Educare alla fede: ha ancora un senso?


Charles Duquoc

(NPG 1971-08/09-31)

L'istruzione e l'educazione religiosa avevano un preciso significato quando la fede veniva esplicitata in un certo numero di formule ben fisse che i bambini imparavano a memoria.
Oggi, in una società che non ha né programmi né norme, in una epoca ostile al linguaggio classico e al suo uso in campo religioso, in un'epoca in cui l'inte­resse prevalente si è spostato sulla libertà e la soggettività della persona, il fossato che separa formulazione dogmatica e maturazione della persona sembra più profondo che mai.
In questa prospettiva, qual è la forma che può assumere una educazione della fede? Ch. Duquoc ci aiuta a mettere a fuoco la nostra attenzione.

Nella catechesi è necessaria l'identificazione tra metodi e contenuti?

Le forme tradizionali di trasmissione della fede si rivelano sempre più inefficaci o sono già state abbandonate da tempo. Cogliere la non validità dei vecchi metodi, non porta però necessariamente a un modo attuale e adeguato di educazione della fede. Nel rifiuto del passato non entrano in gioco solo motivi di ordine razionale: c'è anche una certa dose di rancore. Fino a poco tempo fa, si dice, l'insegnamento era troppo oggettivistico, ignorava lo sviluppo della persona, inquadrava in un sistema e sviluppava delle abitudini, inculcava una dottrina: in poche parole, dava un senso di sicurezza statica.
Questi metodi sono ormai visti con disprezzo. L'infatuazione per l'atti­vismo, il fascino esercitato dalla dinamica dei gruppi e dalla non-diretti­vità, la denuncia filosofico-politica dell'insegnamento come forma di repressione culturale, anche le idee di Reich e di Marcuse sulla libera­zione, accentrano troppo l'attenzione sul lato soggettivo. Intervengono anche fattori più banali: la quasi universale trascuratezza per il lin­guaggio classico usato nell'esposizione del cristianesimo. I giovani non sono i soli a sentirsi estranei di fronte alle forme tradizionali di presen­tazione del messaggio cristiano: la predicazione trova le stesse difficoltà anche a livello degli adulti. Questo disinteresse per i contenuti di fede quando sono espressi in forma concettuale, esige l'invenzione di nuovi modi per trasmetterli.
La necessità creativa imposta dalla situazione non è senza drammi di coscienza: l'educatore della fede si domanda fino a che punto gli è lecito applicare alla catechesi metodi che sembrano portarlo a tacere la parola evangelica. Molti, poco sicuri della liceità di questo mettere in ombra i contenuti oggettivi della fede, non esitano a cercare giustificazioni teore­tiche ad una prassi imposta dagli avvenimenti: il contenuto della fede, essi affermano, si identifica col progredire dell'educazione. Nascono qua e là degli slogans: fare la catechesi non è altro che avviare alla respon­sabilità umana, o animare culturalmente. Animare, avviare, sono termini abbastanza vaghi per significare prassi profondamente diverse. Tuttavia, il loro uso ormai generalizzato sottende un'altra realtà: la tendenza ad identificare metodi e contenuti della catechesi.
Questa identificazione pone dei problemi molto seri, ed esige una valuta­zione critica. È pedagogicamente giustificata? È rispettosa dell'originalità della parola di Dio?

