«La vita

la voglio davvero»

Percorsi letterari nei miti e riti dell’adolescenza

Gioia Quattrini

(NPG 1997-7-35)

Ho compiuto da poco 18 anni e mi sembrano gli anni più crudeli... Un’affermazione semplicemente assurda per le orecchie di quanti hanno superato il diciottesimo compleanno oramai da lungo tempo. Un tempo così lungo da aver cancellato la memoria di qualunque patimento giovanile, di qualunque ansia, di ogni lacerante incertezza. Un tempo così lungo da aver conservato il posto soltanto a ricordi scelti. Ricordi di una spensieratezza e di una serenità che suonano meglio in certi vecchi adagi piuttosto che nella vita vissuta.
Il protagonista de L’età del desiderio, romanzo di Carlo Castellaneta, giovane degli anni ’50, non è una voce che grida nel deserto. Molti anni prima Corrado Alvaro, ne L’età breve scriveva queste parole per le labbra del suo ragazzo anni ’40: «Mentre l’infanzia è ricca di pensieri, sogni, visioni, l’adolescenza è nuda, è misera...».
Ne Il quartiere di Vasco Pratolini, Valerio dai lontani anni ’30 sussurra a se stesso: «Ora che abbiamo 20 anni cominciamo a dirci che c’è una ragione per cui viviamo. Il nostro segreto consiste nell’ascolto confuso che ognuno di noi fa dentro se stesso di questa ragione che gli sfugge».
Ai giorni nostri è Andrea De Carlo, in Due di due a dare voce allo spavento passato di un Mario, ormai adulto: «Quello che mi viene in mente sono stati anni di sonnolenza, attesa e mancanza di ritmo...».
E così, negli ultimi cinquanta anni, ovunque ci si volti nella letteratura italiana, la fase che attraverso l’adolescenza conduce all’età matura assume connotati non proprio da fiaba.
È l’urgenza di sentimenti e passioni che investe e sconquassa.
È lo stesso, per tutti, da sempre. Un incalzare indistinto muove i giovani verso un futuro dal doppio volto: l’uno bello di gloria e di virtù, l’altro mendico e senza occhi. Un incalzare indistinto, uno slancio patito, che li faccia sentire un po’ più di se stessi, gabbiani che agognano e temono il volo. L’adolescente sente di aver irrimediabilmente perduto le facoltà divinatorie della sua infanzia; visitatore caduto nella gabbia, ha pensieri da uomo, ma la potenza dell’uomo ancora non lo soccorre. Alle sue ambizioni immense rispondono abilità limitate.
Egli vuole, di preciso non sa cosa. Sceglie traguardi fittizi e simula intenzioni sicure. Ha la sensazione che il suo capitale di entusiasmo e di voglie sfumi nel nulla e lo lasci vuoto.
A questa creatura, dalla straordinaria fragilità, Alessandro Baricco in Oceano Mare, ha dato un nome: Elisewin.
«...Io la voglio la vita, farei qualsiasi cosa per poterla avere, tutta quella che c’è, tanta da impazzirne, non importa, posso anche impazzire, ma la vita quella non voglio perdermela, io la voglio, davvero, dovesse anche fare un male da morire è vivere che voglio...».
È risoluta Elisewin ma ha paura. Il suo castello è morbido di tappeti che spengono i suoni e pallido, per fuggire l’agguato dei colori. Il suo parco la invita in viali circolari temendo l’interrogativo di un angolo. Elisewin sa che non è questa la vita, che non è questo il mondo ma ha paura. Nella sua stanza, alle pareti, un meraviglioso disegno dove gli uomini, piccolissimi ed incapaci di nuocere, volano alti nel cielo.
L’adolescente ha paura degli uomini e delle loro emozioni. Emozioni a volte senza controllo. Il mondo è nello stipo: aspetta chi è troppo dotato per scialarsi. Alla fine il terrore di specchiarsi già vecchi e umiliati dai rimpianti spinge ad osare e in un attimo il vetro che ci separava dalla vita è in frantumi.
Il viaggio ha inizio.

La famiglia: forte sostegno o pesante zavorra?

