Perché parliamo tanto di animatori?


Giancarlo Negri  

(NPG 1969-06/07-17)

IL TEMPO DEI PICCOLI GRUPPI

I seminaristi vogliono vivere in piccoli gruppi, gli operai si organizzano in piccoli gruppi, i giovani rifuggono dalle grandi associazioni e ricercano un pluralismo di piccole unità, la J.O.C. per i suoi militanti, la Gioventù studentesca con i suoi raggi, le Equipes Notre Dame, il movimento Rinascita e tanti altri movimenti vedono imporsi questa dinamica d'associazione: i piccoli gruppi. Le esemplificazioni potrebbero essere allungate.
Per le scuole il discorso dei piccoli gruppi va puntualizzato. La didattica attivistica ha fatto circolare da anni l'istanza di piccoli gruppi di ricerca e questi più o meno si sono evidenziati nelle classi. In alcuni casi restano secondari, cioè si evidenziano per il lavoro scolastico e poi si sciolgono, altre volte diventano gruppi primari, dove un più attivo dinamismo interpersonale crea continuità e quindi esigenza di animazione e conduzione. Nei collegi ed istituti educativi l'evoluzione delle forme educative ha portato un certo caos negli ambienti dove le novità non trovarono la preparazione adeguata, rinnovando la classica situazione della toppa nuova nel vestito vecchio. In concreto i gruppi sviluppandosi portavano un accavallarsi di iniziative oppure la totale mancanza di serie iniziative a seconda che il dinamismo di gruppo si era più o meno bene avviato. Gli educatori si trovarono davanti ad iniziative troppo fuori schema; abbandoni di schemi validi invece dell'attesa riassunzione di essi in chiave di libertà; urti tra iniziative di diversi gruppi; autonomia dei gruppi rispetto alla convivenza totale di tutta la scolaresca o di tutto il collegio.
Tentando di porre riparo, senza sopprimere i gruppi, gli educatori si trovarono in posizioni strane e inaspettate di parlamentarismo democratico nel quale era difficile inserire il discorso dell'educatore come educatore.
Ed è su questo punto preciso che intendiamo fare luce: la necessità di trasformare l'educatore in animatore, perché se l'educatore vuole avviare la dinamica di gruppo accontentandosi di limitare senza trasformarlo il suo intervento di educatore, ne viene che né il gruppo funziona, mancando di animatore, né funziona la sua figura di educatore, mancando di adeguamento alla dinamica di gruppo, e il risultato è quasi caotico.

PERPLESSITÀ DI EDUCATORI DAVANTI AI GRUPPI

Dopo un anno o due di esperienza dei piccoli gruppi qualcuno ha tirato le somme: la pratica sacramentale sembrava diminuita; le iniziative formative sembravano relegate all'ultimo posto; la disciplina era ancora più rilassata; la convivenza dell'istituto restava compromessa da un frazionamento di gruppi tra loro antagonisti o semplicemente chiusi, diventando una specie di albergo per gruppi.
Dopo queste constatazioni si decideva il ritorno drastico e rapido alla impostazione precedente, limitando i gruppi al solo fatto materiale di attività a gruppi, senza far caso se erano promossi dall'alto o liberamente sorgenti dal basso.
A queste critiche e soluzioni opponiamo le seguenti cinque osservazioni:

- Prima: il buon andamento dell'istituto prima della persona?
È vero che «il singolo, immerso nel buon andamento della casa, acquista le buone abitudini ed i sani atteggiamenti di questo buon andamento»? La risposta è complessa, poiché per varie cause l'individuo singolo da una parte non è più disponibile a questo influsso della massa su di lui, essendo stato fuorviato da una vasta gamma di esperienze nell'attuale ambiente di vita, e dall'altra, ammesso che acquisti in questo modo le buone abitudini, egli risulta essere alla fine buono sì, ma labile e debole rispetto alle durissime prove che l'ambiente moderno impone alla sua virtù e finisce sovente con un cedimento più vasto, più deleterio rispetto a chi non è stato così formato. Si noti che per «cedimento» non intendiamo tanto coloro che diventano apertamente «peccatori», ma coloro che mantengono certe abitudini morali e religiose ma con quell'insieme di viltà, di ipocrisia, di pavidità e di meschinità che F. Mauriac, J. P. Sartre, S. De Beauvoir (Noeud de vipères, Thérèse Desqueyroux, Les Paroles, Mémoires d'une fille bien rangée, hanno così acutamente smascherato.

- Seconda: la buona condotta o la convinzione solida?
«Dai frutti conoscerete gli alberi»: è un detto evangelico che sostiene molti assiomi pedagogici, per esempio quello che una buona condotta è segno di convinzione, interiore e solida. Generalmente gli errori qui sono per mancanza di attenzione agli altri fattori, come in matematica. In questo caso il fattore «buona condotta» viene visto isolatamente dal fattore «in collegio» o «nella convivenza di alunni». E questo secondo fattore è sovente discriminante tra buona condotta derivata da convinzione (o almeno connessa con una convinzione crescente) e invece buona condotta proveniente da altri motivi, come il caso di alunni che strumentalizzano la propria comunione eucaristica al desiderio di essere 'considerati favorevolmente da un professore.
Qui un altro assioma sostiene un certo tipo di sistema educativo: l'agire crea o sviluppa l'organo. Questo è indubitato per il mondo fisiologico; sarebbe pure indubitato se si trattasse di abitudini premorali, come spiega Bissonnier (Psychopédagogie de la conscience morale), ad esempio l'abitudine alla attenzione alle cose, all'autocontrollo, ad uno stile preciso di dominio dei sensi, alla analisi dei fatti, ecc., cose che si possono acquisire con una intelligente ginnastica persino. Ma il discorso non vale più quando si tratta di scelte morali, di libero dono di sé, cioè di amore, come nel caso della Comunione eucaristica, del pentimento, della devozione alla Madonna, ecc.
In tal caso se non vi sono convinzioni, esperienze di base, anche allo: stadio elementare, l'agire è controproducente per la maggior parte dei casi. Per questo seri educatori anche recenti, come Halbfas, come Stefanini, come Lubienska de Lenval, insistono su certe esperienze religiose elementari che devono precedere a lungo esperienze così precise ed opzionali come i Sacramenti, le devozioni cristiane, ecc.
Impostato così il discorso viene anzi da essere un po' diffidenti di fronte alla «buona condotta» religiosa di un adolescente: o è un santo straordinario o la cosa è sospetta in un adolescente, spontaneamente inclinato alla ricerca, alla scoperta, all'esame, alla prima digestione dei valori prima della costante buona condotta. Un giovane che mantiene a lungo uno standard di vita religiosa che potrebbe essere di un adulto e non ha sbandamenti, alti e bassi, uscite di strada, può preoccupare invece che consolare.
Allora i «piccoli gruppi», dove forse non maturano costanti pratiche religiose, ma dove c'è il clima per il formarsi di solide convinzioni, maturate scelte e decisioni, appare preferibile ad un sistema dove consolanti «buone condotte» possono impedire o rimandare pericolosamente quelle crisi di crescenza e di maturazione che sono la via delle convinzioni solide e personalmente decise.

- Terza: la curva di sviluppo normale dell'efficienza dei gruppi
Molte volte la soppressione della dinamica di gruppo viene dalla fretta che non tiene più conto del fattore tempo nello sviluppo educativo. Secondo una normale curva di sviluppo è naturale e previsto che la prima fase sia di minore rendimento rispetto alla fase precedente: questa prima fase è dominata da una forza removens prohibens, cioè da una reazione a precedenti repressioni, allo stesso modo che un corpo si stira un po' volgarmente dopo essere stato a lungo immobilizzato in una posizione. Tale reazione è inevitabile, anzi è segno di una liberazione da atteggiamenti non assimilati, da pratiche non convinte. Molti pensano semplicemente che è un cadere in preda alle forze del male, della fuga da Dio, ecc. Ed è qui il giudizio erroneo: non è questo dominio del male che domina quella fase di rendimento peggiorato ma la normale reazione ad una prolungata forzatura dello spirito e delle abitudini.
Dopo questa fase segue una fase di ripresa, ma non ancora soddisfacente perché è l'inevitabile fase di rodaggio dei dinamismi nuovi che sostituiscono i vecchi. Anche qui gli impazienti trovano pretesto per denunciare fallimenti e improduttività e quindi decidere il ritorno ai vecchi sistemi. Occorrerà invece ritrovare il ritmo di Dio nel coltivare le anime: questo è il punto cruciale. L'impazienza educativa oltre ad essere controproducente, portando a rendimenti non autentici, è contraria al piano di Dio, che sembra seguire per le anime un ritmo lento, da «agricoltore», come dicono S. Paolo e S. Giovanni, con maturazioni stagionali ed annuali, ben più lente delle impazienti richieste dei tecnici o di quelli che vorrebbero il veloce ritmo tecnico nella formazione delle personalità. Naturalmente queste due fasi presentano dei rischi: i giovani si possono scoraggiare nella fase di rodaggio o smarrire nella fase di reazione alle precedenti repressioni. Ed è qui che diventa urgente e indispensabile un animatore del gruppo con interventi precisi, rispondenti alle precise necessità del momento, come vedremo delineando la funzione di animatore diversa da quella di educatore.