Le esigenze della fede

È con molta precauzione che mi inoltro su un terreno che non è di mia competenza.
La mia intenzione non è di parlare dell'educazione in se stessa, cosa che mi sembrerebbe priva di senso, ma di quell'educazione che ha come scopo di far sorgere la fede, o di far cogliere il suo carattere di liberazione. Da questo punto di vista, l'educazione è inseparabile dal suo programma.
Un'estate, in un raduno di insegnanti, ho cercato di far loro precisare quale mèta educativa avessero: l'unica risposta che ho ottenuta è stata questa: «Lo sviluppo dell'allievo». Non è cosa certa che il concetto di «sviluppo» possa far nascere una educazione coerente: quel poco che so di Freud mi fa pensare il contrario.
Oggi si pensa che, tempo addietro, il lavoro del catechista fosse molto semplice. La fede cattolica era enucleata in un certo numero di formule immutabili che il bambino o l'adolescente imparava a memoria e che l'educatore doveva spiegare, fino a guidare ad una comprensione logica. Se riusciva a suscitare interesse negli allievi, era un buon insegnante. Convinto dei solidi fondamenti che avevano il contenuto e l'espressione concettuale della sua fede, partecipava agli allievi la sua convinzione. Non gli sarebbe mai venuto in mente di identificare metodi e contenuti. L 'educazione consisteva nell'introdurre i ragazzi in un mondo di conos­cenze, di abitudini, di norme comportamentali, di convinzioni, realtà pensate liberatrici dell'individuo, a lungo termine, perché, attraverso l'insieme di tutti questi elementi, egli abbandonava il narcisismo per realizzarsi, bene o male, nel riconoscimento di Dio e dei fratelli.

La società non ha più né programmi né norme

Questo tempo di semplicità pedagogica è finito. Esso non solo esigeva un accordo intellettuale sugli scopi e le norme della vita, ma anche che questo accordo fosse realmente vissuto a livello della sensibilità, e quasi incarnato in istituzioni rispettate. Questa pedagogia non poteva ammettere la presenza di dubbi.
Il clima è cambiato. Nessun modo di vivere, nessuno scopo si impongono più con assolutezza. Le possibilità di realizzarsi come uomini sono molte­plici, e non esiste una società che detenga il monopolio della conquista della libertà, con tutte le ambiguità insite in questo termine. Il dubbio non esiste solo a livello intellettuale: è insito nella nostra società, poiché essa non impone figure tipiche né propone modelli.
Con questo, non voglio dire che la nostra società sia tollerante e non repressiva: in un certo senso lo è perché non indica un fine, ma si limita ad offrire delle possibilità e a fornire degli slogans, delle norme, forse qualche volta degli eroi.
Sotto un altro aspetto, è repressiva perché impone dei comportamenti sociali spesso derivanti da antiche tradizioni di cui non si è saputa co­gliere l'essenza; spinge ora al conformismo ora all'anarchia: conformismo delle coscienze, anarchia dei sensi.
La società contemporanea non ha né programmi né norme che possano apparire degne di essere interiorizzate e di polarizzare la vita. L'individuo è lasciato a se stesso nella ricerca di un significato. Ed è proprio questo significato che permette di conquistare una libertà che non si limiti ad essere semplice espressione di istinti.
Ci si obietterà che questa descrizione della società non può essere applicata alla Chiesa. Essa dà delle mète e delle regole, e la fede, che è abban­dono fiducioso a Dio, è il fondamento dell'accordo necessario tra i mem­bri di questa società, per cui è ancora possibile pensare l'educazione come inizio e tensione di un essere assieme davanti a Dio. Da questo punto di vista la società-Chiesa sarebbe, per ipotesi, meno pedagogica­mente povera della società civile. Quest'ultima non sa che significato dare al termine «sviluppo della persona»: la Chiesa, invece, propone un significato e dà un contenuto.
Questa obiezione avrebbe valore se la società-Chiesa vivesse chiusa in se stessa, lontana dalle tentazioni del mondo e dalle sue fluttuazioni. I dubbi che assalgono la nostra società a proposito di ideali e costumi, affliggono anche la Chiesa. Alcune certezze, che una decina d'anni fa sem­bravano al disopra di ogni dubbio, sono oggi relegate al rango di opinioni probabili. Si pensi a quanto sono cambiati atteggiamenti, abitudini, costu­mi, dopo la fine dell'ultimo Concilio! La liturgia sembrava intangibile; ormai non si esita ad «inventarla» per celebrazioni di messe «dome­stiche». Del matrimonio dei preti non se ne parlava nemmeno: oggi, molti lo considerano come una cosa che verrà da sé. Non è raro che si indicano riunioni, si formino comunità in cui coesistono con tutta sem­plicità e lealtà sacerdoti sposati e sacerdoti celibi. La disciplina, le leggi interne della Chiesa si considerano riformabili. Alcuni sostengono che ciò che è stato finora insegnato come dogma non ha alcun valore. Insen­sibilmente, tutto è rimesso in discussione e i contenuti tradizionali si trasformano in ostacoli allo sviluppo della libertà cristiana.
La Chiesa sta provando, a mio avviso, lo stesso malessere della società civile; i suoi ideali e le sue mète, espresse in modo astratto, non riescono a convincere, e lasciano insensibili. È anch'essa il luogo del dibattito. Il cambiamento di clima all'interno della Chiesa impedisce dunque che la educazione della fede segua la via tradizionale.

