Per una comunicazione che faccia spazio alla narrazione

Inserito in NPG annata 1981.


(NPG 1981-10-30)


Al dibattito sulla relazione di M. Pollo hanno preso parte: Carlo Molari, teologo; Carlo Nanni, pedagogista; Riccardo Tonelli, esperto di pastorale giovanile, Diego Marconi, esperto di filosofia del linguaggio, Gian Paolo Caprettini, esperto di semiologia. Ai loro interventi è seguita una breve riflessione conclusiva del relatore.

I LIMITI DEL DISCORSO RAZIONALE E DI QUELLO EVOCATIVO/NARRATIVO

Come affiancare la narrazione con il discorso razionale?

Nanni: Tra tutte le cose sentite, soprattutto due mi hanno interessato. In primo luogo il fatto che probabilmente questo prevalere del razionale è collegato all'ideologia del progresso degli anni '60 che dava la sua fiducia e fondava le sue speranze nella tecnologia, nella scienza o perlomeno nella capacità del cambio. E forse, trovandosi di fronte alla disillusione di questi mondi, se ne è avvertito anche il limite ed oggi si cercano altri livelli di discorso.
Il secondo punto è quello del contesto relazionale. L'ho letto come una condizione per l'autenticità della narrazione. E quello che da sempre si dice della validità pedagogica della testimonianza. Dopo, ho una serie di piccoli dubbi.
Come possiamo affiancare la narrazione con il discorso razionale? Temo si rischi di cadere nell'errore opposto al precedente. Se affermo che la razionalità certamente non riesce ad abbracciare tutto il mondo della vita, d'altra parte la soluzione non sta nell'abbandonare questa dimensione dell'uomo, ma nel vedere come mettere insieme il mondo della vita e il mondo della razionalità.
Un'altra cosa che mi ha lasciato degli interrogativi, è stato il discorso della oscurità del «simbolo D. Da dove nasce l'oscurità? Piuttosto che insistere nella oscurità del simbolo preferirei parlare dell'aver coscienza dei propri limiti Perché per me questa è un'altra delle condizioni educative da tenere sempre presenti: l'educatore è limitato, non sa tutto, non riesce a fare tutto. Allora non si parla più dell'oscurità del discorso narrativo opposto alla chiarezza ed alla limpidezza del discorso razionale, ma della coscienza dei limiti dell'uno e dell'altro.

Nei giovani un'esigenza anti-oscurantista, un bisogno di chiarezza

Marconi: Ho l'impressione che il disagio maggiore rispetto a questa relazione, dipenda da scommesse antropologiche diverse, lontane l'una dall'altra, e probabilmente, anche da esperienze educative diverse. Sono rimasto colpito che almeno una parte di quello che si caratterizzava come programma educativo, rappresenti in un certo senso l'esatto contrario di quello che io mi sforzo di fare.
Come mai? Da che cosa dipende? Credo di essere pienamente d'accordo su un punto importante della relazione, cioè l'attenzione alle circostanze interattive della comunicazione, alle circostanze emotive, al rituale, a tutto quello che non riguarda il contenuto della comunicazione. Secondo me, questa attenzione è un presupposto indispensabile in qualsiasi progetto comunicativo e, come tale, educativo. Ho l'impressione, che il bisogno, l'invocazione a cui ci troviamo di fronte, sia bisogno e invocazione di integrazione e di radicamento in una tradizione o comunque in una qualche ricerca collettiva, rispetto a cui ci si sente estranei. Credo però che questo bisogno non sia soddisfatto attraverso i canali ora prospettati, ma che trovi molto meglio una risposta se viene interpretato come bisogno di chiarezza, di comprensione, di familiarizzazione, di ricondurre l'oscuro al chiaro, come bisogno, in una parola, di «lotta ai feticci», di distruzione del mito: un bisogno anti-oscurantista, e non ho paura di dire, anche se sono molto poco illuminista, un bisogno illuminista. Con quest'ultima espressione, intendo indicare quel bisogno così caratteristico della nostra tradizione giudeo-cristiana, di non considerare le cose al di fuori di noi, che non ci sono «familiari», come potenze che seguono una logica incontrollabile, come, in questo senso, dei. Divinità con cui non siamo in grado di comunicare, che non comprendiamo.
Io non credo affatto che il bisogno che è stato riconosciuto, e che condivido, di radicamento, di partecipazione, quindi di convivenza della ricerca, sia soddisfatto attraverso la narrazione emotivamente carica di nuovi miti. Penso sia soddisfatto molto meglio attraverso un lavoro di ricerca comune che si propone innanzitutto di fare chiarezza ed eliminare quell'impressione di non-familiarità, di lontananza, in fondo nemica, che ci rapporta con tutto ciò che in qualche modo non comprendiamo. Ma intendiamoci, molto rimane ancora da spiegare: non propongo un progetto totalizzante del sapere, sono molto d'accordo con il discorso sul limite appena fatto da Nanni.
Volendo, sono convinto che questa tradizione di lotta all'idolatria, al feticismo, nella tradizione monoteistica cui apparteniamo, consista nella percezione che il trascendente, l'altro, ciò che non comprendiamo, non sono le divinità dei boschi e dei fiumi, ma qualche cosa che rimane quando le divinità dei boschi e dei fiumi sono state allontanate.

