Giovani e proposta cristiana: quali educatori e quale «riflessione di fede»?


Cesare Bissoli

(NPG 1982-7-29)


ANALIZZARE NON BASTA

Analizzare e constatare serve ben poco, se non si passa all'interpretazione e all'intervento. È una verità elementare quando sono in gioco dei valori, quando, come in educazione, si tratta della realizzazione di una persona.
Purtroppo nell'ambito così delicato dell'educazione religiosa (cristiana) accade di riscontrare un fatto strano. Di fronte a fenomeni di crisi, molti evitano di analizzare pacatamente, ma seriamente la situazione, appigliandosi deduttivamente a valutazioni dell'ordine delle cause ultime e sovrarazionali (peccato, grazia, onnipotenza di Dio...), le quali però rischiano di naufragare nel nominalismo in quanto aliene o diffidenti di ciò che le scienze dell'uomo, debitamente adoperate, riescono a diagnosticare a livello di cause seconde. Le terapie di conseguenza possono ammantarsi con i grandi nomi della preghiera, della santità, della sopportazione della croce...; ma senza la cognizione di cause e dinamismi umani con cui confrontarsi, si pronunciano parole vere, ma vuote, inefficaci.
Bisogna dire che dal Vaticano II, subentrando nella mentalità dei credenti un migliore rispetto del rapporto fra ragione e fede, fra ricerca umana e rivelazione, si è fatto strada, anche come metodologia di lavoro, il bisogno di una lettura previa dell'esperienza, come l'hanno dimostrato i vari Sinodi postconciliari e le diverse campagne della Chiesa italiana, polarizzate sul binomio «Evangelizzazione e Sacramenti».
Per la verità sono convinto che, ancora oggi, molti operatori pastorali, specialmente in campo di annuncio e catechesi, si muovano tormentati fra diagnosi che non riescono a fare e progettazioni per le quali non sanno come tener conto di quelle ricerche che nel dopo-Concilio sono apparse anche in Italia.
Capita infatti che il pendolo dell'attenzione questa volta batta dall'altra parte: ci si ferma sui dati, li si constata, ma si manca di coraggio per superare la soglia piatta del «così è» ed affermare creativamente come potrebbe essere e dovrebbe diventare.
Pare mancare quella penetrazione profetica, quella intelligenza dello Spirito, quella visione del nuovo, quella costruzione di futuro che sono invece contrassegni della fede cristiana, quando questa non viene ridotta a rango di inafferrabile e tutto sommato sterile orizzonte.
Dico questo a proposito della ricerca sulla domanda religiosa dei giovani italiani condotta dalla Facoltà di Scienze dell'Educazione dell'Università Salesiana di Roma. Quello che colpisce è il silenzio degli operatori pastorali. Può darsi che sia ancora troppo presto. Ma può darsi anche che aprioristicamente non si creda all'analisi, oppure - e mi sembra più vero - si rimanga impauriti e si vada avanti in qualche modo. La terza via è di reagire prospettando degli itinerari concreti di annuncio. Conoscendo molti colleghi sensibili al problema mi metto con loro davanti a questa domanda: a questi giovani degli anni '80, quale proposta cristiana fare?