- Quarta: chiedere al gruppo senza aiutarlo
Una forma di gioco piuttosto scorretto è quello di abbandonare i gruppi, incrociare le braccia e stare a vedere che cosa combinano. Il gruppo avvia un certo dinamismo, un'atmosfera di sincerità e di reciproca, orizzontale stimolazione, che, evitando il rischio del Super-lo (come può capitare nel diretto rapporto educando-educatore), facilita ed intensifica una ricerca dei valori più autentica. Ma insieme a ciò il gruppo ha i suoi pericoli, le sue lacune, i suoi limiti soprattutto, in quanto non possono i giovani avere già la ricchezza di idee, di chiarezze, di orizzonti della persona matura: le stimolate intuizioni sono soltanto intuizioni. Lasciarli a se stessi è dunque male ed è chiaro che così essi saranno «gruppi abbandonati» come diciamo, in altro contesto, «ragazzi abbandonati».
Di conseguenza non bisogna camminare in un giochetto di sostituzioni: prima il regime educativo, poi il regime dei gruppi, quindi di nuovo quello educativo, perché così si falsano tutte le cose.

- Quinta: l'istintiva paternità spirituale
A conclusione di queste osservazioni in difesa del sistema dei gruppi, si mette in luce come nell'educatore ci sia più di quanto sembri l'influsso di una istintiva paternità, che lo porta a voler mantenere il più possibile lo schema educatore-educando. Molte volte questa tendenza è inconscia, appare sotto la luce di un vero zelo per le anime, una preoccupazione che «non si facciano del male» (tanto simile a quella delle mamme), una certezza che essi sono piccoli, incapaci, bisognosi di salvezza e che noi abbiamo la robustezza, la verità, le giuste soluzioni. Si badi bene che in parte ciò è autentico, poiché viene dalla Rivelazione; ma forse al puro dato della Rivelazione si è aggiunto sotterraneamente l'istinto di dominio, di protezionismo paterno o materno, di essere importante e necessario per qualcuno o ancor più segretamente di procreare figli «simili a noi», che è una ramificazione della tendenza all'affermazione di sé. In pratica questo insieme di tendenze porta al permanere della figura dell'educatore il quale interviene secondo lo schema «educatore-educando» anche quando si sono stabiliti i piccoli gruppi spontanei. Non è, facile cogliere la diversità tra questo schema («educatore-educando») e lo schema «animatore-gruppo». Il punto cruciale sta nell'inserirsi o meno dentro il progredire spontaneo dei partecipanti al gruppo verso i valori. Questo progredire spontaneo, pur sempre nutrito dalla informazione e rivelazione dall'esterno, risulta tanto vacillante e precario, che l'adulto è portato a sostituirsi come quando si prende bruscamente la mano di un bambino indeciso e lo si trascina a camminare più in fretta. Esempi più precisi di questa deviazione sono: sostituirsi al dialogo interpersonale dove i singoli individui si lavorano reciprocamente sfruttando le originalità di ognuno e il progressivo condensarsi di una maggioranza spontanea; proporre la propria tradizionale linea di ricerca, la propria metodologia, il proprio ritmo, i propri schemi senza separarli e distinguerli dai valori perenni e universali in se stessi.              
In un modo o nell'altro il dinamismo del piccolo gruppo resta bloccato o disturbato, resta allo stesso tempo privato dei contributi che in veste ti animatore un adulto deve dare. In tal modo il già delicato formarsi di un gruppo funzionante e costruttivo risulta compromesso doppiamente: per ingorgo o per denutrizione. Sulla trasformazione da educatori in animatori occorre dunque urgentemente insistere come unica possibilità, perché la pastorale dei piccoli gruppi trovi modo di affermarsi e convincere.
Ma prima è opportuno cogliere l'esigenza di un adulto nel gruppo stesso per una richiesta partente dal gruppo stesso.

QUANDO E COME SORGE L'ESIGENZA DI UN ANIMATORE

Quando sorge l'esigenza di un animatore

Un piccolo gruppo spontaneo di giovani è veramente autonomo nel senso che fa a meno di un adulto? Al principio sembra che l'autonomia sia rivendicata come assoluta. Ed il segreto (ed anche il rischio) educativo sta nel lasciare che con il tempo nasca da sé la richiesta di un adulto. Alcune norme disciplinari di convivenza con gli altri gruppi o con le inevitabili esigenze della vita (lo studio scolastico) sono imposte non dall'adulto in sé ma dalla realtà e logica delle cose, per cui vengono accettate e convenute subito dai gruppi con un'autoregolazione delle inosservanze.
Ma il vero intervento dell'adulto sta nel portare contenuti, esperienze, influenze e consigli a tutta la ricerca che il gruppo porta avanti senza schemi prefabbricati. Ma ci domandiamo appunto: quando il gruppo avverte il bisogno di un contributo del genere?
Bisogna partire da un fatto fondamentale, sottolineato da Goldstein, da Snigg, da Hare: l'individuo o il gruppo di individui, soprattutto nell'età giovanile, è in tensione di progresso continuo; se non si va avanti, tutto deperisce e muore. Non si può segnare il passo a lungo in queste cose, ma occorrono novità continue, orizzonti nuovi, curiosità, interessi succedentisi in rapida successione.
Ora in questa tensione ben presto si esauriscono le riserve degli appartenenti al gruppo: essi sono in tensione, ma mancano di elementi per dare sfogo a questa tensione.
Allora si determina un momento critico nella vita del gruppo, che giungerà alla ricerca di un aiuto esterno. Le ragioni precise per cui si arriva a questi momenti critici possono essere parecchie:
* I valori vengono a mancare di nuovi aspetti da aggredire, data l'ignoranza dei membri del gruppo. Le cose da esplorare, da sperimentare, da ricercare con entusiasmo non sono più davanti agli occhi, allettanti. Le cose già provate non attirano più e nulla affiora di nuovo all'orizzonte
* La reciproca conoscenza di se stessi, la conoscenza del proprio gruppo e della realtà circostante non è più chiara ed esaltante, si è giunti a livelli più profondi, dove da soli non si scopre nulla di attraente e di nuovo. Allora l'appartenenza al gruppo entra in crisi: non si ha chiara coscienza di ciò che si vuole, di ciò che si è come gruppo e come individui e questa incapacità di chiarificazione disturba e aliena.
* I rapporti affettivi, le interazioni tra i membri giungono a rotture, blocchi, attriti, incapacità di intesa e di accordo; manca un centro unificatore adeguato ai nuovi sviluppi della situazione e non si riesce a ritrovare ai nuovi livelli quell'intesa e quel meccanismo di rapporti e di leadership che prima tanto contavano.
* Le iniziative da prendere, dopo quelle evidenti e facili ad un primo giro di attività, vengono a mancare, sempre per difetto di sviluppo e maturazione dei membri del gruppo, e viene spontaneo chiedere altrove, chiedere a chi ha quella maturità e competenza che viene a proposito nella vita del gruppo.

