Essere cristiani oggi

Inserito in NPG annata 1981.


Da un'intervista a Karl Rahner

(NPG 81-10-37)


Il documento che presentiamo è la scelta di alcuni passi di un'intervista fatta al teologo Karl Rahner dalla rivista svizzera Civitas.
Ci pare significativa la sottolineatura di alcuni tra i temi più importanti che toccano non soltanto la teologia, ma anche la vita della Chiesa e le scelte del cristiano. Quale teologia e in particolare quale cristologia può dialogare oggi anche con chi non crede? È la fede che è incomprensibile o sono pigri coloro che l'annunciano? Quali sono i problemi più gravi della società odierna, e perché ci si è dimenticati di Dio?
E ancora: il valore «politico» dell'amore per il prossimo, il ruolo della preghiera, la fedeltà a Dio nella vita quotidiana.
Il teologo Rahner cede il posto all'uomo di fede e alla testimonianza del cristiano Rahner.
Il testo integrale dell'intervista è riportato su «Il Regno-Documenti», n. 11, anno 1981.

IL PROBLEMA FONDAMENTALE NEL NOSTRO TEMPO: LA DIMENTICANZA DI DIO

Ci troviamo sulla soglia del terzo millennio cristiano; anch'esso non ci risparmierà i problemi allo stesso modo che è avvenuto in passato. Questa spassionata considerazione storica esige più che mai da noi, cristiani d'oggi, che ci rendiamo conto degli errori commessi e dei compiti che ci stanno davanti. - Quali sono attualmente, a suo giudizio, i problemi che rivestono particolare importanza per il cristianesimo e quali sono gli obblighi che ne derivano?

Direi che ce ne sono moltissimi a cominciare dalla crisi petrolifera fino alla politica vera e propria e inoltre i problemi che riguardano la visione del mondo, insomma tutte quelle cose di cui si occupano la filosofia e la teologia. In questa prospettiva non sosterrei affatto che questo e quel problema sono sicuramente i più importanti di tutti e anche se adesso dichiarassi importanti determinati problemi, tornandoci a riflettere sopra probabilmente riterrei altri problemi molto più importanti e urgenti. Mi sentirei insomma di esprimermi solo così: al momento e per il momento. Ma con questo punto di partenza oserei dire che forse i problemi più importanti sono quelli che gli uomini di oggi non considerano affatto tali.

Dio è la cosa più importante

Prendiamo, ad esempio, il problema fondamentale della teologia, il problema di Dio. La maggior parte degli uomini contemporanei, per lo meno alla superficie della loro coscienza quotidiana, sarebbe dell'opinione che, in primo luogo, non si tratta affatto di un problema importante e, in secondo luogo, nella misura in cui costituisca un problema, la domanda può suonare tutt'al più se e perché e in quale prospettiva Dio è importante per l'uomo.
Ritengo questo interrogativo antropocentrico su Dio come uno stravolgimento della questione e sono dell'avviso che questa singolare dimenticanza di Dio rappresenti forse il problema fondamentale del nostro tempo. Non dico: gli uomini non parlano abbastanza di Dio; e non dico nemmeno: non si stampano abbastanza libri di filosofia e teologia. Ma penso che ci sono troppo pochi uomini, i quali riflettono sul fatto che non è Dio che esiste per essi, bensì sono essi ad esistere per Dio. Eppure, generalmente nelle chiacchiere teologiche che si fanno quotidianamente, io farei parte proprio dei cosiddetti teologi «antropocentrici D. Ma questa è un'affermazione totalmente priva di senso. Vorrei essere un teologo, il quale dice che Dio è la cosa più importante, e che noi esistiamo per amarlo in una forma dimentica di noi stessi, per adorarlo, essere per lui, uscir fuori dall'ambito proprio della nostra esistenza per immergerci nell'abisso dell'incomprensibilità di Dio.
Naturalmente è fuori discussione che un teologo debba dire che l'uomo è colui il quale, essendo in ultima analisi orientato a Dio, deve dimenticare se stesso attraverso Dio. In questo senso non si può mai praticare abbastanza una teologia antropocentrica. E questo, già per il semplice fatto che Dio non rappresenta ovviamente un qualche oggetto singolo posto nel nostro mondo e neanche il sommo coronamento di un edificio del mondo. Invece, Dio è l'assoluto, l'incondizionato, al quale siamo rapportati, ma non nello stesso senso in cui lo è lui verso di noi; egli è colui che deve essere adorato, colui per il quale ci si deve «dar via» con Gesù crocifisso, capitolando senza alcuna condizione. È questo il problema vero e proprio degli uomini, il loro problema fondamentale e il fatto che mediamente non lo si avverta allo stesso modo costituisce appunto, a mio giudizio, il problema fondamentale anche oggi.