Il Valerio di Pratolini, in quegli anni, è ancora «amico di suo padre». Non sente tra di loro differenze tanto affilate da recidere persino i legami più tenaci. Gli occhi e le parole dei suoi cari sono l’alveo misterioso da cui attinge i valori sacri e gli affetti specchiati; la sua casa, il suo nido, il recinto sacro dove i gesti e le abitudini della vita sono diventati liturgia. E poiché le case del quartiere dove vive, con il loro tesoro umano, non sono altro che la diligente imitazione della propria: il risultato sembra essere stasi e assoluta mancanza di conflitti. In realtà anche Valerio, pur senza le lacerazioni dei suoi coetanei nei decenni a seguire, risente di ciò che egli stesso chiama «inerzia che si trascina».
Non è un rimprovero al padre. Semplicemente una nuova concezione della vita: stabilità dei valori e continuo fiorire di qualità. Non è un rimprovero al padre. Troppo hanno valso per Valerio in questo proposito audace le parabole che proprio suo padre raccontava, durante la sera, con la tuta sporca di officina. Valerio cresce ed afferma se stesso non come opposizione al padre, ma con un’evoluzione, naturale e sana. Lo sguardo scorre sull’eredità del passato, limpido, senza risentimento. Si cerca di fare tesoro di tutto il bene e di imparare il massimo dal male perché poi lo si converta. Voglia di costruire il nuovo, con un riguardo tranquillo verso il vecchio. Né scarsa fantasia; né disobbedienza adialettica. È una partita che chiude con una vittoria, la loro.
Passiamo oltre.
Rinaldo, la creatura di Corrado Alvaro, trascorsa una decina di anni, nulla conserva di quel rispettoso dissentire. Neppure il guizzo della ribellione. Rinaldo guarda suo padre con lo sguardo spento dell’estraneità. Come un severo dagherrotipo, dove il volto di qualche antenato, indurito dal bianconero, non ci spaventa e non ci intriga, soltanto l’indifferenza. La sensazione di non appartenersi e di non essersi appartenuti mai. Nessun legame.
Arterie di comunicazione ispessite da un mal inteso senso di virilità: mai un sorriso, nessuna dolce persuasione, mai strette, mai baci. Soltanto ordini duri e spigolosi, ambizioni smodate, su Rinaldo come catene, silenzi che tagliano la gola a qualunque curiosità.
Quest’uomo che parla di Rinaldo come se Rinaldo non ci fosse, come se Rinaldo non avesse aspirazioni o caldi desideri, è un estraneo noioso e cattivo, che dorme nel letto di una madre, al solito amata a distanza. Come le statue della Vergine in processione. Un estraneo cui non vale nemmeno la pena di disobbedire: essendo, comunque, la disobbedienza un modo di rivolta che tiene presente e riconosce la posizione dell’altro, anche se con l’unico intento di negarla radicalmente. Essa è il sintomo di un rapporto che esiste per quanto inviso. Non è il caso di Rinaldo.
È una partita mai iniziata, la loro.
Negli anni ’50, anni in cui il romanzo di Castellaneta è ambientato, nessun rispettoso dissentire, nessun sentimento di estraneità viene rivolto verso il padre. Il giovane protagonista semplicemente disobbedisce. Una ribellione ancora tutta teorica, senza scardinare le regole. È la fase dell’amore-odio verso una famiglia che non riscalda più ma senza la quale ci si sente definitivamente perduti e confusi. «Sono a casa. Appena chiudo la porta... mi assale l’odore odioso e rassicurante di una tana da cui vorrei evadere per sempre». Un bisogno di mettere un ordine nuovo alle cose e di stabilire