Fino a che punto viviamo in una società con una cultura scientifica?

Caprettini: Mi sembra che nel problema sollevato da Marconi si deve distinguere tra tecnologia e scienza. Uno dei luoghi comuni, oggi, è che la scienza vada identificata immediatamente con la tecnologia e viceversa. Si ritiene così che un modello tecnologico di società sia il più convincente... Non è in questo senso che si deve parlare di scienza: questa è mancanza chiara di cultura scientifica. È vero in effetti che circolano mode scientifiche in cui la scienza è considerata come una scatola nera che tende a sostituirsi all'uomo.
Sembra quasi che la scienza possa superare tutte le crisi dell'uomo e rendere pacifica e tranquilla l'esistenza dell'umanità.
Marconi: La mia critica riguarda proprio il fatto che si è dato per scontato un qualche primato e privilegio della conoscenza scientifica, del linguaggio scientifico. A mio giudizio, sicuramente in Italia, ma credo che il discorso si possa estendere a tutta l'Europa continentale, questo primato non c'è mai stato. La cosiddetta scienza moderna non è assolutamente parte della nostra cultura; non solo non è parte della cultura. diffusa, ma neppure di quella dei cosiddetti addetti ai lavori, degli esperti. Dunque si è verificato solamente il riferimento ossessivo ad un feticcio, oltretutto non capito e non elaborato. Non c'è stata assolutamente da parte degli uomini di cultura in Italia, ma anche delle persone di media cultura e, meno che mai, nella gente, una qualsiasi acquisizione significativa della razionalità scientifica. E questo, secondo me, è parte importante dei disagi, dei sensi di estraneazione rispetto al mondo che ci circonda. La nostra non è in alcun senso una società in cui vi sia una cultura scientifica.

LA NARRAZIONE COME «ATTIVITÀ PRODUTTIVA»