Come sorge l'esigenza di un animatore

In tutti questi casi il piccolo gruppo non cerca un «educatore» nel senso tradizionale della parola, ma un competente, un esperto, un «anziano» (un po' come fanno le reclute) che appaia all'altezza del momento critico o del problema irrisolvibile che blocca il cammino del gruppo.
Ci sono alcune cose da notare quanto alle modalità di questa esigenza di un animatore, sorta dal di dentro del gruppo:

* Il «tempo utile»
Da quando il gruppo prima autonomo e volutamente autonomo sperimenta la propria insufficienza si inizia un «tempo utile» per l'inserimento dell'animatore che ha una breve durata, poiché nessun gruppo resiste a lungo in questo stato di crisi e di arresto della vitalità. Trascorso un tempo proporzionato alla precedente vitalità del gruppo, se non è intervenuto un elemento risolutore (l'animatore appunto) il gruppo cessa di vivere spesso con una rapidità impressionante. Alle volte continuerà ancora i suoi programmi, ma tutti avvertono che si va avanti per salvare la faccia e nessuno più «ci crede».

* L'importanza del primo intervento giusto
Quando l'animatore è invitato ad intervenire, egli può strafare, riprendere la sua funzione di educatore, che praticamente si sostituisce al dinamismo del gruppo, ed allora è lui la causa della morte del gruppo. Oppure egli può intervenire a sproposito, su cose non ancora aperte a lui, con un discorso sfasato, fuori luogo, non tradotto nel gergo del gruppo, nello stile del gruppo, non corrispondente alle precise attese dei presenti. Ed allora egli invece di essere accettato nel gruppo viene rapidamente estromesso. È delicato il primo intervento, perché dalla sua adeguazione psicologica e tecnica nasce la confidenza, la fiducia e soprattutto l'accettazione come animatore del gruppo, dopo di che i suoi interventi potranno allargarsi ad altri settori.

* L'esigenza inespressa
Sovente il gruppo si dibatte nella sua crisi e non prende la decisione di rivolgersi ad un adulto. Questo dipende molto da quanto diremmo circa l'animazione indiretta, cioè dagli atteggiamenti degli educatori circostanti prima che si siano destate delle crisi. Se tale animazione indiretta è positiva, allora è possibile all'adulto fare lui il primo passo, autoinvitarsi nel gruppo, sfruttando soprattutto i sempre validi colloqui individuali ed orientativi.

* Disponibilità ed apertura ad una animazione diretta
Il momento della crisi e la consultazione dell'adulto originano una situazione di grande disponibilità a ricevere schiarimenti, orientamenti, indirizzi di azione e di vita. Se la tecnica del dialogo sarà ben posseduta dall'animatore, egli potrà sullo slancio stesso e sulla direzione di lancio del gruppo prolungare i discorsi, allargare i confini, aprire le prospettive e così realmente ed effettivamente «educare», maturare individui e gruppo verso un autentico progresso.
Il punto di innesto può essere svariatissimo: l'adulto può essere chiamato come allenatore sportivo, come esperto cinematografico, come tecnico psicologo, come competente biblico, come personalità del mondo culturale, come autorità per questioni di prestigio interno. Sarà proprio l'abilità dialogica, propria dell'animatore, quella che permetterà il proseguimento dell'intervento nel tempo e nello spazio interiore. Venendo ora ad esaminare in dettaglio il trasformarsi di educatori-animatori di gruppo, possiamo distinguere 4 aspetti: animazione indiretta; animazione diretta; le funzioni del dialogo; la circolazione dei valori.

CHE COS'È L'ANIMATORE IN CONCRETO

Diventare animatori indiretti

Innanzitutto occorre focalizzare bene in che cosa consista il sistema della animazione indiretta dei piccoli gruppi.

- Animazione come stimolazione, sollecitazione
Una prima idea chiara è quella dell'animazione come stimolazione, sollecitazione dei gruppi di amici, degli spontanei gruppi autonomi, dei momentanei gruppetti di individui e finalmente degli individui singoli e della massa nel suo insieme affinché progrediscano in una tendenza sia pur minima verso i gruppi.
L'obiezione più corrente è quella della tradizione contraria, che combatteva i crocchi, i gruppetti isolati di amicizie spesso particolari, anziché stimolarli.
La risposta è molteplice:
* i tempi sono cambiati, i piccoli gruppi non rappresentano necessariamente un palliativo erotico, ma significano un rifugio da un dominante collettivismo anonimo che viene respirato in tutto lo stile della. moderna civiltà;
* l'isolarsi dalla massa è una rivendicazione sana contro il livellamento, mentre l'isolarsi da una comunità è un errore; ma la tendenza collettivistica della attuale civiltà mentre è contrastata da un gruppetto, ritrovando il sapore svanito della famiglia, allo stesso tempo mantiene l'equilibrio ed evita l'eccesso isolazionistico;
* la contestazione all'autorità, che è riconosciuta nei crocchi, non è più circoscritta ad essi, non è bandita del tutto, per cui i piccoli gruppi di amici non hanno più questa esasperata prerogativa, giustamente da combattere;
* se una volta si poteva convincere ad abbandonare i piccoli gruppi oggi è più producente tentare di canalizzare verso forme costruttive questo movimento spontaneo;
* la forma educativa dell'animazione permette un intervento nei piccoli gruppi che sana quanto può esservi di negativo e potenzia quanto può esservi di positivo.

Le forme di animazione indiretta intesa come sollecitazione sono numerose:
* l'invito a formare gruppi di ricerca nelle classi;
* l'invito alla discussione critica di progetti ed iniziative, a revisioni di vita comunitarie;
* l'indicazione di questa forma di organizzazione per fare progetti prendere iniziative in varie circostanze;
* la premiazione e il castigo non più ai singoli ma ai gruppetti, invitati perciò a diventare più solidali, più «tutti per uno ed uno per tutti» in una competitività con altri gruppi che andrà poi corretta nei suoi eccessi egoistici.

- Animazione indiretta come inclinazione di tutto l'ambiente educativo
Un secondo aspetto dell'animazione indiretta riguarda tutti gli educatori i quali nel loro modo di intervenire come educatori, possono o meno creare un clima favorevole, una inclinazione, intraveduta in loro dagli educandi, ad accogliere l'eventuale destarsi di gruppi spontanei. Si tratta qui di un atteggiamento, di un clima affettivo, di una disposizione d'animo positiva verso i gruppi.
I) Il punto più centrale di questo movimento globale sta nel continuo gioco tra autorità e libertà. Si sa che la vera educazione è una specie di dialettica fra questi due valori: alle volte si impone con autorità di svolgere un compito e la volta seguente si provocano libere iniziative e decisioni nel senso appena aperto. Ora l'alunno, il giovane può avvertire che si attendono e si provocano da lui iniziative libere di tipo individuale oppure di tipo comunitario, concertate, discusse e portate avanti, cioè, con un gruppo ed in un gruppo. Se gli educatori stanno attenti a questo, il movimento verso i gruppi si rinforzerà continuamente attraverso l'attività libera nei settori del gioco, della disciplina, della cultura, della ricerca e realizzazione. Basterà un certo esplicito modo di approvazione e di soddisfazione espressa e al contrario una critica ad iniziative individualistiche, perché l'opinione comune si muova in una precisa direzione.
II) Anche all'interno dell'intervento stesso dell'educatore un più pregnante appello a libere scelte nei modi di attuare i valori può prevalere nel pur necessario sistema delle prescrizioni sicure, decise e precise. In quanto l'educando è immaturo vi è in lui la ricerca di precise e sicure realtà a cui appoggiarsi per procedere, ma in quanto sta maturando e comincia a vedere da lontano qualcosa per conto suo egli ha bisogno di trovare l'invito e l'appoggio a tentativi di fare da solo. In questa parte del gioco educativo si trova appunto la formazione o meno di un clima che è animazione indiretta dei gruppi.
III) Un terzo aspetto, che è del resto comune, potrebbe essere accennato: ed è quello del valore di testimonianza degli educatori. Quanto più essi sono modelli dei valori più che insegnanti di essi, tanto più essi animano indirettamente i gruppi spontanei. Questi infatti, proprio a causa della loro libertà d'azione, tendono a trascurare i discorsi e le raccomandazioni dei loro educatori sui valori, poiché tentano di pensare e muoversi con la loro testa. Invece, quasi per compenso, essi saranno inavvertitamente dominati dalla autorità morale dei buoni esempi, della forza vitale nel modo di vivere i valori che hanno scoperto negli adulti che li circondano: proprio quando tentano di fare gli adulti, essi pensano a quei modelli che incontrano tutti i giorni e se questi li hanno colpiti, reagiranno imitandoli.
Naturalmente una comunità educativa aperta ai gruppi è più complessa e faticosa e rappresenta un plus di lavoro non indifferente. Quella dei gruppi è una fatica i cui frutti saranno goduti in futuro da quanti incontreranno ex-alunni maturati con uno stile, una solidità, una maturità superiore a quanti sono stati educati senza questo sistema.

