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    L’esplorazione dell’abisso. Quando la letteratura “parla” la lingua del vangelo


    Passeggiate nel mondo contemporaneo /3

    Massimo Maffioletti *

    (NPG 2021-07-44)

     

    La letteratura “non è un gioco, un divertimento o un’evasione; è un’interrogazione sull’uomo: sul suo destino, sul suo confrontarsi con la vita e con la morte, sul bene e sul male, sulla libertà e sulla coscienza, su Dio e sulla storia. Reagendo ad una concezione prettamente formale della letteratura, il nostro tempo ne sottolinea il suo valore di rivelazione e di profezia”[1]. Era il giudizio di padre Ferdinando Castelli, gesuita colto e redattore de La Civiltà Cattolica, che ha dedicato l’intera vita proprio alla letteratura. Aveva letto tantissimo, certo, tutta la grande letteratura, ma non disdegnava di rivolgere il suo sguardo anche a quella più recente. L’obiettivo della sua minuziosa e certosina indagine era rintracciare negli autori le tracce della loro interrogazione e inquietudine, convinto che nelle loro pagine trasudasse anche la domanda sul mistero di Dio. In questo era in buona compagnia di Carlo Bo che si era già espresso affermando che la letteratura “è una strada, e forse la strada più completa per la conoscenza di noi stessi, per la vita della nostra coscienza”[2]. André Blanchet, altro gesuita, critico letterario francese, affermava che il genere narrativo “è un’esplorazione dell’abisso: quello dell’autore e anche il nostro”[3]. La narrativa, quando è degna di questo nome, scruta le immensità dell’animo umano e gli dà voce, senza nascondere i chiaroscuri e le ambiguità ma nemmeno tacendo la verticalità. Spesso scendere nella profondità dei microcosmi dell’anima aiuta a scoprire il lato verticale del Sé umano: quell’alterità che come una voce abita la coscienza, “sacrario” dell’uomo[4]. Frequentare seriamente l’umano aiuta a sporgersi sul divino.

    Un generoso atto di fiducia

    Le considerazioni sulla buona relazione che intercorre tra letteratura e vangelo partono da una sorta di professione di fede: credere che le parole degli uomini non siano solo un veicolo esteriore, preso a prestito, per far viaggiare il vangelo; esse stesse – le parole – oggi sono la “continuazione” della parola evangelica, della possibilità che il vangelo stesso ci parli. Si tratta di credere che il vangelo può raggiungerci (e – perché no? – convincerci e convertirci) anche attraverso voci non necessariamente confessionali o convenzionali. Il nostro approccio, perciò, non sarà strumentale né apologetico (della vecchia apologia); non mira alla conquista dei cosiddetti lontani trascinandoli dentro la propria barca (operazione a volte fin troppo scoperta in molti di quei dialoghi con i non credenti ai quali bisogna rivolgersi con frasi del tipo “vedi, caro amico, che ti definisci ateo o non credente, alla fine anche tu credi”). Si tratta di assumere l’attitudine che il cardinale Martini, inaugurando la “cattedra dei non credenti”[5], invitava a esercitare: mettersi in ascolto dell’uomo – di ogni uomo – perché anche dalla sua esperienza dell’umano il credente può imparare a credere e a riconoscere il vangelo come un seme seminato non da un distratto contadino ma da un folle amante della vita. Il vangelo non teme di “farsi parlare” con il vocabolario dei “pensanti”[6]. Non è sempre necessariamente tutta una Babele. Potremmo invece scoprire anche altri lati della pentecoste.
    I pensieri suggeriti da questo non inedito legame nascono innanzitutto da una curiosità pastorale (e non certo da competenze in materia letteraria che l’autore dell’articolo non possiede) e da un esperimento che sarebbe utilissimo riproporre di tanto in tanto nelle nostre comunità e centri oratoriani: si può fare buona pastorale anche con ottimi romanzi. Anzi si deve. È un invito aperto. L’annuncio evangelico a volte “parla” molto di più quando lo si lascia parlare con altri vocabolari o lo si coniuga con altri paradigmi. Non c’è sempre esplicitamente bisogno di dire “Signore, Signore…” per dire il cuore evangelico della vita. C’è una statura evangelica dentro le pagine di molta buona letteratura, anche quando gli autori non immaginano di dover dare corpo al vangelo (o non lo sanno proprio). Quando un romanzo “ci parla” solitamente è in grado di “parlare” di altro da sé. Se è in grado di parlarci autenticamente della vita, del mondo, dell’uomo, della storia magari provocandoci o costringendoci a pensare, smantellando la nostra comfort zone dottrinale e devota, allora è in grado di suggerirci qualcosa della bellezza evangelica. Le nostre comunità forse dovrebbero imparare maggiormente l’arte di estrarre il tesoro del vangelo dal cuore (e dalle parole) degli uomini con i quali condividiamo l’avventura di navigatori e viandanti in questo mondo.
    Per questa ragione leggere romanzi – anche quando deludono (perché a volte ci si accorge di aver sprecato soldi e tempo e bisogna avere il coraggio di dirlo) – non è una perdita di tempo o tempo estorto a una più profittevole saggistica spiritual-teologica[7] né tanto meno alla sempre urgente testimonianza della carità. Bisogna credere che lo Spirito parli la lingua degli umani e non soltanto quella della tradizione. Lo Spirito soffia dove vuole: l’espressione giovannea non è dogma di aleatorietà ma registro di creatività. La frequentazione intelligente della letteratura accredita agli uomini la capacità di essere perfino portatori di una buona notizia. Magari non percorrerà le vie classiche del kerigma ma avrà il sapore buono del pane della speranza. La letteratura non è un non luogo ma una sorta di virtuale agorà delle genti. C’è un principio di incarnazione da ripristinare senza troppe esitazioni.

