Le sfide della cultura attuale alla fede cristiana

Inserito in NPG annata 2011.


Verso la GMG /3

Luis A. Gallo

(NPG 2011-03-46)


Riferendosi nel suo Messaggio alla temperie culturale in cui vivono i giovani d’oggi, Benedetto XVI la caratterizza con queste poche ma dense righe: «Molti non hanno punti di riferimento stabili per costruire la loro vita, diventando così profondamente insicuri. Il relativismo diffuso, secondo il quale tutto si equivale e non esiste alcuna verità, né alcun punto di riferimento assoluto, non genera la vera libertà, ma instabilità, smarrimento, conformismo alle mode del momento».
Sono chiaramente i lineamenti di quella nuova sensibilità culturale trasversale che da alcuni viene qualificata come «condizione postmoderna» o «postmodernità». Essa comporta un orizzonte di comprensione globale della realtà e un modo di rapportarsi ad essa profondamente diversi da quelli delle generazioni immediatamente precedenti.

I tratti di una nuova sensibilità culturale

La nuova sensibilità è contrassegnata infatti da alcuni tratti che le conferiscono una peculiare fisionomia.

– Un primo tratto è quello di una reazione radicale, e spesso anche irriflessa e viscerale, contro le pretese della ragione umana di raggiungere la realtà e, ancora di più, di manipolarla mediante la scienza e la tecnica per portare l’uomo per le vie di un progresso indefinito alla conquista della sua libertà e del suo benessere totali. Una pretesa che segnò profondamente il periodo culturale precedente, quello della modernità, il quale fece della ragione, nella sua capacità di cogliere oggettivamente il vero, lo strumento fondamentale dell’emancipazione dell’uomo da ogni forma di minorità intellettuale. «Abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto!», era il motto di Kant che in qualche modo condensava tutto il programma dell’illuminismo razionalista.
Tale pretesa diede origine a quella esaltazione della ragione che se da una parte produsse, mediante la scienza e la tecnica contemporanee, gli stupendi risultati che sono alla vista di tutti, dall’altra ebbe delle ricadute altamente negative e pericolose per l’umanità, quali il rischio di uno sterminio nucleare, la devastazione della natura, la miseria crescente del cosiddetto terzo mondo e, come scrisse uno studioso, «la regressione dell’uomo al livello di beato analfabeta» (H. Zahrnt), incapace cioè di chiedersi il perché delle cose.
Conseguenza dell’attuale reazione contro tale esaltazione è la concezione di una ragione consapevole della fragilità delle costruzioni elaborate dalla modernità illuministica, e fortemente scettica davanti alla pretesa di oggettività delle sue spiegazioni e sistemi e, ancora di più, davanti alle promesse di libertà, di progresso umano, di sviluppo sociale e felicità da essa fatte.
Si parla, in questo senso, del passaggio dalla ragione forte al «pensiero debole», pensiero che non pretende, come segnala il papa nel suo Messaggio, di risalire al fondamento ultimo delle cose né di raggiungere la verità assoluta, ma si limita a fornire delle interpretazioni verosimili e relative della realtà. Un vero e proprio relativismo.

– Un secondo tratto caratteristico è quello della cosiddetta «morte del soggetto». Il pensiero moderno, reagendo all’eccesso di oggettivizzazione tipico di quello classico precedente, aveva messo l’io-soggetto al centro della sua attenzione («cogito, ergo sum»!), e lo aveva perfino assolutizzato, mettendolo al di sopra di tutto e contrapponendolo anche di conseguenza, in quanto dotato di originalità e di libertà, agli esseri materiali che ne sono privi.
Una prima reazione a tale assolutizzazione del soggetto venne in realtà tanto dal movimento esistenzialista quanto da quello marxiano. Il primo postulò un soggetto conscio della propria finitudine e colpito da fratture e scissioni, dovute sia alla sua condizione esistenziale; il secondo, un soggetto consapevole delle proprie reali alienazioni, dovute alle condizioni socio-economiche in cui versava. Ma, in definitiva, tutti e due miravano al superamento di tale scissione e alienazione, e alla riconduzione dell’uomo-soggetto alla sua unità.
Il pensiero attuale invece, reagendo anche contro tale assolutizzazione, postula una «frammentazione» radicale del soggetto. In certo senso, per esso «il soggetto è morto». Almeno quel soggetto monolitico e solido proclamato dalla modernità.
Due fattori sembrano aver inciso particolarmente in questa svolta: l’evolversi della tecnica, che ha creato le condizioni per chiedersi da parte di alcuni se vi sia veramente una differenza essenziale tra l’uomo e le macchine sempre più sofisticate che egli va creando, e l’acuirsi del problema ecologico e animalista che, specialmente per influsso di certi gruppi, porta a domandarsi se ci sia una reale distinzione tra l’uomo e gli animali.

