Definire «politica» per impegnarsi politicamente


Riccardo Tonelli

(NPG 1977-8-36)


Sulla necessità di un impegno politico, anche nell'ambito educativo, la convergenza oggi sembra larga e pacifica.
Eppure i motivi di frizione e di conflitto, le incomprensioni e le radicalizzazioni, rimangono; e molto vivaci.
Non pensiamo, in primo luogo, a coloro che rifiutano ogni discorso politico, per ascendenze antropologiche o metafisiche. È evidente che il disaccordo con costoro sarà pieno, in un clima saturo di politicizzazione. Neppure pensiamo agli scontri legati alle diverse collocazioni ideologiche, in un tempo di pluralismo come è il nostro, trascinato tra rivendicazioni oltranziste e sussulti di restaurazione.
II dialogo si fa difficile e faticoso anche all'interno di quel mondo che, sul piano dei principi, afferma una sostanziale convergenza. Perché? Stesse parole possono nascondere significati dissimili e dissonanti. La voce «politica» è tra i termini oggi più equivoci, per la violenta accelerazione culturale che si è concentrata attorno a questa parola. Per fondare un impegno politico non emotivo o irrazionale, si richiede una chiarificazione terminologica e contenutistica. Oggi è possibile tentare simile approccio, perché molti hanno vissuto, in prima persona, quella prassi liberatrice, che ora codifichiamo sul piano linguistico.

LA POSIZIONE TRADIZIONALE

La definizione di «politica» (e quindi l'uso che se ne fa, quando essa diventa aggettivo, qualificativo di altri sostantivi, come «educazione», «impegno», «prassi») si scontra e si confonde con il termine «socialità», soprattutto nell'accezione «impegno sociale», «giustizia sociale».
La posizione culturale più diffusa, attorno a cui è più largo il consenso tradizionale, distingue tra «impegno sociale» e «impegno politico».
Si parla di impegno sociale a proposito dei diversi interventi, negli svariati settori della vita o delle condizioni «sociali», con lo scopo di operare processi promozionali. L'obiettivo _generale è di contribuire a superare le situazioni di alienazione e di oppressione. Gli interventi sono di diverso peso: a livello dei bisogni elementari (vitto, alloggio, salute...), sul piano dell'educazione e formazione tecnico-professionale, a livello strutturale, a livello promozionale (il recupero degli handicappati ed emarginati, per esempio).
La politica, invece, è l'azione umana consapevole e organizzata, che ha come scopo la cura degli interessi collettivi della società, la creazione degli organi necessari e la determinazione delle leggi adeguate al loro funzionamento. La dimensione caratterizzante di questa definizione di politica è «l'esercizio del potere». Si fa politica solo gestendo il potere, elaborando strategie per raggiungerlo o facendo pressione su coloro che detengono il potere. Risulta evidente che questa definizione di politica è strettamente legata ai movimenti e partiti, perché l'esercizio del potere richiede una espressione collettiva e organizzata. In questa visione, «politica» coincide largamente con «militanza nei partiti politici».
La distinzione tra «impegno sociale» e «impegno politico» risulta importante, in prospettiva educativa. Compete all'educazione ogni riferimento al sociale, con l'assunzione di impegni diretti di tipo promozionale. Ma si esclude il fatto politico, perché legato a riferimenti partitici (nella gestione del potere), sui quali l'educazione deve restare neutrale, anche in vista dell'immaturità culturale e operativa dei giovani. In rapporto all'impegno sociale, l'educazione è di tipo partecipativo: vengono prese iniziative concrete in merito. In rapporto all'impegno politico, essa è solo di tipo informativo-culturale: vengono comunicate le informazioni necessarie, evitando i coinvolgimenti diretti. La distinzione è molto importante anche in campo pastorale: la fede cristiana ha una risonanza sociale; evita invece ogni coinvolgimento direttamente politico-partitico.

