Un centro giovanile al servizio del territorio

Inserito in NPG annata 1978.


(NPG 1978-06-52)


IL CENTRO GIOVANILE COME ESPERIENZA ECCLESIALE

Il Centro giovanile si trova, come tutte le istituzioni che hanno a che fare con giovani, nel fuoco di grossi problemi. Sotto la loro pressione ci si interroga sul significato, sul servizio, sul diritto all'esistenza: in una parola sull'«identità». Quando tra le mani c'è del materiale da ordinare, prima di procedere è indispensabile definire il criterio di azione; in caso contrario, le decisioni possono essere prese in modo emotivo o reagendo alle suggestioni del momento. Metodi tutti forse rassicuranti, ma certamente poco promozionali...
La Costituzione italiana riconosce il pluralismo istituzionale. Basta questa costatazione per decidere il diritto all'esistenza per il Centro giovanile e i termini concreti della sua presenza, accanto alle altre istituzioni operanti sul territorio? Evidentemente, questo non basta. Il Centro giovanile è fondamentalmente una «esperienza ecclesiale», una espressione concreta e storica della comunità ecclesiale. La Chiesa non deriva il suo statuto dalla storia, ma dalla autocoscienza della sua missione.
Solo in un corretto rapporto chiesa-mondo è possibile definire il significato e il servizio del Centro giovanile sul territorio.
Non è certo questo l'ambito per riprendere temi già affrontati in altri contesti con preoccupazione esplicita. Li diamo per scontati e assumiamo, come «criterio», come punto di partenza della nostra ricerca, le conclusioni.

Presente per servire

La Chiesa sa di dover condividere, in modo pieno e globale, la vita di tutti. Essa è «presente» nella storia; è parte del quotidiano. Davvero, le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di tutti sono «della Chiesa»: sono la Chiesa.
La sua presenza è di servizio: un servizio che assume la storia per collaborare con tutti verso la sua autentificazione. Per portare persone e storia alla loro piena realizzazione. Il Regno di Dio, di cui la Chiesa è segno e primizia, è l'uomo pienamente vivente.
Il servizio della Chiesa all'autorealizzazione della storia (fino alla definitività della comunione con Dio) avviene mediante ciò che essa possiede di proprio e specifico: l'esperienza di Gesù Cristo, la testimonianza-annuncio della sua salvezza. Essa non serve il mondo, tentando di fare concorrenza alle altre agenzie; lo serve giocando l'unico contributo sul quale ha qualcosa da dire e da proporre. Consapevole che solo in Gesù Cristo l'uomo è in pienezza, essa serve la liberazione della storia evangelizzando Gesù Cristo.
Queste premesse sono molto importanti, per definire l'identità del Centro giovanile.
Nel nostro progetto, "Centro giovanile" è l'espressione educativa della presenza promozionale della comunità ecclesiale, uno spazio privilegiato della Chiesa nella storia.
Il Centro giovanile è presente nel territorio per servire il territorio. Esso è territorio, come tutte le altre istituzioni. Come nel pezzo di pane che sbocconcelliamo, non riusciamo più a distinguere il lievito dalla farina, dall'acqua e dal sale. Quel pane è ormai sintesi di lievito e di pasta. Solo assieme è "quel" pane. Ma è pane, proprio perché qualcuno ha impastato farina, sale, acqua e lievito. Il Centro giovanile è nel territorio non per farsi gli affari suoi, non per convogliare e catturare i giovani al suo interno; neppure è presente nel territorio per fare dei proseliti, per fare dei cristiani... Esso è lì, come stimolo a crescere, a realizzarsi, a diventare uomini in pienezza. Esso è quella dimensione del territorio che sollecita a tutti gli abitanti del territorio un modo «diverso», pienamente umano e profondamente cristiano, di essere uomini.
La sua presenza ha senso (ed è di servizio) perché testimonia-annuncia Gesù Cristo, come progetto normativo di autorealizzazione.
In questo modo, come la comunità ecclesiale di cui e espressione, il Centro giovanile serve la maturazione delle persone e della storia, giocando il suo specifico (un'educazione alla fede dentro un processo di educazione liberatrice e umanizzante) .

Un modo concreto di pensare la proposta

Abbiamo definito l'identità del Centro giovanile in termini che possono suonare astratti. Vanno riempiti. Trascinati alle ultime conseguenze operative e ricostruiti sui problemi concreti del territorio.
Questo lavoro, per essere veramente stimolante e graffiante, va fatto sul posto, nella mischia dei problemi reali.
Possiamo fare alcuni esempi, suggerendo soprattutto un processo.

