Una rinnovata pastorale

Liturgia, sacramenti, evangelizzazione:

esigenze e sfide attuali

Claude Dagens * 

Da qualche tempo si è oltrepassata in Francia una soglia importante: si riconosce il posto centrale che occupano la liturgia, la preghiera e i sacramenti della Chiesa nella vita ordinaria delle comunità cristiane. Si è rinunciato quasi ovunque alla contrapposizione fittizia e pericolosa, che si era concepita e praticata in passato, fra il cosiddetto culto e la missione, svalutando il primo e considerandolo secondario dal punto di vista della sua efficacia pastorale.
A modo suo, nel 1996, la Lettera ai cattolici di Francia (Regno-doc. 7,1997,219ss) non ha esitato ad affermare il ruolo primario della liturgia per «formare una Chiesa che propone la fede». Quest’affermazione, profondamente fedele alla grande tradizione della Chiesa, può essere giustificata anche da realismo pastorale: infatti, gli atti sacramentali, nel loro svolgimento e nella loro preparazione, partecipano all’attività di evangelizzazione. L’esperienza dimostra che sono spesso persone estranee alla fede cattolica a percepire qualcosa del mistero di Dio, assistendo alla celebrazione di un battesimo, di un matrimonio, di un funerale o all’eucaristia domenicale. Il linguaggio dei segni liturgici le raggiunge o le risveglia al di là del linguaggio delle parole, tanto più che queste persone non dispongono di parole per indicare la loro ricerca di Dio.
E i nuovi credenti che sono fra noi (catecumeni, neofiti, giovani studenti che si preparano al battesimo, alla prima comunione o alla confermazione) si aspettano anzitutto di essere iniziati alla novità del mistero cristiano. Essi comprendono spesso da soli che la liturgia, attraverso i suoi segni, fa appello alla loro interiorità e che in essa trovano posto non solo le parole e i gesti, ma anche il silenzio e il raccoglimento. Quando partecipano agli incontri di Taizé o a un pellegrinaggio a Lourdes, mantengono quella specie di apertura al mistero di Dio che li coglie dall’interno e permette loro di comprendere e vedere diversamente il mondo e loro stessi.
Ma sarebbe ingiusto considerare straordinari questi momenti privilegiati di iniziazione al mistero della fede. Anche nella cosiddetta pastorale ordinaria, cioè nel quadro delle nostre parrocchie, si constata un’indiscutibile rivalutazione della preghiera e della liturgia. Sono innumerevoli le iniziative intraprese, in molti luoghi, non solo per aprire le nostre chiese, ma anche per proporvi tempi di preghiera, di adorazione di Cristo nell’eucaristia, di semplice ascolto della parola di Dio, soprattutto in certi periodi dell’anno, dall’Avvento alla Quaresima e nel mese di maggio.