LA POSIZIONE INNOVATIVA

Alla radice delle distinzioni ricordate sopra tra «sociale» e «politico», sta una concezione di «potere». Si pensa l'esercizio del potere politico come un fatto unicamente istituzionale, legato (e quindi demandato) alle istituzioni ufficiali. L'esercizio dei rapporti sociali, gli interventi promozionali, gli impegni educativi non sono toccati da questo «potere». Essi si muovono in altri ambiti. L'unico interesse relativo al potere politico è quello vissuto nella «delega»: attraverso la prassi democratica del «voto» viene «delegato» l'uso del potere politico alle istituzioni ufficiali (partiti e movimenti politici). L'attuale sensibilità ha superato largamente queste prospettive. Oggi molti riconoscono che ogni azione per la promozione della giustizia e cioè per la creazione di condizioni che rendano possibile a tutti l'autorealizzazione del proprio destino, fa necessariamente i conti con il potere e quindi richiede una larga partecipazione a questo potere.
In questa visione culturale, viene superata la distinzione tra «impegno sociale» e «impegno politico». La motivazione è evidente, dopo quello che abbiamo detto: un impegno sociale in cui si prescinda dalla partecipazione al potere è un fatto alienante (nei risultati) e inesistente nella realtà (perché comunque si elabora un confronto, partecipativo o meno, con il potere).
Dall'insieme di queste percezioni, nasce la nuova definizione di «politica» e (conseguentemente) di impegno politico.
Questa definizione di politica:
- sottolinea la necessità di una partecipazione diretta al potere, a livello di società prima ancora che di stato;
- riferisce a tutti i cittadini il diritto e il dovere di controllare gli apparati organizzativi della società;
- postula un'ampia base comune per fondare il consenso politico;
- si richiama con realismo alle concrete situazioni della società capitalistica e socialista;
- richiama un quadro di valori sui quali si orienta una «mobilitazione generale» per la politica: la costruzione di una nuova società, in cui siano assicurate le condizioni oggettive per restituire ad ogni uomo la sua fondamentale capacità di autoprogettazione.
Un aspetto interessante di questa definizione è il suo carattere prevalentemente operativo. In ciò essa è coerente con la sua origine. Non si tratta, infatti, di una elaborazione culturale, frutto consapevole dell'incrocio di teorie sociopolitiche, ma di «riflessione sulla prassi», di organizzazione cioè, in un sistema coerente, della prassi e delle intuizioni operative di gruppi e movimenti, che in questi ultimi anni si sono impegnati politicamente.
Analizziamo brevemente gli elementi della definizione.

