Preparazione professionale e formazione religiosa

Inserito in NPG annata 1974.


Antonio Revelli

(NPG 1974-11-23)

Il numero di maggio (1974/5) riportava, in un lungo editoriale, il progetto redazionale sulla «formazione dei giovani operai».
Questo articolo ne inizia la realizzazione.
Esso si inserisce nei discorsi più direttamente formativi e pastorali, traducendo in sviluppi concreti intuizioni e suggerimenti spesso già contenuti in sintesi in quelle pagine.
Ogni buon progetto educativo richiede una attenta analisi della realtà. Soprattutto se riguarda «giovani operai» (o giovani che stanno preparandosi ad un ingresso pieno nel mondo del lavoro, in condizione operaia), la conoscenza approfondita del «mondo del lavoro», in chiave strutturale e culturale, diventa principio qualificante.
Su questi argomenti, torneremo attraverso interventi successivi. Per ora ci preme suggerire una lettura di questo articolo sulla «formazione professionale», nel quadro più ampio, di cui stiamo parlando.
Solo così, si rendono comprensibili e condivisibili molti suggerimenti che l'autore dissemina tra le righe o che dà per scontato, nelle conclusioni da cui muove per il progetto educativo.
Un capitolo importante di questo articolo è dedicato alla verifica delle «motivazioni» correnti alla scelta professionale e, quindi, alla ricostruzione di motivazioni più «cristiane»: realistiche e impegnate.
Proprio a questo proposito, abbiamo condotto un'ampia ricerca, attraverso interviste con giovani dei centri di formazione professionale. Ne pubblicheremo presto risultati e commenti. L'elaborazione dei dati conferma l'impressione sottolineata dall'autore e stimola quindi a condividere i suoi suggerimenti pastorali.

Le pagine che seguono sono dettate da precise esigenze, riscoperte e maturate sia nel contatto con la fabbrica, quanto in esperienze di presenza religioso-formativa in centri di addestramento professionale.
Le tematiche trattate sono specifiche e non intendono coprire l'arco completo della formazione del giovane che frequenta questi centri.
Ma sono nello stesso tempo paradigmatiche: in ogni altra tematica (da quelle più immediate e «personali» dei problemi della vita sessuale, dell'amore e della preparazione alla famiglia fino a quelle riguardanti la Fede in Dio e in Cristo) le soluzioni «vere» saranno quelle che terranno conto della personalità globale di questi giovani, in riferimento alla loro condizione concreta: la «condizione operaia» e le solidarietà umane che vi sono connesse. Essi infatti «partecipano» alla condizione operaia e alla vita della classe operaia, oggi mediante la famiglia, domani a causa della loro stessa vita e condizione di lavoro. Sono convinto inoltre che il discorso può essere esteso agli stessi frequentanti di istituti tecnici e di scuole professionali: anch'essi sono in genere figli di famiglie operaie e costituiranno parte della «classe operaia» del futuro.

I PRESUPPOSTI DI UNA EFFICACE AZIONE FORMATIVA, RELIGIOSA E CULTURALE

Motivazioni alla scelta di quel tipo di scuola

Pur nella comprensibile e inevitabile disparità di situazioni personali e ambientali, esistono elementi unificanti significativi.
Bisognerà, per alcuni aspetti, distinguere gli allievi dei corsi diurni da quelli dei serali, ma si dovrà far attenzione a non premere talmente su alcuni elementi differenzianti (per lo più secondari come ordine di importanza) fino al punto da non vedere più ciò che vi è di accomunante.

Corsi serali

Nei corsi serali, predominerà, di regola, la «spinta» a recuperare alcuni elementi specifici di informazione in funzione di una promozione professionale immediata (passaggio di categoria, a un lavoro operaio più qualificato o a un lavoro «impiegatizio»). Giovani avviati al lavoro appena terminata la scuola dell'obbligo (o, in casi tutt'altro che rari, giovani che non hanno neppur terminato il ciclo della scuola dell'obbligo) tentano ora, all'interno di una «collocazione» che presumibilmente non muteranno più per tutta la loro vita, di trovare condizioni di lavoro più remunerative e meno frustranti.
La ricerca di promozione attraverso la scuola si accompagna con l'esperienza del lavoro a tempo pieno e spesso è direttamente collegata con il lavoro stesso e con le prospettive di miglioramento individuale che vi sono connesse.
In una situazione del genere tendono ad assumere importanza quasi assoluta le informazioni di carattere «tecnico» e sono in genere scarse le motivazioni capaci di spingere alla ricerca di elementi culturali di più vasta portata.