Ogni liturgia apre alla fede

È certamente impossibile misurare il lavoro svolto da preti e da laici per fare in modo che la celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, specialmente del battesimo e della confermazione dei giovani e degli adulti, parli veramente di Dio e dei suoi doni.
La celebrazione dell’eucaristia, a causa della mobilità che caratterizza la nostra società, non riunisce solo i partecipanti abituali, ma anche persone di passaggio, «pellegrini», persone che lì cercano e trovano una sorgente di vita nuova e di fraternità reale, a causa del Signore Gesù, nostro fratello.
Non si può negare che esistano mediocrità, derive, infedeltà alla tradizione vivente della Chiesa. Ma spetta a noi far conoscere e anche far valere la nostra cura tenace di una liturgia che cerchi di condurre al cuore del mistero della fede, che sia semplicemente mistagogica, lasciando trasparire la presenza e l’azione di Dio in mezzo a noi, nel corpo vivo della sua Chiesa.
Come incoraggiare questo rinnovamento liturgico nella vita del popolo di Dio? Dove si trovano le difficoltà da superare? In che modo si possono favorire le evoluzioni e le conversioni necessarie? Per rispondere a queste domande, si possono mettere in risalto alcuni punti sensibili corrispondenti ad altrettante esigenze teologiche e pastorali: manifestare la sacramentalità della Chiesa; collegare la liturgia e i sacramenti all’evangelizzazione; di fronte a sensibilità diverse, andare al cuore della liturgia.
Manifestare la sacramentalità della Chiesa è l’esigenza primordiale: si tratta di mostrare visibilmente, attraverso gli atti e i segni della liturgia, la Chiesa nella sua verità profonda, nella sua verità sacramentale, poiché essa è «in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano», secondo la grande affermazione del concilio Vaticano II, nella sua costituzione dogmatica sulla Chiesa (Lumen gentium, n. 1; EV 1/284).
Ma occorre affrontare e superare ostacoli reali per un’autentica traduzione in pratica di quest’affermazione. La Chiesa di Dio, pur realizzandosi attraverso forme e atti concreti, pur iscrivendosi nelle realtà sociali, è anzitutto il corpo di Cristo, inseparabile dal mistero della sua incarnazione, passione e risurrezione. In essa tutto, e specialmente la sua liturgia, è legato a questo mistero e alla sua manifestazione.
È normale che storici e sociologi considerino la Chiesa un’istituzione particolare, di cui studiano i funzionamenti e le evoluzioni. Ma questa metodologia può cogliere solo in parte la realtà della Chiesa.
Spetta a noi, membri della Chiesa, accedere a una comprensione sacramentale della Chiesa. Ciò significa anzitutto che non ci si può rassegnare a una percezione puramente funzionale delle relazioni all’interno del corpo di Cristo: come se si trattasse di un sistema in seno al quale distribuirsi dei poteri, valutandoli, limitandoli o ampliandoli.
Questa logica, tutto sommato quantitativa, è a volte una tentazione. Essa non permette di penetrare veramente nella realtà sacramentale del corpo di Cristo che noi formiamo. I segni dell’alleanza di Dio con noi passano attraverso la nostra umanità concreta. L’amore di Cristo passa attraverso di noi, attraverso il nostro modo di pregare, di accogliere la parola di Dio, di essere presenti gli uni agli altri e anche di accogliere e incontrare quelli che si rivolgono alla Chiesa solo per «chiedere i sacramenti».