L'INTELLIGENZA DELLA FEDE E MEDIAZIONE CULTURALE

C. Mesters, impareggiabile educatore cristiano della gente povera del Brasile, ama dire che la proposta evangelica passa quando si sa «leggere la vita con la Bibbia e la Bibbia con la vita». In altri termini, quando si bada simultaneamente alla memoria dell'evento cristiano secondo la fides Ecclesiae e alla situazione di vita dei destinatari, mediante una reciproca illuminazione, tentando cioè una lettura simmetrica, coordinata fra esperienza umana, nel caso nostro quella dei giovani analizzati nella ricerca, ed esperienza cristiana, od esperienza umana vissuta dal cristiano, in particolare nel momento fondante rappresentato da Gesù Cristo, e contestualmente dalla Bibbia tutta.
Ci preme dire che è un processo di mediazione culturale della fede ciò che qui affermiamo. Per cui la fede si fa compiutamente evento di grazia non nella semplice posizione o presenza del dato rivelato, ma soltanto al termine di un cammino, travagliato talvolta, di incarnazione significativa nella condizione dei giovani; e d'altra parte, la realtà complessa di questa viene riconosciuta nei valori autonomi che essa porta e con cui l'annuncio di fede deve confrontarsi.
In particolare - facendo tosto un'applicazione del principio ora detto - l'estrema debolezza delle agenzie educativo-religiose (persone, istituzioni) denunciata dai giovani inchiestati, e d'altra parte l'insostituibile ruolo di queste per la maturazione della fede nell'economia cristiana prima che sui giovani, sugli educatori, sui «catechisti».
Ci tengo a dire che limitandomi qui alla prospettiva catechistica o di annuncio, questa va inquadrata entro una più ampia ipotesi di «pastorale giovanile», pensata quanto mai attenta alla dimensione educativa.

LINEE DI SPIRITUALITÀ DELL'EDUCATORE CREDENTE

Siamo consapevoli che molti si sentono frustrati, impari, e agiscono per vie riduttive: trascurando la proposta cristiana ai giovani (concentrazione sui fanciulli, ragazzi o adulti, su gruppi familiari...) o riducendo i giovani (soltanto quei pochi del «gruppo»)
Credo sia necessario non nascondere nulla della realtà, ma insieme portare speranza, infondere nei catechisti il coraggio della fede, sia per la fiducia che un cristiano ha nella Parola di Dio come Dio anche dei giovani, sia per le germinalità positive, che Dio stesso (è legittimo parlare così) sta suscitando, almeno sotto forma di invocazione, di presentimento, in molti giovani (come la ricerca fa toccare con mano), aperti all'esperienza cristiana, in ogni caso superando quella diffusa mitizzazione di una gioventù come «rocca imprendibile» e «potenziale avversario».
Questa idea di fondo debitamente articolata, dovrebbe farsi mentalità, costituire linee di spiritualità dell'educatore credente. Eccone i tratti salienti.

Capaci di attesa attiva

Consapevolezza che ci troviamo di fronte ad un trapasso culturale generale di proporzioni imprevedibili, quindi necessariamente lento e travagliato, che investe la società anzi il modo di essere uomo come tale, entro cui trova un pezzo del pane della crisi anche ogni agenzia produttrice di senso cristiano, come la Chiesa, la famiglia, le istituzioni catechistiche. Gli appuntamenti positivi che comprensibilmente diamo al nostro lavoro spesso saltano. È veramente brutale, ma anche coraggioso e nella verità chi afferma che la formula di successo nell'educazione della fede non esiste.
Vi è un corrispettivo, troppo dimenticato, nella concezione biblica dello sviluppo della storia, che è poi la dinamica del farsi del Regno di Dio: è l'esigenza della upomonè, della pazienza o meglio della resistenza attiva, di cui parla Lc 21,19 («con la vostra upomonè salverete le vostre vite») e che in prospettiva apostolica (vicina dunque alla nostra) appare teorizzata da Gv 4,37: «Altri semina, altri miete». Non significa assolutamente immobilismo né fatalità, ma concezioni globali e tempi lunghi. Più precisamente il testo giovanneo, che risente il travaglio di una comunità degli inizi che propone l'evangelo nel mondo pagano del primo secolo, mette in luce l'evento radicale che costituisce il basilare atto di fede di ogni operatore cristiano: «Ecco, io vi dico: levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura» (4,35). Il Regno di Dio, la sua potente azione di salvezza (questo vuol dire l'immagine della mietitura) è all'opera qui e ora, proprio dentro questa difficile situazione, fra questi - dobbiamo dire - e per questi giovani.
Tale Regno conosce però contraddizioni, conosce soprattutto tempi lunghi quanto la storia (personale e collettiva). Come afferma O. Cullmann, ci viene assicurato con la risurrezione di Cristo che la battaglia decisiva è stata vinta, ma non ci viene comunicata la data di fine della guerra, né il Vangelo anticipa le forme della sua realizzazione storica.
Noi educatori credenti partiamo troppo con l'idea di mietitori e non di seminatori, non accettiamo il ritmo evangelico della crescita, tanto certa, quanto non completamente manipolabile secondo i nostri piani (cf Mc 4,26-29). La concezione del Regno di Dio in sintonia con l'esperienza storica dei cambi di cultura chiedono all'educatore cristiano la psicologia dell'«upomoné», della resistenza attiva, del prova e riprova, dei tempi lunghi, di vedere anzitutto il valore in ciò che correttamente si cerca di fare, più che nel prodotto immediatamente realizzato.