i valori su nuove fondamenta, magari ideologiche e politiche. Non è tanto la sostanza delle scelte ad essere messa in discussione, quanto la modalità di vita; la mancanza di tono, quell’incapacità caratteriale di osare, proprio negli anni che sono gli anni del boom economico. Un padre ancorato a vecchi schemi, spento, senza infamia e senza lode. Un padre da non prendere come modello, che non ha raccontato fiabe costruttive o parabole attendibili. Senza essere severo; senza essere cattivo, è semplicemente niente affatto credibile. La famiglia non c’è per dare un senso alle pulsioni, ai desideri, alle audacie e alle viltà che così sembrano non trovare mai luce.
Questo giovane farà tutto da sé. Gran parte della sua vita sarà investita per scrollarsi dalle spalle questo padre-zavorra, dal quale spera di non aver ereditato neppure un cromosoma. L’incubo di scoprirsi, un giorno, simile a lui influenzerà molte delle sue decisioni, impegnato in un rifiuto ossessivo, senza criterio. Se qualcosa c’è di peggiore rispetto ad un padre assente, è un padre che si impone come modello negativo. Al figlio toccherà di fuggire dal modello, tutta la vita È una partita che chiude in pareggio, la loro.
Nel romanzo di De Carlo: Mario, Guido, gli anni ’60 e l’esplosione, ovunque ribellione. Tutto è da rifare. Tutto è in discussione. La famiglia, nel terrore, vacilla e confusa perde di vista gli obiettivi principali, rendendo inefficaci i suoi interventi. Trascura i dettagli intimi e quotidiani e invece si concentra su preoccupazioni universali e per questo lontane e senza alcuna presa sulla realtà. Teme di non reggere ai colpi di coda della rivoluzione ed invece di aprirsi per capire, si chiude ancora di più. Finge di non vedere, ignora emozioni e empiti che minacciano di destabilizzare le sue fondamenta; crea confini artificiali, incapaci di contenere, divelti come fuscelli. I padri guardano attoniti questi figli, schegge impazzite nel tessuto di una società in trasformazione. La parola d’ordine sembra essere una sola: disobbedire. A volte senza motivo, questa risulta comunque la più efficace forma di protesta. Una protesta resa imprecisa e sommaria da una disobbedienza che si rivela troppo spesso fine a se stessa, dicendo no anche a quelle eredità che varrebbe la pena di preservare. I genitori finiscono per incarnare tutto ciò che i figli detestano; i loro insegnamenti vanno dimenticati; le loro regole trasgredite. Troppo semplice. Prima di procedere ad un rivoluzionario mutamento degli schemi sociali, bisogna aver elaborato dei codici che sostituiscano i vecchi, bisogna aver fatto chiarezza nei propri pensieri ed averli trasformati in ipotesi di lavoro verificate e non velleitarie. Il furore di distruzione è il segnale di una debolezza d’intenti. La disobbedienza senza criterio è un modo di affermare se stessi al negativo. Come se la confusione in testa impedisse di costruire con regola e permettesse soltanto di incenerire. Sembra che i giovani si siano ubriacati per non tremare. I genitori non comprendono, ed è terribile. Fino ad allora, si erano cullati nella tranquilla coscienza di aver costruito e fondato solidamente un mondo di cose e valori che i loro figli avrebbero avuto la fortuna di ereditare senza aver fatto alcuna fatica. Si attendevano affettuosa riconoscenza. Ricevono soltanto sprezzanti rifiuti. Perché? Il silenzio è l’unica risposta.
La partita è finita. La famiglia è sconfitta.