La comunione della Chiesa non fa anzitutto appello ai buoni sentimenti, ma al nostro modo di partecipare a questa comunicazione del dono di Dio attraverso la liturgia e i sacramenti. Bisogna quindi distinguere le nostre missioni particolari nel corpo di Cristo (i laici battezzati a partire dal battesimo, i vescovi, i preti e i diaconi a partire dalla loro ordinazione) e riconoscerci reciprocamente con queste differenze reali. Ma bisogna anche riconoscere la fonte comune della nostra missione, così come la mostra la liturgia: è il mistero pasquale di Cristo Gesù attualizzato nei sacramenti della Chiesa, e specialmente nell’eucaristia che fa di noi, in un modo reale e percepibile, il corpo del Signore per la vita del mondo.
Il mistero pasquale non è quindi un avvenimento esterno alla nostra umanità. Al contrario, è il cuore stesso dell’impegno di Dio che viene ad assumere e a rinnovare tutta la nostra condizione umana, con la nostra finitudine, la nostra mortalità, e anche con la potenza del male che, sotto molte forme, opera nella storia. Perciò la Chiesa di Cristo non esiste mai per se stessa: essa è essenzialmente legata al dono di Dio che vuole comunicarsi agli uomini e alla storia di questo mondo, di questa creazione che continua a «gemere e soffrire nelle doglie del parto» (Rm 8,22).

La semplicità dei segni

È attraverso la liturgia della Chiesa che si rivela e realizza in modo percepibile questa relazione intima fra l’alleanza di Dio e le attese degli uomini. Proprio per questo è importante, nella celebrazione e nella preparazione dei sacramenti, lasciar semplicemente parlare i segni attraverso i quali si realizza questa relazione trasformante: l’acqua del battesimo, l’olio della confermazione, il pane spezzato e il calice condiviso, con le parole e i gesti che accompagnano questi segni. Insieme a molti altri, sono convinto che, per il nostro tempo, anche a causa di un clima di indifferenza e ignoranza religiose piuttosto diffuso, è molto importante non solo rivalutare questo linguaggio dei segni, che non si misura in base ai criteri di un’efficacia immediata, ma soprattutto mostrare che questo linguaggio rivela ciò che c’è di essenzialmente umano nella nostra esistenza: realtà di vita e di morte; attese di verità e di liberazione; aspettative di fiducia e di riconoscimento.
Tanto più che ogni atto sacramentale, mentre manifesta la relazione fra Cristo e la nostra umanità, si rivolge alla libertà delle persone, rinnovando dall’interno la loro dignità. «Io ti battezzo nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo». «Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono». «Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma dì’ soltanto una parola e io sarò salvato». Il dono di Dio si compie: chiede di essere ricevuto. Perciò gli atti della liturgia, dai sacramenti in sé ai gesti e alle parole che costituiscono tutte le celebrazioni della Chiesa, sono caratterizzati da un doppio superamento: da parte di Dio, che si dona a noi gratuitamente nel mistero del suo Figlio, mediante la forza immateriale del suo Spirito Santo, e, da parte nostra, se accettiamo di accogliere questi doni di Dio nella nostra vita.
La struttura della liturgia è quindi fondamentalmente dialogica a causa di questa stessa relazione costitutiva. Ma non si può e non si deve manipolare la liturgia secondo i nostri gusti e le nostre preferenze. Questo perché non è un oggetto sul quale si possono fare esperimenti, ma partecipa alla natura sacramentale della Chiesa, «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». È questa vocazione a riunire, indipendentemente dal loro numero, coloro che partecipano a una celebrazione.

