Quale fede in un mondo che cambia

Inserito in NPG annata 1974.


Sabino Palumbieri

(NPG 1974-9/10-54)

Uno studio, questo, che integra sul piano dei contenuti tutta la monografia, prevalentemente centrata sugli aspetti metodologici. Abbiamo chiesto all'autore di evidenziare le «formule brevi» della fede, per lasciarci tra mano l'indispensabile dell'annuncio, in un mondo che, nel cambio vorticoso, sembra rovinarsi addosso tante certezze un tempo intangibili.
Ne è nata questa sintesi teologica: un prezioso «repertorio» nelle mani dell'educatore, per permettergli una comunicazione di contenuti con cui dare corpo alla «scuola di fede». Ed è importante: per evitare di privilegiare sintesi così strettamente soggettive da svuotare l'oggettivo della proposta cristiana.

La parola e le parole

Complicazioni nel messaggio di Dio, la tentazione permanente dell'uomo. L'origine di tale complicazione talvolta è l'interpretazione culturale. Tal'altra la mistificazione ricercata.
Al tempo di Gesù la «fede» nella Parola di Javhè era abbondantemente compromessa dalla «religione» dei sacerdoti e farisei di Jahvè interessati a sovraccaricare e a mistificare. E l'uomo Gesù compie lo sforzo titanico nel restituire alla fede i suoi connotati e, con un colpo d'ala, nel «portarla a compimento».
Essenzializzare e perfezionare le parole di Dio, il ruolo magisteriale della Parola umanata.
La fede ha bisogno di incarnarsi in una religione. Questa ne costituisce il corpo, lo spazio di storicizzazione, sia a livello di interpretazione del messaggio sia a livello di espressione rituale e comunitaria.

Fede e religione

Poiché però la «religione» risulta dalla cultura e struttura di una determinata epoca, ha bisogno di essere in permanenza criticata e depurata dalla fede che è adesione viva alla Parola vera di là da ogni forma contingente e culturale.
Risulta pertanto sommamente provvida e feconda di risultati teologici la distinzione barthiana e bultmaniana tra religione e fede.
È lo stimolo continuo per l'uomo contemporaneo, che col Rahner si riscopre essenzialmente «uditore della Parola» nello spazio della storia, a realizzare questa Parola accolta nella sua originaria purezza e con cuore puro.
Essenzialmente è liberare da superfetazione culturalistiche il messaggio, è lasciar cadere «il troppo e il vano» per far sprigionare la Parola nella smerigliatura del suo diamante.
È l'esigenza dell'uomo contemporaneo sensibilissimo alla genuinità, perché vittima e carnefice di un tempo di manipolazione e disumanizzazione. Ed è parimenti esigenza metodologica per la trans-culturalizzazione del messaggio in un quadro planetario di pluralismo culturale nel quale esso si deve incarnare.
La verità - avverte Heidegger - è, secondo la etimologia del pensiero greco, a-etheia cioè disoccultamento, svelamento.
Ora la fede e l'esperienza religiosa incrostata da sovrastrutture secolari esigevano la liberazione, cioè, nel caso, il processo di essenzializzazione. È la potatura - legge di vita - per il rigoglio della pianta.
E. Schillebeeckx avverte: «il grande problema che vien posto oggi è quale sia il contenuto di fede».
Ancora ieri si accettava la fede, si accoglievano gli insegnamenti del magistero senza cercare d'interpretarne il contenuto.
Oggi è diverso. Si vuole essere Cristiani: si vuole credere nei dogmi autentici.
Ma soprattutto i giovani, anche i giovani preti, si chiedono sempre più ogni giorno: Qual è il nucleo solido, irriducibile, della fede? La fede cristiana attraversa una crisi: una crisi di crescenza.

«L'essenza del cristianesimo»