Diventare animatori diretti

In che cosa consiste propriamente l'animazione diretta dei gruppi? Come si differenzia l'animatore di gruppi rispetto all'educatore?
Nella realtà concreta di una convivenza educativa molti alunni rimangono «massa», cioè non matura in loro l'impegno umano più preciso dei gruppi spontanei. In questa «massa» vi sono come delle condensazioni di vitalità, che sono precisamente i gruppi spontanei, formatisi per ragioni e nei modi diversi in base appunto alla spontaneità.
Per la «massa» l'educatore sarà educatore ma, incontrandosi con questi nuclei di più intensa vitalità, cambierà un poco il suo modo di fare. Occorre ora precisare questo suo modo diverso di fare.
Alcune premesse sui gruppi spontanei sono prima di tutto importanti per plasmare lo stile di azione dell'educatore diretto.

- Punti fermi sui gruppi spontanei
Ricordiamo solo quanto lo studio scientifico e il buonsenso concordano nel valutare i gruppi:
* si dice che dieci occhi vedono meglio di due, in questo senso si apprezza di più una ricerca corale del vero su fatti e valori della isolata ricerca individuale;
* le forze unite aumentano la forza di ognuno, cioè vi è una intensificazione della vitalità individuale nel perseguire lo sviluppo della personalità;
* il combinarsi e lo scontrarsi delle reazioni affettive più diverse è una palestra continua per superare il più grosso scoglio alla maturità etica, cioè l'egoismo, purché naturalmente una intelligente animazione impedisca al gruppo di diventare il contrario, cioè un incentivo per diventare opportunisti o in un abuso del potere di dominio su altri o al contrario in forme varie di dipendenza infantile o servile;
* le libertà individuali e le intuizioni si equilibrano nelle scoperte e nelle scelte in una specie di psicoterapia di gruppo che impedisce le stranezze, fornisce ampiezza di vedute per il contributo di ogni individualità complementare alle altre, anche qui solo se una intelligente animazione impedisce l'egemonia di una e quindi la frustrazione delle altre individualità;
* la coscienza comunitaria, principio della vita personale nella Chiesa e nel mondo, si sviluppa certamente di più nell'esercizio di una collaborazione tra molti in gruppo che attraverso discorsi e letture.
L'animazione diretta comincia da queste convinzioni nell'educatore. In base ad esse non solo egli sa dove il suo agire è indispensabile per la sanità stessa del gruppo ma sa anche dove il suo agire è da frenarsi per dare spazio ai dinamismi del gruppo di affermarsi e svilupparsi.
È poi necessario calarsi nella sostanza vitale del gruppo, identificandone i dinamismi più essenziali, di solito delicati e facilmente bloccati sul principio da un maldestro intervento.

- Dinamismi centrali del gruppo
Ricordiamo anche qui i punti principali:
* Vi è l'interesse che fa da portante, catalizzatore e campo magnetico per il raggrupparsi di individui. Uomini sconosciuti tra loro o diversi per classe sociale diventano affiatati e intensamente dialogici ad una partita di calcio: un forte interesse comune li accomuna. Qui l'animatore comincia con il creare forti interessi e nel senso herbartiano di pluriinteresse: la convivenza educativa cioè è pervasa continuamente da forme di «celebrazione», esaltazione dell'uno o dell'altro interesse. Sappiamo dalla didattica che la scuola stessa può attivarsi attorno a «centri d'interesse»: un complesso musicale che viene invitato, un missionario o un operatore sociale nel Terzo Mondo, un dibattito circa attualità scottanti, una mostra fotografica, la realizzazione di un cortometraggio, un insieme di interviste nella città, oltre alle solite forme del teatro, delle partite, dei tornei, ecc., sono tutti interessi dapprincipio portati avanti dall'educatore ma che con un po' di sollecitazione creano lo spontaneo condensarsi di gruppi. Sono molto ingenue le forme di animazione di gruppi consistenti in liste di interessi fatte passare al principio d'anno, in inviti ufficiali a formare per la tale data dei gruppi, ecc. Così i gruppi non sorgeranno mai come spontanei (si veda al proposito quanto scrivevamo in Note di Pastorale Giovanile, 1968-1, Si possono promuovere i gruppi spontanei?).
* Vi è il mondo affettivo che rapidamente si infittisce di tensioni e interazioni tra i partecipanti al gruppo.
Questo è un fatto distinto dall'interesse ed è il punto forse più importante della terapia di gruppo. Quando gli uomini sono in dialogo con altri uomini ci sono due interazioni che si destano nel settore delle tendenze affettive: il rapporto con l'interlocutore e il contemporaneo rapporto con i circostanti soci del gruppo. In un modo o nell'altro questi complessi rapporti sollevano una grande quantità di reazioni affettive: frustrazioni che vengono a complicare i rapporti, tendenze di dominio, meccanismi del Super-Io, compensazioni, transfert, complessi, proiezioni, ecc., in una parola tutta la parte dolente o alterata del nostro profondo viene a galla per imporre il suo gioco; contemporaneamente le tendenze native ad essere-con, essere-per si destano. Bisogna riconoscere che, se non si sta attenti, il gruppo, dopo aver risvegliato le forze disordinate e malate del nostro spirito, produce un tale gioco di reazioni nella prima ondata di rapporti interpersonali, da far morire il gruppo per l'irrigidirsi di certi fatti affettivi o lo scoraggiarsi di altri in una generale delusione o mancata soddisfazione rispetto alle attese iniziali. Molte volte la morte del gruppo è inevitabile ed è quasi meglio che avvenga subito alla prima ondata, generalmente del tipo descritto, di reazioni affettive.
Si noti che il «morire» del gruppo non significa sempre il suo scioglimento: una squadra di calcio può continuare ad operare, ma gli individui non sono in essa come gruppo, ma semplicemente come squadra, dove l'individuale interesse per il calcio è l'unico fattore operante.
Ma altre volte è possibile aiutare questo doloroso inizio a superare la fase critica in un purificarsi o almeno normalizzarsi delle reazioni affettive. Qui l'animatore diretto funziona in certo senso da terapeuta: il più delle volte egli interviene individualmente, chiarendo, ponendo di fronte alle cause ed agli intrighi profondi, facendo agire l'interesse ancora vivo sulle dolorose tensioni psichiche provocate; mostrando e caldeggiando le forme di reazione positiva con cui rispondere alle situazioni createsi. Si noti che tutto questo risveglio affettivo è provvidenziale: è proprio qui che il gruppo ha una delle sue funzioni educative profonde. Lo scoraggiamento di molti educatori per le crisi iniziali e non iniziali dei gruppi viene perché prendono queste crisi come un difetto, un ostacolo al dinamismo dei gruppi, che essi adotterebbero se non fossero «così difficili». Invece proprio questo destarsi di stati affettivi è, rispetto ad un «buon andamento» che elude e lascia addormentati i grossi problemi personali nascosti nel fondo della psiche, una situazione educativa migliore per portare avanti lo sviluppo personale.
Abbiamo già accennato che vi è un altro tipo di crisi affettiva: quando i soci hanno raggiunto un primo accordo e nella comune soddisfazione procedono per un certo tempo, bisogna prepararsi al momento in cui l'esaurirsi di «cose nuove» che si stavano scoprendo ed attuando (causa la limitatezza dell'immaturità) farà segnare il passo a tutti in una incertezza e immobilità temporanea che, se non interviene l'animatore, ridesta le crisi affettive in parte solo risolte nella prima crisi.
Lo sbaglio di molti rispetto a questo meccanismo della vita di gruppo è di ignorarlo e trattarlo semplicisticamente. In generale gli educatori restano «educatori», cioè portano avanti anche nel gruppo il «discorso» dei valori umani e divini del gruppo e tentano di portare e risolvere sul piano dei valori gli intrighi affettivi, esasperando il tutto. L'animatore invece è consapevole di questi giochi di tendenze affettive indipendentemente dai valori ed agisce sul loro piano, favorendo la chiarificazione comune, istruendo di conseguenza e risolvendo con la sua autorità morale quei problemi affettivi che proprio da una autorità morale, più che da mille discorsi, vengono risolti. In genere il far apprendere «l'arte di discutere» è un sistema buono per risolvere insieme queste crisi (cf sul tema, quanto è stato scritto in Note di Pastorale Giovanile, 1969-1 e 2: Dal discutere al saper discutere; Dal saper discutere alla revisione di vita; e l'interessante libretto dell'ed. Gribaudi: Coqueret, Discutere e costruire).