Attenti alla profezia di cui i giovani sono portatori

Se il Regno di Dio è giunto fra noi, ne viene che la crisi dei valori offre almeno il valore della crisi, la crisi stessa può essere un kairòs pastorale. Dal punto di vista umano, nei cambi culturali non è possibile un succedersi di positivo-negativo-positivo in assoluto, bensì la compenetrazione di qualcosa che muore, con estensione talvolta impressionante, assieme a qualcosa di positivo che vorrebbe nascere. Ci manca l'immaginazione per coglierlo.
L'educatore cristiano che è uomo dello Spirito, che ha dalla fede la forza trasfigurante del reale anche più opaco, poiché sempre Dio agisce nella storia, deve chiedersi: non anzitutto, quale zizzania Satana sta spargendo nel mondo (giovanile), bensì, di quale profezia Dio ha dotato questi giovani, magari loro inconsapevoli? Da che cosa Dio li ha liberati rispetto alle generazioni precedenti, pur mostrando ancora in se stessi evidenti segni di incondizionamento? Di quale invocazione sono portatori?
Evangelizzare i giovani, come ogni altra creatura umana, significa ultimamente illuminarli del mistero di salvezza che Dio sta realizzando dentro di loro, magari tumultuosamente, faticosamente, dove l'opposizione, l'insensibilità, la fatica di dire di sì sono più segno - ci si permetta di dirlo - della lotta di Giacobbe con l'angelo che una sorta di rifiuto farisaico. Un educatore cristiano che non giunga a leggere biblicamente la loro condizione, non potrà leggere loro esistenzialmente la Bibbia, mostrare cioè loro un Dio dei vivi, un Dio dei corpi.

Forti anzitutto della bontà della proposta

La natura del Regno di Dio operante nella storia porta al riconoscimento che l'annuncio del Vangelo, la proposta cristiana si legittima per il fatto che crediamo che essa abbia qualcosa da dire a favore dei giovani, e non per il consenso di partenza o di arrivo, anche se pedagogicamente ne teniamo gran conto. In certi modelli si è rischiato una deformante misura dal basso, intendo dire, un equivoco aggiustamento su una concezione di uomo chiuso nel suo antropocentrismo, discutibile, prima ancora che su terreno cristiano, su terreno di un corretto sviluppo umano. In questo senso un annuncio non può essere un teorema. Di fatto, anche questo avviene, diversi giovani sembrano gradire una Parola in diretta, senza una presentazione troppo rifinita, purché appaia quale Parola di vita.
Non c'è nemmeno bisogno di dire che l'attenzione educativa alla domanda, uno stile di gradualità e di rispetto, la crescita in umanità come fine con una sua consistente autonomia sono fattori del tutto assumibili nella prospettiva cristiana, ne sono un certo modo prima realizzazione, pur non potendo porsi come totalità di senso ultimo e radicale senza un leale riconoscimento del dono della fede.