- Un Centro giovanile fedele alla sua identità ecclesiale, ha necessariamente interessi che comprendono tutto l'uomo. Le distinzioni sottili tra cose importanti (la cultura) e cose futili (lo sport) sono contro l'uomo reale. La separazione tra obiettivi religiosi (l'educazione alla fede) e obiettivi umani (le attese giovanili) sono una disintegrazione che offende la creazione e l'incarnazione: contraddice radicalmente l'esperienza cristiana.
In questo senso l'educazione alla fede avviene sempre dentro la promozione umana e questo vale soprattutto per il Centro giovanile che vuole essere la dimensione educativa dell'esperienza ecclesiale.
I Centri giovanili troppo «spiritualizzati» o troppo «raffinati», schizzinosi verso gli interessi poveri e banali dei giovani, non sono il lievito che fa fermentare la pasta. Ma soltanto un pugno di lievito che ha paura di perderne in dignità se si mescola con la farina, l'acqua e il sale, prodotti troppo comuni, rispetto alla forza di novità del lievito.
Diciamo queste cose con forza, perché purtroppo non mancano esperienze che tentano un dialogo con i giovani solo su queste frontiere élitarie, adducendo magari l'alibi che molti sono disponibili a questo salto qualitativo. La tentazione è vecchia come il mondo. E qualcuno che abbocchi si è sempre trovato.

- Il Centro giovanile «cristiano» è presente sul territorio per «rispondere» alle domande reali dei giovani. Non si può autenticare che dialogando con le domande reali. Educare le domande, significa sempre incarnarsi, assumere, far proprio in modo incondizionato.
Sul territorio, il Centro giovanile è lo spazio educativo (in senso pieno: nella pienezza di umanizzazione che è Gesù Cristo) in cui hanno risonanza «tutte» le concrete attese dei giovani.
Chi è attento a questi problemi si trova oggi ingolfato in una serie di suggestioni nuove. Nel giro di pochi anni le domande giovanili hanno intonato ritmi diversi da quelli tradizionali.
Facciamo, anche qui, solo alcuni esempi. Il Centro giovanile è, nel territorio, il luogo di nuovi modelli di aggregazione. Il luogo dove trovano accoglienza e recupero i nuovi emarginati. Esso sa saldare una proposta di impegno politico con l'ascolto e la maturazione del personale. In un turbine di progetti strumentalizzanti, in cui gli adolescenti e i giovani sono costretti a giocare ruoli che non sanno gestire, il Centro giovanile conserva il rispetto per la dimensione educativa, la «misura giovanile» dei fatti e delle soluzioni. Il Centro è spazio dove si fa esperienza liberante di tempo libero: dove il consumo del tempo libero è da uomini, pur restando «tempo libero» e non ritmo affannoso di impegni che uccidono la festa, la creatività, la gioia di incontrarsi e di stare assieme.

PARLIAMO DI CENTRO GIOVANILE

Per realizzare l'obiettivo descritto, quale Centro giovanile? La domanda non è oziosa, perché basta la veloce rassegna riportata nei «fatti» di questo dossier per convincersi che esistono modi diversi di realizzare il servizio.
Concretamente pensiamo all'esperienza della Parrocchia dell'Ascensione e a quella dell'Oratorio di Valdocco: due modi molto dissimili (quasi opposti) di costruire una presenza ecclesiale sul territorio. Gli uni e gli altri credono alla necessità di dialogare con tutto l'uomo, per educarlo alla fede; esprimono la stessa attenzione a tutti i bisogni del territorio per poter essere "chiesa" incarnata nella storia .
Le premesse da cui si muovono sono diverse. E non solo in prospettiva storica, perché l'oratorio di Valdocco ha ereditato dal passato un grosso bagaglio strutturale, mentre la parrocchia dell'Ascensione si è trovata a dover inventare tutto da capo. Tra le righe della loro testimonianza emerge un'immagine dissimile di presenza ecclesiale nella storia e una valutazione differente del servizio che le strutture possono rendere.
I protagonisti delle due esperienze si rendono conto, molto lucidamente, dei rischi che incombono sulle rispettive scelte. L'Ascensione denuncia il livello scarso di aggregazione giovanile. Essa è consapevole che i giovani vanno trattati da giovani... soprattutto in una società di anonimato come è la nostra. Il bisogno di aggregazione non può essere sublimato con grosse motivazioni politiche, né le proposte educative possono essere operate soltanto sul filo della razionalità, perché andrebbero presto a scontrarsi con la opposta logica del nostro sistema. A Valdocco sanno molto bene che le strutture offrono una proposta, sottolineano un modo di essere, che viene prima delle parole pronunciate nei momenti ufficiali: l'educazione indiretta ha il potere di vanificare quella diretta e formale. A Valdocco conoscono il rischio che offre un complesso pesante di strutture: ci sono troppi conti da fare, perché ogni struttura consuma per autosovvenzionarsi. Le strutture sono un buon rifugio, per i tempi tristi. E, con l'aria che corre, la tentazione di usarle come difesa, come ultimo baluardo, è tutt'altro che remota.

Quale scelta?