Partecipazione e potere

Il primo elemento sottolinea la necessità di una partecipazione diretta alla gestione del potere. Questo è il punto caratterizzante della nuova definizione di politica. L'impegno politico è finalizzato al «bene comune». Esso si concretizza nella creazione delle «condizioni oggettive» che consentano a tutti gli uomini (nessuno escluso) l'autorealizzazione del proprio destino. Per raggiungere questo fine, il mezzo veramente efficace è la partecipazione di tutti alla gestione del potere sociale. Potere e bene comune si intersecano reciprocamente: senza partecipazione non si può raggiungere un reale e oggettivo bene «comune» (ma solo assicurare gli interessi di quella parte che monopolizza per sé il potere). Alla radice di questa affermazione sta una immagine d'uomo che contesta come alienante la distinzione in categorie e classi, che valuta ingiuste le divisioni e le stratificazioni, che riconosce a tutti eguali diritti e doveri.
Il concetto di potere, utilizzato in questo contesto, è molto vasto. C'è un potere politico in senso proprio, in quanto è promosso, distribuito, conquistato ed esercitato dalle istituzioni ufficiali dello Stato. Ma ci sono altre forme di potere, come, per esempio, il potere economico, il potere dei produttori-consumatori, il potere degli operai, il potere culturale e dei mass-media, il potere dei gruppi di pressione e delle istituzioni professionali, culturali, sociali, religiose. Queste diverse forme di potere hanno un peso politico notevole, anche se non appartengono alle strutture politiche vere e proprie. Inoltre, tra il potere strettamente politico e questo potere più sociale, c'è una interazione molto stretta: si influenzano vicendevolmente. Possono appoggiarsi reciprocamente o tentare di sopraffarsi, anche perché l'ambito di azione è la stessa comunità umana.
Per questi motivi, nella definizione di politica si introduce la distinzione tra «società» e «stato». La società è l'insieme degli uomini, presenti e operanti in modo organizzato in un territorio. Lo stato è invece l'insieme delle istituzioni politiche in senso stretto e tecnico, che riguardano la distribuzione del potere nella società. Con Max Weber, stato è «una comunità umana la quale nell'ambito di un determinato territorio - ed il territorio è un elemento caratteristico - pretende per sé (con successo) il monopolio dell'uso legittimo della forza fisica». Il potere globale, che possiedono tutti i cittadini e sul quale si chiede la partecipazione, si esprime, mediante meccanismi di rappresentanza, nel potere legislativo, esecutivo e giudiziario, esercitato dagli organi dello Stato (per mezzo delle leggi e, in caso di necessità, della forza fisica).
Questa distinzione è importante. Da una parte fonda il diritto e il dovere (e, in ultima analisi, la possibilità) della partecipazione. Dall'altra definisce la politica, prendendo le distanze dai «partiti»: l'aspetto politico-partitico è una espressione (non l'unica, né la più piena) della gestione-partecipazione al potere sociale.
In questa definizione di politica, l'elemento qualificante non è più la conquista e l'esercizio del potere politico (che compete, attraverso la delega, ai partiti e ai movimenti che incarnano progetti storici), ma il diritto e il dovere di tutti alla partecipazione, come gestione in prima persona del livello di potere che compete a ciascuno, per assicurare a tutti le condizioni oggettive della realizzazione personale e collettiva. Certo, le nostre strutture fanno poco spazio alla partecipazione dei cittadini al livello societario, perché tutto viene monopolizzato dai partiti. Nasce il sospetto che questo fatto possa essere anche conseguenza della distorsione nel concetto di politica, sotteso alle posizioni tradizionali. L'invenzione di nuovi spazi partecipativi può essere il primo frutto di una diversa concezione di politica.

Diritto e dovere al controllo

Il secondo elemento riferisce a tutti i cittadini il diritto e il dovere di controllare gli apparati organizzativi dello Stato. Questa sottolineatura è logica conseguenza della precedente. La delega è un fatto solo funzionale: l'organizzazione dello Stato compete a tutti i cittadini. Non può essere espletata in prima persona, per evidenti ragioni. I partiti e le istituzioni pubbliche sono l'espressione funzionale di questa delega. Il «controllo» di tutti resta però un diritto (derivato dal sistema della delega) e un dovere (legato alla irrinunciabile responsabilità personale). Sul piano educativo, la sottolineatura di questo elemento ha grossi riflessi. E certamente difficile operare un controllo sugli apparati più generali dello Stato. Il proprio diritto-dovere può essere esercitato ai livelli più concreti del quartiere, circoscrizioni, paese, città.

Un consenso comune

In terzo luogo si postula una base di consenso comune, su cui operare le scelte politiche. E perciò l'attivizzazione degli strumenti necessari per creare il consenso nel confronto, evitando le mistificazioni e i procedimenti retorici, che tanto spesso sono invece alla radice dei consensi politici. Oggetto di questo consenso sono soprattutto i «valori» (ideologia e strategie) di cui parleremo tra poco.
Il controllo e la creazione di un consenso non mistificato richiedono una larga partecipazione alle «informazioni».
Il rapporto tra informazione e potere è molto stretto, tanto che non pochi studiosi pongono il monopolio delle informazioni all'origine dell'esercizio del potere politico.
Le informazioni determinano il potere:
- quando sono concentrate in un gruppo ristretto di persone e non sono diffuse agli altri, se non a giudizio di chi le detiene e solo per motivi funzionali;
- quando a qualche gruppo compete la possibilità di manipolare il contenuto delle informazioni diffuse o di guidare il loro percorso da chi le emette ai destinatari.
In questi due casi, l'eventuale consenso raggiunto è solo una sopraffazione, perché è svuotata una condizione fondamentale del consenso: la condivisione in misura eguale delle informazioni relative. Lo stesso si può dire a proposito del «controllo» sugli apparati organizzativi dello Stato. Esso è possibile in termini reali solo se a tutti sono fornite le informazioni necessarie. Se invece esse sono monopolizzate (concentrate su pochi) o distorte (mediante una manipolazione del loro contenuto), l'invito al controllo è una nuova forma di alienazione. Da queste sottolineature riemerge l'importanza della partecipazione, come pregiudiziale per ogni gestione politica dell'esistenza personale e del servizio educativo. Nello stesso tempo la definizione di partecipazione si fa ancora più concreta, perché ingloba una corresponsabilità sulle informazioni, che possa assicurare sia l'esercizio del diritto-dovere al controllo, sia la creazione di un reale consenso politico.