Testimoni credibili di una «bella notizia»

Lo specifico dell'annuncio cristiano è di essere evangelo, cioè «bella notizia»: una notizia bella, non solo vera, valida, benefica per sua natura, senza abbellimenti posticci che finiscono con il rapportarla al rango di bellezza forzata. È il caso di dirlo di fronte ad una certa retorica in ambienti educativi cristiani, di fare vero, bello e buono ciò che viene continuamente affermato, e magari poco mostrato, con una sottile cattura della stessa persona di Gesù Cristo e dei grandi misteri cristiani, evocati non con la forza della testimonianza o del dramma sincero, talvolta del dubbio, che essi per sua natura, direi, provocano, ma mediante un mare di parole, di stereotipi, ora dolciastri, ora comminatori, ben poco vissuti.
Compito dell'educatore cristiano è di aiutare a scoprire, di far risuonare la bellezza-bontà insista nella Parola di Dio, attraverso il canale del sentire, e non soltanto del capire.
Qui si impone all'educatore-catechista un atteggiamento che Don Bosco ha intuito, vissuto e voluto additando l'educatore come «padre amoroso», ossia in profonda sintonia di anima, di attenzione, di dialogo, di non penalizzazione e demonizzazione dei giovani, con infinita pazienza, andando a ricercare, anche materialmente, sempre spiritualmente, il «luogo» dei giovani (come ambiente di vita, come cultura, come attese). Concretamente. Accettando quei giovani che incontriamo, senza la pretesa sottilmente camuffata di praticità apostolica di configurarli entro un certo schema che ci portiamo dentro (sovente lo schema dei migliori, o di noi stessi quando eravamo giovani).
È con la propria vita che l'educatore cristiano testifica il valore della Parola che porta: «Non ti offro delle idee, ma le ragioni che sostengono questa mia relazione di amicizia verso di te, aperto a quelle che tu vorrai dire a me». Quelli che non si sentono di amare i giovani concretamente, così come sono, con la misericordia e il rispetto con cui certamente Dio li accoglie, ebbene costoro tacciano, stiano lontani. Solo l'amore ha diritto di parola, perché esso, secondo il Vangelo coniugato con l'esperienza, è il contenuto primo e ultimo di una Parola che salva, del suo essere appunto «bella notizia».

QUALE CATECHESI PER I GIOVANI?

Una conclusione fra le più certe della ricerca nominata all'inizio è l'atteggiamento di soggettivismo e frammentazione di ogni domanda di significato, non solo religioso, da parte dei giovani. Per quanto riguarda la domanda di religione ciò sembra voler dire che, più che un disinteresse o positivo rifiuto, si porta di fronte all'avvenimento cristiano un insieme di desideri e di bisogni che inevitabilmente determinano una proposta da caratterizzare in un certo modo.
Non è facile codificarlo immediatamente in modelli. È meno difficile avanzare dei criteri di organizzazione. Personalmente, dopo una partecipazione diretta alla ricerca per quanto attiene a motivi più strettamente religiosi,[1] ed insieme badando a componenti suggerite da esperienze educative, mi sembra doversi prospettare un annuncio, una catechesi, la proposta cristiana insomma, secondo alcune qualità che ora presento.

Una comunicazione come evangelizzazione

Intendo con ciò sottolineare due connotati, che, in altro modo ho già richiamato come lineamento doveroso dell'educatore-catechista cristiano:
a) evangelizzare come radicalità di annuncio, «dire Dio come fosse la prima volta», demistificando l'idolo e inverando l'invocazione umana che magari se lo crea. Roma, Parigi, New York sono per se stessi luoghi biblici, come Corinto ai tempi di Paolo;
b) ma siccome l'evangelo è tale per i poveri in quanto annuncia-partecipa loro la liberazione effettiva dal malessere della vita, come tale va proposto ai giovani come dono radicale prima di ogni prestazione umana, come scelta unilaterale di Dio nei loro confronti, e non senza i segni messianici che tale scelta rende manifesta (cf Lc 4,16 ss). Questo comporta delle gravi conseguenze. Sarà per sua natura una evangelizzazione.