La scuola: prepara ai tempi che cambiano o tende ad ignorarli?

Essa è tappa fondamentale del cammino d’iniziazione volto a creare e a definire la propria personalità, prima di affrontare il mondo.
È la sede naturale dove imparare un nuovo linguaggio. Un linguaggio che non sia più l’espressione di una vita accettata su un modello già pronto, senza voglia di sorprese o di emozioni, tesa piuttosto a conservare il presente che a creare il futuro.
Un linguaggio che sia sempre e solo espressione di un intento coraggioso: la creazione di una vita senza abitudini, continuamente in fieri.
La scuola è la palestra della mente, dove il pensiero, esercitato e potenziato, acquista attitudine alla resistenza. Una resistenza che si rivelerà indispensabile per l’enorme sforzo intellettuale che la capacità di analizzare se stessi, fondamentale per ogni crescita, richiede.
A tutti coloro che credono di poter esistere e durare col massimo della libertà e degli agi, col minimo dei fastidi, la scuola chiarisce che la vita non tollera chi la prende a scrocco e che «la libertà è sempre da qualcosa e contro qualcosa, mai da tutto e contro niente». E questo comporta fatica: la fatica di individuare quanto nella nostra vita sia inferno e la fatica di rendersi liberi da quell’inferno stesso.
Per Valerio e per tutti i giovani degli anni ’30, la scuola è una cosa da ricchi. Un miraggio, un desiderio taciuto per vergogna, un privilegio del quale probabilmente non si è degni. La scuola è, e rimarrà negli anni a venire, il tempio della restaurazione piuttosto che la fucina del progresso. Conoscere e capire sono da sempre i veri termini del potere. Per questo chi possiede il potere si guarda bene dal mettere il conoscere e il capire alla portata di tutti. Colui che ignora e non comprende è più facilmente manovrabile e soprattutto non si pone domande. Domande imbarazzanti per chi dovrebbe trovare le risposte a tanta disuguaglianza, a tanti ingiusti pregiudizi, a tante regole che non hanno finalità costruttive se non l’interesse di una sola classe sociale. Si impara nella bottega del papà, mentre la mamma cucina, dai ragazzi più grandi, nei vicoli. Sapienza di vita, cui nulla toglie la cultura ufficiale. I sacerdoti che custodiscono questo sapere sono i nonni e le loro storie fatate.
Il decennio successivo, la situazione sembra essersi capovolta e Rinaldo, figlio di un umile contadino, è costretto da suo padre a frequentare il ginnasio. Non facciamoci ingannare. Dietro questa decisione, che pure comporta gravosi sacrifici, non c’è il desiderio di vedere emancipato il proprio figlio perché insegua una qualità della vita migliore, ma solo la voglia irrefrenabile di riscatto sociale. Una voglia ossessiva che porta alle più basse menzogne, ai comportamenti più vili e diseducativi, allo scherno di tutto il paese. È la fase di passaggio da un mondo ad un altro, in cui gli insegnamenti patriarcali risultano sviliti ed insufficienti; negati anche nella loro straordinaria vitalità e nei loro valori autentici.
Rinaldo riceverà dalla scuola continue umiliazioni e l’umiliazione lascia solo terra bruciata intorno. Il giovane uscirà da questa esperienza, profondamente minato nell’intimo, fiaccato nel coraggio di osare ed inibito nella facoltà di affermare se stesso, così indispensabile alla pienezza e all’efficienza del vivere. Già negli anni ’50, i giovani guardano la scuola con occhi disincantati. I dubbi che cominciano ad insinuarsi sono gli stessi dubbi che, qualche anno dopo, porteranno alla rivolta. È possibile che questioni avvenute più di duemila anni prima possano influenzare il proprio futuro? Tutto ciò che riguarda la scuola appare opaco e sfocato; un’esperienza inutile quando non anche crudele. È difficile immaginare la propria vita resa migliore da una serie di «nozioni infruttuose, indovinelli algebrici, insegnamenti assurdi». La protesta è giusta ma sbaglia bersaglio. Non sono certo gli insegnamenti degli antichi ad essere infruttuosi quanto il modo di porli agli studenti. Non possono essere la storia e la filosofia discipline sterili e pedanti quanto il modo di trasmetterle come elenchi pedissequi di date e nomi. Hanno ragione, ai nostri giorni, Mario e Guido: «Le materie che ci interessavano..... venivano trattate con assoluta noncuranza mentre l’energia maniacale delle nostre insegnanti se ne andava nei campi più estranei ed incomprensibili». Il sistema di riferimento della scuola è lo stesso di trenta anni prima, rimasto impermeabile a tutti i mutamenti della società. È scuola non di questo mondo ma di un mondo parallelo, orgogliosa di questa diversità, condannata da se stessa ad essere assolutamente inefficace. Miope ed irragionevole accende la miccia della rivolta.
Così miope ed irragionevole da insinuare dubbi e serie perplessità sull’inconsapevolezza di questa colpa. Avrebbe potuto aprirsi al dibattito, tentare di comprendere, mediare le posizioni giovanili a volte esasperate. Il giovane cerca la scuola come interlocutore, ma non deve avere la sensazione che dietro la simulata comprensione ci sia solo uno scaltro tentativo di controllo. Nulla è più destabilizzante per il cammino di crescita che la disgregazione dei modelli: Guido e Mario rifiutano la scuola e cercano le vie del mondo. Non è la tappa naturale di un qualunque processo evolutivo, semplicemente una presa di posizione. E così i due soggetti a confronto – la scuola e i giovani – sono sordi entrambi. Gli argomenti dell’uno non arricchiscono l’altro, le voci si sovrappongono e il risultato è nullo. La formazione di una personalità non nasce sicuramente dall’imitazione o dal rifiuto dei modelli, ma da una sana contrapposizione dialettica. Ove questa non sia possibile, si ha la sensazione che il risultato sia compromesso per sempre.
La famiglia è certamente il punto di partenza e la scuola il momento primo e fondante del lungo cammino iniziatico che porta all’età adulta. L’incontro con i sentimenti, però, è la vera prova del fuoco.