Una analisi realistica della situazione

I processi che abbiamo ricordato avvengono all'interno di situazioni già strutturate (gli apparati burocratici, i partiti, le divisioni sociali, i rapporti di lavoro, le manipolazioni del consenso...). Una corretta definizione di politica (ed è il quarto elemento) si richiama con realismo alle concrete situazioni sociali, utilizzando chiavi di lettura e di interpretazione capaci di mettere in chiaro i diversi meccanismi di oppressione. Senza una corretta strumentazione interpretativa, non è possibile «fare politica», perché la situazione al cui interno vanno realizzati i processi partecipativi che abbiamo descritto, viene considerata in modo troppo frammentario.

Un quadro di valori

L'ultimo elemento ricorda che alla politica appartiene anche un quadro di valori e una determinata visione della vita. Tutto ciò forma la prospettiva verso cui tendere e sulla cui falsariga elaborare gli interventi e le strategie. Concretamente noi parliamo della creazione di condizioni (oggettive e soggettive) che rendano possibile a tutti (nessuno escluso, e ciascuno nella irrepetibilità della sua esistenza) l'autorealizzazione del proprio destino, in una prospettiva di bene comune (in cui l'interesse del singolo si coglie e si realizza in armonia con l'insieme degli interessi di tutti).
Su questi valori, molto generali, l'accordo è abbastanza ampio e scontato. I contrasti affiorano, invece, quando dal piano dei principi si passa alle strategie concrete, perché saltano immediatamente sul tappeto le antropologie sottostanti alle diverse ideologie. Nessuno strumento è neutrale: ciascuno veicola un'immagine d'uomo e di società. Per definire operativamente in che cosa consista l'autorealizzazione e quale siano le condizioni per assicurarla, bisogna confrontarsi con una metafisica.
Insistiamo sulla necessità di elaborare la definizione di politica a partire da un quadro di valori, per rifiutare due posizioni apparentemente contrapposte: l'affermazione che si può fare politica senza ideologia e la riduzione della ideologia politica alla sola «filosofia della prassi», con il conseguente primato della prassi su ogni pretesa metafisica. In nessun settore dell'attività umana (compreso quello politico) si può operare in forma riflessa indipendentemente da una visione globale dell'uomo, del mondo e della storia. Da questo confronto nasce la piattaforma per la collaborazione pratica o l'esigenza di diversificazione.