Il metodo educativo esige un contenuto

La domanda che ci eravamo fatta non ha ancora trovato risposta: metodo educativo e fede sono identificabili? O più precisamente: l'avvio alla cultura e alla libertà è educazione alla fede?
Una risposta esaustiva esigerebbe un lungo studio preliminare; per que­sto, io risponderò solo a partire da un punto particolare: la necessità di un confronto, della presenza di una legge nel processo stesso dell'educazione. Si sa che il bambino vuole tutto, i suoi desideri non hanno limiti; i poco a poco diviene uomo e libero, allora ha rinunciato a volere tutto, è divenuto capace di riconoscere l'altro in ciò che lo differenzia, capace di non farne più un mezzo per il suo narcisismo.
Per raggiungere questo stadio, ideale più che reale, il bambino deve rinunciare al desiderio, in poche parole deve ordinare i suoi impulsi tra loro e in funzione della realtà, a partire dalla ragione. Il passaggio dall'infanzia alla libertà dell'adulto, è la «sofferenza di un lutto», per usare l'espress­ione di Freud. Questo passaggio non si effettua senza uno scontro con strutture fondate sulla ragione o sulla legge, di cui il padre è normal­mente il simbolo concreto. Una educazione che volesse eliminare questo conflitto, correrebbe il forte rischio di lasciare il ragazzo o l'adolescente bloccato al narcisismo. Senza dubbio, sarebbe semplicistico credere che il conflitto è l'unica cosa necessaria per questa ristrutturazione dell'Io in funzione della realtà e non del solo «desiderio». L'amore, la tenerezza, in tutta la giovinezza, non è meno indispensabile. Diciamo dunque che il principio di realtà (l'esteriorità del desiderio, la ragione universale, gli altri Io, la legge che esprime il gioco sociale) è necessario alla struttura normale della persona.
Se il ragazzo o l'adolescente non ha mai di fronte qualcuno, una legge e una ragione, delle esigenze di comportamento sociale; se non fa altro che dedicarsi all'ascolto dei propri sentimenti, se tiene conto unicamente delle sue angosce o dei suoi capricci, regredisce verso lo stadio infantile, resta incapace di affrontare la realtà e destinato alla prigione del sogno. Il metodo educativo esige dunque un contenuto, cioè una realtà che si impone e con cui il ragazzo o l'adolescente deve combattere per farla sua. Una educazione avulsa da una cultura già vissuta dagli educatori e dal loro ambiente è un sogno vuoto. Il metodo educativo, lungi dall'opporsi ad ogni contenuto, lo esige. L'abilità consiste nel non imporlo come una esteriorità repressiva, ma di proporlo come la tensione ricercata dalla personalità dell'educando.

