Maria simbolo di identità

Inserito in NPG annata 1993.


Gioia Di Cristoforo Longo

(NPG 1993-04-29)


Si propone una lettura antropologica della figura della Madonna vista in rapporto alla cultura del suo tempo. Le sue scelte e i suoi comportamenti vengono comparati con le scelte e i comportamenti previsti dal sistema culturale allora dominante.
La «trasgressione» alle norme correnti, ai comportamenti cosiddetti «normali», appare una rottura culturale di enorme portata che va rilevata a prescindere dalle proprie convinzioni religiose.
La lettura dei testi evangelici, infatti, testi scritti nel periodo che va dal 50 dopo Cristo fin verso la fine del I secolo, delinea i contorni di una vicenda del tutto eccezionale che scardina gli assi della cultura radicatamente antifemminista dell'epoca, presentando una donna, Maria, che agisce in prima persona ed opera scelte culturali che esaltano valori quali la soggettività, l'autodeterminazione ed escludono le forme consuete della tradizionale ruolizzazione della donna.
L'eccezionalità è tale che spiega come gli aspetti che più si riferiscono a Maria persona, siano stati offuscati da quella che usualmente viene definita «cultura patriarcale».

LA DONNA NEL MONDO EBRAICO DEL TEMPO

La storia della salvezza vede in Maria una protagonista d'eccezione: attraverso di lei avviene l'ingresso nella natura umana e nella storia del Figlio di Dio.
Non sono molti i passi in cui si parla esplicitamente di Maria. Essi sono, comunque, importanti per donarci una figura di donna eccezionale e molto «diversa» dalla cultura del tempo.
L'evoluzione culturale ha svelato oggi - e ancora non del tutto nei comportamenti concreti - i termini di un millenario pregiudizio antifemminista presente in tutte le culture.
La condizione della donna nel mondo ebraico contemporaneo di Gesù è caratterizzata da vistose discriminazioni comuni a tutto il mondo antico, rafforzate, però, in Israele da motivi religiosi.
Basta pensare alla preghiera dell'ebreo contemporaneo di Maria: «Signore, ti ringrazio di non avermi creato pagano, di non avermi creato donna, di non avermi creato ignorante».
I rabbini stimavano cosa vergognosa parlare in pubblico con una donna. Un maestro di spiritualità dell'epoca aveva dato questa definizione, divenuta celebre: «Le donne hanno quattro qualità: sono golose, pettegole, pigre e gelose».
Un altro esempio preso dalla letteratura sapienziale recita: «Qualunque malizia è nulla in confronto della malizia della donna: che la sorte dei peccatori la colpisca! ... Meglio la cattiveria di un uomo che la bontà di una donna...» (Sir 25, 17, 21, 42, 14).
Il figlio atteso è maschio perché perpetua la razza, il nome, il patrimonio. La figlia è competenza della madre che si occupa di lei fino al giorno del matrimonio. Il padre vigila, ma la sua preoccupazione principale è che la figlia non lo renda il ludibrio dei suoi nemici, la diceria del popolo (Sir 42, 9,11).
Quando la figlia cresce essa viene avviata dalla madre ai lavori di casa e, a volte, se occorre, a quelli dei campi. Il suo obiettivo è quello di prepararla al suo ruolo di sposa e madre.
Dopo i tredici anni la ragazza non tarda a ricevere una richiesta di matrimonio. Le decisioni che la riguardano non presuppongono mai l'espressione del suo consenso o, comunque, la possibilità di una scelta. La giovane interessata non viene mai consultata: il padre del giovane, più raramente il giovane stesso, la richiedono ai genitori che, quando l'affare è concluso, ricevono una certa somma di denari, il mohar, a titolo di compenso per la famiglia.
La giovane passa da una soggezione all'altra. Mentre prima apparteneva al padre, ora appartiene al marito. Le aspettative nei suoi confronti riguardano la procreazione di molti figli, possibilmente maschi, e l'espletamento di tutti i lavori domestici.
I testi sacri mettono in luce come le qualità da lei dimostrate nei lavori e nella cura dei figli le conquistino la «simpatia» del marito. Non è ammessa allo studio delle scritture perché si pensa che non sia capace di comprenderle. Ancora, a sottolineare la sua condizione di inferiorità, la donna, come lo schiavo e il bambino, non è obbligata a recitare la preghiera del mattino, né quella dei pasti; nelle sinagoghe non può leggere, né assumere alcuna funzione direttiva. Nel tempio il suo posto è separato da cinque gradini da quello dell'uomo.
Si delinea, quindi, una donna che esiste socialmente e culturalmente solo in quanto sposa e madre che espleta funzioni nei confronti di persone o cose. La sua individualità, il suo essere persona autonoma, è negato totalmente.