Nell'area della vita

L'eccessiva soggettivizzazione e l'ansia di esperienze immediate sono in fondo rivelazione di un disturbo vitale, inerente al gusto della vita. Si tratta allora di far passare una proposta, a) che esprime un messaggio che appaia vitale, che consegni significati sul senso del vivere; b) non soltanto, ma che la vita concreta con le sue attese e brutalità, i suoi vicoli ciechi e le sue speranze, i progetti umani di chi crede e di chi non crede, di altre religioni, di filosofie, quelli sollecitati dal desiderio o divulgati dalla stessa moda, diventino contenuto di evangelizzazione.
Più organicamente, se la vita è fascio di relazioni con gli altri, con le cose, con se stesso, con l'assoluto, quindi «gioco» di punti interessanti (professione, amore, libertà, piacere...), rapporto fra passato, presente e futuro, ebbene tutto questo vissuto caotico, ma vivace, va inteso non soltanto come pasta per il fermento della Parola di Dio, ma momento costitutivo della stessa Parola (analogamente al farsi della Parola di Dio presso i profeti), nella percezione di un inizio del vangelo e del suo fermento nella stessa sete di vivere, disperata, rabbiosa, sfiduciata. La vita stessa ci affascina in termini di vangelo, dico, il ballare, lo studiare, il lavorare, il darsi da fare, anche per sentieri cristianamente sbagliati, perché la vita ci fa da sacramento della presenza letificante o inquietante di Dio. Essa è l'unico luogo di incontro con il Signore vivente.
In un tempo in cui la vita di tutti, e dei giovani in particolare, è minacciata in forme drammatiche, nel piccolo e nel grande, dalle armi alla droga, dalla rabbia al consumismo, dalla disoccupazione alla mediocrità culturale e morale, diciamo Gesù Cristo quando difendiamo le ragioni della vita in nome del nostro Dio, proprio per questi giovani che vi si affacciano, certamente non carichi di anni e di soddisfazioni come i patriarchi biblici, ma scettici e delusi, troppo spesso impauriti e bloccati.

Sulla base dell'elementare cristiano

L'elementare gode per sua natura di immediatezza, di universalità, di fondamentalità. Su questi parametri credo vadano espressi i contenuti dell'annuncio ai giovani. In diretto riferimento alla ricerca già menzionata vedo la necessità di questi accenti.

Una conoscenza qualificata della fede

Garantire una cognizione non fumosa, presappochistica o costruita su teorie teologiche, ma basata su quello che la fides Ecclesiae propone a credere. L'ignoranza è dato reale, palpabile, crasso, negli stessi aderenti a movimenti o gruppi ecclesiali. Comunque possa realizzarsi questa via cognitionis, occorre che la ragione abbia la sua parte qualificante, seria, documentata, stimolando l'intelligenza quando sonnecchia o rifiuta a pro di accoglienze di tipo sentimentale, irrazionale, puramente emotivo. Ponte fondamentale sul fossato dell'estraneità fra giovani e Gesù Cristo è anche la presentazione oggettiva del mondo della fede.

Una onesta teologia fondamentale

A livello di teologia fondamentale: intendo dire una presentazione del fatto cristiano colto alla frontiera fra ragione e fede, per cui entrambi i versanti, con la loro dialetticità vanno affrontati.
Si pensi alla concezione di Dio, di fede, di Cristo, di Chiesa come vengono affermati nella ricerca: un tono magari caldo, la percezione di valori cui molti si donano interiormente e integralmente, ma così ridotte queste realtà a nozioncine tra l'infantile e il patetico, per cui si ha quasi paura che un giovane presto adulto possa aderire a rappresentazioni così vuote.
Da questo punto di vista non basta certamente un annuncio esclusivamente kerigmatico, un'apologetica soltanto per immanenza.

Centralità del mistero di Dio

Il principio dell'elementare cristiano chiede si metta in maggiore rilievo, di quanto oggi avvenga nelle forme ufficiali della Chiesa, il mistero di Dio.
A mio parere, il cristocentrismo tanto sbandierato finisce con il diventare cristomonismo. Ma in questo modo, il voler presentare Cristo come «uomo nuovo», dimenticando che anche per Cristo è il mistero di Dio la radice del suo essere ed agire storico, significa svuotare Gesù Cristo. Dalla ricerca appare che i giovani reagiscono più largamente in rapporto all'argomento «Dio», con un'ammissione, oltreché più ampia, anche più positiva, che non riguardo a Gesù Cristo.
Riduzioni illuministiche certamente, ma anche sollecitazione ad affermare di più il mistero di una trascendenza che rende credibile la religione che la professa, proprio per il fatto di un presentimento esistenziale diffuso che se un Dio ci deve essere non può essere che mistero, radicale alterità. Il frequente richiamo a motivi di reazione per esprimere Dio, se può ricordare un qualche influsso di filosofie studiate a scuola, si pone pure quale affermazione, probabilmente non bene tematizzata, del valore teologico della creazione.
Secondo me, troppo scarso è oggi il discorso su Dio, e in termini per lo più intraecclesiali, quando soltanto Dio per la sua infinità positiva si fa interlocutore valido per quanti sono alla ricerca di sensi assoluti, ben oltre l'area cristiana. Naturalmente, un Dio, secondo noi, da evangelizzare secondo il mistero rivelato da Gesù Cristo.