La parola di Dio e l'educazione

L'educazione ha come scopo non la liberazione delle pulsioni ma la loro integrazione armoniosa in un insieme culturale; si educa in vista di una società reale e non immaginaria.
Nell'educazione verso la libertà cristiana, non si può fare a meno del confronto con il principio di realtà: esso è il contenuto della fede, espresso dal termine «parola di Dio». Libertà cristiana significa essere liberi per Dio. Libertà umana, significa essere liberi per gli altri. Il «per gli altri» e
il «per Dio» si identificano praticamente in un comportamento morale e politico. Questa identificazione pratica in un comportamento morale non rende inutile la chiarificazione delle esigenze e del senso della Parola di Dio. Il vangelo, di cui Gesù Cristo è la realtà concreta, svela la portata della libertà cristiana, collettiva e individuale. La posta in gioco è fondata non su dati immaginari, non sulle proiezioni di una coscienza infantile, ma sulla realtà eterna di Dio.
Questa realtà non è un'esteriorità di cui io posso disporre a mio piaci­mento. La Parola di Dio contenuta nel Vangelo non è un invito facolta­tivo, è l'esplicitazione del mio stesso essere. Essa significa che non c'è vita degna di questo nome per l'uomo se non riconosce di essere amato e
non ama. Dio è quell'ultima realtà a cui nessun sotterfugio e nessun sofisma mi permetterà di sfuggire; è il nome più concreto e insieme più remoto.
Il vangelo annuncia questo nome, ed è con questo annuncio che Gesù rivela noi a noi stessi e ci rivela Dio. La Parola di Dio strappa al narci­sismo infantile: in questo senso, è violenza. Essa attacca alla base. Pro­voca la ribellione, perché accettarla è la cosa meno naturale che ci possa essere.

L'oggettività della fede

Tutta l'arte dell'educatore della fede consisterà dunque, se questa pro­spettiva è giustificata, nel manifestare al ragazzo e all'adolescente il senso concreto del vangelo: non è una realtà neutra, è potere di trasformazione. Per «senso concreto», io intendo la qualità, inerente alla Parola di Dio, di rispondere ad ogni interrogativo. Così, la Parola di Dio non mi spiega solo il senso dell'amore umano, non mi svela solo il lato positivo di questa esperienza psicologica: la situa in una prospettiva infinitamente più vasta, che dona sì un senso all'esperienza immediata, ma aprendola verso un futuro. È l'opposto della pura istantaneità: raggiungere una situazione che, piena di senso essa stessa, non sarà più sorpassata, ritornare all'armonia del seno materno. Parola che perdona, parola che scon­volge, non è mai parola che approva. Se, secondo Freud, non si finisce mai di crescere, sul piano della fede non cessa mai il confronto con la realtà di Dio. L'oggettività della fede è l'espressione concettuale dell'im­possibilità di ridurre la parola rivelata e liberatrice all'atto della liberazione. È compito dell'educatore di ricominciare con sempre nuova fre­schezza, perché la liberazione umana si compie nel passaggio dall'infanzia :all'età adulta, all'interno di una parola di fede che è la fonte ultima di questa liberazione ma che tuttavia non potrebbe identificarsi con essa. La realtà di Dio non è quella del destino cosmico o biologico di cui la morte è l'aspetto ultimo; è la realtà della vita che vince ogni destino. La parola che ci dice Dio è dunque la parola più concretamente liberante e insieme quella di più difficile ascolto.