Il problema, fortemente avvertito, è dunque l'individuazione dell'essenza della fede cristiana, previa focalizzazione del suo specifico.
Nell'epoca moderna tre robusti pensatori si sono provati a cogliere l'essenza del Cristianesimo con 3 opere che recano appunto questo titolo: Feuerbach nel 1841, Harnach nel 1900 e Guardini nel 1939.
Il primo vede l'essenza della fede cristiana attraverso l'ottica del processo hegeliano, come riduzione senza residui del dio nell'uomo. L'uomo - colto come valore assoluto - è Dio per l'uomo. L'essenza del Cristianesimo è l'incarnazione della divinità in termini di riduzione assoluta. Ne risulta un Cristianesimo sdogmatizzato e ateistico, assolutamente intrascendente, e la fisionomia del vero Cristiano è dato dall'uomo disalienato che adora l'uomo e lavora per una società di umanesimo esclusivo. Gli echi contemporanei di questa posizione - in trascrizione modulata - li cogliamo nei filoni ultimi della teologia della morte di Dio.
Il secondo, appartenente alla scuola teologica liberale, coglie l'essenza del Cristianesimo nella rivelazione nucleica di Cristo: la paternità divina che Cristo centralmente propose e realizzò nella sua esperienza religiosa di rapporto filiale con Dio. Da questa intuizione consegue la fraternità universale del genere umano che, legato da vincoli filiali a Dio, si riscopre come un'immensa famiglia. In questo contesto ermeneutico Gesù resta solo il segnalatore della paternità «morale» di Dio, e nient'affatto il centro anche Lui - con il Padre - del messaggio.
Il dogma cattolico cristocentrizzato è falsificazione postuma e addomesticata del primo strato.
Di qui la linea fisionomica del Cristiano risulta quella dell'appassionato del regno inteso come ristabilimento della piena fraternità universale in conformità alle esigenze più profonde della natura.
Il terzo - Romano Guardini - coglie l'essenza del Cristianesimo e la sua originalità nel teo-cristocentrismo. La persona storica del Cristo come centro assoluto della storia in quanto vero Figlio di Dio, che si colloca «alla destra» di Dio Padre.
L'essenza del Cristianesimo è Gesù non solo indicatore ma autocontenuto del suo messaggio.
È la posizione cattolica secolare che nel Guardini assume punte di chiarezza per il confronto palese e forte nei riguardi della teologia liberale già stigmatizzata da Barth, e della residuata teologia modernistica.
L'essenza del Cristianesimo - secondo il Dogma cattolico - è la fede in Cristo figlio vero del coeterno suo Padre - come fu definito a Nicea nel 325 - e figlio vero di Maria la Vergine nazaretana.
Consostanziale al Padre come Dio.
Consostanziale alla Madre come uomo.
Figlio che, nel dinamismo della sua risurrezione dalla morte, ci porta al Padre con la forza del loro comune Spirito e ci rende non solo moralmente ma ontologicamente figli del Padre, connaturati e veri consanguinei nella vita sua eterna già qui iniziata perché già qui comunicata. E nell'agire cristiano al posto della norma astratta sta la persona adorabile del Cristo, «Christus lex, Christus rex, cordis rex».

Originalità e rivoluzione

Qui risiede la più irriducibile originalità della fede cristiana che nella storia continua a suonare «scandalo per i Giudei e pazzia per i gentili». Le grandi religioni storiche si presentano come architetture dottrinali, etiche e culturali, sulla base dello sforzo umano del fondatore religioso e della conseguente tradizione, teso a ricercare Dio. «Si sforzano di trovarlo come a tastoni» (Atti 17,27) precisa Paolo all'Areopago.
La fede cristiana è il rovesciamento di questa posizione. Non è l'uomo che va, ma è Dio che viene.
La rivelazione ebraico-cristiana è essenzialmente l'automanifestazione del Dio-che-viene. È Lui che prende l'iniziativa.
È dunque un fatto gigantesco di dono assolutamente gratuito. Dio non si inventa. Dio si autorivela.
Solo Dio può parlare bene di Dio, soleva dire B. Pascal.
L'autorivelazione del Dio biblico è un Dio che cerca appassionatamente l'uomo, un Dio innamorato dell'uomo, un Dio-comunione anelante al dono della comunione con l'uomo «nato-fatto» per ricevere e vivere questa comunione. Un Dio pellegrino nella storia che così risulta storia di salvezza, di alleanza, il cui primo atto - va subito osservato - è la creazione in quanto posizione nell'essere di un essere nato-fatto per la figliolanza.
Ora l'impatto perfetto, la comunione ineffabile e totale del Dio biblico in cerca dell'uomo si concretizza nell'esistenza storica di Gesù di Nazareth. In questo spazio Dio cercatore dell'uomo si unisce stabilmente e indissolubilmente all'uomo. Anzi qui l'autodonazione di Dio all'uomo si celebra per sempre entro una natura umana concreta e completa che si autodona a Dio, entusiasta di Dio.
È questa donazione di Dio all'uomo in un uomo che si autodona a Dio è il punto omega della rivelazione.
Qui l'unica rivelazione nella storia diventa l'unica rivoluzione della storia. Difatti è l'evento inconcepibile e realissimo, l'«evento-Cristo», cioè, col quale tutti gli avvenimenti dai più banali ai più rivoluzionari devono fare i conti se intendono riscattarsi dal flusso travolgente del divenire e assumere la significatività del reale.