Gesù Cristo, tra il mistero di Dio e il mistero dell'uomo

Nell'elementare cristiano, finalizzato su Dio mistero dell'uomo e sull'uomo chiamato da Dio, e mistero a se stesso, sta la persona di Gesù Cristo, come uno che ebbe a che fare in termini drammatici, ma estremamente positivi con il mistero di Dio e la domanda dell'uomo, e la cui chiave interpretativa è la Pasqua (così patentemente ignorata nella ricerca). Così le relazioni di Gesù con le persone vive, la sua prassi messianica di liberazione, il movimento di vita da lui provocato nella storia diventano momenti essenziali di presentazione di Cristo.
Un problema dell'elementare cristiano è quello delle mediazioni o segni, normalmente rapportati, nella ricerca, all'istituzione ecclesiale e vivacemente contestata. Ne faccio cenno più avanti.

In uno sforzo mai finito di integrazione tra fede e vita

Ne ha parlato con competenza R. Tonelli su questa stessa rivista in rapporto alla prassi.[2] Qui si impone il pratico esercizio della mediazione fra verità rivelata e problemi concreti la cui soluzione specifica né può essere dedotta da quella, né automaticamente indotta da semplici considerazioni umane.
Preme sottolineare il bisogno di una integrazione per mediazione, perché proprio dalla ricerca di cui parliamo la soggettivizzazione e frammentazione nell'ambito del sociale e politico pare provocare un allarmante tasso di disinteresse e di fuga. Per cui è facile, come sta capitando, la pericolosa, variata soluzione integristica dello spiritualismo o dell'affidare alla fede il peso/privilegio di produrre un'antropologia in esclusiva ed una proposta globale di società, o di cadere nell'ossessione del politico come ethos assoluto.
Esiste certamente e quindi deve poter apparire lealmente il salto della trascendenza, la rottura della conversione, lo spessore della croce, ma non, come talvolta si pensa, attraverso un movimento di estraniazione o di opposizione e nemmeno di subordinazione tra fede e vita, ma all'interno di una reciproca dimostrata appartenenza fra dato cristiano e dato umano. Personalmente ho trovato quanto mai feconda, oltreché fedele ai dati rivelati, la duplice formulazione di A. Rizzi.[3]
Intendere anzitutto la signoria di Dio come promozione dell'uomo con una interferenza indissolubile, eppure su piani diversi, dove c'è tanto affermata la promozione dell'uomo quanto si riconosce il coinvolgimento di Dio come Signore; e dove è così annunciata la signoria di Dio, la sua vertiginosa trascendenza proprio nella sua volontà di fare cose inaudite per la realizzazione dell'uomo, di ogni uomo, nella sua concretezza storica.
Successivamente il Rizzi ha allargato il binomio, approfondendolo sia sul versante della «rivelazione biblica», sia su quello della «rivelazione umana», entrambe rapportate ed unificate dalla categoria del messianismo .
Con questa categoria è possibile riesprimere la forza originaria del messaggio biblico (nell'AT, nel NT, in Gesù, nella prima Chiesa), da intendersi come promessa da parte di Dio della trasformazione delle relazioni con gli altri, con il mondo, con se stesso.
Ebbene a questa promessa di senso nell'area della vita corrisponde la struttura del quotidiano, solcato dal desiderio che si fa azione, proprio in termini messianici: desiderio di relazioni felici con gli altri, con le cose, con se stessi.
«L'affermazione messianica comporta che il senso è dono, è possibilità oggettiva iscritta nella realtà dell'Amore creatore; la condizione della realizzazione è che sia vissuto in questa sua fondante dimensione di dono; quindi accolto e non ghermito, condiviso e non accumulato. C'è dunque tra desiderio e promessa una identità e insieme uno scarto, una continuità attraversata da una rottura. L'identità e la continuità riguardano l'oggetto; lo scarto e la rottura riguardano la logica con cui viverlo. Adeguare il desiderio alla promessa non vuol dire sostituire all'oggetto terrestre un bene celeste, al valore materiale un valore "spirituale"; vuol dire capovolgere la tendenza immanente al desiderio (che è il possesso) nella logica del dono».[4]