L'efficacia «salvifica» della narrazione

Molari: Credo che prima di interpretare la condizione giovanile, occorra creare spazi perché l'invocazione dei giovani possa emergere. In questo senso, come ha sottolinato anche Pollo, penso sia giusto rivolgersi agli adulti per ritrovare il significato dei gesti dei giovani. È necessario entrare nel mondo degli adulti, per comprendere come gli atteggiamenti di oggi, sono in fondo reazioni, invocazioni che manifestano una mancanza di offerta.
Ecco allora alcune osservazioni.
Simbolo e trascendente. L'uso del termine «soprannaturale» nella relazione, mi ha creato qualche problema, quasi che il simbolo richiami una realtà che non è umana, mentre la realtà evocata dal simbolo è anzi profondamente umana. Ora dire che il simbolo evoca degli elementi soprannaturali, sembrerebbe suggerire l'idea che esso ci introduca in un mondo che non è quello dell'uomo; mentre al contrario, ci riavvicina ad un'altra dimensione dell'umanità che è stata trascurata e che l'illuminismo, almeno nelle sue forme deteriori, ha tentato in tutti i modi di emarginare. Quindi anche il mito, non è qualcosa che riguarda il soprannaturale, ma che riguarda il naturale, l'umano, in alcune dimensioni che non possono essere ricondotte alla razionalità.
Efficacia della narrazione. Per quanto riguarda la narrazione, ne sottolineerei maggiormente l'efficacia salvifica, leggendo alcuni passi che ho scritto a questo proposito: «Mircea Eliade riferendosi al romanzo " Il vecchio e il funzionario " (...), osserva che il vecchio sopravvive perché sa narrare storie. Questo vuol dire almeno che chi sa raccontare può, in determinate circostanze difficili, salvarsi. D'altronde lo si è visto nei campi di concentramento russi. Quelli che nelle loro baracche avevano la fortuna di avere un narratore di storie, sono riusciti a sopravvivere in numero maggiore rispetto agli altri. Ascoltare le storie li ha aiutati ad attraversare l'inferno del campo. Il riferimento ai campi di concentramento, da Eliade non documentato, si trova anche nella testimonianza autobiografica di V. E. Frankl, in quella che egli chiama la scoperta dell'interiorità. (...) La memoria di momenti sereni, di un amore vissuto, diventa scintilla di fantasie così vive da far dimenticare l'insopportabile presente, da divenire anzi l'unico presente vissuto. I ricordi diventano un modo per cogliere significati profondi, per ordinare gli elementi che sembrano assurdi, per dominarli. (...) Non sa narrare storie di amori chi non ha amato, di sofferenza chi non ha conosciuto dolore. Ogni autore autentico ridà vita all'esperienza raccontata, rifà la storia, ricrea l'evento. (...) Vi è dunque nel racconto un'efficacia che è diversa da quella dell'argomentazione. Questa conduce a convinzioni e a decisioni attraverso la verità che traspare dalle idee e dalla loro logica. La narrazione, invece, induce convinzioni attraverso la realtà che traspare dai fatti» (1) . E io sono convinto che se in quei luoghi, invece di narratori, ci fossero stati dei logici o dei teologi che sapevano argomentare sulla provvidenza di Dio, sarebbero morti prima.

La narrazione non è solo riproduzione ma anche produzione della realtà

Caprettini: Anzitutto vorrei riprendere il tema della narrazione che mi ha stupito, perché ogni ragionamento filosoficamente fondato deve stupire, dunque mi è piaciuto e mi ha stimolato molto.
Narrare - abbiamo detto - significa, in terminologia semiotica, testualizzare degli eventi. Certo, questi eventi possono appartenere al nostro immediato passato e la narrazione può dipendere dalla necessità di far presente ad altri qualcosa che è sfuggito o che di fatto non poteva essere conosciuto.
Ma la narrazione consiste anche nella produzione dell'immaginario, che porta a muoversi in un mondo «possibile», creato secondo determinate dimensioni, in base a codici che non sono recepibili, ma di cui non ci può essere esperienza diretta. Dunque, la narrazione è di per se stessa un modo di produrre la realtà, ed è inevitabile che ogni volta che viene narrata questa realtà, essa si presenti sotto la luce di ciò che il narratore riconosce nella stessa come preferenziale.
Questa esigenza della narrazione la sento, appunto come ha detto Marconi, proprio come un fatto che non necessariamente ha un senso estraniante dalla realtà. La narrazione non è un momento di evasione, ma semplicemente una messa in opera di un certo numero di tecniche di fronte alla necessità di raccontare che abbiamo delegato, in questa società, alle comunicazioni di massa.
L'adulto o il giovane che guardano la televisione assistono ad un mondo possibile, ad una realtà che si muove in spazi forse non particolarmente desiderati né rifiutati, visti semplicemente come produzione di immaginario che noi non siamo più in grado di gestire. Uno dei pochi messaggi che il '68 ci ha lasciato inalterato, anche nella sua efficacia (nel senso che non è stato molto raccolto), è quello dell'«immaginazione al potere». Non come luogo in cui la realtà è superata o è dimenticata, luogo del part-time. Al contrario, come luogo in cui l'immaginario entra nella sfera del quotidiano, che altrimenti rimane nell'indeterminatezza. Si tratta quindi di escogitare strumenti adeguati affinché il simbolico e il mitico abbiano uno spazio nella nostra esistenza, siano riconosciuti come luogo di costruzione della identità.