Corsi diurni

Nei corsi diurni si ritroveranno il più delle volte due categorie di giovani:
- o i «rifiutati» tipici della «scuola dell'obbligo» che, dopo una tormentata esperienza nel triennio delle «medie», cercano un iter scolastico che in poco tempo e con il minimo di spesa consenta loro di raggiungere una «qualifica» che permetta di sperare in una collocazione meno svantaggiata nel «mondo del lavoro»;
- o giovani che, motivati allo studio, non possono però frequentare altre scuole per motivi finanziari o familiari che impongono la necessità di avviarsi il più presto possibile a un'attività remunerativa.
In situazioni del genere non sarà facile suscitare in tutti interessi molto ampi: a scoraggiarli interviene decisamente l'esperienza di essere di fatto dei «marginali», cui si offrono possibilità di «recupero» limitate, senza grandi prospettive, funzionali al sistema economico produttivo, ma non rispondenti alle loro esigenze e aspirazioni.

Condizione di marginalità

Pur nella diversità di situazioni, emerge quindi un primo elemento unificante: la condizione di «marginalità» che appare destinata a protrarsi nel tempo.
Caratteristica di questa situazione è quella di essere un fatto «comune», non dovuto a semplici fattori individuali (poca o molta «voglia di studiare», ad esempio).
Di più: in questi tipi di scuole si troveranno, in fortissima percentuale, dei figli di immigrati.
Una più approfondita conoscenza di questi giovani, richiede lo sforzo di conoscenza della famiglia di provenienza, spesso numerosa, e del tipo di abitazione in cui è costretta a vivere in condizioni spesso di disagio, sovraffollamento, precarietà.
Nei corsi serali inoltre, non sarà difficile incontrare allievi che vivono soli, in pensioni, lontani dalla famiglia cui non riusciranno mai a giovare con il loro stipendio, che viene «mangiato» quasi totalmente dai costi che si devono affrontare per pensione, vitto e altri servizi necessari, oltre che per «esigenze» di tempo libero, aumentate dalla solitudine e dalla necessità di trovare una compensazione alle numerose frustrazioni che una vita del genere comporta (le ore di tempo «libero» dal lavoro saranno praticamente costretti a passarle in qualche bar, non potendo disporre a piacimento di una camera che devono condividere con altri, in pensioni attrezzate soltanto per offrire il minimo necessario: un letto e un armadio, nel migliore dei casi).
In breve: si tratta, in questi casi, degli «ultimi arrivati», destinati praticamente ad occupare soltanto i posti «ultimi» nella scala sociale, sul lavoro, nella casa, nelle prospettive per il futuro. Occupano questo posto non «per caso», ma in connessione alla loro condizione globale in cui sono accomunati, salvo rarissime eccezioni che potranno «farsi una strada» sfruttando al massimo energie e risorse personali e, ciò che è più grave, dimenticando di fatto la solidarietà che li lega agli altri per ricercare affannosamente una promozione individuale.

Criteri per un'adeguata formazione religiosa

Una formazione religiosa autentica deve essere in grado di offrire un suo messaggio originale, liberante, in stretta connessione con le condizioni reali di vita. Non ne comprendo altrimenti né la funzione né la «verità», in senso globale.
Il messaggio «originale» dovrebbe coincidere, in questo caso, con un messaggio di critica liberante, responsabilizzante, portatrice di crescita di coscienza e di impegno.
È necessario evitare gli sterili atteggiamenti di accusa facile e superficiale, per preparare persone capaci di analisi critiche ed obiettive e di sintesi efficaci, valide per fondare un'azione incisiva e motivata.
Non si tratta certo di soffocare le istintive reazioni emotive che emergeranno appena si cominceranno ad affrontare i problemi: è necessario anzi lasciarle esprimere in piena libertà; ma esse saranno appena una «base di lancio», un punto di partenza da superare piuttosto presto, per passare all'analisi obiettiva e documentata. Dall'analisi si dovrà passare all'individuazione di proposte e di prospettive di azione e di impegno (anche «minime»), in rapporto alle possibilità che si aprono nel movimento studentesco ed operaio e sono alla portata dei giovani.
La stessa scuola professionale può essere un primo punto di riferimento per una verifica e un impegno del genere: vi si presta con particolare pertinenza, purché si abbia il coraggio di saperla mettere costantemente sotto critica, per farne risaltare l'ambiguità: gli aspetti positivi connessi alla promozione individuale e sociale dei giovani e gli aspetti molto meno positivi del suo ruolo di «razionalizzazione» dell'emarginazione sociale derivante dal nostro sistema scolastico e connessa alla «divisione del lavoro sociale» attuata con criteri efficientistici e con fini speculativi e di massimo sfruttamento della manodopera.