IL SÌ IN AUTONOMIA

La vita di Maria, come il comportamento di Gesù nei confronti delle donne, rivisti con gli occhi e la sensibilità di oggi, svelano grandissime novità e originalità di cui è importante prendere coscienza: una vera e propria rivoluzione, fondata sull'amore e sulla giustizia, il cui contenuto è un messaggio di liberazione incompatibile con ogni forma di discriminazione e di oppressione.
Messaggio che è stato soggetto a resistenti e persistenti condizionamenti culturali che hanno fortemente ridimensionato la valenza propositiva insita sia nella vita della Madonna che nell'insegnamento di Gesù nei confronti delle donne. Tale era (ed è), infatti, la loro dirompente rottura con gli schemi culturali dominanti, che si è determinato uno scarto (mai colmato) tra progetto di Dio e mentalità corrente.
Maria anticipa l'insegnamento di Gesù. Tra la testimonianza resaci dalla vita di Maria e l'insegnamento e il comportamento di Gesù nei confronti delle donne, non solo esistono discrepanze o contraddizioni, ma, ad una attenta analisi, emergono eccezionali convergenze che illuminano e rafforzano il contenuto del messaggio messianico nel suo complesso. Una corretta interpretazione, allora, deve tener presente entrambe queste realtà: dal confronto emerge, infatti, con chiarezza dirompente senso, significato del messaggio rivolto alla donna come all'uomo, in un'equivalenza di chiamata, di responsabilità, di adesione al progetto salvifico. Se si ha presente la condizione della donna contemporanea di Maria, emerge in tutta la sua eccezionalità la proposta di archetipo femminile che i fatti ed i comportamenti della sua vita testimoniano ed ispirano.
Non può non scorgersi anche in questo un «pezzo» essenziale del messaggio salvifico del Redentore.
Quali valori la vita della Madonna testimonia e propone? Una lettura dei testi che riguardano Maria è illuminante a questo proposito. Il valore centrale e che scardina il sistema culturale dominante è quello della dignità della persona, persona che in quanto tale esprime la sua soggettività nel pieno rispetto della sua autonomia, capacità di autodeterminazione e responsabilità.
Sembra quasi che il Signore nel suo disegno provvidenziale abbia voluto sottolineare in ogni suo aspetto questo valore, collocando gli accadimenti e la scelta di Maria in una situazione che nella sua anomalia consentisse di far emergere in tutto il loro spessore il significato e la dirompenza propositiva implicita in essi.
La prima volta che incontriamo la Madonna è nella scena dell'Annunciazione (Lc 1,26-38).
Maria è sola; accanto a lei, contrariamente all'uso corrente, non troviamo nessuno, non i suoi genitori, né il suo fidanzato Giuseppe. In piena solitudine e autonomia riceve il contenuto del messaggio dell'Angelo.
All'annuncio strabiliante del concepimento di Gesù, Maria con semplicità, ma altrettanta essenzialità, chiede all'Angelo spiegazione di come possa avvenire lo straordinario avvenimento. L'Angelo acconsente immediatamente alla sua richiesta, le rivela il disegno di Dio e, in più, le offre una prova tangibile dell'onnipotenza del Signore comunicandole la gravidanza inattesa di Elisabetta concludendo: «Nulla è impossibile a Dio». A questo punto Maria, con piena consapevolezza, esprime il suo consenso e la sua totale disponibilità e adesione al progetto di Dio con le parole: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto».
Dio nel fare la sua proposta e comunicare la sua scelta ha come interlocutrice solo Maria a cui richiede, fatto decisamente eccezionale e nuovo, un esplicito personale consenso. La sua sarà, quindi, una maternità non subita passivamente, ma accettata in piena coscienza e responsabilità, alla luce di una fede che risponde positivamente alla benevolenza divina che l'Angelo rivela con le parole: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te», ribadite ancora, dopo il turbamento di Maria che vuol capire il «senso» di tale saluto, dalle parole in perfetto linguaggio biblico: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio».
La qualità dell'adesione di Maria e la sua consapevolezza del progetto divino emergono in tutta la loro ampiezza nella Visitazione della Madonna ad Elisabetta (Lc 1,39-46).
Anche in questa occasione noi troviamo Maria singolarmente sola che decide «in fretta» di andare a trovare la cugina: in questa visita Ella troverà la conferma dell'intervento di Dio e la gioia e il conforto di condividere, in una grande consonanza di intenti e di sentimenti, l'attuazione della volontà di Dio che vede lei ed Elisabetta accomunate nel progetto salvifico.
Nulla ci viene detto a proposito dei genitori di Maria e del suo promesso sposo. La sua solitudine sottolinea ancora una volta la piena titolarità e responsabilità personale della sua scelta e la sua capacità di muoversi, di chiarirsi le situazioni e di prendere decisioni.
Sappiamo che Maria starà presso Elisabetta tre mesi e che Giuseppe non viene informato da lei della sua condizione, anche se sappiamo che il rischio a cui lei andava incontro era molto grosso. La sorte che poteva toccarle, infatti, poteva essere molto dura, il ripudio o, nel migliore dei casi, il rinvio a casa, come non ancora informato dall'Angelo, Giuseppe, uomo «giusto», si era orientato a fare.
Ci sorprende questa capacità di Maria di gestirsi in piena autonomia la sua singolare vicenda: tale è la sua fiducia in Dio che a Lui demanda la soluzione dei gravi problemi che altrimenti incomberebbero su di lei, senza possibilità di eccezione. Il Signore non tradisce la sua fiducia, affida all'Angelo il compito di informare e tranquillizzare Giuseppe.
Le parole di Elisabetta sono una conferma del disegno di Dio nei confronti di Maria, disegno che vede distinti, anche se ovviamente legati dal divino accadimento, Maria («benedetta tu fra le donne») e Gesù («benedetto il frutto del tuo grembo»). Confermano, ancora, l'importanza del fiat della Madonna («beata colei che ha creduto nell'adempimento della parola del Signore») come a ribadire la coessenzialità dei due momenti, la proposta e l'accettazione.