Collegare liturgia e sacramenti all’evangelizzazione

È relativamente semplice comprendere la sfida di questo impegno, anche se la sua traduzione in pratica non è sempre facile. Infatti, la liturgia e i sacramenti fanno parte della visibilità ordinaria della Chiesa. Ora, nelle circostanze attuali, si può pensare che occorrerebbe ricorrere a formule o pratiche straordinarie per manifestare questa visibilità della Chiesa, per renderla più espressiva, più attraente, più presente sulla scena pubblica.
Anche in questo caso non si può rinunciare allo stretto legame che esiste fra la missione della Chiesa e il mistero di Cristo. Il compito della Chiesa non è quello di mostrarsi, ma di essere trasparente alla luce di Cristo: la sua missione essenziale, ordinaria e straordinaria al tempo stesso, consiste nel rivelare e comunicare questa luce, che non acceca, ma agisce, come quella del Risorto.
«Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero», scrive Luca nel suo Vangelo ricordando i pellegrini di Emmaus che hanno appena incontrato Gesù (Lc 24,31). Questo riconoscimento del Signore avviene al termine di un lungo cammino sulla strada insieme a quello sconosciuto, che li ha anzitutto ascoltati, poi ha interpretato per loro l’avvenimento pasquale alla luce di tutta la storia della salvezza e, infine, spezzato in silenzio il pane durante il pasto. È questa la sfida di tutta la liturgia cristiana: deve aprire i cuori e le menti alla parola e alla presenza di Dio, lasciando che il mistero pasquale di Cristo si compia e si manifesti a noi. Essa lo fa attraverso parole, gesti, segni, e anche silenzi e canti; lo fa con espressioni simboliche, nel senso forte del termine, syn-bolon, simbolo, che indica anzitutto un’effettiva messa in relazione di ciò che fino ad allora era separato o disgiunto.
Perciò lo spirito dell’evangelizzazione è vicino allo spirito della liturgia, perché evangelizzare è desiderare e fare in modo che la rivelazione di Dio in Gesù Cristo raggiunga, lavori, modelli ogni essere umano in attesa di verità e d’amore.
Ma oggi mi sembra indispensabile una condizione per stabilire efficacemente questo legame fra la liturgia e l’evangelizzazione. Dobbiamo imparare a bandire risolutamente ogni logica mercantile sia nella pratica della liturgia sia in quella dell’evangelizzazione.
Non si può pensare che da una parte vi sia la Chiesa che offre i propri beni spirituali, e dall’altra dei richiedenti, la cui domanda spesso non corrisponde veramente all’offerta della Chiesa. Questa logica calcolatrice è perversa. Sta a noi uscirne, se occorre, non accogliendo mai quelli che si rivolgono alla Chiesa solo per «chiedere i sacramenti» come clienti che bisognerebbe attirare o sedurre.
La pastorale dell’accoglienza, per essere veramente cristiana, deve essere esigente. Al di là delle parole, è chiamata a cambiare lo stesso livello del dialogo. Gli uomini e le donne che si rivolgono alla Chiesa per il battesimo del figlio, per il loro matrimonio o per ricevere altri sacramenti, anche se mancano delle parole adatte per esprimere la loro richiesta, possono diventare per noi dei «segni» di Dio. Sta a noi imparare con loro ciò che è una logica sacramentale, cioè una logica che non fa appello a calcoli, ma a segni.
E gli stessi segni si iscrivono all’interno di una reale pastorale della proposta della fede cristiana o, se si preferisce, dell’evangelizzazione, con tappe necessarie, che bisogna accettare di percorrere, un po’ (e soltanto un po’) come Gesù risorto ha camminato con i pellegrini di Emmaus.
Il tempo della prima accoglienza è essenziale perché può mostrare che la Chiesa non è un’amministrazione, ma un corpo vivo, fatto di persone attente ad altre persone. È indispensabile un atteggiamento di fiducia gratuita, non perché quelli che «chiedono i sacramenti» non siano animati da buoni sentimenti, ma perché noi, preti o laici, siamo lì per manifestare la fiducia ugualmente gratuita di Dio. A volte questa pastorale della fiducia può aprire porte chiuse; in ogni caso, mostrare che la Chiesa di Cristo non è mai una setta che recluta adepti, ma una famiglia nella quale si accolgono persone che non si scelgono.
Bisogna che il momento dell’accoglienza apra un cammino, lasci intravvedere prospettive, inviti a percorrere altre tappe, permetta reali passi avanti. Bisogna prevedere lungo questo cammino altri incontri nei quali si osa ascoltare la parola di Dio, si lascia risuonare il Vangelo di Cristo, si prega anche con coloro che incontriamo, in casa nostra o in casa loro.
Se lo desideriamo veramente (tranne il caso di resistenze insormontabili), verrà il momento in cui si potranno affrontare domande di vita e di morte, d’amore e di fi-
ducia, di verità e di perdono. Non perché noi dobbiamo essere distributori di risposte, ma perché crediamo che il dialogo della fede passa anche attraverso i percorsi della pastorale sacramentale.
Verrà anche il momento della celebrazione del sacramento in quanto tale, nella quale dobbiamo imparare continuamente a essere non solo al servizio di coloro che abbiamo già incontrato, ma anche a fianco di Cristo quando viene personalmente a incontrarci. Allora la nostra parola e la nostra presenza devono cedere il passo ai segni della sua presenza e della sua azione. Bisogna fare in modo che questi segni parlino, rivelino ciò che ci supera, suscitino un’attenzione più forte di tutte le possibili distrazioni.
Naturalmente non possiamo mai rassegnarci al fatto che la celebrazione dei sacramenti diventi una tappa finale, seguita da una presa di distanza più o meno grande dalla Chiesa. Si può facilmente comprendere la sofferenza dei preti che hanno l’impressione più o meno giustificata che quei primi passi nell’iniziazione al mistero della fede rischiano di essere gli ultimi.
Ma la logica sacramentale non può limitarsi a quest’impressione di fallimento o di sterilità. Il dono di Dio che è stato seminato è seminato per sempre. E poi, noi non siamo i padroni dell’avvenire: piantiamo dei picchetti, apriamo delle strade e facciamo tutto il possibile, nella Chiesa ordinaria, nella liturgia ordinaria, nell’evangelizzazione ordinaria, perché queste strade restino aperte, non a causa dei nostri progetti, ma a causa dell’impegno di Dio che vale per sempre e per ognuno, a rischio della nostra libertà.