Educazione liberatrice e annuncio di fede

È vero che in quest'opera di formazione «politica» appare difficile individuare cosa sia «specifico» del cristiano; diventa quindi difficile vederne anche i rapporti con un genuino annuncio di fede.
Probabilmente, riducendo all'osso la questione, non si avrà altro messaggio «originale» e «specifico» che quello della superiorità assoluta dell'uomo, singolo e collettività sociali concrete, rispetto a ogni realtà socio-economica, nel pieno rispetto dell'autonomia e originalità proprie dell'attività economica, sociale, politica. In sintesi, i grandi punti di riferimento saranno quelli della Gaudium et Spes, soprattutto là dove precisa il significato della «autonomia» della realtà socio-politiche e quando, nel n. 67, ricorda il rapporto tra il lavoro, inteso come opera «personale» e gli altri elementi della vita economica: «Il lavoro umano, che viene svolto per produrre e scambiare beni e per mettere a disposizione servizi economici, è di valore superiore agli altri elementi della vita economica, poiché questi hanno solo natura di mezzo».
Anzitutto se ne potrà derivare il fatto che nessun uomo può essere considerato come uno strumento o un «possesso»: l'uomo non può avere «padroni»; avrà al massimo qualcuno cui per diritto è «uguale» e con il quale stabilisce un contratto che vincola allo stesso modo le due parti. Naturalmente tutto questo non dovrà restare al livello di puro enunciato teorico: anzi, non dovrà neppure essere, nella norma, un «punto di partenza», ma bensì di arrivo, dopo analisi attente della realtà. Così si potrà far riflettere sulla ingiustizia fondamentale di un sistema socio-economico che, nel modo con cui organizza il lavoro, la distribuzione dei beni, lo sviluppo economico, pone il proprietario delle cose (capitali, mezzi di produzione, conoscenze tecniche) nella condizione di diventare «padrone» dell'uomo stesso e della sua vita, sul lavoro e fuori (casa, consumi, ecc...).
Tipica in questo senso è la condizione dell'immigrato: egli ha sperimentato dal vivo cosa significhi «essere sotto padrone» in diversi aspetti dell'esistenza, fino al punto da lasciare tradizioni, affetti, paese, abitudini, per andare a stabilirsi là dove i possessori di capitali e di mezzi produttivi hanno deciso, in base a criteri di massimo guadagno privato, di sviluppare la loro attività. Ciò in contrasto, ad es., con quanto viene detto al n. 101 della Pacem in terris: «Crediamo opportuno osservare che, ogni qualvolta è possibile, pare che debba essere il capitale a cercare il lavoro e non viceversa».
Altra componente essenziale del messaggio, oltre la superiorità della persona umana e delle sue esigenze intese in rapporto alle esigenze comuni, di tutte le persone, sarà l'applicazione diretta di questi criteri attraverso una revisione attenta del senso attribuito allo studio, dello scopo per cui si ricerca una qualificazione professionale. Una pura e semplice ricerca di promozione individuale? Una fatica in più, sopportata per sfuggire a una condizione pesante e frustrante? O finalmente la ricerca di una migliore qualificazione, che permetta di inserirsi «diversi» e «più capaci» nella società, per dare un contributo alla sua trasformazione, per eliminare nelle sue cause la situazione di emarginazione e di oppressione che oggi viene sperimentata e vissuta da larga parte dei giovani lavoratori? Ciò comporterà:
- una precisa analisi della realtà in cui il giovane opera e opererà;
- una critica attenta delle motivazioni «immediate» e «tradizionali» per cui un giovane studia o viene sollecitato a studiare.

