Se questo è un animatore...


Aldo Ellena

(NPG 1969-06/07-47)

Tra le inserzioni pubblicitarie domenicali di «ricerca e offerta di personale qualificato» non ho ancora individuato la richiesta di «animatori». D'altra parte, recenti convegni hanno occasionato una ennesima denuncia della mancanza, in Italia, di un numero adeguato di Scuole Speciali per Educatori ed Animatori.
Questo perché non è stato ancora possibile delineare un profilo professionale ben definito di questo «essere animatore», per cui, sia chi ricerca un animatore sia chi volesse offrirsi come tale, non dispone di un criterio univoco di richiesta e di offerta.
Forse la difficoltà fondamentale, per definire univocamente questo ipotetico profilo, si radica in alcune esigenze tipiche, che questo «essere animatore» comporta:
1) «essere animatore» implica una «globalità» di attitudini e di atteggiamenti, che sfugge alla considerazione analitica di metodi e di tecniche;
2) «essere animatore» si esprime costantemente in un rapporto bilaterale, per cui l'animatore finisce per ritrovarsi continuamente relativizzata la propria condizione e funzione. Qui, come nell'amore a due, accostiamo problemi di «relativi» anziché di «assoluti», o, se vogliamo, di «correlativi» anziché di «isolati»;
3) il giudizio sulle qualità di questo «essere animatore» è per lo più preferibile, per le singole, ineffabili, relative «situazioni d'animazione», solo a rapporto risolto, quando l'essere «animatore» di questo o di quel gruppo o ambiente è già diventato «storia» o, almeno, cronaca.
Comunque sia, è pur necessario uscire dall'indeterminato, dal generico, per approssimarsi sempre più ad un funzionale «profilo» di animatore, che sia accettabile dalla sensibilità dell'uomo medio. E questo tentiamo di farlo attraverso alcune pennellate creative, che riescano ad esprimere, senza cristallizzarlo, il tipo morale prima che tecnico, di animatore.
Penso l'animatore come persona
* unificata da una grande capacità di amore,
* ricca di alcuni sensi fondamentali, che correggono il tipo usuale di adulti, e
* che sa inserirsi, nel rapporto con l'altro, con la «strategia della libertà».

La strategia della libertà

Credo di riuscire ad esprimere meglio la «strategia della libertà» attraverso lo schizzo di alcune «strategie della non-libertà», quali le strategie della paura, dell'attesa, della prudenza, del regolamento, della tradizione, del compromesso equivoco, dell'anominato... Non è che queste «strategie della non-libertà» non abbiano qualche filino di verità, di giustificabilità... Ma sono così esigui, che quel che resta, che conta, che incide, è solo viltà, mancanza di fantasia, incapacità di amore!

* Strategia della paura
- di chi è nato stanco, psicologicamente ricurvo, biologicamente linfatico
- di chi vive in continuo conflitto con la realtà, con se stesso, con la propria coscienza non chiarita, non posseduta, insicura, amletica, complessata
- di chi è costituzionalmente allergico al coraggio, al deciso, al preciso, al ben definito
- di chi vede ovunque e sempre ostacoli insormontabili
- di chi dà corpo alle ombre, realtà all'ipotesi, al sospetto.

* Strategia dell'attesa
- che non è la strategia del «sapere attendere» (che comporta eroismo, coraggio, pazienza attiva)
- ma la strategia della maturazione spontanea (non voluta, non provocata, non stimolata, ma solo attesa) di idee, di situazioni, di persone
- la strategia dell'attesa lasciata al giuoco occasionale degli eventi, della loro possibilità
- strategia dell'attesa di chi spia la prima mossa, la mossa degli altri, la rottura del ghiaccio, ma che muove mai, rompe mai, che fa mai nulla per muovere o per rompere.