Abbiamo fatto un elenco di pregi e difetti. L'impresa è facile, quando i piedi poggiano al sicuro e si è fuori dalla mischia.
Quale scelta è la migliore, o se si vuole, la più funzionale? Nessuna in astratto. Tutte e due in concreto. Ogni ambiente fa la sua scelta. Ed è la cosa migliore e la più funzionale. Perché si tratta di giocarsi in una decisione, mai così evidente da poter negare il suo contrario. In altre parole, noi crediamo che le due esperienze di cui stiamo parlando rappresentino un diagramma di opzioni possibili e legittime: un modo egualmente concreto e reale di essere «chiesa» al servizio del territorio. Parliamo però di Centro giovanile: pensiamo perciò a qualcosa di strutturato, che abbia una certa consistenza, un minimo di peso istituzionale. Parliamo di qualcosa che si avvicina di più all'esperienza di Valdocco.
Questo è il nostro orientamento fondamentale.
Per evitare equivoci, precisiamo meglio la nostra scelta.

- Non vogliamo affatto porci il problema in astratto, chiedendo se devono esistere i Centri giovanili. Ci pare un interrogativo inutile e ozioso. Assomiglia a quell'altro: se non esistessero i Centri giovanili, dovremmo inventarli o no? Per fortuna, nella vita non tutto è da inventare da capo ogni giorno. Spenderemo troppo tempo a consultarci sull'opportunità o meno di vivere...
Quello che ci troviamo tra le mani, costruito e arricchito nella passione apostolica di chi è vissuto tra i problemi quotidiani prima di noi, «questo» ha senso, se lo facciamo funzionare, raccogliendo lo spirito con cui è stato progettato.

- Il nostro interrogativo è concreto. Più o meno in questi termini: visto che esistono molti Centri giovanili, come farli funzionare? Come aprirli al servizio del territorio? Come farne un luogo di educazione alla fede e di crescita promozionale delle persone?
Quali cambi vanno progettati (e realizzati) perché «questa» struttura che esiste, possa realizzare l'obiettivo per cui esiste? Obiettivo che non è l'autoconservazione, ma il servizio integrale al territorio, mediante la testimonianza-annuncio dell'evento di salvezza, Gesù Cristo?

- Lo sguardo non è perciò al passato ma al futuro. Il problema del Centro giovanile, in un concreto territorio, non consiste nel ripetere le cose che hanno avuto successo ieri, ma nell'accogliere le nuove domande emergenti dalla condizione giovanile, per rifondare il proprio servizio in questa direzione.
Nel Centro giovanile ciò che permane (la sua «sostanza») è solo il suo essere presenza-di-servizio. Ciò che muta (e che deve mutare, per salvare il sostanziale) è il modo del servizio, perché cambiano, con un ritmo spesso vertiginoso, i bisogni e le attese: le domande a cui dare risposta.
Fino a poco tempo fa, per esempio, lo sport poteva essere, in un determinato territorio, una risposta seria al bisogno di promozione umana dei giovani, al loro bisogno di aggregazione. E il Centro giovanile si faceva servizio, promuovendo lo sport. Ora molti rispondono a questa domanda. Ne emergono però altre, legate al personale, alla ricerca di qualità negli incontri, all'aggregazione meno strutturata e più umanizzante. La disponibilità al servizio che il Centro giovanile ha risolto ieri nell'animazione sportiva, oggi va vissuta in questa diversa prospettiva.
Non significa chiudere il discorso con lo sport. Ma soltanto, eventualmente, privilegiare meno lo sport all'interno del Centro giovanile, per aprirlo ad altri interessi e lanciare qualche animatore del Centro stesso verso un servizio promozionale dello sport, là dove esso viene oggi di fatto praticato.
Certamente è più facile scrivere di queste cose, che realizzarle. E non per cattiva volontà. Il motivo è un altro: il peso condizionante delle strutture. Perché quell'ipotetico Centro giovanile di cui parlavamo sopra, oggi possiede un'attrezzatura favolosa in ordine allo sport, mentre è sguarnito sugli altri fronti. Ha buttato l'esperienza crescente di vent'anni in questa direzione. E oggi dovrebbe cambiare tutto, d'un soffio, solo perché i giovani hanno cambiato bandiera.
È logico, ma non giustificato, concludere: li aspettiamo allo sport, tanto presto o tardi ritorneranno, perché la vita è come la moda: chi sa aspettare, alla fine ha ragione.

- Quest'ultimo accenno porta a sottolineare un aspetto importante: l'apertura e il servizio nel territorio non è prima di tutto un fatto volontaristico ma strutturale, legato cioè alla messa in opera di condizioni oggettive. Non lo possiamo dimenticare, per non vanificare i progetti.
Un Centro giovanile che affermi di credere al territorio e invece consolidi le strutture che «attirano» i giovani, sbaglia ritmo. Non modificando le condizioni oggettive, lascia troppo facilmente che i fatti contraddicano, con il loro greve peso, le buone intenzioni.
Non crediamo sia possibile determinare i parametri di queste «condizioni oggettive». Dipendono dal concreto di ogni situazione. E vanno quindi misurate ancora una volta sul territorio.

- Questa sottolineatura ci permette di concludere, con una formula di sintesi. Quale Centro giovanile? La risposta va data in situazione. Va data sul territorio. Se il Centro giovanile è presenza ecclesiale di servizio nel territorio, solo le attese-domande del territorio possono costituire imperativo determinante per la sua strutturazione.
In un territorio molto disaggregato, il Centro giovanile sarà spazio di larga appartenenza, gestirà buone fette di tempo libero, per creare un tessuto consistente di umanizzazione.
In un territorio già ben strutturato, dove i servizi pubblici sono molti e veramente aperti a tutti, compresi i più poveri, la comunità ecclesiale non ha motivi per farsi le sue strutture, ma giocherà tutte le sue carte per umanizzare sempre di più quelle esistenti.