INTRODURRE A UN'ATTENTA ANALISI CRITICA

È un passo fondamentale, per costruire anzitutto un discorso culturale serio. Il giovane deve essere avviato a osservare con senso critico e innovatore, non per un senso moralistico della persona e del suo ruolo, ma perché questo è richiesto sia dalla natura stessa dell'uomo sia dalla realtà sociale in se stessa: l'uomo è «costruttore», «creatore», «trasformatore»; la società è in via di continua trasformazione, ma è necessario che questa non venga affidata al caso o a presunte «leggi di natura», ma diventi opera cosciente, guidata e dominata dalle libere scelte dell'uomo, non limitate alle scelte degli «addetti ai lavori» o dei più forti per potere o per denaro o per conoscenze, ma estese alla più larga partecipazione possibile.
Ritengo molto importante insistere su questo aspetto dell'analisi corretta, perché troppo spesso nella nostra educazione «cattolica» sostituiamo motivi di tipo volontaristico per sollecitare all'impegno per i «fratelli», invece di far emergere i motivi «strutturali», connessi alle situazioni vive. Mi limito a due esemplificazioni, particolarmente pertinenti al nostro caso:
* lo «impegno»: è una delle categorie dominanti nella pubblicistica cattolica rivolta ai giovani e nelle discussioni di ogni tipo e livello;
* la «solidarietà»: è un termine che ricorre continuamente, con pesanti coloriture moralistiche, nei discorsi del prete (che eventualmente vi sostituisce termini più «religiosi» come «carità», «dedizione agli altri», «generosità», ecc...) come nei discorsi del sindacalista e del politico.

Motivazioni precarie

Ma c'è davvero da domandarsi perché questo risuonare continuo di inviti a impegno e solidarietà sortiscano così scarsi effetti: è infatti abbastanza facile costatare come una minima percentuale dei destinatari di questi messaggi passa poi a impegni effettivi e prende coscienza dei legami che ha con gli altri.
Così come è abbastanza comune notare come molti giovani che cominciano a impegnarsi politicamente sotto l'impulso di motivazioni volontaristiche, anche di derivazione religiosa, man mano che approfondiscono la loro azione, perdono interesse alle motivazioni iniziali. Non è raro il caso di giovani che, dopo aver accettato o ricercato un impegno con motivazioni «di fede» o di «carità verso il prossimo», finiscono di fatto con il perdere la fede e qualsiasi riferimento religioso.
Ciò potrebbe portare a concludere che esista o possa esistere contrapposizione tra vita religiosa e impegno politico; ma si tratta evidentemente di una conclusione inaccettabile ed errata.
Forse il motivo reale sta nel fatto che chi ha dato le motivazioni religiose non era in grado di far emergere prioritariamente le motivazioni «vere», tipiche dell'impegno politico, che non derivano in sé dalla fede, ma da una adeguata coscienza della realtà in cui si è immersi e del ruolo che vi si gioca.