    In cerca di nuovi cercatori di Senso

    Non è infrequente che siano proprio gli scrittori a vestire i panni dei nuovi cercatori di senso. Inquieti viandanti, ma a causa del Senso. La letteratura non è mai puro esercizio di estetica ma atto di responsabilità etica. Dovremmo abituarci a dare maggior credito ai nuovi cercatori di senso[8] che, grazie al loro genio letterario, imbandiscono tavole di Senso. Non è una concessione ma il riconoscimento per quell’immenso sotterraneo lavoro di scandagliamento dell’animo umano: portare alla luce il profilo dello spirito per accreditarlo come tempio del Senso. Non hanno bisogno gli autori di chiedere permesso – sono secoli che hanno smesso di chiederlo – per spingersi nei meandri della vicenda umana in cerca di un senso buono (e non solo di buon senso). Forse non è più la stagione di quella che veniva definita – un po’ gloriosamente – letteratura cattolica perché esplicitamente tale nei temi, nel background culturale, nella sensibilità (letteratura magistrale nei romanzi di Pomilio, Parazzoli, Fabbri, Alighiero Chiusano, Saviane, Silone, Ulivi, Santucci… per citare alcuni italiani[9]). Probabilmente non dobbiamo più cercarne una, anche se scrittori di chiara area cattolica ce ne sono ancora.
    Il legame tra letteratura e vangelo, che aiuterebbe molto anche i cammini di formazione alla coscienza credente delle nostre comunità, prevede di imparare la sottile arte del dialogo che non è mai qualcosa di unidirezionale o unilaterale ma sempre qualità biunivoca, relazionale, sulla scorta dell’idea che papa Francesco ha esplicitato nella sua ultima Fratelli tutti[10]. C’è innanzitutto un’umanità che ha qualcosa da dire alla chiesa e può insegnarlo ai credenti: era una convinzione per nulla ingenua che ha percorso l’intero corpus conciliare. Oggi sentiamo ancora tutta la forza e la vitalità dell’arte dialogica. Imparare ad essere “fraterni commensali”[11] di questi nuovi pellegrini interroganti (e pungenti) quali sono gli scrittori e i poeti, sedersi ai loro pozzi per bere la sete degli uomini in cerca non di soluzioni ma di ascolto, è un compito promettente. Lo si può assumere. Avere sete della sete dell’altro – chiunque esso sia – è qualcosa che ci porta dalle parti dello stile pastorale del maestro di Nazareth. Non si tratta soltanto di avere acqua da dar da bere. Non subito, non all’inizio. All’inizio c’è il rischio dell’ascolto. I dialoganti si incontrano davvero quando non pretendono di convincere l’altro ma vestono i panni dell’altro. L’atto dell’ascolto (e per noi la lettura) custodisce in sé già una parte di verità[12].
    Il rapporto tra letteratura e vangelo è spesso nascosto, sotterraneo, fa parte degli impliciti non necessariamente dichiarati ma non per questo meno fecondi. Ecco, perché occorrerebbe dare credito agli autori e alle loro opere: dal più lontano Il vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago[13] al più recente Sete di Amélie Nothomb[14]. Sono romanzi che a molte orecchie suonano blasfemi ma andrebbe recepita la loro invocazione spirituale. Ci si è stracciati le vesti davanti al romanzo L’ultima tentazione di Nikos Kazantzakis[15], per esempio, senza comprendere che la provocazione non era professione di agnosticismo ma desiderio di comprendere qualcosa che si dà troppo per scontato. C’è una letteratura non più disposta a dare per ovvio ciò che ovvio non è.