* Vi è l'iter di ricerca collettiva, cioè il modo caratteristico di procedere per ricercare una verità o un'informazione, valutarla, prospettare una reazione o un progetto.
Nel dialogo educativo individuale il «vedere, giudicare, progettare» avveniva senza la dimensione dell'ascolto di tutti, dell'interpellanza di tutti, della corresponsabilità di tutti. Questa dimensione è quella che apparentemente rallenta, prolunga, irrita (se i precedenti fatti affettivi non sono stati risolti) e scoraggia. Essa invece, una volta presa sul serio proprio a causa di questi blocchi o impasses che ogni gruppo conosce molto bene nelle discussioni, deliberazioni, ecc., è una caratteristica formativa della dinamica di gruppo, a cominciare dal senso di ogni personalità, umanamente e teologicamente riscoperta, venerata, ascoltata o rispettata in un esercizio altissimo delle virtù di uomo e di cristiano.
Ora l'animatore diretto deve innanzitutto rispettare questo i t e r. Il suo intervento non uscirà mai dal gioco di gruppo: anche quando potrebbe trasformarsi in un maestro rispetto agli alunni, resisterà a questa tentazione, ma interverrà sempre, preponendo il gruppo, l'insieme di tutti al suo assolo pur sublime. In pratica si tratterà di allargare a dimensione corale il dialogo educativo che si fa già per educare un individuo. Qui la dimensione corale consiste nel trasformare il dialogo interpersonale in un dialogo a più voci. Uno degli aspetti più belli di questo modo di fare è che il suo intervento (indipendentemente dai nuovi lumi e dai nuovi valori che la maturità dell'adulto necessariamente porta) contribuisce fortemente a intensificare la dinamica di gruppo in questo senso: quando il gruppo fa per conto suo interpellanza di tutti e ascolto di tutti, rimane sovente bloccato in parte nei riguardi dei soci meno brillanti, con difficoltà o di espressione o di intelligenza o di carattere. Ne nasce un pericoloso disuguagliarsi dei soci tra é l i t e e marginali, pericoloso non nel senso che si evidenzia l'élite, perché anzi questa è un dono per il gruppo, ma nel senso che questa élite facilmente deprezza, mette al margine quei membri del gruppo. E ciò è una profonda ferita alla vita del gruppo. L'animatore invece può capire e valutare le voci di quei «marginali» e può con la sua amplificazione e sottolineatura ripristinarli nella stima del gruppo, insegnare agli altri un nuovo modo di ascoltare, scoprendo il dono di ciascuno, anche dei soci meno brillanti, maturando così il grado di socializzazione, che si amplia fino ad includere anche questa cerchia di individui e nello stesso tempo stimolando in costoro un impegno contro eventuali pigrizie, ritrosie o altri fatti traumatici nella ritrovata atmosfera di stima e di fiducia.

* La complementarietà dei soci
Un gruppo «funziona» bene quando tutti sono necessari, innanzitutto cioè, quando ciascuno sente il gruppo come indispensabile a lui per ragionare e sentirsi vivo e importante, impegnato nella situazione locale e mondiale e poi quando ciascuno sente di avere una parte necessaria perché il gruppo sia vivo. Questo nasce da molte cose e prima di tutto alla coscienza del gruppo, della comunità, dell'insieme come più importante, valido e vitale che le singole esistenze: si noti che questi aspetti del gruppo finora indicati salvano sia la somma delle personalità che le personalità prese singolarmente.
Ora questa complementarietà non viene scoperta e valorizzata senza aiuto: qui l'animatore diretto del gruppo ha davvero la parte fondamentale. Egli solo per la sua esperienza e cultura coglie la formula di complementarietà del gruppo che lo ha accolto come animatore. Egli la rivela al gruppo, la fa notare quando spontaneamente si attua, la indica quando è prossima, la ripropone quando le avventure individuali tendono ad evitarla. L'abnegazione, il senso teologico e culturale della comunità, (si legga «Il Corpo di Robinson»), la perfezione umana e affettiva che ne viene, la preparazione alla famiglia, al lavoro in società, senza essere livellato o diventare un'isola, questi sono i discorsi trasmessi dall'animatore nel suo sforzo di valorizzare la dinamica di gruppo. Nello stesso tempo egli in dialoghi individuali e nei suoi interventi sostiene e focalizza continuamente questa essenza del gruppo.

* L'autorità soltanto personale nel gruppo
L'intervento umile nel portare il proprio contributo, è centrale nel senso che nessuno ha altra autorità oltre a quella che gli viene dal suo valore morale e dal fatto di essere persona, portatrice di un contributo al mondo che nessun altro può dare. Anche le «doti» sono rapidamente oggettivate, cioè non vengono da chi le porta trasformate in piedistallo di un personaggio, ma vengono accettate come dato e quasi possedute da tutti in una comune fruizione. Quando l'animatore interviene dovrà farlo secondo questo stile, senza diventare autorità giuridica o istituzionale davanti ai membri del gruppo. È questo un punto essenziale del comportamento di un animatore di gruppo: nella J.O.C. è tipico il caso dei sacerdoti che intervengono alla fine, come «dopo» gli altri, in una umiltà che ingigantisce la loro autorità morale e il valore oggettivo del loro carisma. In pratica le norme oggettive di successione negli interventi, di parità, ecc. devono strettamente essere osservate dall'animatore. Quando egli viene come «messo al centro» perché il suo contributo tecnico di esperto è da tutti richiesto, deve oggettivare la sua competenza e la sua dote, quasi separandola dalla propria persona, uguale agli altri nella dignità. È uno stile preciso ma difficile che con il tempo si acquisisce e che determina veramente l'animatore di gruppo. Niente è tolto delle sue possibilità di influsso morale, affettivo, ma senza mai seguire altro metodo e tecnica che quella a tutti comune nel gruppo. Egli è socio del gruppo, in pratica: la realtà più alta in dignità non è il capogruppo o il presidente, ma il gruppo nella sua semplicità, nella sua inafferrabilità (eccetto quando il convergere di assensi lo rende visibile). Tutte le «cariche» sono decisamente dei servizi sociali e come tali sono vissute in una oggettivizzazione del modo di svolgerle che salva da abusi di qualsiasi genere. In questo senso «norme» o «costituzioni» del gruppo diventano fondamentali. Ma affinché la loro rigidità non diventi facile strumento di potere per individui o sottogruppi che in una circostanza o l'altra possono trovare l'occasione di identificarsi con «il regolamento», tali norme sono sempre subordinate ad una eventuale decisione unanime del gruppo di adattarle per una particolare evenienza. Tale elasticità è radicale per la vita del gruppo.
Sembra strano che un gruppo di ragazzi debba finire in queste che sembrano solo strutture di vita del gruppo, ma se ci si rende conto che solo così (norme più parere unanime o di maggioranza) si «oggettivizza», si spersonalizza, si concretizza la realtà collettiva davanti a ciascun gioco psichico individuale, ecco che tale tecnica non è tecnicismo ma concretezza. L'animatore dunque in un primo tempo farà scoprire questi elementi come oggettivizzazione e identificazione del gruppo e poi sarà modello nell'attenervisi, con un continuo valorizzare la comunità che è continua riscoperta di essa nel mistero dell'amore.