ALCUNE CONDIZIONI PER UN LINGUAGGIO NARRATIVO

La relazione educativa tra «linguaggio informativo e linguaggio evocativo»

Tonelli: Come modello di relazione educativa, non credo si debba, sposando la narrazione, contrapporre razionalità ed emotività, perché significherebbe ancora una volta dicotomizzare l'esistenza. Si tratta invece di privilegiare una nuova circolarità ermeneutica, pensare che si arriva al tutto partendo da un approccio diverso. Precisato questo come orizzonte globale, in cui mi sembra si possa collocare l'opzione «narrazione» che vedo interessante in prospettiva educativa, quindi come modello di relazione, tento di dire quello che, secondo me, la caratterizza. Ogni comunicazione e ogni comunicazione educativa, è sempre una comunicazione simbolica in cui la presenza non è mai possesso, e nello stesso tempo la lontananza non è mai assenza. Ecco ciò che mi sembra caratterizzare il simbolo, di cui è possibile individuare due diverse utilizzazioni.
Un esempio, per capirci: se cerco un libro e vado in biblioteca posso scegliere tra, due vie possibili. Una prima possibilità consiste nel muovermi soltanto nella schedatura. Passo quindi tutte le schedine finché non trovo quella relativa al libro che sto cercando. La schedina mi fornisce una sigla che è appunto un simbolo del libro, in cui il libro è presente senza essere posseduto, è assente senza essere lontano. Se con questa schedina vado dal bibliotecario, questi finalmente mi porta il referente, cioè il libro. La sigla deve essere sempre la stessa, perché se ne utilizzassi un'altra in un eccesso di fantasia non mi sarebbe più possibile ottenere il libro. Siamo di fronte ad un simbolo che è di tipo «informativo», che deve essere espresso sempre nello stesso modo che non evoca nulla nella fantasia dell'interlocutore, ma lo spinge in modo deterministico. In questo modo si realizza una comunicazione di tipo... idraulico, come si diceva in precedenza.
Ma c'è anche un'altra possibilità, se riesco ad accedere tramite il bibliotecario nella sala deposito ed ottengo un'indicazione di massima: ricevo un simbolo che per sua natura è «evocativo». Infatti, muovendomi per quella sala, facilmente scoprirò altri libri molto più interessanti di quello che andavo cercando e lo troverò all'interno di un contesto che mi invita a decidere se prendere quel libro o lasciarlo per un altro. In questo caso la comunicazione ha sollecitato una responsabilità: sono stato costretto a crescere attraverso un simbolo non-deterministico. Il primo modello mi sembra rappresenti la relazione educativa autoritaria, in cui c'è qualcuno che sa e dice all'altro cosa deve fare; il secondo modello è quello che rappresenta la relazione educativa responsabilizzante.