IL MAGNIFICAT

Straordinarie sono le parole della Madonna in risposta ad Elisabetta.
Da tempi immemorabili le spose in Israele lasciavano esplodere la loro gioia al pensiero della prossima maternità. Si pensi per tutte alla maternità eccezionale di Sara che a novant'anni partorì Isacco (Gen 21,6-7), o a Lia che vede nelle sue maternità successive un motivo per sperare di nuovo nell'amore di Giacobbe (Gn 29,32 ss) o a Rachele, che, anche lei per molto tempo sterile, ringrazia Dio per averle tolto il disonore della sterilità mandandole il suo primogenito Giuseppe (Gn 30,23), o ancora ad Anna che, dopo anni di sterilità, partorisce Samuele.
Maria, nello splendido cantico di ringraziamento riportato da Luca (Lc 1,46-56), gioisce ed esalta Dio per essere stata favorita da Lui. È ancora una dimostrazione di come ella apprezzi il contenuto dell'Annunciazione. Non le sfugge la portata di quanto la misericordia di Dio ha previsto per Lei.
Ella afferma infatti: «Tutte le generazioni d'ora in poi mi chiameranno beata», e ancora: «Grandi cose ha fatto l'Onnipotente in me». È contemporaneamente consapevole della gratuità del dono di Dio: si riconosce la qualità di serva, cioè di umile adoratrice di Dio, ma contemporaneamente è cosciente dell'eccezionalità del dono di Dio nei suoi confronti.
Le parole successive disegnano l'ampiezza dell'intervento della misericordia di Dio. Maria, servendosi del consueto linguaggio antropomorfico di Israele, delinea i contorni della sua azione. Esce, così, dalla sua vicenda «privata» e indica, con parole che anticipano quelle di Gesù, il pericolo del potere e della ricchezza ed esalta gli umili, gli affamati, rovesciando la scala dei valori dominanti. I beneficiari della misericordia di Dio non sono, quindi, i ricchi e i potenti, bensì gli umili e gli affamati.
I confini del discorso di Maria si dilatano. Le sue parole non contengono limitazioni o settorializzazioni: il suo canto di ringraziamento, nella linea di quelli di Zaccaria e Simeone (Lc 1,67 ss; 2,29 ss), investe il destino di Israele e indica il senso profondo dell'evento salvifico nella storia dell'umanità. Ella afferma, infatti, che Dio ha soccorso Israele suo servo ricordandosi della sua misericordia: si realizzano così le promesse fatte ai padri di Israele in favore di Abramo e della sua discendenza.
Il Magnificat è l'espressione al più alto livello della comprensione totale e piena da parte della Madonna del significato dell'evento messianico.
È un'ulteriore conferma di come Dio, nell'attuazione del suo progetto, le richieda per prima cosa una risposta non ristretta nelle anguste competenze che la cultura del tempo (e non solo quella!) prevedeva per una giovane dell'età di Maria.