Far penetrare nel significato concreto delle verità dogmatiche

Da parte mia sono persuaso - ma ciò abbisognerebbe di verifica - che l'opposizione sovente affermata tra contenuti oggettivi della fede e educazione della fede o libertà cristiana deriva dalla incapacità di molti dei credenti di dare un senso esistenziale alle verità dogmatiche. I credenti, formati a una teologia di tipo oggettivo - in cui la preoccupazione principale era l'ortodossia della formulazione e la coerenza razionale tra i differenti dogmi - sono combattuti tra le esigenze esistenziali e concrete dell'uomo moderno e l'oscurità delle antiche formule. Essi desiderano delle giustificazioni che non siano autoritarie; vogliono percepire il senso di quello che comunemente viene presentato come Parola di Dio o Rivelazione.
Le discussioni che si sono avute in questi ultimi tempi a proposito della «concezione verginale di Gesù», dei miracoli di Cristo, della Risurre­zione; il fatto che credenti sinceri abbiano rimesso in forse dogmi creduti dalla Chiesa fin dai tempi più antichi, non rivelano uno spirito diabolico, ma malintesi o incomprensioni. Per testimoniare la propria fede in Gesù Cristo, è proprio necessario sostenere avvenimenti o prodigi che non hanno rapporto con la vita concreta? Fintanto che gli «antichi» dogmi non ver­ranno spiegati nel loro significato concreto, cioè nella loro incidenza sulla vita individuale o collettiva, ci sono poche speranze che non siano consi­derati altro che forme di repressione culturale dovute alla volontà di potenza delle Chiese.
Il dibattito odierno sul celibato è significativo: si fa passare in secondo piano l'oggetto della disputa per proporre delle concezioni diverse dell'autorità nella Chiesa.
L'autorità sembra incapace di proporre un senso per la fede che impone, e questo vuoto non è colmato dal richiamo alla tradizione costante della Chiesa latina, universalmente riconosciuta come piuttosto tumultuosa a questo riguardo. L'appello alla tradizione aumenta il sospetto sulla vali­dità del fondamento della legge attuale del celibato. Sarebbe più impor­tante esporre, in un linguaggio comprensibile, la portata umana e il signi­ficato evangelico della verginità per la testimonianza sacerdotale nella Chiesa di oggi. Solo l'esplicitazione del senso profondo apre la via alla libertà. Oggi ci si richiama a contenuti dogmatici od a leggi, ma l'autorità dà l'impressione di non sapere nemmeno lei quale ne sia il vero signi­ficato concreto.

Deficienza teologica

Ciò che si dice dell'autorità vale anche per la teologia.
Ferma a una riflessione di tipo idealistico, ha lasciato alla pedagogia la responsabilità della trasmissione della fede. Le opposizioni tra pastorale e studio, il disprezzo degli uomini di azione per la riflessione, non hanno certo favorito il nascere di un pensiero teologico che sia concreto. Per questo, noi ci troviamo in una «impasse», facili prede di ogni nuova scoperta psicologica, e incapaci di valutare l'incidenza, l'impatto di que­ste scoperte sulla presentazione fedele della Parola di Dio. Noi non ne siamo gli inventori, ma gli interpreti. Non siamo noi i liberatori, ma coloro che annunciano che solo Dio in Gesù Cristo è il liberatore. Noi non siamo solo degli animatori, ma dei testimoni di una realtà a cui ogni libertà umana deve confrontarsi se vuole qualificarsi come adulta.
Educazione alla fede e Parola di Dio, era il nostro problema.
Bisogna evitare di ridurre la Parola di Dio al risveglio psicologico della libertà, perché questo risveglio postula il confronto con una realtà e, nel caso della fede, la Parola di Dio esprime questa realtà di cui nessuno può credersi possessore, e che nessuna esperienza psicologica potrà esperimen­tare appieno. Di più, non bisogna separare la Parola di Dio da chi la ode; questa parola è una parola per lui, lo tocca nel profondo del suo essere, nella sua storia personale.
Il compito dell'educatore è di riattualizzare senza fine per l'individuo e la collettività la realtà indistruttibile del vangelo.
Il legame tra educazione e fede non è dunque accidentale: appartiene allo stesso genere dell'annuncio di fede. Questo legame deve essere conti­nuamente ripensato: postula nell'educatore una profonda cultura religiosa, sola garanzia della sua libertà di fronte alle formule e dell'autenticità della sua visione di fede. Senza questa cultura, si troverebbe esposto alla ridda degli slogans e affascinato da ogni nuova ricetta.
Se l'educazione della fede ha come fine la conquista della libertà cri­liana, aspetto soggettivo della vita per Dio e per gli altri, essa richiede nell'educatore questa libertà. Una seria cultura religiosa è uno degli elementi urgenti, come una cultura in campo pedagogico e psicologico.