– Un terzo tratto del pensiero post-moderno è la convinzione che si è ormai arrivati alla fine della storia, intesa come processo attraverso il quale l’umanità va costruendo se stessa in una continua novità, e si sta vivendo nell’esperienza della post-storia. Si sa che il concetto di storia, ereditato dall’occidente dal pensiero biblico, comporta una concezione del tempo non ciclico, che dà spazio alla vera novità, e una visione organica degli avvenimenti che li vede concatenati tra di essi e tendenti verso una meta. La modernità aveva fatto fortemente sua questa concezione.
Il pensiero post-moderno afferma, invece, «la fine della storia». Non nel senso che neghi il verificarsi di nuovi avvenimenti, ma nel senso che oggi si è sempre più incapaci, con un’incapacità creata dal progresso trasformato ormai in routine, di sentire la novità degli avvenimenti e di percepire il nesso esistente tra essi. Tale incapacità è ampliata nelle masse anche dai nuovi mezzi di comunicazione sociale, soprattutto dalla televisione, che tendono a livellare tutto sul piano della contemporaneità e della simultaneità, fornendo delle informazioni completamente sconnesse tra esse.
Non è più quindi il futuro – tanto meno il passato – ad occupare un posto predominante nella sua percezione, ma piuttosto il presente in cui si svolge effettivamente la vita. Si potrebbe dire che si è oggi fortemente segnati da un «presentismo esasperato», che smantella radicalmente il senso storico.
Ciò implica necessariamente anche la crisi e la caduta dei grandi «meta-racconti» (nazismo, fascismo, marxismo ...) creati dalla modernità al servizio del senso della storia intesa come progresso indefinito, come emancipazione, libertà e felicità dell’uomo. Sono discorsi che il pensiero post-moderno ritiene contrassegnati da un carattere dominatore e alienante, e quindi da respingere completamente.