Solidarietà come scoperta della realtà

Questa coscienza del reale si assume quando ci si rende conto che, di fatto, si sia o no «impegnati», si incide o si contribuisce a incidere sulla realtà socio-politica. Nessuno resta estraneo a questa realtà; se non vi si inserisce personalmente, con una libera scelta, ne viene coinvolto come elemento passivo, ma non per questo inerte. Sarà un elemento in più per costituire una «massa di manovra» sempre disponibile a qualsiasi operazione di potere.
Un secondo elemento di questa «coscienza del reale» è la comprensione del fatto che la «solidarietà» prima che un atto di «buona volontà» o una teorizzazione socio-politica, è la condivisione di un comune destino, comuni condizioni di esistenza, comune possibilità o non possibilità di far valere la propria libertà e i propri diritti. Di fatto gli uomini sono solidarmente legati gli uni agli altri: la «socializzazione della vita», che cresce quanto più crescono l'intensità e il volume delle comunicazioni e l'organizzazione del lavoro, dei rapporti economici e politici, è insieme espressione e frutto di questa realtà: si è sempre più interdipendenti. Le decisioni prese da pochi, in forza di questa «solidarietà di fatto», influiscono sullo sviluppo o il sottosviluppo di intere nazioni. L'esempio più chiaro è la storia dello sviluppo industriale nel mondo: le nazioni «ricche» e sviluppate rappresentano un terzo dell'umanità e consumano circa il 75% del prodotto mondiale e circa 1'80% delle materie prime e dell'energia disponibili. Questa situazione è stata se non proprio determinata almeno favorita dalle posizioni di forza della gran parte di questi stati, sul piano politico come su quello economico. Essi hanno potuto imporre rapporti commerciali a tutto vantaggio proprio, diventando così uno dei fattori del sottosviluppo dei popoli del «terzo mondo».
Un esempio più vicino ce lo offre lo stesso squilibrato sviluppo dell'industrializzazione in Italia: le decisioni di gruppi ristretti di possessori di strumenti di produzione e di capitali, capaci di ottenere ampie solidarietà a livello politico, hanno profondamente influito sulla trasformazione del Nord, avvenuta spesso in modo caotico e irrazionale (si vedano le grandi città e la pratica distruzione di prospettive di sviluppo agricolo anche là dove sarebbe stato fonte di vera ricchezza) e sullo spopolamento del Sud, con riflessi profondi, già accennati, sulla vita privata di milioni di famiglie.
Per scendere ancora a livelli di esperienza quotidiana, gli esempi potranno essere colti dalla realtà stessa della fabbrica: se in un reparto o in un capannone esistono, supponiamo, gravi pericoli per la salute (malattie professionali, pericoli di incidenti...), tutti vi sono esposti, «in solido».
Non si potrà credere di risolvere il problema con delle «fughe» personali (cambiamento di reparto, di azienda, raccomandazioni, ecc...): queste farebbero soltanto ricreare il problema su altri. La soluzione «vera» si troverà soltanto nell'azione comune su situazioni che si condividono, si vivono, si subiscono, si trasformano insieme.
Esempi del genere sono in grado di focalizzare l'attenzione sui fatti della vita quotidiana: possono quindi più facilmente prestarsi a discussioni che mettono in questione le stesse motivazioni personali allo studio come strumento di promozione individuale.
Nello stesso tempo, la riflessione su questi fatti, condotta secondo questa prospettiva, offre maggiori possibilità di far emergere le «motivazioni reali» su cui si fondano l'impegno e la solidarietà, eliminando la possibilità di intenderli riduzionisticamente come fatti volontaristici: ciò pone le basi per individuare un rapporto più vivo e corretto tra «fede» e «vita».
Questa analisi della realtà diviene perciò stesso una «analisi critica», cioè una analisi che rifiuta di considerare «naturali» o «inevitabili» determinate situazioni, mettendone in evidenza l'origine in «decisioni storiche», in cui entrano in azione simultaneamente elementi strutturali ed elementi volontaristici, ambedue «correggibili» dall'intervento cosciente e organizzato dell'azione politica.
Ciò darà in mano gli strumenti per far «vedere» le conseguenze che ne derivano sulla vita concreta: «conoscere la realtà per trasformarla» significherà anche «trasformare» la vita individuale, le motivazioni per lo studio e il lavoro, la concezione che si ha del proprio ruolo rispetto alla fabbrica e alla società in generale. Coerenza personale e lavoro politico troveranno un fecondo punto di incontro.

LE MOTIVAZIONI PER LO STUDIO, LA RICERCA DI QUALIFICAZIONE, IL LAVORO

La mancanza di un vero e preciso rapporto «personale» tra l'uomo e la sua opera nella produzione industriale e in molta parte dei «servizi» (soprattutto nelle posizioni meno qualificate) pone gravi problemi che oggi si riflettono sullo stesso andamento dell'attività produttiva. Il fenomeno molto discusso dello «assenteismo» trova, in queste condizioni, un buon terreno di sviluppo. È facilissimo sentire, da operai anziani come da dirigenti o imprenditori di diversi livelli, frequenti lagnanze sulla «poca voglia di lavorare» dei giovani. Ma, in fondo, queste lagnanze sono spesso una semplice «variazione» su un «tema» tradizionale: la «poca voglia di lavorare» del salariato è parte costante di certa tradizione diffusa e accettata acriticamente.

