La dimensione religiosa delle esperienze

Inserito in NPG annata 1977.


Riccardo Tonelli

(NPG 1977-02-42)


IL QUOTIDIANO COME LUOGO DELL'INCONTRO DI DIO

Educare i giovani alla fede significa operare per raggiungere una matura integrazione tra fede e vita: evangelizzare la loro vita e le loro esperienze per annunciare la novità di significato e di salvezza che ci è stata donata, in Gesù Cristo. Luogo dell'educazione alla fede sono le esperienze che fanno la vita quotidiana. A partire da questo dato esistenziale, restituito ai protagonisti nella fondamentale funzione di autoprogettazione, si può evangelizzare. Di qui la conclusione: le esperienze quotidiane «umanizzate» sono il luogo dell'incontro con Dio. Parliamo di esperienze, ma aggiungiamo immediatamente l'aggettivo «umanizzate». I due termini sono correlativi.
Molte esperienze hanno tutt'altro sapore di quello d'essere luogo d'incontro con Dio. Hanno, per molti giovani, un fascino alienante, che li cattura. O li ingolfa nelle spirali del disimpegno o li chiude in una visione immanentistica della vita.
Il quotidiano, per essere rivelatore della persona salvifica di Dio, va restituito all'uomo nella sua originale carica di problematicità. Si richiede un intervento profetico, capace di intavolare con i giovani un discorso sulle esperienze che vivono, sugli avvenimenti che segnano la loro giornata, verso una comprensione diversa.
Come umanizzare questo concreto esperienziale, per renderlo aperto al religioso e al dono della fede?
Questo è il tema che vogliamo approfondire, secondo dimensioni metodologiche.
Per definire il livello di umanizzazione a cui condurre le esperienze, si parla oggi di un itinerario di approfondimento e di concentrazione. Esso permette di recuperare la dimensione del profondo. «L'elemento decisivo nella situazione dell'uomo occidentale è la perdita della dimensione del profondo. "Dimensione del profondo" è una metafora spaziale. Qual è il suo significato quando viene applicata alla vita spirituale dell'uomo e quando si afferma che egli l'ha perduta? Significa che l'uomo ha perduto la risposta al problema del senso della vita: cioè al problema riguardante il donde egli venga, e dove va, il che cosa deve fare, il come deve realizzare la sua vita nel breve spazio tra nascita e morte.
Tali interrogativi non trovano una risposta. Anzi quando si è perduta la dimensione del profondo, non vengono nemmeno più formulati» (Tillich).

UN PROCEDERE PER CONTINUI APPROFONDIMENTI

Il quotidiano ha bisogno di essere ricondotto a livelli di profondità. La verità più vera di ogni esperienza e di ogni avvenimento, è il suo volto profondo.
Ogni avvenimento umano ha due «facce». Una è spicciola, «visibile», registrabile con strumenti tecnici. Ed una più profonda, più intima, concretissima anche se invisibile. Un esempio banale: le parole che ogni giorno pronunciamo. Un buon registratore le sa riprodurre. Ma la loro verità è ciò che passa all'interno dell'interlocutore e del dicitore. Questo «mistero» è più grande di ogni sua espressione. La rivelazione del mistero è sempre un suo tradimento. Nonostante questi limiti, le parole sono normalmente l'unica strada per giungere a cogliere ciò che chi parla si porta dentro. Così capita per ogni nostra esperienza, dalla più banale alla più grande. Quello che appare, rivela e tradisce nello stesso tempo, quanto ci portiamo dentro, il «mistero» di noi stessi. Dio non lo si incontra nel volto appariscente delle esperienze. È dentro. È nel mistero delle cose e degli avvenimenti. L'educatore è il profeta che rivela il volto misterioso degli avvenimenti, per mettere il giovane all'ascolto della verità di se stesso e quindi in attenzione a Dio.
Ed è un'impresa difficile. Perché tutto oggi ci porta a fermarci all'esterno: delle esperienze, degli avvenimenti, delle cose. Siamo, tutti, catturati dal fascino del superficiale, incapaci di una vera «ascesi del profondo». I giovani soprattutto. Essi sono presi dalle cose che fanno. Non è possibile chieder loro di dimenticare ciò che li interessa, per mettersi in ascolto di una proposta di fede. Sarebbe strano annunciare il Dio dell'incarnazione, chiedendo agli uditori di disincarnarsi dal proprio quotidiano. Non vogliamo annunciare «un altro mondo», lontano, vuoto e alienante. Ma «questo mondo» che sta a cuore, che affascina. Da comprendere e da vivere con un'intensità e profondità tale da scoprire che la verità dei propri progetti è un'altra, più in avanti di ogni sogno, più impegnativa di ogni intervento, più sconvolgente di ogni pretesa.

