La comunicazione tra oggettività e interpretazione soggettiva

Inserito in NPG annata 1981.


(NPG 1981-10-15)


Riportiamo il dibattito seguito alla relazione di Caprettini. Vi hanno partecipato: Carlo Molari, teologo; Carlo Marletti, sociologo; Carlo Nanni, pedagogista; Mario Pollo, esperto di animazione culturale; Giuseppe Groppo, catecheta. Ai loro interventi è seguita una puntualizzazione conclusiva dello stesso Caprettini.


LA COMUNICAZIONE NON È TRASFERIMENTO DI DATI OGGETTIVI

Viviamo in una cultura che ha perso «l'innocenza narrativa»

Molari: Inizialmente, vorrei porre una domanda: poiché il titolo della relazione era «La condizione giovanile come crisi di parola e di memoria socioculturale»,[1] quale parte vogliamo dare ai giovani in questa crisi e in questa difficoltà? Nel discorso fatto, vedo più la responsabilità degli adulti che la crisi di parola e di memoria nei giovani.
Ho l'impressione che di fatto sia la generazione degli adulti che appartiene all'epoca post-narrativa, se vogliamo utilizzare questa categoria, e che proprio per questo, non sa più narrare le proprie esperienze ai giovani. In altre parole, possiamo dire che non apparteniamo più ad una cultura dell'«innocenza narrativa» e, al tempo stesso, non abbiamo recuperato, attraverso nuove modalità, la capacità di narrare. In questi termini, allora, il problema non si presenta più come caratteristico della condizione giovanile. In fondo mi chiedo: chi sono oggi i soggetti incapaci di narrare?

Ma esiste l'innocenza narrativa?

Caprettini: Mi permetto, per ora, di lasciare aperta la domanda di Molari per fare un passo indietro e ritornare, per un momento, al discorso dell'innocenza narrativa, che mi ha molto interessato. Recuperare l'innocenza narrativa è, ho pensato immediatamente, recuperare la dimensione della «fiaba». Mi rendo conto che non è questa l'innocenza narrativa di cui si voleva parlare. Però che cosa accade nella fiaba, rispetto ad altre narrazioni? Ciò che viene narrato si situa immediatamente in un mondo che è «altro», esterno al nostro e che nello stesso tempo, in qualche modo, ci riguarda in modo allusivo. La fiaba parla di qualche cosa che sembra chiamarsi Cappuccetto Rosso, però in realtà parla anche della nostra incapacità di distinguere una nonna da un lupo. Tuttavia parlando di un mondo che sembra non appartenerci, il problema della coerenza rispetto alla realtà non si pone. La fiaba, a differenza del resoconto del telegiornale, non istituisce un rapporto diretto con la realtà. Che senso ha controllare se Cappuccetto Rosso è esistito realmente? L'importante è che la fiaba permetta di essere tradotta in qualche cosa che è «utile» ora. Può esistere invece, un'altra interpretazione, per così dire conservatrice, nel leggere la fiaba, per cui essa rimane chiusa nel suo mondo, resta «innocente», priva di sollecitazioni. In questo caso ogni mancanza di interpretazione presume una innocenza: ma è inevitabile che le interpretazioni esistano, in quanto ogni comunicazione è trasformazione della realtà e non trasferimento di dati oggettivi.
L'analisi delle comunicazioni di massa evidentemente pone il problema dell'esistenza di una pluralità di interpretazioni della realtà: un fatto che noi leggiamo in un modo, da un altro punto di vista può apparire completamente diverso. Poiché è abbastanza evidente che le comunicazioni di massa non possono garantire «oggettività» l'importante è offrire criteri di comprensione del fatto che non sono «ripresentazioni» di dati reali, ma «interpretazioni» degli stessi.
Quanto detto ha chiare implicazioni educative, poiché la pratica educativa consiste nel rendere chi ascolta abbastanza sospettoso nei confronti di quello che ascolta. Non tanto sospettoso in modo sistematico, da dover negare continuamente la buona fede di chi parla, ma abbastanza da pensare, che nonostante la buona fede, chi parla è sempre interpretatore e mai un traslocatore di fatti in parole.
Qual è il posto dei giovani in questo quadro? Parliamo da adulti prima di tutto e parliamo quindi della responsabilità che ci assumiamo educando, e che consiste, credo, nel creare un margine di sospetto, una frontiera, non una condizione di incomunicabilità, di allontanamento reciproco. Credo che se dovessimo dare un'etichetta alla condizione giovanile, noi potremmo riconoscere nel mondo giovanile la mancanza di autocoscienza di questi ultimi meccanismi. Una mancanza tipica dei giovani di tutti i tempi, ma forse particolarmente caratteristica di questo momento.