Buon lavoro e alto salario

Due fattori principali hanno contribuito per molto tempo a far superare la difficoltà: la costrizione derivante dal bisogno e l'allettamento del maggior guadagno possibile. I meccanismi messi in opera furono dunque prevalentemente di carattere salariale: dai «salari di fame» del primo industrialismo, tendenti a mantenere lo stato di bisogno che spingeva al lavoro molto prolungato, al salario differenziato secondo il rendimento o l'abilità nel lavoro (cottimi e qualifiche). La prospettiva di un guadagno maggiore, fonte di un tenore di vita più elevato, portava ad accettare più facilmente il «sacrificio» di lavori duri, pesanti, prolungati nel tempo, abbinati al «sacrificio» dello studio nelle ore serali e festive, che dava speranza di ottenere «domani» con minore sforzo, gli stessi vantaggi, uniti a un maggior prestigio sociale.
Per un determinato periodo e per categorie di lavoratori maggiormente qualificati (operai specializzati, impiegati di elevato livello e con mansioni plurime e possibilità di intervento a livelli decisionali...), una spinta non indifferente al lavoro veniva dalla gratificazione collegata al «mestiere», alla «professione», percepiti come ricchi di contenuto e come canali espressivi delle capacità creative e innovative. Ma lo sviluppo delle tecniche di lavorazione in serie e dei processi di automazione ha fortemente ridotto, fino quasi ad annullarli del tutto, questi elementi:
- le rivendicazioni salariali e la tendenza all'egualitarismo, frutto della coscienza diffusa di essere «tutti uguali» nella posizione subalterna e maggiormente «uguali» per la perdita di qualificazione del proprio lavoro, portano a togliere valore incentivante al salario;
- il regime di relativo «alto salario» ormai vigente anche in Italia permette di resistere meglio alla «costrizione del bisogno»;
- il progredire dei sistemi assicurativi toglie alla apprensione per il «domani» il carattere vincolante al lavoro e alla ricerca di risparmio individuale;
- la «spersonalizzazione» del rapporto uomo-lavoro toglie capacità gratificante anche alle mansioni che potrebbero apparire più «qualificate»: soprattutto nella grande e media industria, con i processi unificati e automatizzati di lavorazione, aumenta la sensazione di essere soltanto «numero», elemento intercambiabile senza alcun valore proprio, al di là dell'apporto materiale ed estrinseco alla produzione.

Il lavoro come «fatto sociale»

Il «lavoro» e il «sacrificio» ad esso connesso non trovano più alcuna giustificazione nei «valori» tradizionalmente proposti: erano rispondenti a situazioni che oggi non si verificano più e non si verificheranno più in futuro. La nuova situazione fa però emergere la possibilità di passare all'individuazione di valori «nuovi», oggi più facilmente intuibili e identificabili, in riferimento alla situazione concreta e globale in cui si opera.
Naturalmente quest'opera di individuazione di valori alternativi a quelli scaduti non sarà un fatto automatico: comporterà la riflessione e, più ancora dei valori del passato, richiederà una adesione per «convinzione», attraverso una precisa coscienza della realtà e del ruolo attivo e trasformante che si richiede di esercitare a una persona matura e capace. Dal lavoro inteso come «promozione» e fonte di guadagno individuale, si dovrà passare alla concezione del lavoro come contributo personale e cosciente a una crescita collettiva; dal lavoro inteso come pura «esecuzione» di un'opera che spesso può essere eseguita con maggior precisione e velocità attraverso processi di automazione, al lavoro inteso come «trasformazione» dell'ambiente in cui si vive, sotto tutti gli aspetti: da quelli fisici, a quelli connessi all'organizzazione della vita sociale, alla distribuzione di responsabilità e compensi, all'utilizzazione e alla distribuzione equa dei frutti dell'opera comune...
Non sarà più questione allora di moralistica «generosità», ma sarà crescita nella conoscenza e nella consapevolezza di un uomo che tende a realizzare sempre più a fondo il «dominio sulla natura», utilizzandone con maggior pienezza le «leggi» interne di crescita.

La riscoperta del «sacrificio»

In questa prospettiva prende nuovo valore anche il «sacrificio», la «fatica», che nella prospettiva evangelica sono un aspetto molto importante del «prendere la propria croce» per seguire Cristo.
Non si tratterà più di accettazione passiva di sofferenze inevitabili, o, peggio, di una sottomissione imbelle a ingiustizie e sofferenze imposte, ma sarà davvero un seguire Cristo che la Croce la prende non per se stessa, ma per «dare vita» all'uomo.
La trasformazione e il dominio della natura comportano fatica e sofferenza; c'è fatica e sofferenza nell'impegno politico. Ogni promozione e ogni liberazione dell'uomo è pagata anzitutto sulla pelle di coloro che la ricercano. Essere «militanti» significa essere uomini capaci di sofferenza.
Una adeguata presentazione di questa nuova realtà attraverso la riflessione concreta sulle esperienze della vita quotidiana potrà preparare ad assumere rischi gradualmente più forti e anche a calcolarne l'efficacia e il «valore» rispetto alle situazioni che si vogliono affrontare. Dovrebbe cioè contribuire a dare sufficiente capacità di difesa contro le tentazioni velleitarie e romanticheggianti del «rivoluzionarismo facile», mentre dovrebbe permettere di «farsi le ossa» per affrontare momenti anche molto difficili. È stata, d'altra parte, la stessa «pedagogia» di Gesù con gli Apostoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi. Se voi foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; invece, siccome non siete del mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, perciò il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi dissi: Non c'è servo più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi...» (Giov 15,18-20).
«Vi ho detto queste cose perché non vi scandalizziate. Vi cacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l'ora che chiunque vi uccide crederà di rendere culto a Dio. E faranno queste cose perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate che io ve l'ho detto» (Giov 16,1-4).
Nei passi citati, due sono gli aspetti che intenderei sottolineare al fine del mio discorso:
- la «preparazione» attraverso il preavvertimento: ve l'ho detto perché al momento buono non abbiate timore e non indietreggiate;
- la «estraneità» rispetto al «mondo» di queste «motivazioni», che contraddicono la logica corrente dell'individualismo e del potere di gruppo: approfondendo questo elemento si può portare avanti a fondo il discorso di una «conversione» che incida davvero su tutti gli aspetti della vita personale e porti alla capacità di incidere sulle strutture sociali, per una «conversione» che investa anche i modelli di convivenza umana diffusi e codificati.