    “Mettere il becco” nei vangeli

    La materia è vastissima. Siamo costretti a limitarci a pochi esempi, sperando che funzionino da paradigma. In questi anni l’agorà letteraria ha presentato alcuni romanzi che si sono presi il rischio di mettere mani e piedi nel grande mondo della tradizione biblica, pur consapevoli di non avere competenze esegetiche (né pretendevano di averle): “… pur non essendo un biblista né un teologo, e nemmeno un credente, mi sono sentito spinto a mettere il becco su un testo come il Vangelo” confessa Sandro Veronesi nel suo Non dirlo. Il vangelo di Marco (Bompiani, 2015). Assieme a Il Regno di Emmanuel Carrère (Adelphi, 2014) accenniamo a due tra le moltissime testimonianze che dimostrano l’inequivocabile interesse per la letteratura neotestamentaria con il sincero obiettivo non tanto di decostruire l’impianto mitologico dei testi e ritrovare le ragioni storiche dei fatti narrati quanto, appunto, di “mettere il becco” nelle profondità di un mistero che sfugge alla comprensione umana. Spesso chi si avvicina ai testi non lo fa con una precomprensione ideologica ma vuole davvero comprendere qualcosa di più: professare la propria non credenza non impedisce la volontà onesta di documentarsi su quei testi che è impossibile scartare dalle radici culturali dell’occidente[16]. Veronesi sceglie l’evangelista Marco, forse per vestire i panni del cercatore-centurione romano (Marco si rivolge ai romani), l’unico a riconoscere nel Crocifisso esposto l’identità del Figlio di cui lo stesso figlio di Nazareth continua a vietarne la notizia. Non dirlo, per favore, fino alla resurrezione:

    “Qui […] siamo costretti a interpretare questo divieto nel suo significato più pieno, che non consiste solo nel mantenimento del segreto messianico ma si estende fino a investire il peso dell’identità di Gesù. Egli vieta a tutti si parlare di lui perché nessuno, prima della resurrezione, sarà in grado di sostenere quel peso”.

    L’indagine di Veronesi è puntuale, dimostra di aver affrontato i testi con molta serietà, di essersi documentato. Il suo Non dirlo è diventato pièce teatrale a tutto tondo, messo in scena in chiese e teatri. Lo scrittore di origini fiorentine è affascinato dal testo di Marco – l’evangelista più “spiccio” e il meno scontato dei quattro – anche perché per certi versi è il più tragico. La fine del vangelo – affatto ovvia – è infatti paradossale. Finisce con la parola “paura” (l’esegesi conosce bene il finale molteplice di Marco):

    “Il mistero della personalità è stato sciolto con la morte sulla croce; il centurione romano è convertito; Cristo è risorto, e l’annuncio della sua resurrezione è stato dato – e tuttavia si genera un ultimo pazzesco fraintendimento: chi dovrebbe gioire ha paura, chi dovrebbe annunciare tace. Il mistero comincia da capo – e Marco qui si ferma, per lasciare all’uditore il tempo di comprendere: lo ha condotto appena oltre la soglia della fede, ma è consapevole della lentezza del processo di piena comprensione di un fenomeno così profondo e scioccante come la resurrezione del Cristo; e lo invita, in un certo senso, e lo invoglia, perfino, ad averne paura”.