CENTRO GIOVANILE: LUOGO DI AGGREGAZIONE O DI EDUCAZIONE ALLA FEDE?

Da molte parti sta spuntando una domanda che lascia con il fiato corto: il Centro giovanile deve essere luogo di aggregazione o di educazione alla fede? Aggregazione significa: luogo di risposta a tutti i problemi umani del territorio e di presa in carico delle domande dei giovani. Educazione alla fede significa invece: esperienza ed esercizio dei momenti tipici della vita ecclesiale (catechesi, celebrazioni liturgiche, vita esplicita di fede...).
Nel problema i due momenti sono vissuti come alternativi. E non basta il buon senso di colui che dice: ci vogliono tutte e due le cose, un po' dell'una e un po' dell'altra, senza esagerare da nessuna delle due sponde.
Questa soluzione non risolve proprio nulla. Anzi acuisce i termini del contrasto, perché non offre una chiave interpretativa della questione e si affida al dosaggio, all'equilibrio, alla buona volontà... a quell'insieme di raccomandazioni moralistiche che invece di riflettere sulle cose e di andare alle cause, si fermano ai compromessi.

Un problema che è tornato caldo, oggi

Abbiamo rispolverato gli studi sul Centro giovanile di sei-sette anni fa: con altre parole veniva sottolineato lo stesso interrogativo.
Allora si diceva: il Centro giovanile deve essere "confessionale" oppure no? In quel caso, come nella domanda di oggi, abbiamo l'impressione che la fede sia utilizzata come discriminante, come confine che divide i buoni dai cattivi, quelli che hanno diritto di usare determinati servizi e coloro che invece ne sono esclusi. Chi ci sta, bene; chi non accetta, fuori.
Che senso ha questa passione di alzare barriere, di chiudere porte, di sbattere fuori, proprio mentre, in altri contesti, si parla volentieri di «lontani» da incontrare?
Altre volte fa da discriminante la disponibilità ad assumersi impegni (evidentemente all'interno del Centro giovanile). Aggregarsi, perché? Per stare assieme, per consumare il tempo libero...: niente Centro giovanile. Basta il bar, la piazza, il quartiere. Al Centro giovanile ci si aggrega per impegnarsi, per «fare qualcosa per gli altri» (magari i soliti «lontani»).
Qualche altra volta la scelta è motivata sull'urgenza. Si dice: in questo territorio ci sono tante cose urgentissime da fare che preoccuparsi della fede sarebbe perdere tempo prezioso. Prima risolviamo i problemi dell'uomo e poi ci daremo da fare per giungere alla fede. Così il Centro giovanile decide di essere luogo di aggregazione e mette tra parentesi il suo servizio di educazione alla fede.

Un modo disintegrato di pensare fede e vita

Queste impostazioni ci fanno paura, perché sottendono un modo disintegrato di pensare il rapporto fede/vita. Le meditazioni della comunità ecclesiale italiana sull'integrazione fede/vita e sulla pastorale d'incarnazione, il lungo servizio di pubblicazioni qualificate avrebbero dovuto far cambiare mentalità da un pezzo. Per noi, in coerenza con quello che la rivista ha scritto in tanti contesti, si tratta di un falso problema. Esso interpreta in modo distorto sia la fede (quando la vuole salvare a scapito dell'umanizzazione) sia la promozione umana (quando vuole realizzarla in conflitto con la fede).
Promozione umana e educazione alla fede non sono due servizi diversi, alternativi, né due poli estremi di uno stesso processo. Si tratta di livelli diversi di ogni intervento promozionale cristiano, rispettoso cioè dell'identità di chi lo pone. Il Centro giovanile è una istituzione ecclesiale, che si qualifica per la sua funzione educativa nei confronti delle attese giovanili, sul territorio.
Quindi fa promozione umana in una precomprensione di fede e fa educazione alla fede servendo tutto l'uomo. Non c'è un punto qualificato, degno per partire (aggregarsi per un impegno); ed uno squalificante, indegno del processo (aggregarsi per stare assieme). Esiste solo un punto di partenza serio: le reali attese giovanili. Perché la salvezza di Gesù Cristo non è per gli uomini perfetti, ma per l'uomo, senza aggettivi. Al limite, sono i «peccatori» (quelli che vengono all'oratorio solo per stare assieme o per divertirsi...) che hanno diritto alle maggiori preferenze e alle cure più intense.

Perché la proposta non rimanga nel generico

Abbiamo affermato che l'alternativa tra aggregazione e educazione alla fede è scorretta: un falso problema.
Come muoversi?
Noi vediamo la possibilità di due ipotesi di servizio. Scegliere l'una o l'altra, è cosa storica, legata alle possibilità e alle urgenze. E non soltanto al "mi piace" del responsabile del Centro giovanile: il criterio dei destinatari vale per ogni orientamento pastorale.