Quattro esigenze di una comunicazione narrativa

Mi sembra di poter identificare questo secondo modello con la comunicazione narrativa, in cui la razionalità è giocata all'interno del bisogno di far crescere la creatività della persona, attraverso segnali che sono di tipo evocativo e non direzionale. Questo in complesso a me piace dirlo, indicando che ci sono allora quattro esigenze da rispettare, che traducono ulteriormente in prassi, questa scelta di una relazione educativa che è più evocativa che direttiva.
Primo: ogni comunicazione è prima di tutto un'esperienza che si fa messaggio e non prima di tutto un messaggio.
Secondo: ogni comunicazione ha la funzione di evocare, di autoindicare, ha una intenzione più performativa che informativa.
Terzo: ogni comunicazione ha sempre un'intenzione trasformativa: se esiste un'autoimplicazione reciproca, necessariamente sentiamo il bisogno di trasformare la realtà in cui siamo coinvolti (è però anche possibile offrire una serie di segnali senza autoimplicazione, perché quello che mi interessa è che l'altro li recepisca nella loro fredda oggettività). Quarto: ultimo aspetto che caratterizza la narrazione, è la coscienza ermeneutica, della relatività di ogni parola, perché questa parola è evento e cultura. Dove questa relatività nasce dal bisogno di riformulare continuamente in parole nuove gli eventi, che entrano in dialogo con culture diverse. Detto così, mi sembra che la narrazione non sia più un gioco di parole, ma possa avere una sua consistenza, sulla quale è possibile una verifica. Se siamo d'accordo, tutto questo, per convenzione semantica, lo chiamiamo narrazione. Se non siamo d'accordo c'è una diversa scommessa antropologica alle spalle.

Ma davvero i giovani non sanno narrare se stessi?

Molari: Resto ancora con il dubbio circa l'incapacità dei giovani di narrare se stessi. Credo non si tratti realmente di incapacità di narrare. Penso che i giovani non si differenzino molto rispetto alla nostra generazione in questo senso; anch'io quando ero giovane, non sapevo narrare, né entrare dentro me stesso, perché utilizzavo i modelli che altri mi offrivano. Oggi si è di fronte ad una modalità diversa del narrare, un modello caratterizzato dall'associazione di immagini e non dalla consequenzialità logica, questo lo ammetto. Ma chi ha detto che il modello narrativo della consequenzialità logica sia il più adatto a narrare la vita? Sono da rimettere in discussione i nostri criteri di riferimento.
Ciò che quindi oggi è richiesto è una narrazione che riesca a portare tutti i contenuti dell'esperienza vitale, che non sia riduttiva come la sola dimensione razionale, che sappia utilizzare, recuperare anche i racconti mitici dell'antichità e che al tempo stesso abbia simboli adeguati all'orizzonte culturale di oggi.
Per quanto riguarda la ricerca di nuovi modelli narrativi per il mondo attuale, tutto è ancora da inventare. È, mi sembra, importante cercare in questo contesto il perché della crisi dei giovani. Appare subito evidente come gli adulti siano tentati di imporre loro dei simboli, senza rendersi conto di pretendere che i giovani utilizzino simboli familiari e gestibili solo dagli adulti. Questo avveniva anche in passato, ma il processo era così lento da permettere di utilizzare gli stessi simboli per più generazioni. Oggi invece i meccanismi della comunicazione sono così veloci che il sistema simbolico si usura con facilità.
C'è da aggiungere che i simboli vitali hanno questa caratteristica: non possono essere imposti, ma devono emergere dall'esperienza. La crisi dei giovani nasce, in parte, dal fatto che sono loro imposti dei mondi simbolici, estranei all'esistenza vissuta, così privi di significato da non poter essere utilizzati per narrare la vita.
Infine, sono d'accordo sul fatto che tutto ciò che si trova sul piano simbolico e quindi anche narrativo, è costitutiva- mente ambiguo, ma non per questo va emarginato dall'esistenza. Anche perché i simboli, che sono per loro natura ambigui, richiamano ad altre realtà e ci impediscono di bluffare. Mi spiego: uno dei rimproveri che i giovani possono rivolgere agli adulti è di avere realmente giocato con i simboli, avendo preteso di comunicare realtà che non hanno vissuto. Ma oggi non è più possibile: il sospetto e l'analisi cui la critica ci ha condotto ha permesso di individuare con facilità il bluff nell'uso dei simboli. Per questo, se vogliamo, si parla di letteratura post-narrativa, perché i racconti non possono più essere ingenui, ma ricodificati alla luce di una nuova sensibilità.