Sfide alla fede cristiana

La temperie culturale brevemente descritta ha delle larghe risonanze anche sulla religione in genere e sulla fede cristiana in particolare, come dimostra l’esperienza. Anche, e forse particolarmente, in ambito giovanile.
Infatti, in ambito religioso si torna oggi a parlare di «morte di Dio», come si faceva qualche decennio fa per influsso del processo di secolarizzazione, ma in un senso diverso: nel senso cioè che nell’esperienza attuale non si ritiene più culturalmente e socialmente necessario un ‘centro’ fondante della realtà e del soggetto. La morte di Dio è affermazione del carattere superfluo di ogni fondamento. E con una notevole differenza nei confronti di qualche tempo fa. Mentre infatti le precedenti negazioni di Dio erano degli «ateismi sofferti», poiché si muovevano all’insegna dell’alternativa «o Dio o l’uomo» nell’intento di dare un fondamento ultimo all’esistenza umana, l’attuale negazione è invece un «ateismo indolore», che non si pone neanche il problema del fondamento ultimo. La vita umana, a suo parere, può svolgersi serenamente anche senza necessità di averne uno. Benedetto XVI parla, nel suo Messaggio, di una sorta di «eclissi di Dio» presente nel mondo attuale, e probabilmente tiene presente tale situazione assai diffusa, particolarmente in Occidente.
La nuova sensibilità lancia poi nuove sfide anche specificatamente alla fede cristiana, e in particolare per quel che riguarda il suo modo di pensare Dio e di formularne l’identità e l’annuncio. Sfide che interessano certamente anche e forse particolarmente i giovani, pure quelli che parteciperanno alla Giornata mondiale della gioventù.
Il modo di pensare e annunciare Dio che la comunità ecclesiale è venuta attuando attraverso i secoli si trova a misurarsi con i tre tratti dell’attuale temperie culturale sopra esaminati, e ciò richiede di conseguenza una notevole attenzione da parte sua.
Come è risaputo, nel suo calarsi già dai primi secoli nella cultura ellenistica di tipo speculativo in cui si trovò immersa, la fede cristiana si servì, nel suo approccio ai dati della fede sul Dio rivelato da Gesù Cristo, di strumenti razionali con cui penetrare sempre più profondamente il mistero divino, con l’intenzione di assottigliare le ombre che avvolgevano la sua luce abissale. Ne scaturì una comprensione e una enunciazione della fede sicura di sé e priva di esitazione, espressa anche mediante dogmi la cui formulazione si ritenne intangibile, che si prolungò per secoli nelle riflessioni dei teologi, nella predicazione e nei catechismi e persino nell’arte.
Il pensiero attuale, fortemente diffidente, come si è visto, della ragione e amante del «pensiero debole», si trova a disagio in tale modo di avvicinarsi alla fede. Esso non ama le affermazioni apodittiche e tanto meno le definizioni dogmatiche, e preferisce procedere per via di interpretazioni che hanno più del soggettivo che dell’oggettivo. Per esso il divino ha dei contorni molto sfumati, e la sua conoscenza risente necessariamente di tale grigiore. Fare delle asserzioni tassative come quelle che ha spesso fatto il cristianesimo attraverso i secoli rischia di apparire ai suoi occhi come una forma di assolutismo imperialista.
Più vicini a noi nel tempo la fede cristiana, mossa ancora dall’esigenza dell’inculturazione,sentì il bisogno di calarsi nella sensibilità esistenziale-personalistica che nacque dalla modernità, e mise al centro della sua attenzione il soggetto concreto con le sue grosse domande esistenziali. Essa mirò soprattutto a dare risposta alle attese della persona e ai suoi bisogni soggettivi, quelli riguardanti cioè il senso della vita, inteso soprattutto come appagamento della sua sete di rapporti interpersonali improntati alla comunione, all’auto-comunicazione, al dialogo, alla accoglienza. Anche il mistero del Dio di Gesù Cristo venne coinvolto in tale tentativo, tanto da essere riformulato in termini di comunione e non già di sostanza.
La post-modernità, con la sua visione frantumata del soggetto, mette in crisi una tale impostazione. Soprattutto perché essa non è più preoccupata del superamento di tale frammentazione; anzi, pensa che non abbia senso andare alla ricerca di una unità profonda da ricuperare rimarginandone la scissione esistenziale. Tutto lo sforzo di una teologia, di una predicazione e di una catechesi esistenziale-personalistica, anche quella che ha per oggetto il mistero di Dio, diventa quindi per essa superflua.
Negli ultimi decenni si andò aprendo strada, in alcune zone della Chiesa, un nuovo tentativo di ricomprensione e riformulazione globale della fede cristiana, quello che prese come interlocutori soprattutto gli uomini e le donne del mondo della povertà. Esso si mosse all’insegna della prassi storica e volle ripensare tutta le fede mirando alla trasformazione della contraddittoria situazione storica dell’umanità.
Anche il mistero del Dio rivelato da Gesù Cristo venne riletto in questa nuova luce, vedendolo soprattutto come fonte di liberazione integrale e, quindi, di trasformazione della convivenza collettiva e personale in vista de un futuro differente e più degno della dignità di tutti gli esseri umani, particolarmente dei più poveri ed esclusi.
Il pensiero postmoderno, fortemente marcato da un «presentismo esasperato», secondo quanto veniva evidenziato più sopra, riesce difficilmente a pensare nei termini di questa nuova comprensione della fede. Un Dio che, secondo essa, si è rivelato in una storia di salvezza, e la cui rivelazione ha raggiunto il suo apice nella persona di Gesù di Nazareth, il quale a sua volta ha lanciato una proposta «messianica», e quindi storica, proclamando il grande «meta-racconto» del regno di Dio, risulta indubbiamente difficile da accogliere a delle persone che si muovo all’insegna di una sensibilità non storica, e tra esse particolarmente ai giovani, che ne sono i più segnati.