LA PASQUA, L'ASSOLUTO NELLA STORIA

Ora il tratto di unione indissaldabile tra ogni avvenimento e l'evento, tra ogni uomo e l'uomo - il Figlio dell'Uomo - , è l'esperienza pasquale, il vertice del mistero di Cristo.
Come tutta la storia che precede la manifestazione di Cristo nella storia è in funzione di essa, così tutti gli avvenimenti della vita di Cristo sono in funzione dell'evento pasquale, «l'ora» per eccellenza in cui il passato raggiunge il suo chairòs e il futuro viene celebrato proletticamente come rivela Pannenberg. La resurrezione è il centro nel centro della storia.
La risurrezione non è soltanto la firma autografa del Padre a quanto Gesù di Nazareth ha detto ha fatto, ma è pure il nucleo essenziale del suo messaggio.
L'aveva ben individuato il governatore Sesto che, con la sua capacità sintetica tipicamente romana, al re Agrippa al quale spiega il caso di Paolo accusato dai Giudei, si esprime in questi termini: «Hanno delle discussioni circa un certo Gesù che è morte e che Paolo afferma essere vivo» (Atti 25,12). E fecero centro poiché Paolo quando voleva raccogliere le fila del suo messaggio per ricondurlo all'essenziale soteriologico, ad ogni Cristiano di Roma così si rivolgeva: «Se tu confessi con la tua bocca che Gesù è il Kyrios e credi nel tuo cuore che Dio l'ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Rom 10,9).
La risurrezione costituisce parimenti il nucleo del nostro destino: «Se Cristo non è risorto, la vostra fede è vuota... e rimaniamo i più miserabili di tutti gli uomini» (1 Cor 15,17-19).

La risurrezione di Cristo centro dei misteri di Dio e dell'uomo

Il mistero dell'incarnazione trova nella Risurrezione la sua pienezza. L'umanità santa di Cristo è nata fatta per la ricapitolazione, per la signoria universale. L'una e l'altra sono conseguite dalla Risurrezione.
Il mistero della morte, che è il fondo del processo chenotico, trova nella risurrezione il suo fine e il suo completamento.
Morì per risorgere e far risorgere.
La risurrezione completa il mistero pasquale e ne costituisce il secondo aspetto.
Il mistero della parusia che è la maturazione del mistero salvifico trova nella risurrezione la sua anticipazione non solo sul piano della causalità esemplare, ma anche su quello ontologico della causalità quasi-formale. La parusia di Cristo è già cominciata qui.
L'escatologia è già proletticamente compiuta.
Le novità: il tempo nuovo e il mondo nuovo si sono affacciati.
Il nuovo dinamismo divino è scoppiato nella storia e ne è divenuto il cuore.
Il chairòs si è maturato.
La vita eterna è già qui ed opera nella fase del già e nella protensione al non ancora qualitativamente identico, diverso solo nel grado e nella modalità.
Il mistero dell'uomo e dell'universo trovano nella risurrezione il loro definitivo significato.
L'uomo ha un senso, e quindi il cosmo ha un senso.
Quale senso? Il loro senso per cui sono stati costruiti e magnetizzati: la partecipazione alla comunione con Dio Trinità.
Il mistero di iniquità si presenta davanti alla risurrezione in stato di definitiva soggezione e schiavitù.
Il male, e il radicale supremo male alienatorio, la morte sono stati per sempre sconfitti.
La risurrezione è la prova certissima che l'ultima parola è di Dio, e non del male.
Il mistero del sacramento della chiesa e dei suoi sacramenti trovano nella risurrezione la loro fonte e origine.
Poiché i sacramenti sono gesti di grazia, la chiesa è grazia corporificata e la grazia è la vita trinitaria umanizzata nell'uomo nuovo che è il Signore risorto, la scaturigine cioè è la risurrezione.
Il mistero fondamentale della Trinità trova nella risurrezione il culmine della sua economicità: cioè di Trinità-per della rivelazione teofanica, della oblazione totale.
È nel mistero della risurrezione che Dio Padre si dona all'uomo e si rivela all'uomo come «Dio-per» nel Figlio morto e risorto e maturato nella sua magnificenza di Figlio per mezzo del loro Spirito che fa conoscere il dono del Padre.
Fa vivere del dono del Padre.
Dunque il mistero di «Dio-per» nella sua fase totalizzante è mistero pasquale di risurrezione.