- Prima ipotesi: fare cristiani per lanciarli al servizio del territorio. Il Centro giovanile può dedicarsi, in modo prioritario, alla educazione alla fede di un nucleo qualificato di giovani. Il metodo è quello di sempre: educazione alla fede per «tutto» l'uomo. Questi giovani cristiani sono al servizio della promozione umana globale del territorio. Non sono cristiani per crogiolarsi al caldo del Centro, ma per diventare lievito che fa fermentare tutta la farina. In questo caso, Centro giovanile è tutto il territorio. Esso possiede un nucleo di forte carica cristiana, per servire meglio.
Tutto sommato, ci sembra l'ipotesi vissuta dalla comunità parrocchiale dell'Ascensione, per tornare alle esperienze con cui abbiamo aperto il dossier.

- Seconda ipotesi: Centro giovanile come luogo di educazione aperta alla fede. Quando il Centro giovanile possiede strutture in proprio e sente il bisogno di aprirle al servizio del territorio, l'orientamento non può essere che questo: essere luogo di educazione aperto alla fede. Un luogo cioè in cui si educa la spontanea domanda giovanile, secondo quel progetto d'uomo che è Gesù Cristo e secondo il modello di vita totale che la fede ci propone. In questo, esso salva la sua identità. Perché il Centro non crede ad una educazione neutrale e così qualifica il suo servizio secondo la propria fondamentale ispirazione. Fa servizio di educazione, ma lo fa in una direzione che è tutta protesa verso il trascendente. Nel Centro giovanile esiste un nucleo di giovani più impegnati, serviti mediante interventi esplicitamente formativi nella direzione cristiana. Essi sono il lievito della pasta: nel Centro giovanile stesso e, con il Centro, nel territorio.
Questa ipotesi salda fede e vita, in un progetto educativo a cerchi concentrici. La persona è servita nel livello di maturità in cui si trova ed è stimolata (strutturalmente: mediante la forza propositiva dell'ambiente e dei modelli di comportamento) verso attese sempre più qualificate e profonde.
Non approfondiamo ulteriormente la proposta, perché dovremmo riscrivere il modello di pastorale giovanile che noi privilegiamo, tenendo conto dell'attuale condizione giovanile.

UN PROBLEMA: LE STRUTTURE DEL CENTRO GIOVANILE «IMPRESTATE» AL QUARTIERE

Il rapporto tra Centro giovanile e territorio passa anche attraverso le strutture che il Centro possiede e che possono essere utilizzate al servizio del territorio. Abbiamo evidenziato il problema, aprendo questo dossier.
C'è un fatto, innegabile. Qualsiasi Centro giovanile che abbia un po' di storia alle spalle possiede molte strutture: campi da gioco, sale da riunioni, bibliotechine, sale per incontri culturali, sale cinematografiche...
Se decide di diventare unicamente luogo di maturazione nella fede per i giovani cristiani operanti sul territorio, queste strutture sono un peso, di cui disfarsi Se invece il Centro preferisce restare luogo di aggregazione, per un servizio al territorio anche nella sponda educativo-promozionale, queste strutture possono dimostrarsi utili.
L'Ente pubblico, qualche volta, riconosce questa utilità e instaura un dialogo costruttivo con il Centro giovanile. Si evita di moltiplicare gli impianti e le relative spese, e si cerca una collaborazione. In questo caso, che fare?
Ci riconosciamo nelle soluzioni prospettate nell'intervista a G. Borgogno e a M. Vecchione. Il Centro giovanile mette a disposizione del territorio le sue strutture, chiedendo soltanto di essere rispettato nella sua specificità. L'uso di queste strutture e i prodotti culturali che vengono offerti, devono corrispondere al progetto educativo globale in cui il Centro si riconosce. In una pluralità di istituzioni, è giusto che ciascuno sia rispettato.
L'Ente pubblico non utilizza le strutture del Centro in quanto luogo di educazione alla fede; questa vocazione viene gestita in proprio (e a proprie spese) dalla comunità ecclesiale. Utilizza e sovvenziona quei servizi che sono di promozione umana; quindi potenzialmente aperti a tutti. Anche se qualificati in un orizzonte preciso di umanizzazione.
Altre volte, invece, il dialogo e la collaborazione con l'Ente pubblico si fanno più complicati e difficili. Perché la programmazione reciproca è scarsa o l'ispirazione ideologica dell'Ente pubblico esclude il pluralismo istituzionale.
Crediamo che in questo caso il Centro giovanile debba fare riconoscere i propri diritti, sul piano costituzionale. Non afferma il pluralismo istituzionale per poter strumentalizzare la promozione umana in vista dell'evangelizzazione; ma perché riconosce che il servizio al territorio richiede un reale pluralismo di proposte. Siamo convinti, però, che il servizio al territorio solleciti al Centro giovanile qualcosa in più: la capacità di inventare un uso ulteriore delle sue strutture. Lo affermiamo perché esistono esperienze qualificate in questa prospettiva. La proposta «estate ragazzi», riportata in apertura del dossier, è un esempio eloquente.
Si richiede un pizzico di fantasia, l'inserimento attento nel tessuto sociale del quartiere, la fiducia all'inventiva giovanile.
Facciamo qualche esempio.
In molte città, il teatro è un privilegio riservato ai ricchi. E, comunque, per vedere teatri, bisogna sempre andare nella zona centrale. In periferia, spesso, si offrono solo sottoprodotti.
Il Centro giovanile, che possiede una buona sala teatrale, può farsi promotore di iniziative, sollecitando l'Ente pubblico a sovvenzionare un'impresa certamente promozionale. Lo stesso si può dire dei cineforum.
Un altro ambito in cui esercitare questa capacità inventiva è offerto dai servizi per il recupero degli emarginati o per il tempo libero degli anziani, degli handicappati. Ogni Centro giovanile possiede mezzi (ambienti, strumenti), personale umano (i giovani più sensibili), credibilità, per organizzare qualcosa in questa direzione.
Aggiungiamo (solo per continuare a fare esempi) la progettazione di vacanze alternative, il servizio estivo ai ragazzi più poveri del quartiere (quelli che popolano - unici - l'oratorio anche il giorno dell'Assunta...).
Crediamo che il discorso sulla "partecipazione" vada collocato anche in questo capitolo. La partecipazione non consiste infatti soltanto nei grossi momenti politici, ma viene giocata anche in questi piccoli gesti, la cui eco è debole e i cui risultati sono di difficile quantificazione. Anche così il Centro giovanile vive la sua irrinunciabile ispirazione cristiana.