    Veronesi interpreta Marco dando voce al disagio e alla ricerca dell’ascoltatore “laico”, “forestiero”, “lontano” (appunto romano) davanti alla personalità enigmatica di Cristo, tra segreto e manifestazione. Potrebbe essere un uomo, anzi è un uomo del nostro secolo che davanti al vangelo deve fare i conti con un “finale strepitoso: aperto, paradossale, sconvolgente, rivoluzionario”. Veronesi registra il lato spiazzante di Marco: da quella parte si mette lui – lettore attento –, da quella parte mette noi. All’inizio Veronesi svela le sue intenzioni. Vale la pena ascoltarle:

    “La prima ragione si chiama entusiasmo, dato che per me il Vangelo di Marco è un testo letteralmente entusiasmante: è l’invenzione stesso del Vangelo, un raggio di luce gettato a intensità crescente sul personaggio Gesù, che rende via via sempre più chiara la sua potenza e costringe il lettore, ora come duemila anni fa, a mantenere lo sguardo fisso su di lui, impegnando tutta la propria intelligenza sull’evento della sua morte e della sua resurrezione”.

    Ecco quello che accade agli scrittori ed ecco perché vale la pena dargli ascolto e leggerli: per l’entusiasmo. Lasciarsi prendere dal loro entusiasmo. Continua Veronesi:

    “La seconda ragione si chiama Dei Verbum, cioè il documento più autenticamente rivoluzionario prodotto dal Concilio Vaticano II – se, come l’ho inteso io, esso rappresenta l’apertura della tradizione cristiana a chiunque senta di avere qualcosa da aggiungervi, indipendentemente dai titoli che possiede, dal ruolo che ricopre e addirittura dal fatto che creda o no in Dio”.

    Si leggono scrittori che osano “aggiungere” spirito alla lettera. Non ripetono la lezione, la continuano, la incalzano, la lasciano proseguire. La rivelazione è un atto di fermentazione, i vangeli sono testi aperti, il finale è nelle mani di chi legge perché sono un appello cui solo la libertà dei singoli lettori può rispondere. A questo punto dare credito all’ultimo romanzo Il Colibrì (La nave di Teseo, 2019) è un passaggio agilissimo. Senza cattolicizzare scrittori che si definiscono non credenti – operazione sempre fastidiosa – non si può non vedere nell’“Uomo del Futuro” (questo è il significato del femminile Miraijin) la metafora promettente di un nuovo inno alla vita. Veronesi impegna pagine bellissime – pur in mezzo al tragico dell’esistenza del protagonista oftalmologo Marco Carrera che “mette tutta l’energia nel restare fermo” come l’uccellino del titolo del romanzo – a consegnare la possibilità di una speranza per l’umanità e il mondo di domani. È un nuovo cominciamento. L’inizio di un nuovo umanesimo. Ridiciamolo ancora: possiamo essere compagni di viaggio di autori che sentono l’urgenza di un nuovo umanesimo e possiamo farci aiutare proprio da loro per svelare la portata dell’umanesimo evangelico di cui i credenti sono i primi testimoni. Forse anche loro, questi scrittori, sono testimoni a pieno titolo se la loro scrittura è a servizio di una nuova fraternità umana.