La risurrezione e la fede

La risurrezione è fondamento di fede. «Se Gesù non fosse risorto...».
La risurrezione di Cristo non è un dogma, un mistero accanto ad altri dogmi ad altri misteri, ma è il cuore del mistero di Dio sotto il profilo della economicità, cioè del «Dio-per».
E la fede che è adesione al mistero di Dio rivelato all'uomo, per l'uomo, è radicalmente gesto di abbandono totale a Dio che si rivela a Pasqua nell'amore del Cristo morto e risorto.
Cioè la fede cristiana è radicalmente pasquale.
La fede porta alla salvezza. E la salvezza è comunione con la vita divina nel punto di innesto del passaggio del primo uomo nella totale comunione con Dio.
Ora se la salvezza è ancora oggi attualmente pasquale e la fede porta la salvezza pasquale, la fede presuppone la Pasqua e la invoca.
In forza della risurrezione, Cristo si fa coevo di tutti gli evi, saltando tutte le barriere (spazio-temporali) e Cristo Kyrios raggiunge tutti i fratelli. Li raggiunge e li incorpora. E tutti diventiamo - filii in Filio - il Cristo vivo, il «Christus succrescens per volumina secolorum» di cui parla Agostino.
E incorporati con Lui diventiamo concorporati tra noi. E qui l'amore non è più precetto estrinseco sia pur adatto a vivere significativamente, ma diventa legge biologica dell'«organismo divino che è il corpo di Cristo animato dallo Spirito».
A questo punto il processo della rivelazione autodonazione raggiunge il suo vertice più alto e il piano di salvezza si completa.
È Paolo che icasticamente lo evangelizza e così proclama la sintesi e l'essenziale della fede, annunciando «to mysterion (...) os ésti o Christòs en umìn» (Col 1,27).
Il mistero, cioè la planimetria salvifica di Dio, non è un disegno vago ma vera parola di salvezza, la sua Parola Unica, Cristo (si noti il grandioso cambiamento di genere grammaticale dal neutro mysterion, al maschile concreto che è l'uomo Cristo!).
Ed anche qui la planimetria salvifica non è il Cristo a sé stante, ma il Cristo comunicato nei fratelli, la Chiesa, «locus, medium, sacramentum salutis».
Questo annuncio di vita è la vera essenza del Cristianesimo, è il vangelo del mistero che è Cristo in noi.

Tutto è pasquale nel cristianesimo

Tutto procede dal mistero pasquale, tutto è partecipazione del mistero pasquale.
La vita cristiana è vita di risorti col Risorto vivo nel suo sacramento della chiesa e dell'Eucaristia.
* Il dogma è l'approfondimento della Risurrezione e della Signoria di Gesù, fratello che ci coinvolge nel dinamismo di risurrezione al Padre nell'intimità del loro Amore.
* La morale è indicazione di una vita in una condotta di risorti-liberati che si impegnano a liberarsi ogni giorno. Il paradosso della morale cristiana: bisogna diventare quello che già si è. Ecco la norma: Christus rex, Christus lex: morire - risorgere nel Cristo.
* La catechesi è l'annuncio vitale di una liberazione incessante che tocca l'esistenza e la colloca come momento della storia di salvezza.
* La pastorale è l'indicazione della prassi della chiesa che stimola all'impegno di realizzazione del mistero pasquale nella storia e progetta un comportamento ecclesiale di testimonianza: testimoni di risurrezione del Signore.
* La pastorale cristiana come prolungamento delle funzioni messianiche del Cristo Pasquale Re - Sacerdote - Profeta: «Data est mihi omnis potestas in coelo et in terra. Euntes ergo... Accipite Spiritum Sanctum...».
* La spiritualità è pasquale.
Vita spirituale è vivere nello Spirito Santo, innestati organicamente nel corpo glorioso del Cristo Risorto.
È assimilazione ad un uomo risorto per opera dello Spirito.
Non si tratta di «acquistare» un corredo di virtù che sono poi fragili e discontinue; neppure di «formarsi un carattere».
Si tratta di realizzare ogni giorno l'impegno del passaggio, l'impegno della Pasqua dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà: nello Spirito che è libertà.
Tutta la vita spirituale è vita pasquale.