L'azione dell'animatore nella sua essenza: il dialogo

Ma in sostanza qual è la caratteristica dell'intervento educante dell'animatore nella tensione in avanti del gruppo? Rispondiamo subito che è il dialogo nella sua forma più accentuata. Chi intende per dialogo il solo fatto di provocare nei presenti delle risposte, dando l'imbeccata, come si fa con i bambini, è - occorre dirlo decisamente - fuori strada. La ragione è precisa: questo tipo di dialogo, impropriamente dedotto dal dialogo maieutico dei Dialoghi di Platone, raggiunge ed aziona solo la capacità logica dell'interlocutore, la quale quasi meccanicamente reagisce allo stimolo differenziatissimo dei passaggi graduati e progressivi. Bisogna diffidare 'di questo gioco di logica nei processi educativi, poiché il raggiungere vertici di chiarezza in un acrobatico processo non comporta la conversione della personalità nel suo insieme, cosa più lenta perché materiata di tutti i dinamismi della personalità e non soltanto della facoltà logica, facilmente distaccabile dal resto.
Tanto più nel gruppo dove difficilmente il gioco della logica può essere astratto dagli altri dinamismi delle personalità, tale tipo di dialogo acrobatico è da evitare.
Quale altro dialogo, allora, è qui inteso?

I) L'essenza del dialogo

è l'«interloquire», cioè l'intervenire con delle battute da parte di due o vari interlocutori. La «battuta» del dialogo può essere provocata dal semplice gioco dell'evidenza logica, e siamo al dialogo maieutico descritto, può essere provocata da aggiunti dinamismi emotivi o tendenziali e qui entriamo più nell'insieme della personalità. Un esempio può chiarire il problema: prendiamo l'intervista giornalistica, schema al quale purtroppo potrebbe rifarsi l'animatore. In essa le battute si succedono: stimolo-risposta. Ma la risposta o «battuta» dell'intervistato è determinata da interessi pubblicitari, dalla coscienza del fatto «giornale», «lettori» e su questo piano di interessi essa si precisa nella sua sincerità, più o meno alterata di conseguenza, nel suo impegno di riorganizzazione della vita, più o meno toccato: difficilmente l'intervistato ha lo schema interiore del ricercatore della verità per uniformarvisi, ma piuttosto lo schema dell'affermazione di sé attraverso i mezzi di comunicazione sociale, estensivi di un Io o di un Super-Io.

II) Il dialogo pastorale

ha di comune al dialogo dell'intervista il fatto di coinvolgere interessi, sentimenti, meccanismi dell'io, ma ha grandissime differenze nella quantità e qualità di meccanismi che coinvolge ed aziona. L'esempio è stato capace di darci l'idea di un altro «dialogo» da quello puramente intellettualistico, ma non ci rivela per niente le cose sostanziali in un dialogo pastorale.

- La reciprocità di coscienze
A differenza dell'intervistatore o del maestro, l'animatore dialoga impostando innanzitutto una reciprocità di coscienze, cioè una parità di atteggiamento interiore. Occorre «incarnarsi», cioè farsi uomo del tipo di uomo che è comune nei membri del gruppo: il ricercare con loro deve essere palese, sincero, reale e realistico, nel senso che non si può far finta. Anche una ricerca metodica, destata dalla convinzione di possedere già la verità e di attendere soltanto il momento opportuno per tirarla fuori, come un asso nella manica, è stile scorretto, subito intuito dalla particolare sensibilità del gruppo, rifiutato anche dalla teologia cattolica: infatti è pensiero comune della Chiesa che nessuno possiede mai la verità, in senso definitivo e completo, prima dell'Ultimo Giorno della storia e inoltre che ogni momento storico, ogni gruppo umano e ogni uomo contiene un progresso nella verità totale e nella rivelazione esplicitata che vale la pena scoprire e diffondere. In tale prospettiva l'animatore «crede» nel valore profetico di quel gruppo di figli di Dio e sinceramente, seriamente, profondamente ricerca quel progresso di verità che esso contiene nel profondo delle singole persone originali.
E ora il «cercare» è reciproco: il gruppo «cerca» nell'aratore e l'animatore «cerca» nel gruppo.

- L'amore nel dialogo pastorale
Allora un cercare nel gruppo, un interessarsi dell'adulto, facilmente arroccato nella sua maturità imponente, non proviene solo da una vera umiltà, ma anche da una stima, una fiducia, un amore a quel gruppo di personalità in fioritura. L'amore educativo non può essere comandato da un imperativo etico, perché allora non viene autentico, esso può nascere solo da un lungo processo di innamoramento della persona umana, attraverso meditazioni teologiche che vedano la divinità della persona, immagine di Dio, e l'atteggiamento di Cristo verso la persona, per la quale Cristo muore (Rom 14,15). Si aggiunge poi una scoperta del metodo, cioè la convinzione che le singole persone fioriscono e maturano «in gruppo», «en Eglise», usano dire in una intraducibile espressione i canadesi. Allora l'amore alla persona, e la convinzione che c'è un pezzo di verità totale in lei, costitutivo della sua importanza e missione universale in quanto «completa ciò che manca» a tutti (Col 1,24), si trasferiscono su tutto il gruppo di persone, fosse anche un gruppo sportivo o un complessino musicale, e diventano un sincero ricercare, un devoto servire, un'entusiastica avventura di ricerca insieme di un tesoro di cui si è intimamente convinti. È evidente che questo amore fa crescere il gruppo, poiché tale atteggiamento di fiducia, di stima e di entusiasmo desta domande, le cui risposte rivelano questo mistero grande e sacro delle persone e del gruppo.

- L'accento sulle persone e non sulle verità
Ma da questo atteggiamento di fondo procede una conseguenza rivoluzionaria: l'animatore non si sente l'araldo della verità, l'evangelizzatore, che sta dalla parte di una verità pur divina e non cerca altro che vederla capita finalmente da tutti. Egli sta dalla parte delle persone, del gruppo anzi, dove si include anche il «minimo di questi fratelli», nel senso che egli si sentirà soddisfatto quando scopre che il gruppo giunge a convincersi e identificarsi con una verità, anche se incompleta, e non invece quando egli ha detto tutto quello che sa. C'è il rischio di inconscio egoismo intellettuale, confuso con un malinteso culto alla Parola di Dio, che pone molti educatori dalla parte delle verità da dire e ribadire e non dalla parte delle persone da aiutare a giungere fin dove riescono ad arrivare. Non si tratta di tacere le verità, quando possono essere assimilate, ma si tratta di misurare e dosare e distribuire nel tempo le verità secondo il ritmo di assimilazione delle persone nel gruppo e dell'effettiva assimilazione e non superficiale audizione delle verità.

- Il dialogo interiore servito da quello esteriore
A questo punto si giunge al cuore del dialogo pastorale che è quello di essere mediatori e catalizzatori per un dialogo interiore in ogni persona tra la propria esperienza ed il proprio mistero (tenendo conto che questo è soltanto rivelato dalla Parola), tra quanto si possiede e si sente per cultura, impegni, abitudini e quanto si intravede come proprio mistero, propria profondità. Questo intravedere è analogo a quanto dice la teologia sulla «motio indeliberata» (Giov. da S. Tommaso, Trattato De fide) al cui servizio si pone la «proposta della fede».
L'intravedere può essere sollecitato, maturato, ma è interiore alla persona o al gruppo, è di linguaggio, genere e specie lontanissimi sovente da quello teologico o religioso, ma è comunque un «intravedere» i profondo, il segreto, il mistero di se stessi, della vita, degli altri. Su questo «intravedere» focalizzato dall'animatore, come vedremo, si articola un dialogo interiore tra superficie e profondo, dove l'animato è portavoce del profondo e l'interessato è ancora portavoce della superficie. Esempio: il gruppo sportivo vive le sue attività, un giorno affiora una istanza di impegno, di solidarietà umana, di stima reciproca, per poter giocar bene: questa istanza è l'«intravedere» un profondo, un mistero, un segreto umano dentro l'attività sportiva. Si chiama un esperto, il quale diventa animatore se fa da catalizzatore e mediatore tra questi due veri interlocutori del dialogo: la superficiale attività sportiva, entrata in crisi e l'intraveduto profondo o segreto mistero della vita personale.
Questo discorso vale per l'educatore (dialogo tra adulto e singolo individuo) e per l'animatore (dialogo nel gruppo e attraverso il gruppo): le differenze sono nelle tecniche e nei procedimenti esecutivi che qui non possiamo ora analizzare. Ci basta aver creato questa importantissima nozione del dialogo interiore, servito dal dialogo esteriore e verbale (si veda in Note di Pastorale Giovanile, 1967-1: Il metodo del dialogo in Pastorale).
Non si ripeterà mai abbastanza che la prospettiva del dialogo pastorale è quella del dialogo interiore tra esperienza e mistero negli ascoltatori stessi, secondo la mirabile espressione di Paolo: «Quello che voi adorate senza comprenderlo, ecco io ve lo rivelo» (Atti, 17,23): quello che voi coltivate senza capirne la sostanza profonda, quello che voi cercate senza vederlo chiaramente, quello che voi sentite, intravedete senza afferrarlo... ecco: io ve lo rivelo. Il movimento, pur con un essenziale apporto dall'esterno (la rivelazione) parte dall'interno (superficie) ed arriva nell'interno (profondo). Nessun modernismo, poiché è il Mistero di Dio che ha voluto diventare per una libera iniziativa il mistero di ogni persona, immagine di Dio, inabitata dal Padre, dal Figlio, dallo Spirito Santo e non restando avulso dalla sua esistenza storica, ma innestandovisi da salvatore.
Viene ora come molto pratico evidenziare alcune funzioni specifiche del dialogo esteriore, manovrato dall'animatore, per aiutare questo dialogo interiore, che ultimamente costituisce l'esistenzialità personale di ognuno di noi lungo il corso della sua vita.