Dove ci si perde per Dio?

Naturalmente le cose sono un po' più complicate di come le ho appena descritte. Infatti questo processo per cui il mondo scompare all'interno di Dio non si attua in primo luogo là dove i teologi ne parlano e neppure là dove i parroci e i papi ne fanno oggetto della loro predicazione. Questo processo fondamentale può attuarsi naturalmente anche in maniera del tutto inespressa o perfino anonima. Esso può attuarsi là dove un uomo riesce fino in fondo ad essere disinteressato; ad amare disinteressatamente; ad essere fedele, là dove la fedeltà non è più ricompensata; ad accettare la morte con animo pacato e ben disposto in uno di quegli sterili e anonimi ospedali di oggi; là dove un uomo, in un qualunque angolo della terra, riesce comunque a fuggire dal chiuso carcere del suo egoismo. Allora si verifica quello che io considero come il compito ultimo e fondamentale dell'uomo.
Naturalmente è bene che di ciò si parli e si predichi, che ci sia anzi della gente che in qualche modo cerca di fare di questo compito ultimo della vita, vorrei quasi dire, il proprio mestiere profano. Ma in ultima analisi è sperabile che ciò che ha veramente importanza si attui nella pietosa realtà quotidiana della nostra vita di uomini; forse là dove muoiono i bambini vietnamiti o là dove, da entrambe le parti, muoiono uomini dietro barricate umane, avviene qualcosa che contro tutte le attese, contro ogni apparenza umana, mediante la grazia di Dio e i suoi incomprensibili accorgimenti - se posso chiamarli così - sfocia in una incalcolabile massa di felicità, forse (chi lo sa?) in una felicità per sempre.
Si potrebbe dunque affermare questo: il problema ultimo, il problema vero e proprio che non viene affatto considerato, è questa sovranità assoluta del Dio infinito e incomprensibile e con esso la speranza che, contro tutte le apparenze di un'umanità mostruosa che sembra pensare a tutt'altro che a Dio e che pecca anche in maniera terribile verso se stessa, si riesca nondimeno a raggiungere la felicità ultima. È in questa direzione, quindi, che va compresa e valutata la mia teoria dei cristiani anonimi.

L'amore per gli altri: un compito politico

Ovviamente oggi avviene anche che, accanto a questo singolo e unico problema fondamentale, vi siano ancora mille altri problemi concreti che gravano sugli uomini. E precisamente in modo tale che solo nello sforzo e attraverso lo sforzo di venire a capo di tali problemi, si può risolvere anche il grande e unico problema assoluto. Detto più semplicemente in termini teologici: gli uomini possono amare Dio solo se amano anche gli uomini. E questo perché l'amore del prossimo non è soltanto uno dei tanti comandamenti di Dio, bensì la maniera concreta grazie alla quale soltanto l'uomo può incontrare Dio. Ebbene, questo suona forse anche molto astratto, ma io vorrei affermare questo: nel momento in cui si coglie che questo cosiddetto amore cristiano del prossimo, in quanto modo attraverso cui opera la salvezza, ha oggi una dimensione sociale e politica e non è soltanto il comandamento riferito a una sfera intima o a una vita privata, questo vecchio comandamento diventa anche un compito politico.
Io non ho mai sviluppato una teologia politica; presumo di non sapere nemmeno bene che cosa sia ciò che sta sviluppando e sostenendo il mio amico ed ex-allievo Metz. Però, che oggi il vero cristiano non debba essere una persona perbene solo nell'ambito della sessualità o per quanto riguarda il suo conto in banca, ma che abbia dei terribili compiti di natura politica e sociale, di cui forse non è per nulla avvertito, dinanzi ai quali forse si ritira addirittura nella sua sfera privata o dei quali i parroci con i loro fervorini morali non parlano sul pulpito, di ciò sono realmente convinto.
E a questo riguardo sono anche realmente convinto che la predicazione nella chiesa dovrebbe essere strutturata in maniera molto diversa: dal basso in alto. Condivido assolutamente il giudizio dei vescovi (tedeschi) nella loro lotta sull'interruzione della gravidanza, ma - lo ammetto - mi augurerei che l'episcopato o più in generale la chiesa ufficiale si impegnassero con lo stesso peso anche per molte altre cose.