Mediante un coinvolgimento esperienziale

Giovani e Chiesa. Si dà il paradosso, secondo la ricerca, di essere la Chiesa l'espressione di religione più diffidata, ma insieme l'agenzia che più di ogni altra nel nostro paese influisce nel determinare, e con non poco credito, la proposta religiosa. Dilemma insolubile? Promuovere giovani cristiani secondo questa Chiesa sembra non avere chance; fare una Chiesa su questi giovani, sembra deformarla per certi aspetti gravemente.
Non sarà - ed è la via che propongo - che questi giovani chiamati ad essere Chiesa e questa Chiesa che in certa misura comincia ad esserci in questi giovani evangelizzati, si trovino insieme sul filo di partenza, cioè sotto la potenza dell'evangelo per un camminare insieme fin dall'inizio, per una reciproca intesa, che poi in ultimo è vivere come Chiesa?
La proposta, se prendiamo pure qui la Chiesa come elementare nel senso detto sopra, conduce a tre suggestioni significative.
La prima: parlare di Chiesa privilegiando il racconto di esperienze di Assoluto da parte di persone che l'hanno provato: nella Bibbia, Gesù Cristo stesso, fra i credenti lungo i venti secoli di cristianesimo, fra la gente di cultura e nella dizione che ne fanno i semplici, più con i fatti che con le parole. Ritrovare quindi la Chiesa non come nozioni, ma anzitutto come storie di vita (sia pur con esiti diversi, positivi e negativi). Questo non impedisce, anzi vuole quella che si definisce sistemazione teoretica, formulabile in questo modo: quanto, ad esempio, persone vive del sec. XX, nel Vaticano II, hanno detto sulla Chiesa, perché, per quali ragioni di vita...
La seconda: realizzare come esperienze quei momenti in cui la Parola si comunica: un ascolto della Bibbia e dei testimoni post-biblici che sia esperienza; come esperienza la celebrazione del rito; la effettiva condivisione di vita nell'amore.
La terza: leggere la Chiesa di oggi, nel grande e nel piccolo, «in umanità», nella sua capacità di dare segnali di vita, e non anzitutto come istituzione, metterne in luce i servizi reali alla vita e proporre un coinvolgimento in prima persona.

CONCLUSIONE

Si impone necessariamente un itinerario pedagogico-didattico quanto mai ponderato. A questo proposito mi sembra, sulla verità che non esiste una gioventù, ma tanti giovani concreti quanto mai diversificati, che non si possa stabilire un cammino unico. Quindi moduli strutturali di tempi, di luoghi, di forme hanno per unità di misura la concreta condizione di questi giovani, non dimenticando schemi generali, ma servendosene come ipotesi da verificare qui e ora.


NOTE

[1] Cf Oggi credono così, vol. II, pp. 127-152.
[2] L'obiettivo della pastorale giovanile in un tempo di nichilismo. dire la fede nella passione per la vita, NPG maggio '82, pp. 28-38.
[3] Rizzi A., Letture attuali della Bibbia, Borla, Roma 1978, 99-168.
[4] Messianismo nella vita quotidiana, Marietti, Torino 1981. Per una presentazione più completa delle riflessioni di A. Rizzi, rimando al suo articolo in questo stesso dossier.