L'UMANESIMO DI DIO

Dio, pellegrino eterno dell'uomo, ha incontrato comunione unica in Gesù di Nazareth, l'uomo che è costitutivamente pellegrino dell'Assoluto, e con la forza della risurrezione ha incontrato, in una forma di organicità dinamica, tutti gli uomini.
Il dilemma dell'uomo contemporaneo, che è alla base dell'ateismo assiologico di oggi e che è così sintetizzabile: Aut Deus, aut homo, alla luce della riscoperta di questo nucleo proteico della fede, perde ogni consistenza. Che anzi non c'è solo la distruzione del dilemma «o Dio o l'uomo» ma il superamento parimenti del Dio e dell'uomo. C'è infatti la proclamazione originale del Dio con l'uomo (l'incarnazione), del Dio per l'uomo (la Pasqua), del Dio nell'uomo (il mistero di Pentecoste, della Chiesa, e dell'Eucaristia nella chiesa).
Tutte le religioni hanno un solo centro: Dio.
La fede cristiana - come adesione al mistero che è Cristo in noi - ha due centri coassiali: Dio e l'Uomo. Quel Dio il cui simbolo, nella giornata culminante della sua autopresentazione - il giovedì santo - non è più uno scettro ma un grembiule. Dio in grembiule per l'uomo. Il dio del paganesimo pluriforme è il dio crocifiggente l'uomo.
Il Dio del Cristianesimo autentico è il Dio crocifisso per l'uomo, scandalo per i Giudei, stoltezza per i gentili.
L'unico manifesto dell'umanesimo è la parola di salvezza pronunciata dal Padre, nel tempo pieno, che è Cristo e che ha rivelato all'uomo da una parte il Dio dell'uomo, anzi il Dio-Uomo e dall'altra l'Uomo di Dio, l'uomo aspirante alla divinizzazione anzi - come paradossalmente si esprime S. Giovanni della Croce - l'uomo diventato Dio per partecipazione.
L'uomo non può essere senza Dio. Ma neppure Dio - dopo l'incarnazione - può pensarsi più senza l'uomo, notava un mistico del '700.

Due interpretazioni teologiche a confronto

Questa sconvolgente rivelazione storica mette a soqquadro certe meschine visualizzazioni teologiche di un nostro paganesimo verniciato di Cristianesimo. Sono le comode contraffazioni del concetto del Dio biblico banalizzato al rango di tutore di un ordine astratto in funzione di un minimismo etico per la società.
E la religione che ne deriva viene ridotta a un codice di comportamento e di tradizioni civili.
La chiesa viene considerata e costruita come spazio del prestigio e del potere di fronte alle altre potenze. E la potenza inerme della risurrezione che pervadeva la chiesa degli Atti resta confinata nell'utopia di tempre misticoidi viventi a mezz'aria.
L'unità del popolo dei figli è intesa piuttosto come unità politica dei Cristiani mentre la comunione, che è consofferenza col povero, con l'oppresso e col peccatore attorno alla tavola del Signore è un rito cerimoniale non compromettente in un orizzonte asettico ove la conservazione è garantita e addirittura fondata sulla Parola. Proprio quella Parola che mette in crisi ogni establishement. Se il Cristianesimo è basato su questo fondamento, imprigionato nelle coordinate di una cultura, di un ordine sociale, di un complesso di costumi e di leggi, possiamo accettare trionfalisticamente l'affermazione crociana secondo la quale non possiamo non dirci cristiani.
Ma onestamente dobbiamo convenire che questa religione è tradimento della fede nel Signore che muove a realizzare il suo regno alle nostre mani affidato, come dolorosamente avverte Dostoewsky ne «La leggenda del grande inquisitore».
Se viceversa con mente convertita si accetta che Cristianesimo è entrare anzitutto nella logica sconvolgente del Risorto che inaugura l'eschaton nuovo e definitivo al mattino di Pasqua, e nella partecipazione al dinamismo del suo processo pasquale di ricapitolazione, in Lui e con lo Spirito, di tutte le cose al Padre, allora forse si sarà spinti ad accettare un'altra affermazione crociana «tutti gli italiani sono atei». È la denuncia dell'ateismo occulto dei credenti che accettano di denominarsi Cristiani, per paura, per superstizione, per tradizione, per convenzione. Come è attuale l'espressione di Ignazio di Antiochia agli Efesini: «È meglio essere Cristiani senza dirlo anziché dirlo senza esserlo».