LA DIFFICOLTÀ DI ESSERE CRISTIANO OGGI

Oggi viviamo in un mondo molto manipolato e passibile di ulteriori manipolazioni. La tecnica moderna viene sempre più a capo di problemi che ancora fino a poco tempo fa erano considerati insuperabili. Questo dà all'uomo una certa sicurezza di sé. A suo giudizio, quali effetti ha questo sviluppo nei confronti della fede cristiana?

Che per l'uomo di oggi sia molto più difficile che in passato essere cristiano, questo mi pare evidente. Anzitutto vorrei dire molto semplicemente: un uomo di oggi inevitabilmente ha molto più da fare che un uomo del passato, senza paragoni per quanto riguarda i suoi doveri (almeno di fatto); di conseguenza gli è realmente difficile trovare il tempo che prima aveva naturalmente a propria disposizione e che poteva usare per fini religiosi. Se duecento anni fa un calvinista olandese ascoltava con piacere la domenica una predica del suo pastore che durava tre ore e aveva anzi l'impressione che questo pastore fosse pigro se non avesse predicato così a lungo, già con questo vediamo sussistere oggi una difficoltà per la fede, che prima non c'era. Ciò è naturalmente un po' semplificato, ma questo aspetto dovrebbe essere tenuto presente dalla Chiesa ufficiale più di quanto avvenga realmente.

Un rapporto nuovo con la storia

A ciò si aggiungono tutte le altre difficoltà che oggi si pongono inevitabilmente. L'uomo contemporaneo non ha lo stesso rapporto diretto e continuo con la storia che avevano gli uomini del passato. Le scelte del passato (ad esempio, quelle delle proprie autorità cittadine), fatte duecento anni fa, gli sono estranee e indifferenti. Questo ha a sua volta delle ragioni, sulle quali non possiamo adesso soffermarci. Ma se è così, come ci si può stupire particolarmente che gli risulti difficile accettare il fatto che è stato salvato nell'anno 33 a Gerusalemme?
Alla difficoltà di un rapporto con la storia si aggiungono altre difficoltà fondamentali. E poi, naturalmente, tutte le cose di un mondo che è diventato enormemente grande, quale mai lo si era conosciuto prima; un mondo che anche dal punto di vista del tempo e dello spazio presenta caratteristiche non più valutabili; un mondo che si è sviluppato. E dunque questo mondo in cui oggi un uomo vive quasi come se fosse ovvio, anche se non ne sa molto, e con il quale conduce esperimenti, è un mondo in cui il rapporto con Dio va sviluppato in modo nuovo, totalmente diverso da quello che è stato e che doveva essere in passato.
Penso che la Chiesa, anche nei suoi massimi rappresentanti, non si sforzi ancora in maniera realmente radicale di sviluppare quell'esperienza mistica di Dio nel singolo uomo e inoltre di renderla, per così dire, socialmente accettabile, comprensibile a grandi masse, come sarebbe invece necessario. E non è lecito, se mi è permesso dirlo sinceramente, esporre e presentare la dottrina dell'incarnazione, di cui mi auguro di essere altrettanto saldamente convinto quanto l'attuale santo padre, senza tenere conto delle difficoltà che l'uomo contemporaneo prova dinanzi a una tale verità, come è stato fatto (lo dico sinceramente) anche nella prima enciclica dell'attuale papa.

Come farsi capire anche dagli increduli?

Si dovrebbe esporre la vecchia dottrina cristiana, la verità eterna, durevole, fondamentale, in modo che si percepisca che il discorso non è rivolto soltanto a coloro che sono senz'altro dei credenti, bensì anche a tutti gli uomini d'oggi. Insomma, il fatto è semplicemente questo (lo si deve vedere con obiettività e andando alla radice); la verità dell'incarnazione della parola di Dio, la verità vera, fondamentale, salutare e necessaria, per uno che non è cresciuto fin da principio nel cattolicesimo, suona all'incirca come se oggi sentisse dire che il Dalai Lama è l'incarnazione di Dio. Quando sente qualcosa del genere, non riflette granché se ciò sia vero o falso, ma lo trova fin da principio così inverosimile che, senza neppure pensarci su, passa ad occuparsi d'altro.
Ebbene, dobbiamo predicare riconoscendo che abbiamo davanti a noi anche queste persone «incredule». Se non lo facciamo, in questo caso pratichiamo sì una teologia che è molto vera, ma che non raggiunge gli uomini di oggi, così come essi sono.
Naturalmente non penso questo come un rimprovero di una singola enciclica, che del resto non può neanche dir tutto in una volta sola, ma penso che a Roma sarebbe necessario respirare maggiormente l'aria dell'incredulità contemporanea, per predicare realmente il Vangelo al nostro tempo, con coraggio e sicurezza di sé, ma anche in maniera moderna.