Un nuovo progetto di formazione professionale

Diventa chiaro che debbono quindi essere riviste radicalmente le motivazioni «tradizionali» con cui si spingono i giovani allo studio, partendo non da teorie, ma dalle motivazioni concrete che manifestano gli stessi ragazzi e dalla vita che conducono e condurranno. Le «motivazioni» più diffuse sono di questo genere: «tutto ciò che impari, lo impari per te; preparati a un avvenire sicuro, fatti una strada; oggi ti sacrifichi, ma i tuoi sacrifici saranno domani largamente compensati...».
Si dovrà, per contrasto, mettere in evidenza un altro aspetto: quello della realtà vista in modo meno superficiale: ogni volta che userai esclusivamente «per te» dei frutti del tuo studio, sarai un buon «profittatore», un ottimo «arrampicatore sociale», capace di sfruttare a proprio vantaggio tutte le occasioni, ma mai un uomo cosciente del suo ruolo e delle sue solidarietà effettive, che ricerca una qualificazione per inserirsi «diverso» e più preparato nella società e nell'ambiente di lavoro, per trasformarli e umanizzarli.
Sul piano della fede il «nuovo discorso» si accorderà perfettamente con quello dell'Apostolo Paolo, secondo il quale i «carismi» personali (nel nostro caso: la «voglia di studiare e di lavorare», le nozioni acquisite...) sono «dono di Dio per l'utilità comune» (cf 1 Cor 12,7).
Su questa strada dobbiamo metterci decisamente, se vogliamo vincere l'egoismo che rispunta continuamente anche tra i cristiani che rifiutano o tendono a rifiutare la portata di queste proposte puntando sul fatto che «favoriscono i pelandroni e i buoni a nulla», giungendo così a fare un discorso di esclusione, di emarginazione, di pretesa di giudicare il prossimo, di privatismo esasperato nel possesso e nell'uso dei beni (materiali e spirituali) chiaramente contrastante con la posizione espressa invece da uno dei primi testi che nelle comunità cristiane sorsero a commentare l'insegnamento di Paolo nella prospettiva della «nuova vita»: «Se infatti partecipate insieme dei beni immortali, quanto più dei beni mortali?» (Didaché).
Non ci dovremo certamente illudere che la proposta venga accolta favorevolmente, di primo acchito, o da un gran numero di persone. Non si tratta affatto di una proposta facile, «operaistica» o «demagogica». Sarà però la traduzione in termini concreti, visibili nelle condizioni storiche dei nostri giovani lavoratori, dell'invito evangelico a «vendere tutto e darlo ai poveri»; sarà l'indicazione di una via concreta per «prendere dal proprio piatto» per distribuire, affinché tutto diventi mondo. La «carità» si attua ormai su queste grandi dimensioni, proprio perché la crescente socializzazione dell'esistenza ci mette in evidenza come per «restituire ai poveri» si debba oggi avere il coraggio di combattere alla radice i privilegi e le differenziazioni, per distribuire con equità i frutti di un lavoro che deve essere «di tutti per tutti»: ciò significherà avere il coraggio di lottare contro le fonti dell'arricchimento di pochi (ed eventualmente del proprio arricchimento e della propria elevazione individuale) quando queste coincidono con la fonte dell'impoverimento progressivo dei molti. Né si dovrà cedere troppo facilmente alla tentazione di legittimare queste fonti di reale divisione tra gli uomini attraverso le suggestioni di un certo «buon senso» che altro non è che espressione popolare di precise ideologie.