* Strategia della prudenza
- della prudenza di chi, nel raccordare i mezzi al fine, non riesce ad operarne la sutura, rimane bloccato nei mezzi, rischia di trasformarli in fini
- della prudenza che è pura meccanica esecuzione, che svuota la tradizione, che non sa mai rischiare, che non sa mai innovare
- della prudenza che vuole tutto previsto, tutto ineccepibile, tutto moderato, tutto sfumato, mai audace, tutto delicato, tutto rispettoso dell'ordine (o del disordine) costituito, tutto gerarchizzato, tutto cristallizzato della prudenza che conosce solo i «lento-adagio», che rivela volti inespressivi, mai compromessi con l'amore spontaneo, che sa odiare e polverizzare i dipendenti «a freddo», che sa rispettare le forme, violando costantemente la sostanza
- strategia della prudenza che non conosce le tensioni della passione, la fecondità del lavoro creativo, i tormenti della problematica
- strategia della prudenza che non conosce le incognite delle reazioni delle folle e delle piazze, di quello che si dice «mondo»: la prudenza di chi si espone mai
- strategia della prudenza che forse non offende, ma che mai difende, che sa tesaurizzare, ma non risparmiare e tanto meno investire, che blocca e complica il traffico, origina i tamponamenti sul piano della vitalità delle istituzioni.

* Strategia del regolamento
- strategia degli adoratori, delle vestali, degli statuti, dei regolamenti, del protocollo
- regolamento, binario sicuro, soluzione unitaria prevista una volta per tutte!
- regolamento, trincea facile delle responsabilità tradite, «asso nella manica» per le situazioni più imbarazzanti, per le «messe a muro» più inchiodanti, per le accuse e denunce senza appello!
- regolamento, surrogato delle soluzioni non volute, non ricercate, non tentate, non rischiate!
- regolamento, facile copertura, sempre a portata di mano, della propria inerzia, inefficienza, non funzionalità, mancanza di fantasia creativa!

* Strategia del compromesso
- strategia dell'embrassons nous, del «tutto va bene...», del ni anziché del sì o del no.
- strategia del compromesso come surrogato della legge della «gradualità», come realizzazione del «saper» vivere, del «lasciar» vivere, del savoir faire.
- strategia del compromesso,
formula funzionale di tutti i diritti a tutti i livelli, tecnica della resistenza nel potere, nel sopruso anestetizzante, garanzia di certi silenzi, che, rotti, ci rivelerebbero nella nostra interiore meschinità, attitudine del serpente, disgiunta dalla semplicità della colomba, capacità di non vedere l'evidente, di tacere quando il silenzio è tradimento.

* Strategia dell'anominato
- di coloro che si richiamano costantemente alle decisioni collegiali alle decisioni, oggi si direbbe, prese in équipe, ai comunicati-stampa ufficiali, al voto segreto, al «i Superiori credono bene», «in alto, molto in alto, si preferisce...» per mascherare le responsabilità personali, l'imputabilità di decisioni destinate a frantumare la vita di un uomo...
- la strategia dell'anominato, che non tollera la libertà di coscienza, la libertà e l'obiettività delle informazioni, che deride e denuncia come «sinistri» gli uomini liberi, che a base di «dicono», «sembra che», «parrebbe», controllano la consistenza del sottobosco del proprio potere.
Questa «strategia di libertà», che abbiamo cercato di schizzare attraverso il risvolto pesante di alcune «strategie di non-libertà», va sorretta e assecondata da un atteggiamento radicale, cui amo spesso accennare e che individuo nella disponibilità alla verità, la quale, per altro, consente pure di rimediare agli scompensi della volontà e della sensibilità, favorendo alcuni orientamenti positivi, che costituiscono come le dimensioni fondanti di una autentica personalità.

Disponibilità alla verità

Essere disponibili alla verità è essenzialmente un atto di rispetto per la verità, con la quale gradualmente intendiamo comunicare in attitudine di servizio, di passione, di sofferenza.
* Servire la verità, non servirsene, adattandola ai propri interessi, travisandola, deformandola, per puntellare:
- situazioni personali non chiare,
- situazioni sociali di privilegio, di ingiustizia, di pseudo progressismo,
- autorità inesistenti o puramente giuridiche.

* Passione per la verità, coltivando un disgusto interiore per la menzogna:
- per la piccola menzogna, adottata come soluzione dei piccoli contrattempi di ogni giorno;
-  per la menzogna sistematica, che alimenta l'ipocrisia, la velleità di apparire anziché di essere, l'amore del compromesso e del doppio giuoco il desiderio di pubblicità.