DALLE VERITÀ MISTERI AL MISTERO VERITÀ

Ora ci chiediamo: la tragica avventura di una religione svuotata, di una fede spuria nella quale il cristiano di oggi più non ritrova il suo volto e rischia di ritenere stracciata la sua carta di identità, non può derivare, oltre che da mistificazione soggettive, da culture e strutture, anche sul piano oggettivo, dal fatto di una indebita confusione tra l'essenziale e il provvisorio nei contenuti di fede, inquinati e soffocati?
È la tentazione di nebuloso deismo che dal '700 ai nostri giorni preme sull'uomo dell'età moderna non è un sintomo del contatto di essenzializzazione e depurazione dei «contenuti di fede» affastellati, disorganici, inquinati?
Il processo contemporaneo di secolarizzazione non è un impressionante test dell'esigenza di giungere al nucleo per liberare il messaggio che ci libera, per far riemergere il volto di Dio che fa nuove tutte le cose?
Oggi - è notorio - molti credenti sono traumatizzati dalla crisi dello status di securizzazione.
Tanti che si ritenevano punti fermi sono stati assoggettati al vaglio e sono stati riservati alla zona dell'opinabile.
Crisi salutare, questa che intanto occasiona la riduzione dei punti fermi del fondamento della nostra fede e poi li articola.
Ieri il Cristianesimo a cui si doveva aderire per essere della chiesa, e per salvarsi era considerato come una galleria dottrinale costituita da quadri di verità.
Oggi il Cristianesimo a cui si inerisce per essere Chiesa è l'inserimento in una Persona da amare e da vivere.
Si opera lo spostamento d'asse dalle verità-misteri (il mistero veniva inteso in chiave prevalentemente gnoseologica, o di verità occulta) al mistero di verità che è «Cristo in noi, speranza di gloria» (ove mistero è assunto, in senso paolino, di planimetria salvifica che ingloba il senso gnoseologico).
Tutte le «verità della fede» sono aspetti dell'unico mistero di Cristo, anzi dell'unico mistero che è Cristo.
Cristo è così il Verbo in cui tutto è stato fatto ed è parimenti il punto focale, il nucleo energetico della galassia in espansione.
Pertanto la «reductio ad Christum» operata dalla teologia conciliare non è un processo di riduzionismo mutilante ma è un ripercorrere il tracciato condensazione - espansione del piano di salvezza («to mysterion» di Paolo); fino alla dimensione della ricapitolazione universale in Cristo, quando sarà completato il «vir perfectus totus» e Dio sarà tutto in tutti.
Tutte le «verità cristiane» sono aspetti propedeutici o completivi di questa realtà che è il Verbo del Padre nello Spirito.
Di qui appare che la cristo-ecclesiologia diventa il punto nodale del discorso di adesione di fede ma non il punto terminale.
Questo resta sempre il Padre: ex quo - ad quem: principio imprincipiato e fine nel quale tutto si consuma nella beatitudine dello Spirito.
L'itinerario di fede - insomma - è il ritracciare con Cristo Verbo Incarnato il circuito vitale trinitario. È un fatto di amore, di luce, di vita.
Se fede è partecipazione alla vita divina del Figlio a livello di «visio inchoata» e quindi compartecipazione alla natura divina, il Figlio è essenzialmente «esse ad Patrem», accoglienza del Padre e offerta al Padre.
E tutto questo si opera nella potenza del loro Spirito d'amore. Analogamente, ma ontologicamente, il credente nella fede è colui che riceve la vita del Padre - il Padre di Gesù è realmente e personalmente mio Padre perché mi genera figlio nel Figlio in ogni istante - e insieme offre la sua vita, ciò che ha, ciò che sa, ciò che è al Padre col Figlio ritornando nell'amplesso dell'amore eterno. E questo ritmo incessante di «exitus reditus» è operato nella potenza dello stesso Spirito, che congiunge eternamente il Padre e suo Figlio.
Se questo vale per ogni Cristificato che nel Battesimo riceve il sigillo trinitario, la Chiesa, che consiste nel Figlio Unigenito che si riveste degli uomini come di due membra vive, risulta la comunione temporale, sacramento della comunione eterna, «il sacramento che è la Chiesa».