Una proposta che investe la vita

La proposta non limita il suo ambito di interesse alla vita di fabbrica e al problema salariale: investe tutta la società e i rapporti che vi si realizzano, riproponendo l'esigenza di ricercare «modelli» che davvero le restituiscano possibilità di realizzare l'unità cui aspira, colpendo alla radice le fonti reali della divisione: lo spirito di accaparramento e di individualismo che trova una sua espressione macroscopica nella concezione che si ha del rapporto lavoro-guadagno.
È vero che questa proposta presuppone situazioni strutturali che la rendano vivibile. Un certo rapporto stretto tra «lavoro» e «guadagno» è certamente collegato alla insicurezza con cui l'uomo deve pur sempre fare i conti. Si tende allora a garantirsi da sé i mezzi per affrontare le «proprie» difficoltà: ciò deriva anche dal fatto che si fatica a vedere come le «proprie» difficoltà sono in ultima analisi le difficoltà di tutti, come anche le proprie aspirazioni sono le aspirazioni di tutti quelli che sono accomunati nel concreto dell'esistenza da condizioni analoghe di vita e da analoghe prospettive di crescita.
È necessario quindi arrivare alla creazione di strutture che possano garantire a tutti, singolarmente e collettivamente la soddisfazione dei bisogni fondamentali. Impegnarsi in questa prospettiva, con un'azione politica corretta ed efficace, nella fede, diventa davvero un modo esigente, anche se non l'unico, di vivere la carità sul piano temporale (si confronti a questo proposito quanto già diceva Pio XI: «L'azione politica è la forma più elevata di carità temporale, perché si pone al servizio di tutti»). L'intreccio di esigenze di «trasformazioni strutturali» e di esigenze di «conversione personale» che emerge da quanto detto, fa cogliere con chiarezza un'ulteriore necessità: quella di superare nettamente la falsa contrapposizione tra «conversione personale» e «cambiamenti strutturali» o «impegno sociale»: le due realtà si richiamano continuamente. L'uomo «cambiato interiormente» non può sopportare strutture secondo l'uomo «vecchio», a meno che si crei una frattura insanabile nella sua coscienza e, eventualmente, tra la sua adesione di fede e le sue concezioni sulla vita. D'altra parte sarà difficile giungere a far crescere uomini «nuovi» finché la «novità di vita» che viene proposta è poi costantemente negata dall'esperienza quotidiana e dal comportamento diffuso che tendono a impedirne la realizzazione, «dimostrandone» quindi l'irrealizzabilità e l'utopismo.
L'uomo «nuovo», che cerca la «novità di vita» attraverso la «conversione» al Vangelo, avrà bisogno pur sempre di una forza interiore non comune per resistere all'attacco delle strutture e dei modelli diffusi di comportamento e di pensiero (cristallizzati talora nel «buon senso», tal altra in pretese «leggi di natura» individuate e costruite da un'analisi scientifica troppo spesso incompleta e inadeguata).
L'educazione al «coraggio della fede» trova qui un vasto campo di applicazione.

IN SINTESI

In sintesi, le tappe di costruzione di una «cultura alternativa» valida per i giovani frequentanti le scuole professionali, su cui si possa innestare anche un annuncio più adeguato di «vita nuova» in Cristo, mi sembrano le seguenti:
* conoscenza della realtà, che è conoscenza delle solidarietà che di fatto uniscono gli uomini tra loro, nel godere del beneficio che deriva da situazioni giuste, come nella sofferenza comune di fronte all'ingiustizia, in una vita in cui l'interdipendenza delle persone e dei gruppi sociali è sempre più forte ed evidente;
* conoscenza della realtà finalizzata alla trasformazione delle situazioni, per renderle adeguate alle esigenze dell'uomo, dei singoli come delle collettività;
* uso delle proprie capacità ed energie in funzione della loro reale destinazione, resa più evidente, per il Cristiano, dalla fede: l'utilità comune;
* capacità di soffrire e di lottare per superare le resistenze e le opposizioni che provengono da quelle forze cui interessa mantenere l'attuale stato di emarginazione e di divisione tra gli uomini;
* verifica, in prospettiva di fede, del valore che ha tutto questo in ordine a una umanità «salvata», in cui tutti dovranno essere realmente «una cosa sola», sul modello dei rapporti tra Cristo e il Padre, «affinché il mondo creda».