LO SBOCCO: DAL CENTRO GIOVANILE AL TERRITORIO

Il Centro giovanile, come ogni comunità ecclesiale, non esiste per conservare i cristiani al suo interno, per ghettizzarli. La sua missione è quella del lievito rispetto alla pasta. Perciò tende continuamente ad aprirsi, a proiettarsi fuori, ad animare il territorio.
Dicevamo già che Centro giovanile è il territorio: il «mondo» è lo spazio di presenza della Chiesa.
Chi ha vissuto l'esperienza confortante del Centro giovanile si fa testimone di speranza, nel cuore delle attese del territorio.
Al Centro giovanile i giovani ritorneranno per «celebrare» la loro fede, con gli altri credenti, e per consolidare la loro speranza mediante la continua riqualificazione, per un servizio ed una presenza «da» cristiani.
Come si vede, ipotizziamo un processo di andata-ritorno: dal Centro al territorio, dal territorio al Centro. Ci pare che questo itinerario sia quello che caratterizza l'identità del cristiano nell'impegno storico e faciliti la ricomprensione della comunità ecclesiale nello svolgimento di questo stesso impegno.
Detto così, il discorso è corretto ma ancora generico. È importante precisarlo, soprattutto ricordandoci che interlocutori del Centro giovanile sono «giovani», persone in fase di maturazione.

- La dimensione aperta del Centro giovanile vale per ambedue le ipotesi che abbiamo descritto. Nel caso che il Centro sia costituito da un nucleo di giovani cristiani, senza troppe strutture di appartenenza, non esistono dubbi. Il Centro è solo luogo di riferimento: spazio dove si celebra nella fede il servizio promozionale, gestito sul territorio.
Nel caso, invece, in cui il Centro abbia una certa consistenza come Centro, con un minimo di strutture aggreganti, l'apertura e il servizio inizia all'interno del Centro stesso, verso quei giovani che chiedono solo un luogo dove incontrarsi, che frequentano il Centro per curiosità o perché offre quegli strumenti di consumo del tempo libero che non si trovano altrove. Il nucleo dei giovani cristiani più impegnati è «aperto» prima di tutto a questi. Poi, a cerchi concentrici, a tutti gli altri, sul territorio. Perché sicuramente esistono molti giovani e molti problemi che non rimbalzano sul Centro giovanile: nonostante tutto, il Centro giovanile è sempre una proposta discriminante; chi sceglie di farne parte, anche solo saltuariamente, accetta un determinato giro di idee.

- Un criterio importante di questa «uscita» verso il territorio, è determinato dall'età e dalla raggiunta maturità dei soggetti. La «misura dei destinatari» è sempre normativa, in ogni servizio promozionale. I ragazzi e gli adolescenti saranno invitati a fare servizio più dentro il Centro che fuori; i più maturi, al contrario, saranno stimolati a lavorare fuori (nel quartiere, per esempio). Non si tratta di alternative, ma di dosaggio educativo. Perché se il Centro giovanile è territorio (lievito e pasta sono egualmente «pane», anche se con responsabilità diverse), tutti lavorano sul territorio: quelli che spendono le proprie energie dentro il Centro e quelli che invece sono impegnati negli organismi partecipativi pubblici.