Il coraggio d’amare rende forti i fragili

Solo alla luce di questo bizzarro sentimento e al calore di una vera amicizia, l’uomo scopre la sua reale vocazione: amare ed essere amato. Tutti coloro ai quali sfugge il senso sacro della vita sociale non saranno mai in grado di comprendere quello profondo della vita individuale. La scelta di un compagno d’amore o d’amicizia è una delle vie del processo d’individuazione, attraverso la quale un essere umano mette alla luce se stesso, riconosce il proprio destino ed accetta di calarsi in esso. La realtà si rivela all’innamorato nella sua vera sostanza: persone che scommettono di vivere insieme e tessono le infinite trame del mondo. Amando, il giovane impara a lottare per la libertà e per la serenità, che non sono tali se non in un confronto, che risulti peraltro vittorioso, con il dolore e la soggezione. Amando, il giovane impara a non permettere che la paura del dolore corroda la sua capacità di osare. Egli sente nel profondo del suo cuore che tutto si può sopportare; egli sente che l’amore, sempre e comunque, rende più forti e salva.
Per i giovani di Pratolini, evento naturale, santo e semplice. Sentimento pulito e comprensivo, in nome del quale la persona amata viene perdonata di tutte le colpe, anche quelle che oggi sembrano definitive. L’incontro con l’amore e con il sesso risulta più naturale di quanto avverrà per i giovani degli anni futuri, solo in teoria meno inibiti. Naturale come l’alternarsi delle stagioni: ci si innamora, ci si sposa, si mette su famiglia, per questa si lavora sodo. Ci si scopre adulti, con semplicità, dietro l’angolo. La sessualità, conosciuta in segreto, non è sporca né mostruosa. La stessa famiglia guarda sorridendo ai primi rossori e censura con tenera fermezza gli eccessivi furori. La temperanza è una delle virtù che Valerio impara sulle ginocchia del papà, guardandolo accarezzare la mamma.
Rinaldo non è così fortunato. Il padre senza sorrisi e senza parole, l’estraneo che dorme nel letto di sua madre, non può essere certo capace d’amore per nessuno. Dovrà imparare da solo, senza alcuna traccia di naturalezza, quale apparecchio sofisticato e complesso sia amare qualcuno ed esserne riamato. Dovrà imparare che amare appare spesso uno stato perenne d’incertezza, un’altalena di illusioni ed inganni, un togliere e dare nella costruzione di un’opera fragile come un castello di carte. Dovrà imparare che ogni possesso comporta la possibilità della perdita, dunque il rischio di cocenti sofferenze. Dovrà imparare che tutto questo è sicuramente preferibile ad una indipendenza assolutamente priva di significato e ad una disponibilità inutile.
Sarà la paura dei decenni a venire fino ai nostri giorni: paura d’amare. Alcuni, come Guido nel romanzo di De Carlo, sceglieranno la fuga o meglio una non-vita, essendo l’amore la prima e fondamentale tappa di quel viaggio iniziatico per giungere all’accettazione di se stessi, degli altri e del mondo. La loro condanna sarà l’inettitudine; la loro reazione il risentimento. È tipico degli inetti mascherare la loro ignavia fingendosi loro gli offesi. Porranno la questione in modo tale da far credere che siano loro gli unici a mantenersi coerenti in un mondo che chiede di adattarsi ai compromessi. Gli sfugge una lezione che solo l’amore regala: la capacità di adattamento alla vita non è affatto rinuncia a se stessi, anzi, è lavorare di ingegno e fantasia perché i propri connotati trovino armonia con i connotati dell’altro; perché ciò che si è sia il complemento di ciò che l’altro è. Guido non avrà mai figli: è giusto per un uomo che non ha mai scoperto la sua vocazione umana. La paternità, nel cammino d’iniziazione, è con buona probabilità tappa finale e conclusiva, culmine decisivo e distintivo. Il volersi riconoscere e prolungare nei figli è il modo più eclatante per dimostrarsi attaccati a ciò che si è, a come ci si è costruiti lineamento per lineamento, con fatica e caparbietà. Nella sua vitalità, del tutto esteriore, Guido scarica gli impulsi di un’energia vitale senza vocazione. L’uomo che decide di non amare, eludendo per paura la prova del fuoco, ignorerà per sempre il quid più originale di se stesso, privo per sempre di fini propri. Alienato, agirà e lavorerà per riempire questo vuoto di sostanza, profondo.
Alcuni tenteranno di nascondere il terrore d’amare nell’ebbrezza del sesso. Ridurre a mani che si toccano ciò che invece nasce come una dialettica di anime. Una dialettica che vede infine realizzata la sua sintesi in due corpi: una perfetta «geometria di forme». L’incontro amoroso è, infatti, improvviso e brutale. Brutale perché due persone che si trasformano in una hanno bisogno di una scarica d’energia altissima e violenta, che fonda gli individui ma non cancelli i lineamenti distinti. È attraverso questa misteriosa alchimia che si diventa «consorti», con tutti i segreti e le meraviglie che questo termine mantiene celate nella sua etimologia.
Elisewin, la creatura del romanzo di Baricco, ha vinto così la sua fragilità: infrangendo l’antica paura sugli scogli di un mare in tempesta, l’amore appunto. A disorientare i giovani d’oggi nel cammino d’iniziazione sono le infinite possibilità parallele. Esse sembrano immobilizzare il viaggio nell’inerzia forzata di una scelta che appare impossibile. Tutto deve essere voluto, ma la volontà è assolutamente inscindibile dal dolore. Soltanto la fine della vita segna la fine delle opzioni laceranti. Ercole al bivio: la prova più sofisticata che si possa affrontare percorrendo una strada che si conosce solo di tappa in tappa. Ci vuole coraggio. «... Elisewin imparò che tra tutte le vite possibili, a una bisogna ancorarsi per poter contemplare, sereni, tutte le altre».