Un imperativo: imparare a maneggiare simboli e miti

Pollo (intervento conclusivo): Tengo a precisare, che non ho contrapposto il mondo della razionalità al mondo dei simboli. Questa impressione, che è emersa dal dibattito, non risponde alle mie intenzioni, perché io intendo il simbolo come completamento della razionalità e non come sua negazione.
Per quanto concerne il mio riferimento ai modelli della scienza e della tecnica, sono d'accordo che nella cultura italiana, la scienza contemporanea non fa parte del linguaggio comune, ma è però radicata una certa ideologia della scienza, molto diffusa nella cultura popolare. Così per esempio, è un valore diffuso nella nostra società che l'unica forma di possesso e di dominio sia quella che si esercita attraverso operazioni di tipo tecnologico nei confronti della natura. Oppure, che la felicità e il benessere siano direttamente proporzionali ai progressi della scienza e della tecnica.
Da parte mia intendevo anche fare una critica a certe scuole pedagogiche che, per lungo tempo, hanno creduto che le scienze umane potessero fondare il loro statuto scientifico sul fatto che utilizzavano i metodi desunti dalla scienza fisica. Basti pensare che attraverso gli esperimenti sui ratti di Skinner, questa operazione rattomorfica che ha reso l'uomo a misura di ratto, si sono ipotizzate le leggi del comportamento. In questo senso la mia opposizione non riguarda la scienza, ma la totalizzazione di un metodo in ambito scientifico.
Per quanto riguarda il problema del mito e del simbolo, tengo a sottolineare queste realtà, perché esse sono sedimentate nella nostra cultura. Piuttosto, è necessario incominciare a decodificare i miti, affinché agiscano su di noi consapevolmente e non inconsciamente. Perché oggi siamo incapaci di maneggiare i simboli, per esempio per comprendere i sogni, mentre per l'uomo biblico invece il sogno costituiva un potente strumento di comunicazione. L'uomo contemporaneo ha bisogno dello psicanalista e molte volte per banalizzare il contenuto del sogno, per ridurlo alla piccola nevrosi quotidiana. Si tratta allora di affrontare in modo critico il mondo dei simboli, per riscoprire la sua possibilità di conoscenza.
Un esempio: proviamo a pensare ai discorsi sull'albero: gli ecologi stanno creando miti intorno all'albero, che acquista una sua sacralità che sembra riprodurre gli antichi rapporti dell'uomo con l'albero che fanno parte della storia. Ma sembra che questi miti siano stati superati attraverso un piano di comprensione che tiene conto della progettualità e della razionalità, cogliendo l'albero nel suo equilibrio, nelle sue funzioni, in un territorio. Rispetto a questo mi sembra importante riappropriarsi del linguaggio simbolico e la scelta di Jung è stata necessariamente provocatoria.
Un altro discorso che infine mi interessava ancora sottolineare riguarda la coerenza relazionale. Sono convinto che la comunicazione intergenerazionale è spesso in crisi, perché sovente l'adulto smentisce ciò che afferma con la metacomunicazione, con il proprio comportamento. Se c'è una crisi di valori, non ritengo sia così grave: il problema sta nel fatto che il giovane non trova testimonianza di questi valori. Il superamento di questa situazione esige una relazione educativa reciproca in cui io educo e sono educato in un processo circolare, che coinvolge educando e educatore.


NOTA

(1) Carlo Molari, Natura e ragioni di una teologia narrativa, editoriale, in Bernd Wacker, Teologia narrativa, Queriniana, Brescia, 1981.