LA POLITICA NON È TUTTO

Abbiamo presentato due posizioni. Esse richiedono necessariamente un confronto. Gli aspetti simili sono molti; ma anche le differenze non sono piccole.
Noi preferiamo la seconda posizione. Parlando di «impegno politico» e di «educazione alla politica», pensiamo soprattutto a questo modo di definire la politica.
Prima di concludere, però, dobbiamo aggiungere un'altra precisazione, che crediamo particolarmente urgente in questo nostro tempo di accesa politicizzazione.
Oggi assistiamo ad una enfasi sul concetto di politica, che mira a inglobare in essa ogni espressione esistenziale. Come reazione, non mancano posizioni che privilegiano la sfera del «personale-privato» e fanno di esso un momento politico autonomo, staccato dal tessuto collettivo. La dimensione politica segna ogni fatto umano, dal momento che in ogni fatto umano è coinvolto un progetto di sé e una decisione nei confronti dell'altro. La totalizzazione affidata alla dimensione politica non significa però né la sua mitizzazione né, tanto meno, la riduzione di ogni espressione umana a questo ambito.
Crediamo che ogni fatto umano sia politico. Per questo non possiamo accettare di risolvere i problemi personali (come quelli relativi all'esercizio della libertà, della creatività e della sessualità...) in modo privatistico, con la pretesa che la dimensione politica sia la semplice somma delle soluzioni e decisioni private.
Ma non possiamo affermare che la politica sia il tutto dell'espressività umana. Esistono ambiti umani diversi dalla politica, che non coincidono con essa, che hanno «regole» proprie (la poesia, l'arte, l'amore, la cultura...), anche se sicuramente qualche loro dimensione è politica (la cultura è il caso più tipico...). La liberazione della persona non passa soltanto attraverso la prassi politica. Di fatto, però, ogni prassi di liberazione ha una sua irrinunciabile risonanza politica.
Questa precisazione è molto importante in campo educativo e, soprattutto, nell'approfondire il rapporto esistente tra fede e politica, tra evangelizzazione e impegno politico.
L'educatore non esaurisce il suo servizio quando si è limitato ad animare i giovani verso una coscienza politica. Ci sono molti altri valori con cui confrontarsi, atteggiamenti da risvegliare, molte informazioni da comunicare, non direttamente politiche. Anche nella interpretazione di fatti umani e di contributi culturali, esistono altri criteri valutativi, oltre a quelli strettamente politici. La componente politica è però una dimensione costitutiva e portante, per cui non può essere tralasciata, pena la dequalificazione del processo educativo stesso o la sua strumentalizzazione a obiettivi integrativi e manipolatori, e cioè ad un uso della politica contro l'uomo. Come si vede, la relazione educativa può essere carente o per assenza di sensibilità politica (quando pretende di restare neutrale, al di sopra dei conflitti e delle parti, o quando cerca soluzioni solo parziali e individuali) o per esasperazione politica (quando la dimensione politica diventa l'unica componente educativa e l'unico criterio valutativo).
Nel primo caso predomina una visione chiusa e individualistica dell'uomo. Ci si dimentica che l'uomo è essenzialmente «persona in relazione», e perciò esistenza comunitaria e sociale.
Nel secondo caso predomina una visione socio- logistica dell'uomo. Ci si dimentica che l'uomo è autonomia irreperibile, consistenza e destino proprio e indeducibile, libertà.
Lo stesso discorso va fatto a proposito del rapporto tra educazione alla fede e impegno politico. L'evangelizzazione si realizza attraverso la testimonianza (una vita impegnata in modo radicale per la promozione dell'uomo) e l'interpretazione di questa testimonianza, nell'annuncio dell'alleanza che il Padre offre a tutti gli uomini nell'evento di salvezza, Gesù Cristo. L'impegno storico della testimonianza è indispensabile per l'evangelizzazione, quasi per rendere credibile e interessante l'annuncio esplicito. In questo senso l'impegno di promozione dell'uomo (l'impegno politico) è parte costitutiva dell'esperienza cristiana.
La specificità della fede e della Chiesa, come comunità che vive la fede in Gesù Cristo, non si riduce a questa testimonianza. Essa è per l'annuncio della radicale novità di Gesù Cristo, che nel suo mistero pasquale ha fatto nuove tutte le cose. In questa forza, la comunità dei salvati annuncia l'utopia della fede: la conversione dell'uomo e la distruzione del peccato, per la potenza pasquale, realizzano la novità della storia, sono la liberazione più radicale e definitiva dell'uomo. Questo è dono: nessun impegno politico può garantirlo all'uomo.
L'evangelizzazione ha quindi una sua importante componente politica, legata alle dimensioni storiche con cui abbiamo definito la politica. Ma non si riduce ad essa. Anche in questo caso, la politica è importante, ma non è tutto. Il «tutto» della comunità ecclesiale che evangelizza, è solo l'evento di salvezza, Gesù Cristo.