Dall'acculturazione selvaggia ad un modello dialogico

Molari: Ma non è forse responsabilità degli adulti, offrire criteri per individuare l'esistenza di soggettività e quindi, in un certo senso, di distorsione nelle interpretazioni e narrazioni?

Caprettini: Se il problema è appunto quello di insegnare questa soggettività, chiamiamola «soggettività» usando un termine sbagliato, è proprio lì che nasce la responsabilità: insegnarla o non insegnarla.
E se gli adulti si limitano a trasmettere un sapere sotto forma di «trasloco», di «trasferimento», di «voi state alla stazione, io sto sul treno e vi porto notizie sulla chimica, sull'antropologia, sulla religione, sulla etichetta da usare tutti i giorni, sulla storia della letteratura», ci può essere un meccanismo di rifiuto: chi è in fondo alla stazione può dire: «Questo carico di... non mi interessa, aspetto un altro treno». Se invece ci si muove per il dialogo, inteso non solo come modo aggregativo, ma come modo di riuscire a costruire, mentre si comunica, il sistema di intercomprensione (il «capirsi»), allora questo deve avvenire non solamente dagli adulti verso i giovani, ma deve essere anche una forma di autocoscienza dei membri di una classe di età giovanile. Insegnare ad usare determinati strumenti per riconoscere in un certo abbigliamento, in un certo comportamento, la traccia di un sistema, la traccia di regolarità o di un allontanamento da certe regole e da certi canoni, quindi della costruzione di un canone diverso. Non possiamo credere che «l'opporsi a» non significhi «creare qualcosa di».
Anzi proprio l'identità di un gruppo, di una condizione consiste proprio nell'allontanarsi da, nell'identificarsi come «non qualcosa».
Se in paragone con la condizione giovanile consideriamo, per esempio, quella della terza età, momento in cui manca l'attività produttiva per l'uomo, per queste persone ospedalizzate nelle case di riposo, la memoria individuale agisce non come fonte di aggregazione, ma come fonte di separazione. Ciascuno crede di avere una storia talmente diversa dall'altro da istituire un baratro, una separazione, una situazione di monologo.
Anche nella situazione degli anziani ospedalizzati, nasce il problema del dialogo. Qui però le responsabilità sono molto più numerose e molto più difficili da districare. Nasce il problema del fatto che parlarsi, cioè istituire un sistema di inter-comprensione, significa ricostruire la propria identità. All'anziano bisognerebbe insegnare che la sua identità all'infuori di un mondo produttivo può continuare purché questa identità venga ricostruita ogni momento, e non sia già data e finita nel momento in cui il lavoro è stato sospeso.
Per il giovane forse esiste il problema opposto: egli non può sentirsi appartenere ad un sistema di cui non è in grado di controllare altro che le briciole: questa è una condizione di incomunicabilità, di impotenza che non può non suscitare rabbia e rifiuto.
Anche in questo caso però quali meccanismi si possono sviluppare? Un sapere, che pur è consolidato, va trasmesso come non consolidato, come «disponibile a». Certo è uno sforzo enorme, il problema resta quello di non concepire la mente individuale come un serbatoio ricettivo di dogmi e luoghi comuni, come un laboratorio in cui l'imprevisto è d'obbligo.

MODIFICAZIONE DELLA STRUTTURA SOCIALE E NUOVI MODELLI DI COMUNICAZIONE

Marletti: Per comprendere lo svolgersi della comunicazione oggi è utile ricordare alcuni dati sociologicamente rilevanti. Anzitutto la profonda trasformazione che è in corso nelle piramidi di età. Vale a dire: anche la società italiana è una società in cui nascono sempre meno bambini. Stiamo andando verso un invecchiamento fisiologico che comporterà una serie di conseguenze molto grosse. In pratica si calcola che intorno al duemila i giovani di questa generazione dovranno lavorare interamente per provvedere agli anziani. Ciò sta comportando uno spostamento notevole nell'ambito dei valori, perché, mentre nelle culture passate, specialmente contadine, il vecchio era sinonimo di saggezza, sempre più l'anziano diventerà sinonimo di inattività e passività. La sua esperienza sarà sempre più inutilizzata. È in corso anche un altro tipo di trasformazione. A differenza di quanto accadeva in passato, basti pensare all'epoca fascista in cui il giovane veniva considerato in base a finalità del tutto ideologiche, negli anni '60 il giovane acquista un ruolo sociale ben determinato, diventa un modello di riferimento, per una ragione molto semplice: l'espandersi del mercato del consumo. È in quegli anni, infatti, che le grosse imprese si rendono conto che il giovane costituisce un mercato potenziale enorme. Ma oggi non è più tanto vero, perché sembra che il mercato si stia allargando in direzione della seconda età. L'attenzione si sposta sempre più verso le generazioni dei quarantenni e dei cinquantenni, che tendono a porsi come modelli di riferimento sociale.