RIAFFERMARE LA PIENA UMANITÀ DI CRISTO

II fatto che Cristo sia ad un tempo Dio e uomo è tornato ad essere una particolare provocazione per la fede cristiana. Lo dimostrano le affermazioni di cosiddetti «puri umanisti" i quali ammirano si Cristo come un uomo straordinario, ma non lo considerano come Figlio di Dio. Quale è la sua posizione verso il problema delle visioni atee del mondo e delle interpretazioni puramente umanistiche di Gesù?

Il problema dell'ateismo e il problema di un moderno gesuanismo che interpreta Gesù solo come uomo, senza la cristologia tradizionale, sono in sé due questioni completamente diverse.
Per quanto riguarda la seconda, vorrei dire che la Chiesa deve mantenere, difendere e proclamare il suo dogma cristologico (e naturalmente lo farà). Tuttavia penso anche che questo annuncio dovrebbe avvenire in modo da giungere più facilmente di quanto non sia oggi. Formulandolo in termini un poco grossolani si potrebbe forse dire questo: l'annuncio effettivo ha, non come tesi esplicita ma come «ambiente», una tonalità di carattere monofisita e questo porta le difficoltà della fede in Gesù Cristo che non dovrebbero esistere.

Una predicazione di Gesù dal basso

La mia opinione è questa, e cioè che qualora fosse predicata in maniera più viva e naturale la vera, semplice, autonoma, sperimentabile umanità di Cristo - in forza della quale, come professa la Chiesa, egli è consostanziale con noi e qualora nella predicazione non si facesse di Gesù, sia pure non intenzionalmente ma di fatto, un «Dio nella livrea di un uomo»; qualora - per dirla ancora in altri termini - si proclamasse con più chiarezza, vivacità e convinzione il dogma di Calcedonia della permanente distinzione di divinità e umanità nella persona concreta di Gesù Cristo; qualora - detto un'altra volta in termini diversi - si presentasse, ad esempio, senza complessi Gesù come un ebreo del suo tempo, quell'ebreo che egli era; qualora, ad esempio, si tenesse conto più apertamente, almeno entro determinate circostanze, anche di uno sviluppo personale di Gesù nonostante il fatto di trovarsi costantemente in unità col Logos, ecco io penso che allora la proclamazione del dogma permanente della Chiesa, per quanto riguarda la cristologia, potrebbe diventare più facile.
Quando si dice «Gesù è Dio», a intenderlo bene è un articolo fondamentale della fede cristiana. Ma questa frase «Gesù è Dio» può venire fraintesa ed è fraintesa molto spesso: in questo caso coloro che credono veramente inghiottono tutto quanto ritengono erroneamente come affermazione di fede, quasi che non potesse essere diversamente, mentre gli altri, coloro che sono critici, ritengono che sia un'assurdità e al tempo stesso lo prendono per un dogma cristiano.

Incomprensibilità della fede o pigrizia della teologia?

Ritengo questo problema molto importante per l'annuncio cristiano. In fin dei conti Hans Küng ha probabilmente cercato di sviluppare e di rendere più chiara una cristologia dal basso, che ha le sue giustificazioni, in modo da renderla più credibile e assimilabile per l'uomo d'oggi incline allo scetticismo.
Se mi è lecito esprimermi così, si può tranquillamente esigere un sacrificium intellectus per la fede, ma non si può chiedere un sacrificium intellectus dinanzi ad una teologia troppo comoda e pigra, se si vogliono eliminare malintesi che per principio non sono impossibili nemmeno in formulazioni corrette dei dogmi della Chiesa. Vi sono affermazioni di fede importanti e fondamentali che sono collegate a moltissimi pericoli di malintesi.
Quando dico «In Dio vi sono tre persone», sono convinto che la maggior parte degli uomini d'oggi fraintende quasi inevitabilmente questa frase e allora o pensa di dovere tuttavia credere a ciò (e pertanto crede ad una assurdità) oppure la respinge appunto come un'assurdità. Forse vi sono teologi che, presi da un grandioso entusiasmo per la loro fede, si sentono superiori a questi problemi, ma io non vorrei far parte di essi, bensì sforzarmi di evitare costantemente, per quanto è possibile, questi malintesi o difficoltà inerenti alle affermazioni di fede, perché la fede cristiana non sia resa per la gente più pesante di quanto necessario, perché questo peso sia il peso della fede e non il peso che hanno aggiunto alla fede i teologi pigri e antiquati.