- Questa importate considerazione aiuta a comprendere un altro aspetto, da non dimenticare. Il Centro giovanile è servizio qualificato, se alcuni giovani si impegnano a fare opera di animazione al suo interno. Se, in altre parole, decidono di spendere le loro energie e la loro ansia partecipativa al servizio del Centro giovanile, per qualificare la sua presenza sul territorio. Senza questo ricambio prezioso di energie, il Centro si consuma presto. Purtroppo, qualche volta fanno questa scelta solo coloro che non se la sentono di impegnarsi nel sociale, quelli che hanno «energie politiche deboli».
La cosa è grave. Indica una scorretta gerarchia di valori, dove la risonanza di eco e la quantità di applausi determina la validità dell'impresa...
Il Centro ha bisogno di forze valide, di cristiani profondamente sensibili alla loro identità e acutamente aperti ai problemi politici. Solo così esso è qualificato: è Chiesa viva e stimolatrice.
La vocazione è unica: al servizio nella storia. Per alcuni questo avviene mediante la presenza nelle strutture pubbliche, con una decisa accentuazione politica. Per altri questo avviene nel Centro giovanile, con una risonanza più educativa. Se le cose stanno così, tocca ai responsabili del Centro giovanile avanzare con equilibrio le due proposte, evitando di strumentalizzarle a secondi fini, o di gerarchizzarle in una falsa scala di valori (l'educativo è "meglio" del politico o viceversa...).

- Il Centro giovanile è espressione della comunità ecclesiale. I processi di apertura e di servizio sul territorio investono tutta la comunità cristiana. Si richiede perciò una collaborazione molto stretta, a livello di parrocchia e di diocesi, per evitare la privatizzazione dei servizi. Il problema è scottante, perché il dialogo giovani-adulti è tutt'altro che facile, soprattutto su temi caldi come quelli che stiamo analizzando.
Un compito fondamentale di mediazione va svolto dal «consiglio pastorale». Da una parte e dall'altra: per temperare l'entusiasmo e il radicalismo giovanile e per scuotere la prudenza adulta.

I LUOGHI DELLA PARTECIPAZIONE

Abbiamo molte volte affermato che il Centro giovanile si pone al servizio del territorio. A due livelli: in modo istituzionale, giocando nella storia quanto ha di specifico (testimonianza-annuncio della salvezza di Dio in Gesù Cristo) e mediante la presenza dei giovani cristiani, che partecipano, come tutti gli altri cittadini, alla vita del territorio.
Per non lasciare nel generico queste affermazioni, ogni Centro giovanile deve interrogarsi sui modi e suoi luoghi concreti di presenza-servizio. La risposta si costruisce in un corretto dosaggio tra attese del territorio e possibilità del Centro. Senza questo dosaggio, la cui formula è da inventare in situazione, si corre il rischio di buttarsi allo sbaraglio di giorno in giorno, perché le attese del territorio sono così pressanti da tagliare il fiato: così la mobilitazione dentro il Centro si fa forsennata. O, quello opposto, di svendere sempre e soltanto gli stessi prodotti, che non servono più a nessuno, perché ormai il territorio ha problemi molto diversi da quelli sui quali il Centro si è qualificato dieci anni fa.
Per aiutare i responsabili del Centro in questa loro difficile impresa, suggeriamo alcuni punti di confronto.

Il Centro giovanile luogo di educazione al prepolitico

Non tutti i giovani sono capaci di impegnarsi direttamente nei grovigli della politica sul territorio. Per i più giovani questo fatto potrebbe risolversi in un suicidio, educativo o ideologico. E troppe esperienze lo confermano. Ma questo non significa fare del Centro giovanile un luogo di "parcheggio", dove si sopravvive "nell'attesa di...". Educare non è mai parcheggiare.
Il Centro giovanile possiede una preziosa carica educativa che può essere giocata subito «sul» territorio, anche se per il momento ripete gesti e toni più misurati, meno pluralistici, meno avventurosi.
In questo senso, il Centro giovanile può essere un ottimo spazio di educazione al prepolitico. Uno spazio, oggi smarrito; e di cui c'è un gran bisogno.
Concretamente:

- Il Centro giovanile è luogo di educazione al prepolitico se sa assumere seriamente i «rimbalzi del politico». La fede nei suoi momenti celebrativi, la riflessione sui problemi quotidiani, i contenuti di ogni esperienza umanizzante, devono risentire fortemente dei temi politici che il territorio attraversa. Il territorio diventa così il luogo ermeneutico da cui vengono reinterpretati contenuti e logica della vita del Centro giovanile.
Chi vive all'esterno e ritorna al Centro giovanile come a suo luogo di riferimento ha una grossa funzione, in questa direzione.

- Il Centro giovanile è luogo di educazione al prepolitico se sa educare alla criticità. Risulta importante, in una società in cui il giovane è soffocato da mille comunicazioni di valori espresse in termini contraddittori e affascinanti, creare un atteggiamento di sana diffidenza verso ogni proposta. Il Centro giovanile educa al confronto sui contenuti, a discernere e ordinare i valori secondo un corretto modello antropologico.
Per educare alla criticità, si richiede che il Centro sappia prendere posizione, perché la presunta neutralità è una grossa mistificazione educativa. La denuncia pubblica di fronte a situazioni di sfruttamento e di ingiustizia, la partecipazione a manifestazioni di protesta, possono esprimere questa precisa scelta di campo del Centro giovanile.