* Soffrire per la verità: per la verità che si fa attendere:
- pazientare nel cercarla;
- non concludere con precipitazione;
- insistere nel perseguirla;
- per la verità conculcata delle idee e delle situazioni;
- soffrire con coloro che soffrono per la verità: con gli esclusi, con i traditi, con i perseguitati, con gli oppressi, con gli sradicati, con i baraccati...

Questo sforzo di sintonizzazione, di comunicazione con la verità
- condizionerà la rettitudine della nostra vita intellettuale, della nostra ricerca, delle nostre categoriche negazioni
- ci eviterà il logorio del dilettantismo, della superficialità
- ci spingerà ad arrenderci di fronte alla evidenza delle idee e dei fatti
- farà sì che il nostro senso critico
^ non ci impedisca di rispettare le opinioni altrui,
^ non si trasformi in criticismo, in scetticismo, in partito preso
- farà sì che la volontà dell'evidenza e della chiarezza accetti i limiti del mistero, non soffochi il senso del mistero
- alimenterà
^ la nostra resistenza, la nostra opposizione aperta ai violenti, agli oppressori, ai dittatori, ai persuasori occulti....
^ la nostra dedizione, la nostra volontà d'amore.
Possiamo scomporre questo schema di «disponibilità alla verità» in alcune indicazioni pratiche per una convivenza umana libera e matura, articolata su quattro sensi fondamentali.

* Senso di fedeltà, anche quando
- sono mutate le circostanze favorevoli,
- si è risolto l'entusiasmo iniziale,
- è tramontata la fase del successo,
- «non ci si sente più»; il nostro volere non sia sentire, ma equilibri il sentire.

* Senso di responsabilità,
- che garantisce la fedeltà, la resistenza nel bene, la continuità,
- che ci fa essere presenti a noi stessi, attivi, elementi di iniziativa,
- che favorisce la visione realistica delle situazioni, la volontà delle decisioni,
- senso di responsabilità della propria virilità e della propria femminilità.
I nostri atti ci seguono: curare con intelligenza ed amore la «qualità» dei nostri atti, dosarne l'irraggiamento...

* Senso di bontà
- non lasciare che qualche persona si allontani da noi con una impressione negativa: lasciare il dolce in bocca...
- abituarci quindi ad uno stile di guardare, di parlare, di gesticolare, che siano indicativi di sincerità, di spontaneità, di lealtà, di generosità, di fedeltà, di discrezione...
- testimoniare che l'egoismo e l'infedeltà non sono legge nel mondo
- fare di tutto per non disilludere chi ha fiducia in noi: nascondere, correggendole e riducendole, le nostre debolezze, i nostri limiti...

*  L'esperienza della vita
- ci arricchisca, ci renda prudenti, ma non passivi
- non ci irrigidisca, non ci renda duri
- al più quel tanto di durezza, di corteccia, di scorza che ci alleni ad incassare, a resistere, a superare la vita
- la vita ci maturi conservandoci la serenità ed il senso dell'umorismo.

* Senso di responsabilità e di bontà sorretti da un sano realismo:
- coltivare una certa fiducia in noi stessi, un sano ottimismo
- potenziare fede e speranza nell'amore
- agire come se tutto dipendesse da noi, ma con la chiara coscienza di non riuscire da soli a modificare sensibilmente il corso della storia
- avere fiducia nell'azione del tempo
- anteporre sempre il bene da fare al riconoscimento che ne avremo, al successo che ne potremo ottenere.

Strategia di libertà, sorretta da una costante disponibilità alla verità, che si esprime, a sua volta, in alcuni «sensi fondamentali»: questo il processo di unificazione interiore che l'uomo, come tale e, nel nostro contesto di interessi, come animatore, può realizzare, in forma perfezionata, nell'amore. Questo processo di unificazione, perfezionato nell'amore, dovrebbe concludere ad un nuovo, diffuso tipo di adulto.