MARIA PERSONA COSCIENTE

Dio si rivolge alla Madonna con un appello personale: Maria in quanto persona cosciente esprime il suo totale consenso e a questo punto di altro non si occupa.
Non è certo un comportamento «normale»: esso profondamente si distingue dalle donne contemporanee a lei.
Non può non colpire la nostra ammirazione il comportamento coraggioso e coerente di Maria che gestisce la sua difficile situazione assumendo con decisione e linearità su di sé tutte le responsabilità della sua scelta, pronta ad accettare le conseguenze di quello che agli occhi esterni non poteva che essere interpretato in un solo modo. Nulla ci fa intravedere una Maria trafelata nel cercare giustificazioni o nel dare spiegazioni: la sua fiducia in Dio è totale. Anzi, l'immagine che ci viene rimandata ci presenta Maria tutta proiettata nell'adesione alla volontà di Dio di cui comprende di essere lo strumento privilegiato.
Il racconto della Natività (Lc 2,120) ci conferma questa tensione. Maria è molto attenta alle cose che le capitano. Non perde una parola del racconto dei pastori che riportano ciò che hanno sentito dire a proposito del Bambino. Il loro racconto fa stupire tutti i presenti. Luca ci riferisce che Maria «da parte sua serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore». Ci si presenta, quindi, una Maria a cui non sfugge nulla di ciò che vede e sente. Il suo impegno è totale e tutte le sue energie sono rivolte a capire fino in fondo, in tutti i momenti e in tutti i suoi aspetti, l'evento della realizzazione del progetto di Dio di cui lei è parte così essenziale.
Il racconto della Presentazione al Tempio di Gesù (Lc 2,22-35) ci offre un'ulteriore sottolineatura della parte svolta da Maria nel dramma messianico. I genitori, Maria e Giuseppe, portano Gesù al Tempio e alle parole di Simeone «sono presi da stupore». La parte più nuova, però, del discorso di Simeone è rivolta solo a Maria. In essa si predice l'incredulità a cui Gesù andrà incontro in Israele e, ancora, con la frase: «Anche a te una spada trafiggerà l'anima», si annuncia a Maria la sua parte di sofferenza nella vicenda messianica, associando ancora una volta, in maniera personale ed eccezionale, la Madonna a suo figlio nel destino doloroso. Anche l'episodio di Gesù al Tempio in mezzo ai dottori, ci rimanda la Madonna di nuovo intenta «a serbare tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2,41-51).

IL FIGLIO LA CHIAMA «DONNA»

Nel racconto delle nozze di Cana (Gv 2,1-11) la figura di Maria si arricchisce di ulteriori tratti.
Ella, sensibile al problema della fine del vino da offrire al banchetto che, senz'altro, era un fatto che decretava il fallimento dei festeggiamenti nuziali, pur essendo, tra l'altro, un compito di competenza maschile, prende l'iniziativa e chiede a Gesù di intervenire.
La risposta di Gesù, a prima vista, ci sorprende: «Che ho da fare con te o donna? Non è ancora giunta la mia ora».
Gli esegeti hanno incontrato non poche difficoltà nell'interpretazione di questa frase. L'appellativo donna sorprende e non positivamente. Se ci domandiamo il perché, dobbiamo ammettere che alla nostra sensibilità, ancora condizionata dal pregiudizio nei confronti della donna, l'appellativo «donna» suona in senso dispregiativo o, quantomeno, svalutativo. Ci pare, però, del tutto improbabile che Gesù l'abbia usato in questo senso. Rimane allora il significato letterale: il riferirsi a Maria in un momento così delicato e cruciale - si tratta, infatti, della prima manifestazione pubblica di Gesù - in tutta la sua personale responsabilità e partecipazione.
Dire donna non significa negare la realtà di Madre, che è un fatto indiscutibile, mentre dire Madre, tenuto conto degli orientamenti culturali dominanti, può significare avere presente solo la relazione con il figlio escludendo o, quanto meno, mettendo in secondo piano il suo apporto personale, la sua soggettività. Apporto personale, intervento, che è testimoniato dai fatti successivi. La Madonna, pienamente fiduciosa in Gesù, «forza» la situazione e al personale di servizio dice: «Fate quello che vi dirà».
Gesù passa all'azione e avviene il miracolo. Pare di intravedere i termini di un dialogo intimo e silenzioso tra Gesù e Maria, in cui si comunicano l'opportunità dell'intervento miracoloso che, essendo il primo, trascende il suo significato specifico e assume una valenza molto più ampia, quella appunto di aprire un nuovo capitolo nella vita di Gesù.
Visto in questa luce, il ruolo di Intermediatrice di Maria appare in tutta la sua ampiezza ed essenzialità.
Un'altra volta Gesù si riferisce a Maria con l'appellativo donna, e questa volta non possono esistere dubbi di interpretazione sul senso che Gesù dà alla parola, anzi ci illumina sul significato reale che ad essa si deve attribuire.
Siamo al momento più drammatico della sua vicenda umana: Gesù in croce, Maria ai suoi piedi, ambedue legati da un indicibile affetto e sofferenza. L'ultima preoccupazione di Gesù è per sua Madre. Egli si riferisce a lei nella sua dimensione personale che comprende ma contemporaneamente trascende il ruolo materno.
Distinguere la persona dal suo ruolo significa appellarsi alla sua dimensione esistenziale più completa, senza mutilazioni arbitrarie in nome di funzioni o collocazioni. Lapidariamente Gesù ci insegna tutto ciò. Dice alla Madonna riferendosi a Giovanni- «Donna, ecco tuo figlio». Dice a Giovanni. «Ecco tua madre» (Gv 19,25 ss).