L’amicizia, ovvero l’incontro tra universi che accettano di confrontarsi

L’amicizia non sembra dare tutti questi problemi. Le stesse esitazioni e gli stessi interrogativi, qualunque essi siano, in qualunque tempo, legano a doppio filo i giovani tra di loro. All’interno di un gruppo ci si sente più protetti, ci si riconosce in una condizione comune, si può fingere che la propria debolezza rinasca forza al contatto con la debolezza altrui. Ci si crede nel giusto, viene soddisfatta la voglia di rassicurazioni e conferme individuabili solo all’interno di strutture fisse come le «comitive»; il nemico comune che da soli ci spaventa, in tanti sembra avere i giorni contati. In realtà non è questo lo scopo dell’essere amici. Questa è una condizione di grazia tesa a smascherare il tranello delle illusioni e a rivelare la forza tenace della speranza. La differenza c’è ed è netta. A Valerio la insegna proprio il suo migliore amico Giorgio, nel romanzo di Pratolini: «Poniamo che uno abbia sete. Secondo l’illusione vede acqua dappertutto e lecca un muro perché gli sembra una cascata. Secondo la speranza egli ragiona e cerca d’indirizzarsi verso un luogo dove sa che esiste una fontana. Può cadere stecchito lungo la strada, ma era diretto verso una fontana». Tutte le speranze convergono verso un centro che a volte rischia di non essere mai raggiunto per la scarsa avventurosità di una vita. Capita che ci sia regalata un’altra possibilità: un amico. Qualcuno in giro per il mondo che sappia la verità su di noi. Una bussola, un radar, uno schiaffo, una mano nel buio.
I nostri romanzi convengono tutti in un punto: l’incontro con l’amico affonda le radici nel tempo mitico della propria infanzia. La scelta è avvenuta unicamente dopo una serie di prove, superate le quali si sono ritrovati soli sulla medesima altura. Qualcosa di molto simile accade durante le vacanze nelle zone di montagna. Finché ci si limita a passeggiare in valle, certamente nessuno oserebbe mai salutare le persone sconosciute che affollano lo stesso giardino. Tutto cambia durante una fermata: conquistata finalmente la vetta, ci rivolgiamo con affettuoso calore a quanti ci hanno preceduto sulla cima, come se si fosse giunti puntuali ad un appuntamento fissato dal destino per gli unici capaci di scalare la stessa altezza, superare gli stessi speroni di roccia, conquistare un posto più vicino al cielo.
Dunque ci si trova amici sulla stessa altura – patto sancito dal sudore di una fatica comune – e lo si rimane per il resto della vita, superando i gorghi di mille differenze.
Se mai possa esistere il momento dell’addio per due innamorati, è assolutamente impossibile che esista per due amici. Quando due amici si salutano, lo fanno sempre fissando un nuovo appuntamento. Esso è pur sempre un congedo ma con il sapore di una promessa e il brivido di una sfida. L’amicizia, infatti, insegna a giocare d’anticipo con l’assoluta imprevedibilità della propria esistenza e a tessere legami definiti e speciali per non perdersi nell’infinito mare delle possibilità.
Davanti all’amico, che non si può eludere o omologare, si impara la difficile arte del confronto costruttivo: due universi si scrutano e si danno da fare per tradursi l’un l’altro la propria visione della vita. Nessuna pretesa che l’amico si annulli più di quanto si è disposti a fare per lui. L’amico insegna il coraggio di non sottrarsi a ciò che è altro da noi e per questo ci intimorisce. Il coraggio di non restare prigionieri del proprio mondo e di imparare ad essere uomini sulla terra, con gli altri uomini. L’amico è la culla della nostra curiosità e la consapevolezza che non basta il nostro tassello perché il mosaico della verità sia completo; c’è bisogno anche delle idee e delle costruzioni degli altri uomini. Con un amico accanto, è semplice intuire che la scelta di essere soli avviene unicamente per viltà: un pericoloso equivoco suggerisce che la solitudine rende più facile e più spedito il viaggio. Il ragionamento così falsato depista e condanna il giovane che ha rinunciato ai suoi amici, relegandolo o fuori dalla società umana come estraneo, o contro la società umana come ribelle.
L’amico insegna la straordinaria arte dell’armonia: come intonare la propria nota alle altre, senza cadere nella tentazione di voler imporre la propria melodia.
Per i nostri giovani, l’amico rappresenta la fidata dimora dove sempre è a disposizione la propria cameretta del cuore. Alle pareti della piccola stanza, bizzarre fotografie come memorie segrete che l’amico non rivelerà mai, ma che userà contro di loro ogniqualvolta li sorprenda sprezzanti delle debolezze altrui o poco modesti o scioccamente insoddisfatti. L’amico è lo specchio nel quale si riflette senza pietà il volto della nostra vita: se essa è divenuta malauguratamente inferno, sarà l’inferno a riflettersi, senza pietà. Ecco perché, sovente, quella che sembra la rinuncia ad un amico, è invece rinuncia ad una verità intollerabile.
Nella solitudine nascono e vengono custoditi i nostri sogni, ma nella solitudine non potranno mai trovare vita propria. L’amico sarà il controllo del nostro abbandono e il sollievo del nostro pensiero, che trema per lo sforzo. L’amico è la verità che non può e non deve essere messa a tacere, ma è pure la straordinaria certezza di essere amati comunque, anche terribile ed odiosi. Nel romanzo di De Carlo, Mario amerà Guido sempre, contro tutto e tutti, finanche contro Guido stesso.