I giovani in dialogo critico con la cultura attuale

Le sfide culturali attuali sono, come si può vedere, radicali. Forse come non mai nella storia del cristianesimo. Davanti ad esse ci si può chiudere a riccio, continuando semplicemente a ripetere «ciò che si è sempre detto», come fanno certe persone e gruppi ecclesiali, o ci si può arrendere completamente lasciandosi assorbire da esse, come fanno altri.
La proposta lanciata da Benedetto XVI tra le righe ai giovani nel suo Messaggio è quella di un dialogo critico con il tempo attuale. Dialogo, anzitutto, e quindi apertura serena e fiduciosa, una apertura che suppone la capacità di scoprire l’anima di verità che comportano ognuno dei tre tratti fondamentali della cultura postmoderna sopra descritti. Ma anche capacità critica per andare «contro corrente» nell’andazzo di certe posizioni radicalmente relativizzanti che finiscono per dimostrarsi umanamente frustranti.
Che sia necessario un atteggiamento più modesto nell’ambito della fede, contrapposto a una certa tracotanza che indubbiamente più di una volta ha segnato, e segna ancora, la sua enunciazione, sembra essere un reclamo inconfutabile del pensiero attuale. Non è pensabile oggi una professione di fede che non sia consapevole dei limiti che essa comporta da tanti punti di vista. Ma d’altra parte, come dice il Papa, è indispensabile, per poter costruire un’esistenza umana consistente, avere dei pilastri irremovibili sui quali essa possa appoggiarsi. Ecco le sue parole:
«Voi giovani avete il diritto di ricevere dalle generazioni che vi precedono punti fermi per fare le vostre scelte e costruire la vostra vita, come una giovane pianta ha bisogno di un solido sostegno finché crescono le radici, per diventare, poi, un albero robusto, capace di portare frutto» (n. 1).
Anche la convinzione attuale che «il soggetto è morto» comporta innegabilmente un’anima di verità. L’esaltazione esasperata dell’io-soggetto a scapito del resto del mondo, anche di quello materiale, è stata e continua ad essere fonte di violenze inaccettabili nell’esperienza di ogni giorno, e non ci vuole molto per farne una lunga elencazione. Eppure la fede cristiana non può, per coerenza, negare l’assolutezza di ogni persona umana, di ogni «io», unico e irrepetibile, che in quanto tale deve essere ritenuto il «centro dell’universo». Forse una delle espressioni evangeliche più trasparenti al riguardo è quella in cui Gesù, riferendosi ai passerotti, gli uccelli più «in-significanti» tra tutti, dice: «Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio» (Lc 12,6).
Il papa ne fa un cenno molto significativo all’inizio del suo Messaggio, riferendosi all’amore che il Signore risorto ha per ognuno dei giovani, al di là di tutti i condizionamenti che creano le situazioni, anche nei confronti della fede in lui:
«E vorrei che tutti i giovani, sia coloro che condividono la nostra fede in Gesù Cristo, sia quanti esitano, sono dubbiosi o non credono in Lui, potessero vivere questa esperienza, che può essere decisiva per la vita: l’esperienza del Signore Gesù risorto e vivo e del suo amore per ciascuno di noi» (n. 1)
Forse la sfida più frontale per la fede è oggi quella del «presentismo esasperato» che segna la sensibilità attuale e la rende vuota di senso storico, insensibile al passato ma soprattutto al futuro, e fortemente critica nei confronti di ogni «meta-racconto» che pretenda portare l’umanità verso un futuro migliore. Neppure questo tratto è totalmente privo di verità, e una fede autentica deve saper accettarlo. I «meta-racconti» dei secoli XIX e XX hanno avuto indubbiamente delle ricadute disastrose per l’umanità, e in questo senso vanno decisamente rifiutati. D’altra parte tuttavia è vero e irrinunciabile constatare che il cuore della proposta di Gesù di Nazareth è un grande «meta-racconto», quello del regno di Dio. Esso però si coniuga pienamente con una accentuata valorizzazione del momento presente. Non sembra forzato, infatti, rilevare una certa sintonia di tale sensibilità con l’esortazione di Gesù a non preoccuparsi del domani, poiché, come egli dice, «ad ogni giorni basta la sua pena» (Mt 6,34). Una esortazione che egli fa nel contesto della ricerca incondizionata del regno di Dio.
Benedetto XVI fa suo l’invito ai giovani a impegnarsi in quella direzione, mettendo davanti ai loro occhi l’esperienza vissuta da tanti credenti in Cristo lungo i secoli. Dice, infatti:
«Quanti cristiani sono stati e sono una testimonianza vivente della forza della fede che si esprime nella carità: sono stati artigiani di pace, promotori di giustizia, animatori di un mondo più umano, un mondo secondo Dio; si sono impegnati nei vari ambiti della vita sociale, con competenza e professionalità, contribuendo efficacemente al bene di tutti» (n. 5).