PERSONA INTERA DI FRONTE A DIO

In una sintesi mirabile Gesù ci insegna che mai un ruolo, per quanto importante, può cancellare la dimensione personale.
Ridurre la persona a ruolo è stato il modo in cui si è perpetrata l'ingiustizia storica nei confronti delle donne.
Gesù rifiuta drasticamente l'assolutizzazione del ruolo: su questo non ci sono dubbi.
Due episodi sono illuminanti a questo proposito: essi arricchiscono di significati e contenuti la distinzione implicita in Gesù, esente da condizionamenti culturali tra persona e ruolo.
In essi Gesù è estremamente esplicito ed indica il livello superiore in cui l'impegno umano deve dirigersi.
Quando una donna piena di ammirazione per lui esclama: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte», egli precisa: «Beati, piuttosto, coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Lc 11,27 ss).
Gesù in queste parole ci indica la finalizzazione di tutte le nostre azioni. Uomini, donne, madri e padri, giovani e anziani, sposati o celibi, tutti, senza distinzioni di sorta, hanno uno scopo: quello di ascoltare e osservare la parola di Dio.
Gesù ha ben presente che a volte azioni pur lodevoli e necessarie possono prendere il sopravvento e allontanarci dall'obiettivo principale.
Sconvolgente nella sua concezione rivoluzionaria l'episodio di Marta e Maria. Tutto avviene contro le regole esplicite e implicite della cultura intesa come concezione della vita, complesso di norme, di valori e comportamenti che orientano le scelte dei membri di una comunità.
Se per un ebreo era impensabile entrare in una casa dove abitavano due donne sole, non così è stato per Gesù che accoglie l'invito di Maria ad entrare in casa. Ancora mentre per gli ebrei non si poteva insegnare la Legge alle donne e nemmeno parlare liberamente con loro, Gesù rompe clamorosamente questi pregiudizi e si intrattiene familiarmente con le due sorelle.
Ma il dato scardinante è il contenuto del dialogo tra Marta, Gesù e Maria.
Marta, secondo la consuetudine, una volta che Gesù ha accettato l'invito, si dirige verso le faccende di casa per servire meglio il Signore, mentre sua sorella si ferma ad ascoltare la parola di Gesù. È significativo che il dubbio dell'opportunità della sua scelta venga a Marta stessa. Per questo ella cerca conferma e conforto in Gesù a cui chiede di richiamare all'ordine Maria. Ma Gesù risponde: «Marta, Marta, troppo sollecita sei, da troppe cose ti lasci turbare, mentre una sola è necessaria. Maria ha scelto la parte buona che mai potrà esserle tolta» (Lc 10,40-42).
Quante indicazioni preziose sono contenute in così poche parole. In esse è contenuto l'implicito, ma inequivocabile, rifiuto della ruolizzazione sessuale non già, però, fine a se stesso, bensì nella prospettiva dell'unica cosa che conta, come aveva già indicato alla donna che aveva chiamato beata la madre di Gesù, e cioè l'ascolto e l'osservanza della parola di Dio.
L'abbattimento di ben tre manifestazioni del pregiudizio culturale nei confronti delle donne (non si entra in una casa di donne sole, non ci si lascia servire, non si insegna la Legge alle donne) e il ribaltamento di priorità nel comportamento delle donne (è più importante la Parola piuttosto che le incombenze materiali) sono i termini concreti con cui Gesù insegna l'uguaglianza tra uomo e donna, la loro pari dignità e la loro comune vocazione senza distinzioni, senza segregazioni, senza discriminazioni.