La politica: lavorare insieme per un’idea

«Bisogna guardare che il nostro sudore non ce lo rubino gli altri e lo trasformino in villini e in leggi che ci sono contro».
Giorgio è la prova che l’idea politica nasce nella mente dei giovani come servizio; una sorta di religione laica per cancellare le ingiustizie e le disuguaglianze. L’audacia positiva che circola nelle giovani vene rende tutto possibile e qualunque momento buono per ricominciare, dopo aver aggiustato, rifinito, perfezionato. Nulla appare inevitabile. Ogni cosa è in un modo ma potrebbe tranquillamente essere mutata in un altro: i giovani parlano del mondo all’ottativo potenziale.
Loro sentono per istinto che nessun uomo può essere re in un regno che non ha contribuito a costruire. Non vi sono terre promesse se qualcuno non si prende la briga di formarle con le mani lacere, i muscoli sfiniti e la fatica che toglie il respiro. Il loro sarà un viaggio alla luce di una nuova alleanza per l’umanità, sancita dagli sforzi individuali per un mondo comune, fatto di regni che brillino per lo stesso chiarore. Da sempre, i giovani, con tempi e modi diversi, hanno avuto questa visione. Essa li incalza e poi si lascia inseguire. Essa porta l’eco lontana di parole che fanno fremere i polsi: giustizia, onestà, uguaglianza. Con buone probabilità non riusciranno mai a raggiungere l’eco per porla nelle cose. Non è importante: il grande destino è nella corsa. I giovani, che in tempi e in modi diversi hanno avuto la stessa visione, diventeranno uomini forti, soli in questa visione ma indispensabili l’uno all’altro. Il loro sarà un viaggio portato da ognuno nella propria direzione, per tutti comunque l’unico viaggio possibile. Con accortezza e perizia cammineranno, consapevoli che nella meraviglia della vita collettiva c’è bisogno di regole proprio perché la meraviglia resti tale. Consapevoli che troppo spesso una combinazione, per quanto vincente, eseguita però in modo imperfetto, ha fatto perdere molte partite che erano ormai vinte.
La «ragazza della Val Demone», splendida creazione di Elio Vittorini per il suo romanzo Le città del mondo, durante il suo viaggio d’iniziazione costruisce con tenera perizia il suo «palazzo d’ombra». Un velo da culla per tetto, fiori di carta, una tovaglia sull’erba, un altarino. Nel suo ultimo romanzo, il grande scrittore ci regala la meravigliosa immagine di una giovinetta che costruisce la propria casa perché vi trovi ristoro non solo la fiacchezza del corpo, ma anche e soprattutto quella dell’animo. L’intento è case simili in tutto il mondo, corpi riposati ed animi forti.
Paul Eluard sembra aver scritto per loro: «... ed i nostri figli un giorno rideranno della leggenda nera dove un uomo lacrima in solitudine.»
I giovani sono apparecchi di ricezione complessi e sofisticati: l’eco infinita di un’ingiustizia, ovunque questa sia conculcata, percorre il resto del mondo e finisce per giungere alle loro orecchie.
Il cammino d’iniziazione è finito. Si è diventati adulti. Ed accade, come accade a Mario, nel romanzo di De Carlo, di domandarsi dove siano finiti tutti i disegni e i progetti, di domandarsi se sia valsa la pena, se i risultati ottenuti abbiano coperto a sufficienza gli sforzi fatti per ottenerli. La stanchezza, capricciosa, sorprende gli uomini quando niente è ancora definito secondo lo schema originario; quando i buoni maestri sono morti e loro, giunti oramai in fondo al libro delle regole, non sanno proprio cosa fare.
Con uno sguardo allo specchio, si cerca invano la luce dell’entusiasmo che brillava negli occhi, il sorriso forte che increspava le labbra, l’ansia di fare che scalpitava nella voce. Nulla è sopravvissuto: la realtà, impostasi nuda e cruda, ha appannato lo sguardo, la sofferenza ha smorzato il sorriso, la consapevolezza delle difficoltà ha domato l’ansia di fare.
Non è terribile: è la naturale evoluzione della vita. Terribile sarebbe arrendersi o credere che esista un’età in cui sia lecito rinunciare alla straordinaria missione di essere uomini. Il dono meraviglioso ed inestimabile della vita è un dono non da godere ma da vivere. Bisogna sporcarsi le mani se si vuole costruire se stessi e un mondo migliore. Il segreto è lavorare come se il tempo che ci è stato donato non avesse mai fine, e tuttavia vivere con la stessa intensità con cui vivremmo se questo stesso tempo scadesse ora.
L’ardore di un sogno, per quanto intenso, non avrebbe mai potuto eguagliare l’ebbrezza di una realtà costruita o finalmente conquistata. Indipendentemente dai risultati, è sempre valsa la pena di provare. Solo chi non osa, è esente da errori.
Così, l’immagine che si staglia ora nello specchio, per quanto all’apparenza meno vivace o piacevole, finisce per essere infinitamente più cara di quella che ricordavano in gioventù. Le ferite di questa guerra che è la vita non sfigurano ma rendono più belli. Per gli occhi di quanti lo hanno amato e sono stati compagni fedeli di questo viaggio, ogni uomo conserverà sempre l’aspetto di quando giovane rideva con loro al futuro, sotto le rughe e aldilà degli anni e delle sconfitte.
Eppure proprio sul punto di cedere, si voltano indietro e sulla strada riappare la certezza di un’antica ragione:
«... ed i nostri figli un giorno rideranno della leggenda nera dove un uomo lacrima in solitudine» (Paul Eluard).