Alla scoperta dell'uomo nel suo progetto: la «concentrazione antropologica»

Ma non è sufficiente una buona terapia di approfondimento. Il pericolo di essere frammentari e slegati è forte, quando si parte dagli eventi o dagli interessi, così caotici ed instabili: la persona ha sempre invece una sua unità. Va riscoperta e ricostruita. Accanto e in sintonia con la via dell'approfondimento diventa inevitabile procedere per «concentrazione»: quel movimento con cui si passa dagli innumerevoli problemi ed interessi periferici nel giovane alle sue aspirazioni profonde e centrali, promotrici di tutti gli impulsi e unificanti tutte le esperienze in un nucleo centrale.
Ciascuno di noi, in termini più o meno riflessi, ha un suo progetto di sé: i piccoli, grandi gesti di una giornata, sempre, sono spontaneamente ad esso collegati. Lo rendono vero, concreto comprensibile. Dialogare con la persona significa, alla radice, entrare in rapporto con questo profondo e unificante progetto di sé: lì, davvero, il rapporto è tra uomo e uomo. Spesso è così annebbiato questo personale progetto di sé, che neppure lo stesso protagonista riesce a decifrarlo. C'è bisogno di qualcuno che dia una mano a far luce, a capirci. Ritorna la vocazione profetica dell'educatore. In quale direzione?
Parlare di concentrazione antropologica significa affermare la necessità di collegare continuamente le singole storiche esperienze con il progetto di sé di cui esse sono espressione esteriore. All'esterno si intravede un'inflorescenza di gesti e di attese, di fatti e di avvenimenti vissuti. Ognuno di essi appella sempre ad un progetto profondo e nascosto; esso prende corpo in forza delle quotidiane esperienze, nello stesso tempo in cui queste ne sono emanazione, più o meno consapevole.

ESPERIENZE QUOTIDIANE ED ESPERIENZE PRIVILEGIATE

Approfondimento e concentrazione hanno una funzione di umanizzazione, perché mirano a restituire ad ogni giovane il significato più decisivo del proprio esistere quotidiano. Così umanizzate, le esperienze sono luogo privilegiato di evangelizzazione.
In questo contesto emerge un problema importante per i suoi concreti riflessi metodologici.
Ogni esperienza è luogo d'incontro con Dio oppure si deve parlare in questi termini solo di alcune esperienze privilegiate? Si può scoprire la dimensione religiosa della propria esistenza a partire da qualunque sua espressione?
Per rispondere a questo importante interrogativo, non possiamo perdere di vista il fatto che viviamo in un mondo largamente secolarizzato, dove grandi settori della vita hanno la loro problematica orizzontale, che difficilmente suscita problemi religiosi.
L'incontro con Dio e la scoperta della fondamentale dimensione religiosa della vita non avvengono sul piano superficiale dell'esistere quotidiano, né tanto meno in concorrenza con i compiti e i significati umani; ma solo nel livello profondo del progetto di sé. Solo quando il giovane si confronta con le domande radicali della sua vita (chi sono, che senso ha la mia vita, che significato rivestono in essa i grandi avvenimenti esistenziali della nascita, della morte, del dolore e dell'amore, della riuscita e della scacco?), egli è soggettivamente attento alla presenza di Dio nella sua esistenza, perché solo a questo livello di profondità, la vita chiama in causa una significatività e una salvezza trascendenti. Un dialogo religioso nasce unicamente al livello del progetto di sé. Abbiamo già ricordato che le singole quotidiane esperienze sono emergenza, anche se spesso inconsapevole, del progetto di sé: lo significano in modo visibile, lo incarnano in espressioni storiche, lo interpellano per la decisionalità che comportano.
Tra esperienze quotidiane (tutte le esperienze umane) e progetto di sé corre un rapporto di stretta interrelazione. Questo ci permette di concludere che, almeno teoricamente, da ogni esperienza si può raggiungere la dimensione religiosa della vita. E quindi che in ogni esperienza è possibile incontrare Dio, se essa viene condotta a livelli di profondità e concentrata come espressività storica del personale progetto.
Ritorna l'affermazione da cui siamo partiti: ogni esperienza può essere luogo d'incontro con Dio se è restituita a colui che ne è protagonista, in tutta la rilevanza umana di cui è oggettivamente carica; e, cioè, se è umanizzata.