Mutamenti nel ruolo delle agenzie di socializzazione

Un secondo dato sociologico da tener presente è che mentre in passato tra l'attività educativa primaria svolta dalla famiglia e l'educazione secondaria affidata alla scuola esistevano interrelazioni, oggi questo collegamento è stravolto.
All'interno della famiglia intanto i modelli sono cambiati, perché l'istituzione familiare non ha più, se non in casi anomali, funzioni di tipo produttivo; è quindi del tutto scomparso il modello tradizionale della famiglia contadina. Significativo a questo riguardo, è che già da alcuni anni e sempre più, invece di essere i genitori ad insegnare ai figli, sono i figli che insegnano a vivere ai genitori.
La socializzazione è sempre meno affidata alla famiglia e alla scuola e sempre più al gruppo dei pari.
È in questo contesto, mi sembra che si può parlare di implosione del linguaggio nei piccoli gruppi, anche se non bisogna leggere il fenomeno in modo catastrofico, cioè nel senso di un ritornare indietro, di riflusso. Al di là di una valutazione bisogna riconoscere che la socializzazione, oggi, è sempre meno affidata all'educazione. C'è poi un terzo fatto la cui potenzialità si rivelerà probabilmente nelle prossime generazioni. La funzione educativa che prima era legata ad un settore a sè di operatori, viene ormai assolta in buona parte dai mezzi di comunicazione di massa. Così, per esempio, la scuola ha perso la sua tipica funzione iniziatica. Credo sia proprio questo uno dei problemi dell'educatore oggi e della relazione educativa su cui valga la pena discutere.

QUALE MODELLO DI COMUNICAZIONE NELLA RELAZIONE EDUCATIVA

Dalla fine della «controcultura» ad una nuova sensibilità giovanile

In un primo momento, negli anni '60, questa differenziazione tra educazione e socializzazione, cioè tra vivere e imparare a stabilire relazioni con gli altri, imparare delle cose che «servono per», aveva dato luogo ad un fenomeno caratteristico: la controcultura giovanile. Ma questa fase è terminata, già dalla fine degli anni '60. La socializzazione dei giovani oggi non è caratterizzata da un preciso orientamento politico, ma sempre più da un orientamento «diffuso» di contestazione. Non sono del tutto sicuro che queste siano le componenti sociologiche della crisi dei giovani anche perché qualunque osservatore è obbligato ad usare delle categorie interpretative mutuate dalla cultura precedente, così che spesso non è possibile cogliere tutta la valenza dei fenomeni che emergono.
Attualmente molte analisi lamentano vi sia un perdita di memoria da parte dei giovani. Personalmente, limitandomi ad un settore che in qualche modo ho studiato, quello del terrorismo, e guardando al modo in cui questi problemi sono stati vissuti a livello giovanile, da vasti settori, non sono d'accordo.
Il terrorismo è, dal punto di vista dei valori, molto più insidioso della partecipazione ad una guerra. Chi ricorda il periodo bellico, sa benissimo che si assisteva ad atrocità e comportamenti stravolti, che venivano «subiti» e rifiutati. Il terrorismo ha insinuato un male molto più sottile e cioè che in fondo si può assassinare a «fin di bene».
Che i giovani abbiano realizzato tutto questo e che vi sia una presa di coscienza da parte di molti della degenerazione terroristica, che vi sia prima ancora una specie di disincantamento rispetto all'ideologia e alla politica, lo considero personalmente molto positivo.