Andare al cuore
 della liturgia

La liturgia è al centro della vita e della missione della Chiesa. Ma, pur essendo riconosciuta nella sua realtà centrale, sappiamo che è anche una realtà sensibile, proprio perché comunica il dono di Dio attraverso segni e gesti rivolti alle capacità dei nostri sensi: dall’acqua del battesimo al pane dell’eucaristia, passando per la luce del cero pasquale e per molte altre forme espressive, il dono di Dio viene ad abitare nei nostri corpi e nei nostri cuori, nelle nostre memorie, nella nostra immaginazione. Questa dimensione «carnale» della liturgia è evidentemente inseparabile dall’avvenimento centrale dell’incarnazione del Verbo di Dio: è venuto a «piantare la sua tenda fra noi» (Gv 1,14), fino ad abitare non solo in mezzo a noi, ma anche in noi e fino a fare di noi il suo corpo vivo, animato dallo Spirito creatore: Accende lumen sensibus, / infunde amorem cordibus, / infirma nostri corporis / virtute firmans perpeti.
Questa strofa del Veni creator evoca sobriamente e fortemente quest’abitazione e quest’azione illuminante e trasformante dello Spirito nei nostri sensi, nei nostri cuori e nei nostri corpi.
Che la liturgia della Chiesa, poiché forma il corpo di Cristo, sia fatta di atti e di realtà sensibili è un’evidenza teologale. Ma a volte quest’evidenza rischia di essere deformata e anche strumentalizzata: questo avviene quando la liturgia viene compresa, valutata, e anche cercata unicamente in base alle logiche della nostra sensibilità umana, in funzione dei ricordi, dei sentimenti, delle impressioni, delle preferenze estetiche che tutti noi abbiamo.
Perciò è importante non rifiutare o rimuovere quest’iscrizione della liturgia nella nostra carne, essa stessa inseparabile dall’incarnazione del Verbo, ma esercitare un vero discernimento affinché le reazioni della nostra sensibilità non diventino l’unico criterio della nostra comprensione del dono di Dio.
È certamente una buona cosa, in vista di questo discernimento, procedere ad alcune utili distinzioni. Perché esistono varie forme di sensibilità che si esprimono di fronte alla liturgia della Chiesa e chiedono di essere comprese prima di essere criticate. Qui basterà indicare due di queste forme, perché ricoprono entrambe atteggiamenti molto reali e a volte molto decisi.
Esiste anzitutto una sensibilità che fa appello alla storia e alla memoria cattolica, essa stessa inseparabile da una cultura cattolica. A volte questa sensibilità ispira richieste più o meno inquiete o critiche: «Rispettate l’eredità cattolica nella nostra società che dimentica le sue radici! Fate valere maggiormente ciò che, nella liturgia, ci collega con la grande tradizione della Chiesa!».
Bisogna ascoltare questi appelli, ma per giuste ragioni, perché è vero che la liturgia si iscrive in una storia e che questa storia passa attraverso espressioni culturali, che esse stesse attestano la capacità creatrice della fede nel campo dell’arte, dell’architettura delle nostre chiese, con le loro vetrate istoriate e le loro statue, con i loro repertori di canti e di preghiere, dal Veni creator alla Salve regina.
Non dobbiamo ignorare questa storia. Al contrario, il compito della Chiesa è come quello dell’istituzione scolastica. Essa ha il dovere di introdurre in una memoria comune. Non può rassegnarsi a rotture di tradizioni che ci escluderebbero da questo grande movimento della tradizione della fede all’interno della storia.
Ma, per la Chiesa di Cristo, questa tradizione non è soltanto la memoria della storia. È la memoria dell’azione di Dio attraverso questa storia. L’eredità cattolica non si riduce a un patrimonio culturale, essa vive grazie alla fede della Chiesa che la riceve, la trasmette e le permette di radicarsi nei cuori dei credenti.
La fedeltà autentica alla tradizione della Chiesa implica questa relazione viva con la storia, ma al tempo stesso, anche oggi, essa implica un’apertura reale al mistero di Dio che viene a manifestarsi e donarsi a noi proprio attraverso la liturgia e i sacramenti.
Ma c’è fra noi anche un’altra forma di sensibilità, molto diversa dalla precedente. Essa fa appello all’efficacia pastorale e anch’essa ispira richieste e critiche: «La liturgia sia umana! Parli della vita del mondo! Non separi il popolo dei credenti dalla società attuale!».
Occorre ascoltare anche quest’insistenza: non ci si può rassegnare al fatto che l’impegno di Dio riconosciuto e celebrato nella liturgia della Chiesa resti senza conseguenze nella vita dei credenti e che si instauri una sorta di separazione o scissione fra la Chiesa che celebra e prega e la Chiesa che testimonia l’amore di Dio nel mondo. È evidente che il popolo dei battezzati è presente nella società attuale così com’è, con le sue fragilità, le sue asprezze, le sue ingiustizie e anche le sue attese e che ha la missione di dire a Dio tutto ciò che così condivide con altri che non credono in Dio.
Questa missione di rappresentanza passa attraverso la liturgia e la preghiera della Chiesa. Ma, pur rappresentando gli altri davanti a Dio, noi non possiamo conformarci alle leggi e alle logiche del mondo, soprattutto quando sono dominate da rapporti di forza o da atteggiamenti violenti e intolleranti. La nostra storia attuale è il luogo della nostra vita cristiana. Ma non può esserne la regola. Altrimenti la liturgia sarebbe strumentalizzata: ce ne serviremmo per esprimere noi stessi, con le nostre diverse esperienze, invece di lasciare a Dio la libertà di esprimersi per primo. Infatti il primo attore della liturgia è il Dio vivente che si manifesta a noi attraverso la sua Parola, il suo Figlio, il Verbo fatto carne e attraverso il suo Spirito che ci associa alla Pasqua del Figlio.
Andare al cuore della liturgia della Chiesa costituisce un compito permanente di iniziazione e di educazione, che permette a questa unica e triplice fonte divina (la Parola creatrice del Padre, il Corpo del Figlio e l’azione dello Spirito) di iscriversi nella nostra esistenza umana. Quello che a volte viene chiamato il «mistero della liturgia», per sottolineare ciò che in essa oltrepassa sempre le nostre sensibilità umane, viene a cogliere e rinnovare dall’interno tutto ciò che costituisce la nostra vita: la parola, il corpo e la presenza al mondo.

