarsi della meta indicata da Dio.
    È da immaginare la festa esplosa nell'anima della comunità, quando il paese di destinazione si è profilato all'orizzonte. Un riferimento va fatto anche alla gioia dei discepoli di Gesù quanto lo incontrano «risorto».

    Attualizzazione

    Nel gruppo. Un gruppo ben riuscito è quello in cui ognuno è disposto a pagare la propria parte di impegno e di fatica che va a beneficio di tutti.
    Questo, però, esige pazienza, tempi lunghi, costanza, tolleranza e fiducia. Non sempre il gruppo è esaltante e affascinante in tutto.

    Nella Chiesa. La comunità cristiana continua ad essere il popolo di Dio che cammina verso una meta che sa di non avere ancora totalmente conquistata. Vivere nella comunità dei credenti è mettere il proprio impegno personale perché tutta la comunità sia più vicina alla meta.
    L'impegno non deve venire meno neppure quando chi ci sta vicino cade, si ferma, prende le distanze, si lamenta, reagisce malamente... Non dovremmo mai lasciarci sfuggire espressioni che tradiscono sentimenti di rinuncia: non serve a niente... La notte e le incertezze minano la vita della comunità, ma la fede del credente sa che sorgerà il sole e ne costruisce coraggiosamente l'aurora.

    SETTIMA GIORNATA: UN MONDO DA RICOSTRUIRE

    Idea tematica. Assaporare l'alba di un giorno nuovo dà più vigore alla volontà di costruire in pieno sole. Se ci si mette decisamente dalla parte di Dio e si considerano i valori grandi che ci ha regalato, non si ritorna facilmente nella mediocrità, né si accetta pacificamente di essere felici da soli. Urge nella coscienza il bisogno di rimboccarsi le maniche e di impegnarsi a costruire anche per gli altri ordine, giustizia, armonia, pace, felicità.
    È un risvolto della vocazione che Dio ci riserva: farci suoi collaboratori nella edificazione di «cieli nuovi e terra nuova».

    Vita del campo

    Il rito centrale è ricostruire il cielo. Riprende alcune indicazioni tematiche emerse nel primo momento (cf la seconda giornata del campo), ma riflette alla luce delle successive indicazioni ed esperienze fatte.
    Il pannello del cielo viene smontato e i singoli elementi vengono risistemati con ordine, creando due zone ben distinte e con gli elementi celesti che vi si addicono: la zona della notte (stelle, luna) e la zona del giorno (sole, nuvole, uccelli...).
    Nel collocare i singoli elementi, le varie tribù commentano con brani della Scrittura, canti, preghiere e riflessioni elaborate dal gruppo.
    La serata si conclude con un falò più solenne e più festoso per sottolineare che l'esperienza del campo orienta a vivere in un'attitudine più ottimistica e gioiosa. Ci si rende conto di essere «popolo nuovo».

    Vita degli Ebrei

    Quando il popolo ebraico ha raggiunto la Terra promessa, è esploso in un inno di lode a Dio e ha messo tutto il proprio impegno a ricostruire una città nuova dove poter continuare a vivere la propria esperienza di libertà.
    L'operosità degli Ebrei, diventata più convinta per aver constatato che Dio stava con loro, è stata un contributo della comunità umana al progetto di Dio.
    Qui gli Ebrei maturarono la consapevolezza di essere un popolo «nuovo».
    Le nuove leggi e la propria organizzazione sociale divennero il segno evidente di una nuova coscienza di sé e il segno di un nuovo ordine da introdurre nelle relazioni con gli altri popoli.

    Attualizzazione

    Nel gruppo. Nella vita di gruppo è importante scoprire e investire la propria capacità creativa. Non basta «subire» dal gruppo le energie vitali, bisogna arricchirlo con le proprie capacità personali, sapendole armonizzare con l'apporto degli altri.
    Il gruppo ci «costruisce», nel senso che ci condiziona, soprattutto in ragione della pressione di conformità.
    Ma il gruppo deve anche «essere costruito» da ciascuno nelle interrelazioni con gli altri.