Un nuovo tipo di adulto»

Nuovo tipo di «adulto», non nel senso che sia stato scoperto adesso, ma nuovo tipo di «adulto» nel senso che esso è estremamente raro in circolazione. Proviamo a controllare questa affermazione in forma indiretta, domandandoci: «Quando noi adulti ci irritiamo per gli atteggiamenti dei giovani, abbiamo il coraggio di interrogarci su che cosa facciamo noi, adulti, per i giovani?

Noi adulti
lettori instancabili di un numero indefinito di rotocalchi, in gran parte viziati  da un pauroso squallore morale (e, si badi, non parlo di morale solo in senso psico-sessuale), da un pauroso vuoto di idee, dal culto della personalità, pubblicizzati prevalentemente dalle dune del deserto del sesso.

Noi adulti
redattori della cronaca nera, direttori dei mass media produttori di films che eludono e alterano costantemente la realtà, evadendo, nella migliore delle ipotesi, nella fantascienza.

Noi adulti
registi della TV, organizzatori di feste che non conoscono gioia.

Noi adulti
funzionari dell'Autorità tutoria, pubblici Amministratori, che, tutti insieme, non riusciamo a blocca la prostituzione, almeno ai margini delle aree scolastiche.

Noi adulti
operatori sociali, presidi, professori...

* Che cosa facciamo noi adulti per i giovani
se continuiamo a perpetrare il tradimento del denaro, della carriera a tutti i costi, dell'arrivismo sulle ruote delle raccomandazioni, dei titoli formali, disposti a crearci, con il titolo di dottore, una tradizione di nobiltà mai avuta, del successo mondano, divistico, galante, degli impegni solo retribuiti, delle facciate senza interni?

* Che cosa facciamo noi adulti per i nostri giovani
quando, forse inconsciamente, tendiamo a proiettare in loro le distorsioni psicologiche dei nostri insuccessi, delle nostre disillusioni, della nostra solitudine senza copertura? Che cosa facciamo noi adulti per i nostri giovani, quando abbiamo forse mai dimostrato, con una certa rilevanza, la capacità di dare qualcosa senza richiedere una contropartita? Non domando cosa facciamo su un generico, disimpegnato livello di buone intenzioni, di recriminazione verbale, ma sul piano di una azione organica, sincronizzata, continua, omogenea nelle finalità e articolata nelle espressioni, nelle istituzioni?
Il successo dell'educatore mi pare garantito, almeno in parte, da questa presentarsi come «un nuovo tipo di adulto», un adulto «non usuale» [1], un adulto con uno «stile nuovo». La Scrittura direbbe un adulto «in novità di vita».
Uno stile esige unità e l'unità dell'adulto è operata solo dall'amore. L'educatore deve avere una personalità unificata da una grande capacità d'amore. E, anche qui, per non rimanere nel generico, preciso questa attitudine unificante in una direzione, in termini di superamento di tanti particolarismi, di tanti nostri esclusivismi.