LA NORMALE VITA CRISTIANA, PREGHIERA E FEDELTÀ ALL'IMPEGNO QUOTIDIANO

Nonostante tutti i successi umani e tutto il sapere teologico il cristiano ha bisogno di raccogliersi in se stesso. Posso chiederle se ha una particolare esperienza riguardo alla preghiera?

Una sola cosa è necessaria

Non voglio parlare della mia esperienza, ma è ovvio che tutto l'apparato ecclesiastico, a cominciare dal papa con tutti i sacramenti e i funzionari romani, i vescovi e le chiese fino alle tasse ecclesiastiche, ecc., esiste solo per destare un pochino di fede, speranza e amore nel cuore dell'uomo. Una volta, in un discorso al termine del concilio, ho detto che questo intero apparato della Chiesa e del concilio con tutti i vescovi ecc., è qualcosa come un'enorme massa di pechblenda, da cui si deve poi ricavare un paio di grammi di vero uranio. Se lo si ottiene, tutto questo grande impiego di energie è giustificato, ma se non ci si riesce, tutto il resto è inutile. In ultima analisi, la cosa più importante è che un uomo abbandoni a Dio la sua vita, senza alcuna riserva, responsabilmente e nell'amore del prossimo; tutto il resto è mezzo per questo fine.

Concludiamo questa conversazione con una domanda personale. Lei è libero di accettarla o meno, come preferisce. Se dovesse fare un bilancio sulla sua vita come cristiano, sacerdote e teologo, che cosa direbbe?

Avrebbe forse da comunicare a dei cristiani in ricerca una parola che rifletta la sua esperienza personale?
No, piuttosto rilancerei la palla e direi che la mia vita, in fin dei conti, ha avuto una storia molto semplice, senza molti avvenimenti eccitanti, una vita in cui si è cercato giorno per giorno, semplicemente ma onestamente di fare, almeno in generale, i propri doveri, una vita senza vertici spettacolari. Vorrei dire - e questo va in un certo senso presupposto -, una vita come quella di una donna di casa, che alleva con fatica i suoi bambini, che deve sempre tormentarsi per far sì che vengano su bene, e vive così fino a che giunge alla fine.

Nella vita quotidiana vivere il mistero indicibile

A mio giudizio, la normale vita cristiana assomiglia a ciò e anche il mio compito è stato questo.
Ho lasciato alle mie spalle una vita di maestro di scuola che non ha conosciuto né dei vertici eroici, né grandiosi sconvolgimenti. Non ne posso niente, se è stato così; è stato proprio in questo modo e io l'ho accettato. Come si dice questo alla maniera di Goethe: «Saure Wochen, frohe Feste» («Settimane magre, feste allegre»)? Sì, anche questo c'è stato sino a un certo punto. L'aspetto ultimo e personale di tutte queste cose non importa a nessuno. Perciò non c'è molto da dire se non: «afferra l'istante; cerca di fare quello che può essere chiamato molto semplicemente anche il tuo dovere! D'altra parte, vivi costantemente in maniera nuova il fatto che il mistero indicibile, che chiamiamo Dio, non solo governa e vive, bensì ha avuto l'inverosimile idea di avvicinarsi a te con un amore del tutto personale. Rivolgi il tuo sguardo a Gesù Cristo, il crocifisso; solo così puoi accettare la tua vita, qualunque cosa succeda». Altro non saprei dire rispetto a queste semplici massime cristiane, che rappresentano una verità quanto mai ovvia. Mi appoggio a queste riflessioni: «Quanto durerà ancora, prima che venga sera? Non lo so. Allora continuiamo, fintantoché è giorno. Alla fine, lo so, si va con le mani vuote, ma è giusto che sia così. Poi si guarda verso il Crocifisso e si va. Quello che vien dopo è l'eterna incomprensibilità di Dio».