    Nella Chiesa. La Chiesa è una realtà precostruita a noi, ma richiede anch'essa il nostro contributo per rinnovarsi e per essere sempre meglio «segno» efficace di un cambiamento della storia degli uomini
    È vero che «dalla» Chiesa riceviamo tante occasione di salvezza personale, ma è altrettanto vero che richiede «da noi» la nostra parte di presenza e di impegno per il suo costante rinnovamento.

    OTTAVA GIORNATA: LA VOGLIA Dl RACCONTARE

    Idea tematica. La chiarezza raggiunta e la sensazione diffusa di benessere spirituale spingono a non fermarci più. Non si può tenere soffocata nell'animo una felicità che ci ha conquistati. La gioia è epidemica: contagia, coinvolge, si comunica. Chiede di non esaurirsi soltanto in chi ne fa esperienza.
    Dio crea perché in lui è incontenibile la forza della comunione, della vita, dell'amore. Esplode. Si diffonde. Così capita anche in noi. Se abbiamo la vita, sentiamo pressante la necessità di comunicarla, di farne partecipi altri. «Siete voi la luce... Siete voi il sale della terra...» dice Gesù, concludendo l'annuncio di come si può essere pienamente felici. Ora tocca a noi, a ciascuno di noi e ai nostri gruppi.

    Vita del campo

    Il rito centrale è quello delle candele. Serve a riassumere tutto il cammino del campo, riconducendolo al tema del primo giorno.
    Durante il rito, che conclude la giornata, ognuno si presenta con il cartoncino sagomato a candela, consegnatogli durante il rito delle beatitudini (cf la prima giornata). Sul retro del cartoncino è indicato un numero per favorire il giusto collocamento su un pannello che, ricostruito con le varie candele a modo di puzzle, farà emergere un grande disegno del volto di Gesù. Simbolicamente intende sottolineare che, se uno è veramente «luce», occupando coerentemente il proprio ruolo, contribuisce a far emergere e a far percepire agli altri tutto il volto e la presenza di Gesù.
    Il secondo rito, «Per una stella in più», richiama la promessa di Abramo: un popolo numeroso, una grande speranza.
    Ad ognuno viene consegnato un cartoncino a forma di stella. Su una facciata riporta le firme degli amici del camposcuola; sulla facciata opposta è segnato uno spazio dove ognuno dovrà collocare la foto o la firma di un amico che «conquisterà» al gruppo, una volta rientrati nel proprio ambiente di provenienza. È l'impegno concreto che ogni partecipante si assume per raggiungere altri amici, a rendere produttiva, nel proprio ambiente, l'esperienza di maturazione vissuta al campo.

    Vita degli Ebrei

    È facile immaginare la «propaganda» di Dio che gli Ebrei organizzarono spontaneamente presso le popolazioni che di volta in volta incontravano, dopo il loro ingresso nella Terra promessa.
    Anche dopo la risurrezione di Gesù e il dono dello Spirito, gli apostoli misero a soqquadro Gerusalemme e altre città per raccontare e comunicare a tutti quelle realtà da cui rimasero affascinati e convinti. Neppure le persecuzioni riuscirono a fermare quella gioia incontenibile di far sapere a tutti che Dio ama ciascuno e che la salvezza è per ogni uomo.

    Attualizzazione

    Nel gruppo. La prima conseguenza per un gruppo che si sente vivo e ricco di entusiasmo è di manifestarsi come gruppo «aperto», che comunica, che fa invito ad altri, che supera la tentazione di chiudersi in un ghetto ad autosoffocarsi. Un gruppo ben riuscito necessariamente si estende.

    Nella Chiesa. Anche e soprattutto nella Chiesa ci deve essere la stessa dinamica di espansione e di partecipazione della vita. La Chiesa è comunità che intende raggiungere tutti e non esclude nessuno. Solo se la Chiesa vive di questa tensione «missionaria» realizza la propria vocazione e manifesta la propria realtà: essere comunità di salvezza.


    T e r z a
    p a g i n A


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