    Il fascino della carità

    L’altro testo, avvincente e insieme spiazzante, è appunto Il Regno di Carrère. Area e respiro francese[17]. Una confessione voluminosa, potente, scarnificante. Scritta da un credente che diventa un non-credente. E viceversa? (Come non ricordare l’intuizione anche martiniana per cui dentro il nostro cuore albergano sia l’uno che l’altro senza soluzione di continuità?). “‘Cristo è risorto?’, ma non ci crederò più. – scrive lo scrittore francese – Ti abbandono, Signore. Tu, non abbandonarmi”. Carrère, come un novello Renan[18], ci introduce in una affascinante inchiesta sulle origini del cristianesimo, sulla nascita dei vangeli, sulla teologia di Paolo, sul passaggio da Gesù alla chiesa. Il primo è l’emblema dell’era fanciulla del cristianesimo. La seconda tradisce le rughe della vecchiaia. Ci preme evidenziare non tanto i guadagni storico e filo-teologici dell’inchiesta che altalenano intuizioni illuminanti e dubbi angoscianti (oltre che crocifiggenti) quanto la posizione dalla quale l’autore guarda il “fatto” cristiano. Uno sguardo mai distaccato e sempre disincantato. Onesta dichiarazione di amore e riconoscimento dell’impossibilità di accesso alla fede. Si badi bene: andata e ritorno. Cioè, tutto quello che potrebbe accadere nella vita di un’intelligenza umana che voglia essere onesta con se stessa e con il lettore, oltre che con la materia “indisponibile” e “inconoscibile” che tratta. Si tratta, infatti, di raccontare la crisi dell’interrogante e di documentare la sua critica, a volte senza troppi complimenti. L’obiettivo del libro potrebbe essere anche solo narrare quello che non è impossibile pensare: l’evento come qualcosa di indimostrabile ma impossibile da derubricare alle voci ingenuità e invenzione:

    “Nessuno sa che cos’è successo il giorno di Pasqua, ma quel che è certo è che è successo qualcosa. […] No, non credo che Gesù sia risorto. Non credo che un uomo sia tornato dal mondo dei morti. Ma il fatto che lo si possa credere, e che io stesso l’abbia creduto, mi intriga, mi affascina, mi turba, mi sconvolge – non so quale sia il verbo più adatto. Scrivo questo libro per non pensare, ora che non ci credo più, di saperne più di quelli che ci credono e di me stesso quando ci credevo. Scrivo questo libro per cercare di non essere troppo d’accordo con me stesso”.

    Basterebbe questo dettaglio per invogliare la lettura dell’intero. Carrère si affida alle vigorose sferzate al cristianesimo di Nietzsche e riconosce il fascino del cristianesimo misericordioso di Jean Vanier, fondatore delle comunità dell’Arca, perché – scrive Carrère – “questo è il Regno. Tutto ciò che è debole, disprezzato, menomato, ed è la dimora di Cristo”. E “i clienti di Cristo non sono soltanto gli umili […] ma anche, e soprattutto, quelli che sono odiati e disprezzati, quelli che odiano e disprezzano se stessi e hanno buoni motivi di farlo. Con Cristo […] niente è perduto”. E se “Cristo è questo, posso anzi dire che ci credo ancora”. Il cristianesimo credibile, originario che esce dalla carne del maestro più che dalla sistematizzazione teologica dell’apostolo Paolo, è qualcosa di semplice:

    “… anche voi dovete lavare i piedi gli uni gli altri. Se lo farete sarete beati […] mi sembra bello che della gente si riunisca per stare il più vicino possibile a ciò che c’è di più povero e vulnerabile nel mondo e in se stessi. Mi dico che è questo, il cristianesimo.”

    Il racconto di Carrère – un’autentica navigazione tra biografia e storiografia (la prima è il cannocchiale puntato sulla seconda, viceversa la storia scioglie e annoda i fili della autobiografia) – inanella disarmanti aperture di credito e altrettante disillusioni. Ci basta annotare alcuni passaggi – se non fosse sufficiente il già detto – per convincerci ad avventurarci nella lettura:

    “Fra la parola di Dio e la mia capacità di capire, è la parola di Dio che conta, e sarebbe assurdo se ne prendessi soltanto quello che è alla portata del mio povero comprendonio. Mai dimenticarlo: è il Vangelo a giudicare me, non il contrario. Tra ciò che penso io e ciò che dice il Vangelo, ci guadagnerò sempre a scegliere il Vangelo”.

    E un’idea di religione e di Dio?

    “… certo, è ovvio, possiamo dire che Dio è la risposta che diamo alla nostra angoscia, ma possiamo anche dire che la nostra angoscia è il mezzo che usa Dio per farsi conoscere da noi. Certo, è ovvio, possiamo dire che mi sono convertito perché ero disperato, ma possiamo anche dire che Dio per convertirmi mi ha fatto la grazia della disperazione. È quello che voglio pensare, con tutte le mie forze: l’illusione non è la fede, come crede Freud, ma ciò che fa dubitare di lei, come sanno i mistici”.