LA CHIESA PUNTO DI SINTESI DEL MISTERO

La chiesa è la comunità vivente dei cristificati che si affidano al Padre il quale si rivela nel Cristo morto e risorto e nel loro Spirito riconcilia a sé l'uomo e il mondo e prepara nel tempo il compimento del tempo.
La chiesa che non è la negazione del mondo, ma «è la parte riflessivamente cristificata del mondo», come la definisce Tehillard de Chardin. La chiesa è il mondo nuovo rivelato da Dio a se stesso nella sua pienezza ed è il mondo illuminato dalla rivelazione culminante di Dio che è la Pasqua di suo Figlio. E così si presenta come la forma contemporanea terrestre dell'esistenza del Risorto.
E siccome nel Risorto il mistero di Dio raggiunge la sua maturazione, la chiesa che ne è la forma per noi oggi, è anch'essa maturazione di questo mistero.
La chiamata personale alla comunione con Dio attraverso l'incorporazione all'Unigenito fa sì che ogni vocazione sia convocazione poiché associa organicamente agli altri scelti e chiamati.
E questa convocazione realizzata e vissuta è la chiesa stupendamente definita da K. Barth «il corpo terrestre del Cristo glorioso».
La chiesa è pertanto un organismo vivo i cui membri sono membra dipendenti dalla medesima «testa organica», come si esprime Paolo, irrorati dal suo dinamismo pasquale, animati dal suo Spirito d'amore, impegnati tra una Pasqua e l'altra a completare il suo compito profetico, sacerdotale e regale.
Ora, se questo triplice ufficio di Cristo ricevuto dal Padre si può sintetizzare nella liberazione per la comunione, cioè salus che è salvezza e salute, che è correre liberi e crescere sani, come figli somiglianti al Padre, la fede nel Cristo che affida agli uomini fratelli i suoi poteri è fede nella capacità di trasformazione del mondo.

La chiesa della pasqua che annuncia un solo contenuto: il Regno

La risurrezione è la possibilità dell'impossibilità che sbalza dall'esperienza dell'Esodo supremo di Cristo dalla schiavitù della morte: Dio è capace di mantenere il supremo appuntamento.
La fede nella risurrezione da annunciare e realizzare è certezza nel Dio vivo dell'Esodo che resta come «Dio-con» nel suo Cristo risorto presente nella sua comunità pasquale a comunicare il suo Spirito di amore che fa muovere, cioè ringiovanisce tutte le cose.
La fede nella risurrezione è fede nella presenza liberante del Risorto la cui Pasqua è nelle nostre mani.
La fede è sguardo aperto e limpido sull'invisibile.
La speranza è coraggio di attesa costruttiva per l'umanamente impossibile. Fede-speranza in tale contesto essenzializzato non sono più soltanto un'ottica sul reale ma una presa di posizione nella storia. Il Cristianesimo non propone una vita spirituale in rapporto lineare «io - Dio», ma in rapporto triangolare «io - Dio - gli altri e il mondo».
Basta sopprimere uno dei termini e la vita non circola più, il circuito si blocca.
Gli eredi di Caino sacrificano l'uomo. Gli eredi di Giuda tradiscono Dio. Caino si potenzia in Giuda.
La fuga dal mondo e il secolarismo sono entrambi atti di miscredenza. Viene tradita la fede nel Regno. E il regno è il modo di essere del mondo che accetta la comunione con Dio e con i fratelli, cioè la vita eterna, che è tutt'altro che solo la vita futura, bensì è vita dell'eterno, vita dall'eterno vettorizzata in noi nella Pasqua del Figlio e già ora presente nella storia, in attesa della rivelazione totale dei figli.
«Non crede nel Regno - ammonisce Bonhoeffer - chi si rifugia in esso lontano dal mondo, come non vi crede chi pensa di doverlo erigere come un regno di questo mondo. Chi fugge la terra per trovare Dio trova solo se stesso. E chi fugge Dio per trovare la terra trova solo un campo di battaglia».
E il Concilio con termini insolitamente gravi: «Il Cristiano che trascurasse i suoi impegni temporali, trascurerebbe i suoi doveri verso Dio e verso il prossimo. E metterebbe a pericolo la sua salvezza eterna» (GS, 43). La fede come risposta all'invito di comunione è perciò adesione al Regno da costruire, cioè impegno temporale per costruire la terra nuova. È fede-vita, ieri poteva rischiare di apparire fede-rito.