Qualche dubbio sulla validità del modello educativo della comunicazione

Nanni: Si è detto che la disintegrazione della cultura può essere imputabile o alla crisi della trasmissione del sapere, quindi alla comunicazione, alla parola, oppure alla crisi dei valori trasmessi. Ma ho l'impressione che per ora si sia rimasti soprattutto al livello della comunicazione, trascurando l'altro aspetto, quello della crisi della cultura. Mi chiedo cioè, se il «gap» generazionale, non è soltanto questione del saper narrare o di come comunicare. Ma non può essere, e io credo che sia, una questione di valori, del contenuto della comunicazione?
Allora il problema sta nel ricercare i valori che ci differenziano dai giovani, al fine di individuare un punto d'incontro, una intersezione tra le generazioni. Perché altrimenti, credo che la competenza e la capacità narrativa saranno nuovamente frustrate.
Altra osservazione. Ho qualche problema circa il modello educativo che viene utilizzato, il modello della comunicazione. Parlando di comunicazione vengono in mente termini come i seguenti: «fonte», «segni», «ricevente», «emittente», «codificazione», «messaggio», «rumore», «risposta», «feedback», e così via. Ora questo modello è molto affascinante, visto dalla parte di colui che lo «manovra» nella comunicazione di massa, nella comunicazione impersonale. Non è adeguato invece per la relazione educativa. Soprattutto perché tende a considerare il ricevente un oggetto. Non a caso è chiamato «destinatario» ed è posto al termine del processo. Anche se viene detto che non è un modello ... idraulico, perché esiste un processo di retroazione (il feedback), il rischio è che si vada pur sempre in una sola direzione. Il problema rimane, perché l'inizio si è posto nella fonte e non dall'altra parte, in questo caso, detto in termini educativi, dalla parte di colui che è l'educatore, non dalla parte dell'educando. Dalla parte dell'adulto e non da quella del giovane. E poi non si finisce per dimenticare che nell'educando è già presente una originale «domanda educativa»?
Ancora qualche perplessità sul funzionamento di questo feedback: l'autoregolazione avviene, ma sempre in un modo un po' meccanico. Tutto questo mi sembra importante, perché allora il modello della comunicazione lo dobbiamo del tutto rovesciare, non farlo partire dall'emittente, ma probabilmente dal ricevente.

Crisi della struttura lineare nel linguaggio giovanile

Pollo: Vorrei iniziare reagendo a quanto Molari ha accennato. Quando dico che i giovani sembrano incapaci di parlare di se stessi, intendo dire che la crisi e le patologie del mondo giovanile sono indotte da tutta una assenza degli adulti, incapaci di gestire i processi inculturanti e socializzanti. Ma volevo anche andare più in là: prendendo come struttura di narrazione quella tipica del rapporto a due persone, in cui una racconta all'altra.
In una cultura orale, in cui il racconto si svolge con una struttura lineare e conseguenziale molto precisa, per decifrare il racconto è sufficiente analizzare in modo nettamente conseguenziale il senso del racconto.
Noi oggi, invece viviamo in una civiltà in cui l'immagine, i mezzi di comunicazione visiva, la carta stampata, danno la possibilità di avere dei messaggi in cui i vari elementi sono in presenza simultanea. Questo, a mio avviso, ha fatto saltare anche nella lingua parlata, l'aspetto consequenziale a favore di un aspetto sincronico. Così, quando un giovane parla, per l'adulto è difficile comprendere dove ritrovare il bandolo della matassa, perché tutti gli elementi che gli vengono offerti sono da ricomporre in un quadro unitario.
Credo che questo processo riproponga, per molti aspetti, una cultura del «mito», in cui gli elementi non sono dati in sequenza, ma come facenti parte di una struttura da leggere simultaneamente, nello stesso istante. Mi sembra che l'incapacità di narrare porti questi racconti personali ad assumere più la struttura del mito che quella del racconto tradizionale, e viceversa, che la struttura del racconto si ritrovi maggiormente nella musica. Levi- Strauss, ha rivelato come, per esempio, nella musica si stia abbandonando la struttura del mito che era tipica di certe composizioni e al contrario, si stia riscoprendo una musica seriale, basata sulla estrema concatenazione sequenziale. Raccolgo infine una provocazione che veniva da Nanni, quando parlava della comunicazione «idraulica»... Non credo che il modello della comunicazione educativa sia statico. Credo che il modello educativo debba essere di relazione, ed in un modello pragmatico la comunicazione è un fatto continuo e circolare. Quindi il problema della sequenza, della punteggiatura di ingresso-uscita è del tutto soggettivo e riferito al punto di vista dei partecipanti.