III) Le quattro funzioni del dialogo

Si è capito che il nucleo del dialogo sta nel collegare l'esperienza superficiale di una persona con il suo profondo, più o meno intensamente intravisto. E siccome questo «profondo» di ogni uomo (come una rilettura della prima parte della Gaudium et Spes fa capire) è il mistero della salvezza, ecco che questo intervento diventa pastorale.
Ci sono vari problemi nel dialogo pastorale: come coinvolgere il più possibile i dinamismi della personalità; come non restare alla sola scoperta ma procedere dal dialogo alla conversione; come «dialogare» con un gruppo e non solo con un individuo.
Non ci è possibile fare tutto un trattato del dialogo: rimandiamo alle osservazioni fatte per introdurre alla revisione di vita in questa Rivista (cf Note di Pastorale Giovanile, 1969-1 e 2), poiché la revisione di vita ha le caratteristiche di un dialogo realizzato in un gruppo e non solo tra due persone.
Ci limitiamo qui a focalizzare alcune funzioni del dialogo, che, tenute presenti, servono a rendere più efficiente la figura dell'animatore nei suoi interventi nel gruppo. Notiamo di passaggio che se il dialogo esteriore va bene, cioè serve veramente un dialogo interiore, partecipato da tutti nel gruppo, anche altri problemi del gruppo si risolvono, ad esempio la concordanza con gli altri gruppi in una convivenza educativa unica (la scuola, il centro giovanile, la parrocchia, il quartiere, ecc.).

Possiamo distinguere quattro funzioni specifiche del dialogo: la funzione di amplificatore, di rivelatore, di interprete e di unificatore.

- La prima è la funzione di amplificatore rispetto ai valori interiori ed esteriori della situazione, su cui si dialoga, valori che i protagonisti facilmente dimenticano o trascurano.
Colui o coloro che realizzano il dialogo tra chi è lontano dalla fede e la fede stessa, che rappresentano la Chiesa in dialogo con questo «lontano», cominciano con l'amplificare tutto ciò che c'è di bene, tutto ciò a cui Dio creatore dice «sì» dentro il lontano stesso.
È un processo di amplificazione estremamente delicato ma molto necessario, perché se noi abbiamo amplificato delle disposizioni a Cristo, se trasformiamo questa anima naturale in un'anima naturaliter cristiana (come diceva Tertulliano), cioè se diamo rilievo a quegli aspetti della sua cultura, della sua esperienza esistenziale, delle sue aspirazioni, dei suoi campi motivazionali che sono «autentici», perché corrispondono all'intenzione di Dio creatore e perché corrispondono alle finalità del messaggio cristiano, non troveremo difficoltà a portare quest'uomo verso Gesù Cristo, perché ve lo abbiamo ben disposto. È perciò molto importante quest'azione «dispositiva» che vuol dire prendere il soggetto e sviluppare in lui tutte quelle tendenze di carattere naturale che possono disporre all'accettazione di Gesù Cristo e di tutto il suo messaggio.

- La seconda funzione è quella di rivelatore del mistero invisibile, del «segreto» delle cose che costituiscono la situazione di vita.
Se nel momento di amplificazione prendevamo quelle pagine della sua vita che il lontano aveva già letto e col dito gli sottolineavamo i punti importanti, qui si fa qualcosa di più, gli facciamo leggere delle pagine che sono nel suo libro ma che egli non ha mai letto. Tutti e due gli aspetti di quest'esempio sono importanti: «pagine del suo libro», cioè che appartengono a lui e «che non ha letto», cioè che sono invisibili a lui, sono cose che la sua percezione, emozione e sensibilità non ha mai colto ma che pure confusamente sono virtuali in lui.
Così, per esempio, il senso creaturale, l'essere relativo ad un assoluto, il tendere alla testimonianza, il gusto dell'immortalità, quello che nella Gaudium et Spes viene chiamato «l'interrogativo profondo dell'uomo», tutte queste profondità sono purtroppo invisibili al tipo medio di italiano che è un po' estrapolato da se stesso, è un po' alienato, si trova in stato di incomunicabilità con le sue profonde realtà esistenziali ed essenziali. Per cui il nostro intervento è veramente rivelatore.
È interessante come Rahner abbia ripreso molto spesso nelle sue conferenze teologiche le parole adoperate da Paolo agli Ateniesi, che sono veramente classiche per esprimere questo problema: «Quello che voi adorate senza saperlo, ecco io ve lo rivelo» (Atti, 17,23). Questa è la dinamica del dialogo: vi sono due elementi: non quello che io ti propongo, ma quello che tu adori, tu ami, tu cerchi, tu sogni senza capirlo, senza averlo chiaro in mente, senza saperne l'origine e il fine, senza averlo collegato alle ultime disposizioni esistenziali, senza «saperlo», io te lo rivelo (possiamo pensare, per esempio, a quanto amore circola nei giovani, senza che sappiano che cosa è amore; a quanta tendenza alla libertà circola nei giovani, senza che sappiano veramente che cosa è dentro di loro l'archetipo della libertà posto da Dio).

- La terza funzione del dialogo è quella di interprete di ciò che è visibile nella situazione in rapporto a ciò che è invisibile («il visibile ha origine dall'invisibile», Ebr, 11,3).
Consiste nel tentativo di collegare le cose che loro possiedono coscientemente con queste cose che loro possiedono invisibilmente, cioè quello che la Gaudium et Spes chiama il «segreto delle cose», il mistero delle cose, il più profondo significato delle cose. Interpretare vuol dire far comunicare queste due cose, far vedere come quello che lui vive superficialmente si radica ultimamente, ha la sua spinta fondamentale in queste cose che io gli rivelo.
I tre momenti descritti sono tra loro complementari: senza l'uno gli altri sono amorfi, imperfetti, quindi l'amplificare, il rivelare e l'interpretare si collegano tra loro molto profondamente e ci permettono proprio di creare il dialogo con loro.
Mentre nel primo momento provavamo solo a mettere in luce gli aspetti creaturali cioè dedotti o mossi con la ragione da ciò che Dio ha operato creativamente, nel secondo e terzo momento del dialogo noi parliamo anche di cose che nascono dalla soprannatura come tale: anche queste, cose sono dentro di loro, invisibilmente cioè senza che loro lo sappiano, e noi le riveliamo. La catechesi deve formarci alla capacità di mettere insieme l'umano e il divino, così come sono insieme in Gesù Cristo: una catechesi saggia imita l'unione teandrica dell'umano e del divino che è in Cristo, cioè quella continuità, quella funzione, quel perfezionamento` che il divino fa sull'umano e che vediamo in Gesù Cristo. Purtroppo forse sono tutti capitoli nuovi per la nostra pastorale, ma quando vediamo come il divino in Gesù Cristo si è messo in continuità con l'umano, allora veramente l'amicizia diventa carità la libertà risurrezione pasquale, la tendenza al progresso diventa escatologia, la tendenza alla socializzazione diventa corpo mistico.
Ed è attraverso il nostro parlare rivelatore che loro vedono queste realtà umane e divine fondersi in un unico essere che è il cristianesimo, cos i come si sono fusi insieme nell'unica persona di Gesù Cristo.