ATTI DI FEDE E CONTENUTI DI FEDE

La fede-vita è compromettersi con Dio che nel Verbo e per lo Spirito è sempre «colui che viene» per far nuova la storia e si presenta come Futuro assoluto. Il credente è colui che crede nel Dio dell'Esodo; che precede il suo popolo, nel Dio che è davanti a lui. Più che le spalle al sicuro come un servo immaturo il credente ha il futuro certo come un figlio partner di suo Padre. È nel tratto che lo distanzia dal futuro c'è la zona del rischio.
Fede-vita è correre il rischio come Abramo di vivere da amico di Dio. Ma questo o ci fa paura, o ci sembra ridicolo e puerile.
Ciò prova che il nostro atto di fede ha come suo termine o un dio tiranno che ci incute terrore o un dio ingombro, vecchio che ci copre di ridicolo. Questa fede complessata si manifesta nella nostra vita interiore quando abbiamo paura di Dio.
Nella vita di relazione quando avvertiamo vergogna di parlare di Lui e ritegno a parlare con Lui.
Carenza di preghiera e fobia di testimonianza sono le prove più comuni di una fede pagana verniciata di Cristianesimo.
Fede viva nel Dio vero è fede decomplessata. È fede coraggiosa che è risposta ad un invito sfidante. Al contrario delle filosofie - è il pensiero del grande mistico A. Heschel, ebreo contemporaneo - che iniziano con un interrogativo, la fede origina sì con un interrogativo ma posto da Dio all'uomo. Dio è una sfida permanente, una provocazione perseverante ad uscire dai comodi rifugi, ad operare l'esodo. Il Dio rivelato, precisa G. Marcel, non è un problema (un oggetto de quo), ma un Mistero: una voce che mi interpella nel mistero.
Alla luce della fede, che globalmente risulta una risposta al Dio che si manifesta e interroga: «Adamo tu dove sei? Caino dimmi: dov'è tuo fratello?», la fede cristiana come atto di fede, non è sensazione, non è commozione, non è impressione, non è evasione, non è proiezione. È decisione di donazione a Dio e ai figli suoi.
La fede cristiana inoltre, come oggetto di fede essenzializzato, è il piano è decisione di donazione a Dio e ai figli suoi.
La fede cristiana inoltre, come oggetto dr fede essenzializzato è il piano di salvezza che si va costruendo nell'immenso cantiere del mondo, che è «il Cristo-Chiesa» da presentare come dono pasquale finale al Padre alla fine senza mai più fine.
Da questa riscoperta della fede nella duplice dimensione oggettiva e soggettiva può risultare una linea di identikit del credente.
«Chi è il cristiano?». Si interroga Balthasar in «Cordula ovverossia del caso serio». Risponde: «Uno che impegna la propria vita per i fratelli perché Egli stesso è debitore della vita al Crocifisso (...). Tutta l'esistenza del Cristiano è il tentativo di una risposta di ringraziamento nella fede al Figlio di Dio che mi amò e diede se stesso per me» (Gal 2,20); (...) di testimoniare se necessario con la morte che l'amore è superiore alla morte, è la vita eterna».

Un tracciato di «formule brevissime»

Noi in radice diciamo che la fede è la risposta di amore ad uno sconvolgente convito d'amore le cui fasi si possono così compendiare in queste formule brevi della bellissima notizia:
1) Dio è Padre e non dà mai le dimissioni da Padre (amore-tenerezza: agape, misericordia, fiducia).
2) Mi chiama ad essere figlio vero nel Figlio vivo, centro assoluto, risuscitato a Pasqua, della storia.
3) E perciò mi mandano il loro Spirito trasformante e permanente nella Pentecoste, epifania della chiesa.
4) E ci chiama alla comunione con Loro e all'unità vera fra noi nella Chiesa viva, sacramento e corpo terreno del Figlio glorioso.
5) E noi, sacramento del Figlio, in forza dei sacramenti o segni che l'invisibile Risorto compie oggi nella chiesa visibile fino al suo ritorno, attendiamo fiduciosi nella speranza, operosi nell'amore, a trasformare il mondo per preparare i cieli nuovi. Poiché il destino del mondo e dell'uomo è la Pasqua totale come è già avvenuto nella creatura più umile e più alta che è la Vergine di Nazareth, Maria.
6) E così la protologia, la chairologia, e l'escatologia fanno da punti nodali della storia che ormai è tutta, grazie all'evento-parola del Padre, Cristo morto-risuscitato, storia di salvezza.
7) Si va così scolpendo nel tempo l'immagine di Dio indefinitamente pluriforme.
Dio creatore è lo stesso Dio salvatore. E noi siamo creati «a sua immagine per la sua somiglianza».
Dio creatore crea l'uomo creatore, rendendolo partner della creazione che continua nel progresso.
Dio salvatore forma l'uomo-figlio, divinizzandolo e rendendolo responsabile della salvezza-comunione portata dalla Pasqua di Cristo.
In una parola, queste formule si condensano nell'adesione al mistero di Dio in Cristo Risorto e nella dinamica costruzione del Regno con la forza dello Spirito.
Fede è adesione all'annuncio unico che sintetizza tutta la bella notizia e le relative profezie «Annunciamo a voi la vita eterna che era presso il Padre e si manifestò a noi. Vi annunciamo ciò che abbiamo veduto e udito affinché anche voi abbiate comunione con noi e la comunione sia con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo» (1 Gv 1,2-3).
È l'atto di fede più vero. E il contenuto di fede più pieno. È la fede-amen che si prepara a diventare l'alleluia della Pasqua senza fine.