Importanza pastorale di alcune esperienze

Nella storia di ciascuno esistono però alcune esperienze che rivestono una ricchezza umana privilegiata. Sono quelle esperienze esistenziali in cui ogni uomo è interpellato in tutta la globalità del suo esistere storico, esperienze umane, concrete e positive, che non ci presentano soltanto fatti oggettivi, ma rimandano oltre lasciando trasparire la dimensione creaturale dell'uomo. Per la ricchezza di contenuti e di problematicità, costringono ad una decisione di vita, senza mezzi termini, senza permettere la fuga nel superficiale. Sono esperienze che investono in forma totale il progetto di sé. Per questa loro specificità, le definiamo esperienze-limite. Quali sono? L'uomo concreto non potrebbe mai comprendere il senso della proposta cristiana se già nella sua vita vissuta non ci fosse una certa esperienza di ciò che vuol dire, per esempio, «speranza», «fedeltà», «colpa», «sofferenza», «gioia», «amore», «paternità», «felicità», «morte e vita». Queste sono le grandi esperienze metafisiche: i problemi esistenziali che da sempre costituiscono il luogo privilegiato per sollevare l'interrogativo sull'origine e il destino dell'uomo, il fondamento della sua personalità e il senso della sua esistenza. In questa soglia può avvenire una «misurazione» nuova del progetto di sé. Le esperienze-limite sono qualificate perché sono esperienze in cui tutto l'uomo si sente coinvolto La sua esistenza è in gioco: ognuno sente interpellato il significato di sé, il proprio destino, la «vita», tutto di sé.
Proprio a questa profondità può scattare la scoperta di un Dio che salva e quindi la disponibilità ad una risposta piena e motivata, perché è questo il livello in cui la salvezza entra in dialogo con l'uomo. In questa luce viene messo in fase di giudizio il progetto di sé, viene aperto alla consapevolezza della radicale novità nel Cristo, favorendo una ristrutturazione della personalità, in cui fede e vita si integrano reciprocamente.

GLI INTERROGATIVI RELIGIOSI

Siamo giunti ad una importante conclusione metodologica: le esperienze quotidiane ricondotte al personale progetto di sé e quelle manifestazioni esistenziali che abbiamo definito esperienze-limite, stimolano ad interrogativi religiosi. Il giovane, liberato dalla alienazione della superficialità, restituito alla problematicità della sua vita, è capace di incontrare Dio, operante dentro il suo quotidiano.
Come avviene questo passaggio?
La pastorale giovanile procede da un dato teologico certo: l'intrinseca rilevanza religiosa delle esperienze umana. E si interroga sulla strategia da utilizzare, per attivare il salto dall'orizzonte umano (in cui si è collocato approfondimento e concentrazione), alla scoperta dei significati religiosi.
Gli interventi concreti sono conseguenza di una chiarezza metodologica globale. In questa direzione conduciamo la nostra ricerca.
Come raccogliere gli interrogativi religiosi?
Non possiamo interpretare il processo nel senso che l'uomo pone una domanda e la rivelazione cristiana è qualificata come la risposta a questa domanda. «Sarebbe come un suonare sulle tastiere di due piani accordati su diverse tonalità». Il procedimento corretto è un altro: «L'uomo posto nel mondo e che, nonostante, tutto, va alla ricerca di senso, pone una domanda, e a questa domanda è pertanto lui stesso che in prima istanza deve rispondere. La sua risposta fa trasparire qualcosa del miracolo dell'esistenza umana, ossia del miracolo consistente nel fatto che, nonostante tutto, l'uomo desidera realizzare il bene, e che nonostante Dachau, Buchenwald, il Biafra, il Vietnam e nonostante l'invisibile miseria personale, spirituale e sociale di tanti uomini, seguita tuttavia ad aver fiducia che il bene prevarrà, e si impegna per questo. In realtà possiamo costatare ciò in molti uomini; c'è qualcosa nell'uomo che non viene da lui, che è veramente un "troppo" per lui» (Schillebeeckx) .
Si tratta di un passaggio fondamentale e delicato. Per affermare che l'esperienza quotidiana è il luogo dell'incontro con Dio, dobbiamo toccare la soglia del religioso «dentro» L'umano, con una congenialità così intima che la rilettura alla luce della Parola di Dio non risulti un voltar pagina rispetto agli interessi concreti. Dall'umano stesso devono sorgere le domande esistenziali verso il religioso, in termini tali per cui le risposte siano almeno inizialmente risposte autenticamente umane e già radicalmente religiose. Solo così, alla luce della rivelazione si manifesta la sovrabbondanza di senso contenuta nel senso che l'uomo stesso ha scoperto nel mondo.
Come si vede, siamo al punto cruciale del rapporto tra esperienza umana e incontro con Dio. Crediamo che l'integrazione tra umano e divino stia all'interno della esperienza stessa: dalla sua comprensione in tutta la problematicità e ricchezza esistenziale, nasce l'appello a procedere. E questo a due differenti livelli.
L'esperienza umana è continuamente minacciata dallo scacco. La ricerca di significato, L'attesa ansiosa di valori, si fa grido di salvezza. Ogni giorno tocchiamo con mano la minaccia di inquinamento (personale o sociale) verso cui sono trascinate le nostre esperienze, anche le più affascinanti.
Da questa costatazione nasce un desiderio di liberazione, un fremito di speranza. È un grido autenticamente umano. Ma radicalmente aperto al religioso e all'esplicitamente cristiano, che spinge «oltre», al di là dei confini angusti dell'esperienza quotidiana. «La risposta cristiana è solidale con la protesta universale degli uomini contro l'inumano, nello stesso tempo la fede cristiana si rifiuta di porre un soggetto universale della storia mondano e intrastorico. (...) La risposta cristiana ricorda all'uomo che un tale soggetto universale della storia, di cui tutti sono in ricerca, esiste di fatto, ma non può essere dato partendo dalla storia stessa».
Il passaggio dall'umano al divino è sostenuto anche dalla dimensione di positività, di autenticità, di cui molte esperienze umane sono cariche. «Anche al livello mondano ci sono delle cose che sono "già date", ma non sono perciò stesso ancora "disponibili", non sono "a portata di mano", per maneggiarle: si pensi soltanto all'amicizia, all'amore, all'incontro personale, alla fedeltà coniugale. Tutti questi tipi di realtà (...) non possono essere completamente funzionalizzate; non siamo noi a porre un'ipoteca su di esse, ma sono esse a porla su di noi».
Queste esperienze hanno in sé una vivacità umana così ricca, così nuova da diventare «come frecce o segni di un senso ultimo e totale della vita umana. Tutte le esperienze negative messe insieme non possono spazzar via il nonostante della fiducia che si manifesta nella resistenza critica e che ci impedisce di abbandonare gli uomini, il mondo e la società, e di arrenderci senz'altro al completo nonsenso». Ci offrono una modalità di essere uomini che ci rilancia più a qualcosa che ci supera e che ci è stato donato, che alla nostra responsabilità e autosufficienza. Emerge così l'attenzione verso il «qualcosa», capace di dare conto di questa significatività e consistenza che è «toccata in sorte al mondo in virtù della creazione».