La parola che crea

La liturgia porta in sé un’iniziazione permanente alla Parola che viene da Dio, che «esce dalla sua bocca» e che ci chiama a vivere di lui.
È una parola creatrice che si dispiega all’interno della grande storia della salvezza, dall’atto originario che produce e anima il mondo fino all’avvenimento dell’incarnazione del Figlio passando per il dono della Legge.
Proprio per questo, durante la celebrazione della veglia pasquale, la Chiesa ascolta questa storia che va dalle origini del mondo, nel testo della Genesi, fino all’annuncio di Cristo risorto, nel Vangelo di Giovanni o in quello di Luca, passando per il racconto dell’Esodo e per il dono della Legge a Mosè e al popolo ebraico.
Ogni celebrazione liturgica comprende quest’ascolto della parola di Dio che annuncia e realizza l’alleanza, che crea e ricrea, con gli uomini.
Questa parola di Dio chiede di essere ascoltata, interpretata, compresa e trasmessa come una parola di vita che viene a trasformare la nostra esistenza.
La liturgia costituisce, istituisce la Chiesa come un popolo che ascolta e si dispone a rispondere alla parola di Dio. L’alleanza di Dio che ci è rivelata è destinata a essere ricevuta e tradotta in pratica e l’ascolto orante della Parola è il primo momento di questa ricezione e di questa traduzione in pratica.
Il cuore della nuova alleanza è la Pasqua di Cristo e, al tempo stesso, l’atto mediante il quale egli stesso ha affidato la sua Pasqua ai suoi discepoli prima di lasciarli: l’atto della consegna e del dono compiuto attraverso due gesti inseparabili, la lavanda dei piedi e la frazione del pane con la condivisione del calice.
«Il mio corpo offerto per voi... Il mio sangue versato per voi». I Vangeli sinottici riferiscono queste parole straordinariamente semplici e solenni che fondano per sempre il sacramento della Pasqua, l’eucaristia. Con queste parole, con questi gesti che dicono l’essenziale, al tempo stesso il sacrificio, il dono totale di sé e la nuova relazione con i suoi discepoli, Gesù Cristo ha fatto dell’atto eucaristico la fonte di un’esistenza radicalmente rinnovata, essendo segnata, dall’interno, dalla lotta contro il male e la morte e dalla vittoria dell’amore di Dio sul male e sulla morte.
La Chiesa continua a nascere da questo mistero pasquale. Mentre celebra l’eucaristia è essa stessa costituita dall’eucaristia come il corpo di Cristo donato per la vita del mondo. E non può dimenticare che i gesti liturgici, in essa, sono inseparabili dalla pratica dei gesti fraterni: è lo stesso dono di Dio che passa attraverso il pane spezzato e la lavanda dei piedi, attraverso la lavanda dei piedi e il pane spezzato.
Lo Spirito Santo viene a compiere in noi questa pasqua di Cristo. È lui a suscitare e animare questo nuovo corpo nel quale Cristo si lega alla nostra umanità diventando nostro cibo e nostra fonte di risurrezione.
E, contemporaneamente, lo Spirito Santo ci invia nel mondo, con la Chiesa, perché vi testimoniamo in parole, in preghiera e in atti di presenza e di dono, questa vittoria di Cristo quando «passa da questo mondo al Padre amando i suoi fino alla fine» (Gv 13,1).
Così la liturgia della Chiesa partecipa a ciò che c’è di più radicale, di più profondo nella sua missione: essa fa della Chiesa non solo il corpo di Cristo formato da membri diversi che imparano a restare legati gli uni agli altri, ma anche quel segno paradossale, a volte molto visibile e a volte molto nascosto, attraverso il quale la vita e l’amore di Dio sono presenti nel nostro mondo.
Lo Spirito Santo ci insegni instancabilmente a formare questo corpo vivo, anche se è ferito, e a partecipare all’irradiamento di questa presenza!

* Vescovo di Angoulême


L’articolo, qui pubblicato in traduzione dal francese, è apparso in La Maison-Dieu 265 (2011) 1, 11-25.

IL REGNO ATTUALITÀ 18/2011, 583-586