Il nostro percorso d’indagine ha attraversato questi sei romanzi famosi:

1. ANDREA DE CARLO, Due di due, Mondadori, Milano 1989.
Due giovani, Mario e Guido, diversi per indole e situazione familiare, diventano amici sui banchi del liceo, durante le contestazioni della fine degli anni ‘60. La stessa insofferenza per i propri genitori e per la classe insegnante e politica, tutti sordi alle nuove richieste dei tempi, li porterà a scelte assolutamente diverse ma comunque tese a vincere il disagio. Mario costruirà il proprio equilibrio lontano dal mondo; Guido aggredirà quello stesso mondo, distruggendo se stesso. Due modi di accettare la sfida: nessun vincitore.

2. VASCO PRATOLINI, Il quartiere, Mondadori, Milano 1989.
Un gruppo di ragazzi e ragazze, in uno dei più popolari rioni di Firenze, negli anni intorno al 1935, è colto nella sua evoluzione. I giovani cresceranno insieme, ognuno camminando sulla propria strada e, per quanto sollecitati dagli stessi stimoli, essi tuttavia sosterranno scelte diverse ed affronteranno diversi destini.

3. CORRADO ALVARO, L’età breve, Bompiani, Milano 1994.
Rinaldo è un ragazzo calabrese, espulso da un collegio romano perché sorpreso a scrivere ardenti lettere d’amore ad una giovanetta. Tornato in famiglia, il padre cercherà in tutti i modi di tenere il paese all’oscuro di tutto e per il ragazzo avrà così inizio un cammino di crescita tra i falsi moralismi e il rispetto delle apparenze propri di ogni mondo che non vuole accettare nessun cambiamento.

4. ELIO VITTORINI, Le città del mondo, Einaudi, Torino 1992.
Un pastore di pecore e suo figlio vagano per le strade della Sicilia. La loro strada si intreccia con quella di un giovane e di suo padre poeta, con quella di una ragazza fuggita dal proprio angusto villaggio, con quella di una trionfale meretrice ambulante. Altri personaggi strani e seducenti trovano posto in un romanzo che sembra calcare le orme del genere umano in cammino.

5. ALESSANDRO BARICCO, Oceano mare, Rizzoli, Milano 1993.
Sulla riva dell’oceano una locanda con sette stanze, strani bambini, un pittore, una donna bellissima, un professore dal nome strano, un uomo misterioso, una ragazza che non voleva morire, un prete buffo. Tutti cercano qualcosa in bilico sull’oceano. Alla fine di questo viaggio di ricerca, ognuno sarà per sempre diverso da prima.

6. CARLO CASTELLANETA, L’età del desiderio, Mondadori, Milano 1990.
Un giovane dell’Italia del dopoguerra, che da solo deve affrontare il difficile ripristino dei valori, indispensabile dopo ogni guerra. Un padre chiuso ed incapace di aiutare il figlio in questo percorso di crescita. Un figlio che, per essere del tutto diverso dal padre, rinnegherà anche il giusto.