Ogni modello pastorale assume un modello di comunicazione

Groppo: Reagisco in base alle mie pre-comprensioni, ai miei interessi di tipo teologico ed educativo.
E abbastanza evidente che il processo educativo pastorale in passato è stato concepito, parlo di trent'anni fa, e poi ancora abbastanza recentemente, attraverso metodi di «iniziazione impositiva». Ora questo ha creato crisi nella nostra cultura; è interessante che ciò non sia avvenuto, per esempio, nella cultura africana, che continua a concepire questo rapporto assolutamente necessario. Il processo educativo, nell'ambiente africano, ha valore in quanto è un processo di inserimento in una tradizione.
Per il superamento di questa situazione di crisi, siamo ricorsi alle categorie della comunicazione. E parliamo di comunicazione in una unità culturale dove esiste anche una realtà cristiana e dove i giovani costituiscono una sub-cultura. Il problema, come si è detto, si presenta a livello di parole e a livello di valori. A livello di parole dato che tutti in fondo parliamo la stessa lingua, abbiamo le stesse strutture grammaticali, lessicali, sintattiche, morfologiche, più o meno inconsce, però usiamo parole diverse, quindi è difficile comunicare.
L'altro aspetto riguarda poi il contenuto: abbiamo valori diversi, o denominiamo con parole diverse gli stessi valori? Questo mi sembra molto importante, perché il problema diventa allora, come ha detto Caprettini, la ricostruzione della propria identità da parte degli adulti, e direi il ripensamento dei valori per vedere ciò che è stato inculturato. In effetti molte volte abbiamo identificato l'evento cristiano con una determinata antropologia, in un contesto culturale che è in continuo mutamento e che abbiamo considerato invece come eterno, definitivo. Questi aspetti devono essere approfonditi per creare dialogo, il quale è possibile quando noi, usando le stesse carte, per riprendere il paragone di Popper, utilizziamo anche le stesse regole. Se le regole non sono uguali tra i giocatori, non è possibile realizzare un gioco valido.

Molari: Non ritengo utile la distinzione appena fatta tra valori e messaggio. Perché il narrare, in ogni caso comunica. Ma che cosa?
Il vero problema è che oggi l'adulto quando narra sta bluffando, cioè non apre se stesso alla comunicazione e non comunica nessuna realtà vitale. La narrazione è un evento che trasforma e «guarisce» colui che racconta, prima che colui che ascolta! La narrazione deve in ogni caso esprimere l'esperienza «salvifica» che ha provato chi racconta. Solo allora avviene comunicazione.
Spesso oggi chi narra, penso alle nostre celebrazioni, non si presenta affatto come salvato. A questo punto è persa l'innocenza narrativa e tutto diventa un bluff.
Oggi la società, i giovani soprattutto, sono molto critici proprio verso questo modo di raccontare che non racconta nulla. Il vero guaio è che chi narra non si coinvolge nel racconto, perché non ha alcuna esperienza da comunicare. Se questa è la malattia e se oggi è emersa in tutta la sua gravità, bene: abbiamo la possibilità di venirne fuori.

INCONTRARSI: COME? LA NECESSITÀ DI UN PROGETTO

Fino a che punto mittente e destinatario usano la stessa lingua?