NEL RADICALE OTTIMISMO DELLA CREAZIONE

La lettura in profondità dell'esperienza conduce a riconoscere la presenza di Dio creatore e spinge ad avvertire l'urgenza di Dio salvatore, per togliere le deformazioni del peccato.
Questo procedimento richiede un atteggiamento di fondo, una precomprensione radicale che fa emergere le dimensioni positive dell'esperienza, anche nel groviglio dei molti aspetti negativi: L'ottimismo del Dio di Gesù Cristo.
«La domanda dell'uomo a proposito di se stesso, che in apparenza non è una domanda religiosa, poggia di fatto sulla realtà della creazione e affonda dunque le sue radici, in modo non esplicito, nel terreno di ogni religiosità, ossia nell'atto sovrano e sorprendente con cui Dio realizza la sua creazione, atto che non può essere vinto dalla nostra peccaminosità».
Nel profondo di ogni persona esiste una radicale sete di felicità, di bene, di infinito, che va rivelata, smascherata dai camuffamenti e dalle distorsioni di cui spesso storicamente si riveste. La verità dell'uomo è la sua appassionata ricerca di senso, di amore, di vita.
Tocca all'educatore farsi interprete di queste attese, riordinando, nelle motivazioni di fondo che hanno spinto ad una determinata azione, ciò che si sviluppa in armonia con il piano d'amore del Padre e ciò che invece deforma questo progetto. Per un servizio profetico davvero efficace, l'educatore ha bisogno di una larga dose di ottimismo, di comprensione ampia e sofferta: di fede. «Il disegno di Dio è di comunicare se stesso in Gesù Cristo, con una ricchezza che trascende ogni comprensione e travolge ogni ostacolo: l'attuazione di questo straordinario disegno d'amore non si arresta davanti alla colpa degli uomini. Per tali motivi, il cristiano, anche se è assillato dalla necessità e dal dovere di combattere contro il peccato e ogni sua conseguenza, è sostenuto ogni giorno da una speranza che non delude: egli partecipa, per mezzo dello Spirito di Gesù, alla vita stessa di Dio» (RdC 93).