- La quarta funzione del dialogo è quella di unificatore che si realizza in due sensi: col prolungamento di un valore fino al suo ricapitolarsi in Cristo; e col collegamento di un valore con gli altri valori costitutivi dell'uomo.
Perché nasce questo problema? Perché purtroppo la gente naufraga nel particolare, nel frammentario, cioè si accentua enormemente un valore e se ne dimenticano altri; noi vediamo la parte del tutto, collochiamo il frammento nel mosaico, apriamo orizzonti.
Il libro di Dondeyne La fede in ascolto del mondo è tutto impostato su questo concetto: la Chiesa, dove arriva - per esempio nel problema industriale o nel problema marxista o nella cultura integrista - apre di colpo delle finestre che collegano quei valori agli altri vicini, agli altri complementari, sfumando le cose, dando le proporzioni, creando la scala dei valori, collocando ciascuna cosa al suo posto. In questo siamo i creatori della pace, dell'ordine, perché l'ordine è proprio quando «c'è un posto per ogni cosa e ogni cosa è al suo posto». L'arte, la danza, anche le forme più frenetiche di divertimento giovanile, le ricerche, le ansie, le inquietudini, tutto ha un posto nell'insieme e noi siamo gli «specialisti» dell'insieme.
Con Gesù Cristo siamo al centro del mondo, e possediamo il segreto dell'insieme, della sintesi, perché Gesù Cristo è proprio sintesi tra divino e umano, colui che mette insieme ciò che c'è di sopra e ciò che c'è di sotto - dice S. Paolo -. E noi prolunghiamo, portiamo dialogicamente queste cose: partiamo tal frammento di verità di cui si nutre il nostro interlocutore e lo colleghiamo all'insieme. Torniamo qui alla stessa funzione a cui Dio creatore ha chiamato Adamo, quando gli ha fatto sfilare davanti tutte le creature e gli ha chiesto di dare a ciascuna il suo nome: noi diamo il nome alle cose, un nome che dà a ogni cosa il suo posto nell'universo, in una visione cosmica, storica e sociale completa. Anche per questo è necessaria una catechesi che sia capace di darci quel senso della totalità, dell'insieme che permetta di dialogare coi lontani e non semplicemente di balbettare con loro un po' di cristianesimo, che molto spesso invece di essere un invito a Cristo è un ostacolo.
La Gaudium et Spes ha ripreso sovente il termine «ricapitolare in Cristo», centro del grande mosaico, punto focale e epicentro di questo dinamismo storico e sociale. Noi dobbiamo imparare nel dialogo a collocare ogni vibrazione della storia, ogni dato della società dentro questo insieme che fa capo a Cristo. Dobbiamo imparare a partire da qualsiasi fatto, emerso nell'interesse del gruppo, e con facilità, chiarezza e fluidità condurci fino ai grandi spazi ed ai grandi insiemi che hanno al centro Gesù Cristo.

La circolazione dei valori

Resta ancora qualcosa da dire sull'aspetto comunitario del dialogo, che non è del gruppo se si cristallizza come gioco di battute tra due individui, come non è dialogo costruttivo se si sperde nell'accumulo di diverse osservazioni, portate da ognuno, ma lasciate allo stadio amorfo e disorganico.
Da una parte predominerà il dialogo di due o tre con tendenza a cose precise e solide, ma dall'altra i contributi di tutti o quasi saranno stimolati e soprattutto integrati come apporto sovente decisivo di una svolta del discorso comune.
Diamo a questo fatto il nome di circolazione dei valori nel senso che le amplificazioni, le interpretazioni, le rivelazioni e le sintesi, cioè i valori costruiti dal dialogo, «circolano» tra tutti i presenti per una spinta che ciascuno dà al dinamismo intero.

- La spinta individuale al movimento globale
Ognuno di noi può essere fiducioso in se stesso o sfiduciato: se esagera nella fiducia tenta di imporsi agli altri, se esagera nella sfiducia si lascia condurre passivamente. Una delle forme più vivide della formazione personale nel gruppo è la corresponsabilità che si sostiene per una giusta fiducia nel proprio valore. Allora non si è passivi, si crede di avere qualcosa da dire e si porta la propria spinta al movimento comune. Ma questa fiducia viene letta negli occhi, negli atteggiamenti dei compagni, a partire dall'animatore, come si è detto. Egli allora, nel far circolare i valori dentro gli animi fino ai livelli più profondi, cerca di dare la sua spinta, ma provoca gli altri a fornire la loro spinta, quando è il loro turno di intervento. Tale sistema proviene da molte cose: da un atteggiamento di fiducia espresso a chiare parole, da un apprezzamento dei vari contributi, apprezzamento che deve essere sincero e lo può essere sempre anche quando l'intervento sembrasse banale, se egli invita il compagno che ha parlato a chiarirsi, a dire meglio, a tirar fuori quella intuizione sovente preziosa che per pigrizia o per mancanza di aiuto stava vanificando o tradendo. Allora l'intervento diventa «spinta» per tutti e i valori circolano. È appassionante notare come un incipiente abbassamento di tono del gruppo può venir in fretta rovesciato nel contrario se un intervento d'un socio del gruppo è adeguato. Un saggio animatore sa fare la regia di questi interventi e provocare qualcuno a prendere la parola, qualcuno che ha dentro la spinta giusta in quel momento per superare la pendenza difficoltosa.
Si noti che l'apprezzamento delle «spinte» non è solo apprezzamento dell'aspetto ideologico: la testimonianza, la passione, la confessione personale di un intervento può fare da spinta più di un allargamento ideologico.
E non si pensi che la critica sia una controspinta: anzi alle volte proprio l'onesta critica «spinge» avanti, cioè verso un impegno più serio, più onesto nei riguardi della verità, più ricercante le cose senza inventarle prenderle prefabbricate, poiché la circolazione dei valori non è circolazione di certi schemi, ma circolazione delle verità profonde e reali che ciascuno, nel movimento comune a cui partecipa, scopre di più e assimila di più, forse in un aspetto molto lontano da quello che era in programma nella discussione.

- La circolazione dei valori dentro la vita
Sappiamo quanta importanza ha il calare le verità cristiane nelle situazioni vive dell'esistenza come «profondo» di queste e come motivazione per il protagonista. Ora vi è qui campo per un intervento preciso dell'animatore nell'intento di intensificare la circolazione dei valori, in questo settore, cioè la vita. Già il gruppo si muove nello schema situazionale: stimolo-motivazione-risposta (Vedi Note di Pastorale Giovanile, 1968 6-7, I contenuti della formazione umana, cristiana e apostolica del giovane animatore laico), poiché la ricerca della verità è nata da precisi stimoli della vita come ricerca di una motivazione per la giusta soluzione o risposta dei protagonisti a questi stimoli (schema della «situazione sfidante», che sfida cioè l'uomo a darsi una risposta). Ma l'immaturità dei partecipanti al gruppo può produrre un «cortocircuito» o una circolazione della verità solo nell'ambito della situazione particolare (problemi sociali, culturali, sportivi, ecc.) che ha stimolato l'uomo al di dentro del tecnico o dello sportivo. Parliamo di un cortocircuito, perché si rischia di vedere la verità al servizio della vita pratica e non a salvezza della persona, ben più vasta della vita pratica. Allora è necessario ottenere una circolazione più vasta, che attraversi altre situazioni, in modo che il mistero scoperto emerga superiore a ciascuna situazione in sé, in una oggettività più piena e in una trascendenza più chiara. L'animatore può spingere questa circolazione dei valori nella vita, richiamando molte altre situazioni analoghe, sempre vissute dai presenti, nelle quali quell'aspetto di verità viene ugualmente vissuto o vissuto in aspetti ulteriori. Quattro o cinque di queste aperture o richiami provocano un circolare dei valori dentro la memoria vitale e dentro gli schemi di esistenza molteplici dei presenti, realizzando quella più oggettiva e trascendente scoperta del mistero, che difficilmente il gruppo conquisterebbe, leggendo da solo la Scrittura.