- Il Centro giovanile è luogo di educazione al prepolitico se è luogo dove i giovani apprendono dal vivo l'esercizio della corresponsabilità. Non basta mettere in cantiere gli strumenti tecnici informativi (volantini, cartelloni, comunicati) per ritenere risolto l'invito alla partecipazione e avere decentrato il potere dell'informazione. Solo affrontando un costume di solidarietà e di rapporti interpersonali i più ampi possibili, si genera effettivamente una rete di rapporti informativi corretti e si creano le premesse alla partecipazione.
Ma partecipare non significa solo essere informati. L'informazione è il primo stadio. La vera partecipazione è corresponsabilità. Negli organismi decisionali, dove vengono analizzate e progettate le mete educative (i diversi consigli) occorre superare la semplice funzione consultiva, per approdare ad una reale compartecipazione di scelte decisionali e operative.

- Il Centro giovanile è luogo di educazione al prepolitico se sa attivare al suo interno un sano pluralismo di posizioni, in confronto con alcuni orientamenti fondamentali normativi.
Si tratta di costruire (e di inventare) il dosaggio tra scelte di campo irrinunciabili per evitare direzioni conflittuali sul sostanziale, e interventi operativi, per i quali la relatività delle opzioni conduce ad un corretto pluralismo di mezzi e di metodi. Non possiamo dare per scontate queste cose. Il Centro giovanile deve attivare molti momenti di confronto, per decidere i due ambiti: dove si richiede il consenso globale? dove il pluralismo è arricchente?
Certamente le cose fondamentali non possono che essere poche: la verità non è strumento di discriminazione, ma di comunione. Ritornano, in questo campo, le riflessioni fatte poco sopra, a proposito del rapporto tra educazione alla fede e momenti di aggregazione.
Una scelta fondamentale è la volontà di mettersi dalla parte dei poveri, degli sfruttati, di quelli che non contano. Questo comporta un atteggiamento di povertà che deve intessere le scelte individuali e strutturali del Centro, e una precisa volontà di rifiuto dei modelli consumistici e borghesi.
Indispensabile è porre la persona e la comunità sopra la struttura e non viceversa. Ma anche questi dati sono punto di partenza o lenta e faticosa conquista, nel graduale processo di maturazione delle persone?

I luoghi storici di partecipazione

Non basta lavorare bene all'interno del Centro giovanile. Il servizio al territorio richiede una presenza nei luoghi dove si fa concretamente la liberazione.
Quali sono questi spazi di partecipazione da privilegiare?
L'articolo di Danuvola ha già suggerito due «luoghi»: il quartiere, inteso come struttura politica precisa (il comitato di quartiere) e come spazio umano (il territorio), e la scuola.
Per chi lavora, possiamo aggiungere la propria professione. Non entriamo nel merito, perché sulla rivista abbiamo già sviluppato a fondo questo tema (cf NPG 1976/12).
Aggiungiamo un accenno agli spazi informali di aggregazione (giro di amici, piazze e bar, circoli). Si tratta di momenti umani che rivestono un peso promozionale notevole, oggi soprattutto per la tentazione al riflusso privatistico che li attraversa.
Altri spazi possono essere inventati: l'organizzazione di feste di territorio, l'uso promozionale del cineforum e dei mezzi di comunicazione, la progettazione di manifestazioni sportive non competitive...
Come realizzare queste iniziative? Ritornano le due ipotesi generali: o animando l'Ente pubblico perché se ne faccia promotore o promuovendole dall'interno del Centro giovanile ma in un raggio allargato a tutto il territorio. E cioè, sempre, in un clima di reale partecipazione.

LA CONCLUSIONE È UN INVITO A CONTINUARE IL DISCORSO

Queste pagine non sono nate a tavolino. Sono maturate lentamente, nel gruppo redazionale confrontato con molti elementi concreti; e, in primo luogo, con i «fatti» d'apertura.
Queste pagine e tutto il dossier sono una proposta. La nostra proposta. Condividiamo con tutti gli operatori pastorali l'ansia di inventare un corretto rapporto tra chiesa e mondo «sulla misura» del territorio. E abbiamo cercato una risposta. Abbiamo ritagliato un modo di essere Centro giovanile che salvi l'identità dell'essere-chiesa-per-il-mondo. Sappiamo che ci possono essere altre letture della stessa realtà. E quindi altri modelli di realizzazione.
Sui modi di intervento dobbiamo saper essere possibilisti: relativizzare quello che è soltanto storico o opinabile, per confrontarci sull'irrinunciabile.
D'altra parte non possiamo fare pastorale senza scegliere. Non basta affermare che le strade percorribili sono molte. Bisogna imboccarne una. Con fretta. Perché i giovani non possono aspettare che i loro educatori abbiano risolto le beghe ideologiche.
Su queste pagine, quindi, vogliamo «discutere». Iniziare un dibattito. Giocato più nel vivo delle esperienze che al caldo rassicurante del dover-essere.