Caprettini (intervento conclusivo): In primo luogo vorrei reagire all'intervento di Nanni, perché ho speso alcune pagine di un mio libro (Aspetti della semiotica, Einaudi 1980) per parlare appunto contro un modello della comunicazione inteso come trasferimento di «informazione meccanica». Questo modello fu proposto per la prima volta da Jacobsen durante un incontro tra antropologi e linguisti nel 1958, in un'università americana. Egli, che intendeva cercare un sistema di inter- comprensione tra queste due discipline, mise in evidenza come la comunicazione non fosse solo costituita dalla lingua storico-naturale, ma anche da elementi simbolici.
Comunque, per quanto riguarda la relazione educativa, pur ritenendo che gli elementi in gioco nella comunicazione siano quelli tipici del modello originario (messaggio, codice, ricevente, ecc.), è certo che tra di essi esiste una relazione di interdipendenza. Affermare che il mittente e il destinatario della comunicazione utilizzano la stessa lingua è proposizione sempre meno corretta. Infatti, il mittente codifica una serie di messaggi con l'aiuto di un sistema di codici dei quali solo una parte è presente nella coscienza decifrante del destinatario. La comunicazione mette in atto un processo di avvicinamento, che deve tener conto delle distanze e differenze.
Evidentemente, nell'avvicinamento, i due soggetti, nel nostro caso adulto e giovane, mettono in atto dei meccanismi di autoregolazione. Ma non si tratta affatto dei meccanismi che esistono tra due macchine, ma di meccanismi di autoregolazione in presenza di un «progetto comune». In mancanza di questo progetto, in una terra di nessuno, non c'è comunicazione. Molti degli interventi precedenti convergono sul rapporto esistente tra la crisi degli strumenti di comunicazione e la crisi dei valori. Il sistema di intercomprensione si costituisce ad entrambi i livelli, quindi in riferimento sia ai codici strumentali, sia ai contenuti.
Forse non è inutile ricordare che si può parlare lo «stesso» linguaggio per dire cose che sono tra loro molto lontane e che si possono usare linguaggi diversi per cercare di incontrarsi sullo stesso terreno. È la situazione tipica delle «trattative», del rapporto interpersonale, quando si verifica una distanza immediata che è riducibile solo in presenza di un progetto comune, solo se esiste cioè l'intenzione di costruire qualcosa insieme.
Certo, è difficile parlare di progetto nel contesto attuale.
Sentiamo però che la responsabilità come tale è una responsabilità collettiva. E lo sentiamo maggiormente in questo periodo in cui certi fatti che capitano sembrano separarci da ciò a cui apparteniamo, sembrano stabilire una enorme distanza fra quello che accade e la nostra coscienza.

Tutti, adulti e giovani, siamo educatori

Vorrei ora riprendere alcuni elementi dell'intervento di Marletti, per valutare l'importanza dell'intercambiabilità dei ruoli. Si diceva in sostanza che i genitori imparano a vivere dai figli. Ma il genitore si comporta secondo un modello che rimprovera ai figli, oppure cerca di adeguare i propri atteggiamenti al tipo ideale di uomo proposto dalla televisione? E cosa comunica la televisione? Abbiamo detto un modello di riferimento. Emergeva inoltre come la controcultura non si presenti più come espressione tipicamente giovanile, così che alle generazioni giovanili non è più assegnato uno spazio culturale, politico, interpretativo diverso da quello delle altre generazioni.
Questo è vero, ma occorre anche criticare quel luogo comune, quel mito d'oggi, che assegna ai giovani il ruolo recettivo, passivo, di chi non ha modelli. E nello stesso tempo si deve evitare di cadere nell'errore opposto che porta a identificare gli adulti in un'altra classe di età.
Consideriamo dunque l'essere giovani e l'essere educatori come una condizione pragmatica dell'esistenza piuttosto che una situazione istituzionale. Poiché i modelli educativi non hanno più il ruolo svolto in passato, l'educazione nasce da un confronto di modelli e non da una trasmissione meccanica del sapere. Quest'ultimo fatto, se si può affrontare il problema in termini moralistici, costituisce l'elemento positivo dei mass-media, anche se d'altra parte, essi impongono una collisione di modelli. Il risultato è che l'educazione che passa attraverso la scuola rischia di apparire meccanica, poco avvincente ed interessante.
Ci si scontra ancora una volta con la televisione, non con una persona seduta ad un tavolo con cui è possibile dialogare, ma con una scatola nera, che ci ha abituati solo ad assistere, ad ascoltare.

Un compito per tutti: interpretare la realtà e organizzarla in modelli linguistici

E qui torniamo all'osservazione di Pollo riguardante la simultaneità. Narrare, in semiologia, significa testualizzare un evento, cioè fare in modo che una realtà vissuta assuma un'organizzazione linguistica. Quest'operazione comporta la responsabilità, spesso inconsapevole, di mettere in rilievo porzioni di realtà e accantonarne altre. La cultura infatti riconosce alcuni valori come propri, discriminandone altri, che pure sono presenti ma senza valorizzazione.
Attraverso questi processi, la cultura si trasforma, assumendo un'identità nuova. E però certamente molto difficile renderci conto quando questa trasformazione comporta un salto qualitativo. In altri termini si tratta del problema della periodizzazione storica, che in pratica solo retrospettivamente appare chiara. C'è da aggiungere che questa trasformazione non necessariamente deve assumere forma rivoluzionaria, ma può verificarsi benissimo sotto forma di migrazione di valori, in modo più o meno lento e progressivo. In ogni caso, proprio perché siamo calati in una cultura, dobbiamo assumere la responsabilità di interpretarla.


NOTA

[1] Era il titolo originario della relazione di Caprettini al seminario di studio.