Personalità unificata ed aperta all'universalità dei valori

La tentazione al particolarismo è una tentazione tipica di tutte le età e di tutte le situazioni umane.
È tentato dal particolarismo il bambino, il ragazzo, allorché, molto spesso, si esprime in termini rabbiosamente possessivi, sia quando si esalta che quando si deprime: il «mio» papà, i «miei» giocattoli, i «miei» compagni, la «mia» banda... nessuno mi vuole bene, tutti l'hanno con me.
È tentato dal particolarismo l'adolescente, quando da estroverso si fa introverso, si ascolta volentieri, si contempla rapito, difende la propria intimità con un apparente, ma irritante, disprezzo, evade nell'estetismo delle parole, dei sentimenti, delle sensazioni forti, delle mode che fanno colpo.
È tentato dal particolarismo il non adolescente di età, ma che è rimasto adolescente nello spirito, per il quale il sogno continua a prevalere sulla realtà, la fantasia sull'esperienza concreta di tutti i giorni, le parole sui fatti, i sentimenti inconsistenti sulla volontà.
È tentato dal particolarismo l'adulto senza prospettive ideali, che eseguisce meccanicamente il suo lavoro, che coltiva i suoi hobbyes, i suoi sports preferiti, che soddisfa appena può e abbondantemente i suoi sports preferiti, i suoi gusti (il «suo» sigaro, il «suo» tipo di vino, i «suoi» piatti preferiti...), che fa pesare su chi gli è vicino le «sue» abitudini, i «suoi» orari.
È tentato dal particolarismo l'adulto «religioso», che si incontra ogni giorno con il «suo» Dio, il «suo» Cristo, ascolta la «sua» messa, sibila le «sue» divozioni, fa la contabilità dei «suoi» meriti, visita i «suoi» poveri.
È tentato dal particolarismo
- la mamma che avvolge, protegge il figlio in una spirale possessiva
- la moglie che blocca l'attenzione del marito o di due parentadi              
- il marito che, rientrando in casa, mobilita tutti al servizio del proprio tempo libero
- l'educatore che vede solo i propri «ragazzi», i propri «metodi»
- il propagandista che si esaurisce nei «suoi» prodotti, che si vota al «suo» candidato
- l'attivista che si batte per il «proprio» gruppo
- l'assistente sociale che si degusta i «propri» clienti
- il sacerdote che ipoteca i «propri» fedeli.
È tentato dal particolarismo colui per il quale
- esistono solo i «propri» problemi, le «sue» preoccupazioni, le «sue» sofferenze
- hanno rilievo solo le «proprie» difficoltà, i «propri» desideri
- hanno significato solo i «propri» successi, i «propri» meriti, le «sue» imprese, le «sue» amicizie, il «suo» ambiente.
* È tentato dal particolarismo chi facilmente indulge a tutto catalogare, a tutti classificare in carini e in schifosi, in simpatici ed in antipatici, in distinti e volgari, in buoni e cattivi, in intelligenti (pochi in verità: lui e qualche altro) e i tonti (i più, gli altri).
Questi sono i monti e le valli dello spirito umano insabbiato nell'egoismo, nella discontinuità psicologica, negli alti e bassi della vita.
Si tratta di livellare, di portare ordine in noi, di portare l'inconscio, il subconscio a chiarezza, a coscienza, di analizzarsi con sincerità, con tecniche adeguate, di aprirsi ad orizzonti più vasti di comprensione e di generosità.
E questo con continuità, tutti i giorni, con estrema pazienza e senso di provvisorietà, con umorismo per non avvilirci, con realismo per non illuderci e ritrovarci poi disillusi.
Valgo, sono, risulto spiritualmente fecondo, sono un «animatore», nella misura in cui esco dal mio io per entrare nell'altro, dal limite per avventurarmi all'aperto; nella misura di cui, liberandomi, mi rendo disponibile per la liberazione degli altri.
Il tutto con la convinzione che in una vita più lineare, più semplice e semplificata, meno presuntuosa, si esprime meglio il vero volto di Dio per noi e per gli altri.
Mi si potrà osservare che quanto è stato affermato sulla esigenza, per l'animatore, di una strategia della libertà, sorretta da un atteggiamento costante di disponibilità alla verità, integrato dai quattro sensi fondamentali accennati (senso di fedeltà, senso di responsabilità, senso di bontà e sano realismo) e sulla esigenza, per l'educatore, di una personalità unificata dall'amore, che superi ogni tentazione patricolaristica, è valido per tutte le professioni, per tutti gli operatori sociali.
D'accordo, ma è condizione di misura e di condizione sine qua non... Per me e per l'olimpionico sono necessari degli arti funzionali: però mi si ammetterà che, da un punto di vista di efficienza professionale, il grado di funzionalità dovrà essere ben diverso. Così per l'animatore, che deve condurre costantemente un discorso creativo irrepetibile con persone umane, nessuna delle quali ripete l'altra, senza modelli precostituiti, in un campo di massima variabilità, le esigenze suddette hanno un ben diverso significato che per l'addetto agli ascensori.

NOTE

[1] Piuttosto vere, anche se non troppo simpatiche per noi adulti, mi sembrano le osservazioni sugli adulti di Colin Wilson, Un adulto, in La conoscenza sessuale e i giovani, Paperbacks Lerici, 1966, pp. 7 e ss.