    Il romanziere francese non molla la presa, anche con molte dichiarate perplessità, anche se alla fine dichiara il suo distacco. Ma… “diciannove secoli dopo, io non mi rassegno ancora ad archiviarla”. E intende la “pratica” del cristianesimo e della sua fede. La chiosa al volume rivela l’onestà della sua impresa. Ha scritto il libro – dice – in “buonafede”.

    […] L’ho scritto portandomi dietro il peso di ciò che sono: un uomo intelligente, ricco, con una posizione: altrettanti handicap per chi vuole entrare nel Regno. Comunque ci ho provato. E nel momento di lasciarlo mi chiedo se questo libro tradisca il giovane che sono stato, e il Signore in cui quel giovane ha creduto, o se invece vi sia rimasto, a suo modo, fedele. Non lo so”.

    Esperienze pastorali

    Se si vuole frequentare il mondo degli interroganti bisogna accogliere la sfida che senza pudore lanciano al cristianesimo. Se si desidera lasciare loro parola non si può poi intervenire per correggerne il tiro. Si rischia. Leggere è un rischio. Un episodio parrocchiale forse chiarisce. Quando nel 2009 uscì in libreria Emmaus di Alessandro Baricco in comunità si organizzò una serata di discussione. Una specie di libroforum tra amici che il romanzo lo avevano letto davvero. Ci si mise in ascolto del testo, spogliandoci di qualche retaggio cattolico solitamente manifestato nei confronti degli “altri” e assumendo le tremende provocazioni del testo. Che appunto erano bordate lanciate contro quella grammatica parrocchiale con la quale ci illudiamo di “iniziare” le giovani generazioni all’esperienza umano-cristiana. Il titolo – Emmaus – era solo una furbata editoriale? Non poteva essere solo questo. L’allusione ai due discepoli lucani che “non sanno di lui” era il tentativo di smantellare quell’armamentario linguistico che provava a resistere graniticamente ai colpi dello scettico o dello gnostico: fede, mistero, verità, ascesi, colpa, castigo… Senso o Dio (“siamo gli unici che adorano un dio morto”). Nomi vuoti, categorie incomprensibili. Da rottamare. Alla fine nessuno dei personaggi del racconto sa niente perché nessuno può sapere. Appunto, come i due amici in fuga da Gerusalemme. Era un romanzo da prendere sul serio, anche se poteva suonare sprezzante e annichilente; la tentazione di cestinarlo era troppo forte. Si scelse la prima direzione non senza affondare il coltello della critica. Mettersi in ascolto fu la mossa giusta. Non dovevamo rispondere a nessuno né tanto meno scendere in campo contro qualcuno. Il punto di domanda era rivolto a un certo cristianesimo. Non si trattava di assecondare chi era convinto fosse morto. Si trattava di raccogliere la sfida di un nuovo inizio. Il romanzo decretava la fine di un certo cristianesimo. Non del cristianesimo in quanto tale. Sentivamo che mettersi in discussione era un buon primo passo per costruire altro. Le bordate dei romanzi vanno accolte come opportunità. Il risentimento non porta lontano.

    Metafore e provocazioni

    C’è poi tutta una considerevole serie di titoli che meriterebbero ulteriori considerazioni per come rivestono con la loro narrazione la serietà della parola evangelica. In loro può ancora essere buona notizia. Ci sono autori che lavorano sul registro metaforico come Leone di Paola Mastrocola (Einaudi, 2018): i loro racconti provano a dare credibilità alla narrazione cristiana senza nascondere la consapevolezza che una buona parte della cultura si pensa non più a partire dalla lezione cristiana. Oppure c’è un filone volutamente scanzonato e provocatorio che vorrebbe farci aprire gli occhi sulle ambivalenze e contraddizioni della maniera con cui per lo più si interpreta la buona notizia. È il caso di … che dio perdona tutti di Pif (Feltrinelli, 2018): una rilettura libera dell’esperienza cristiana senza perdere l’occasione di lanciare un pesante j’accuse a questa nostra chiesa così poco francescana (intesa come papa Francesco). Da non trascurare anche il registro autobiografico come il recente Ama e fai quello che vuoi di Elisa Fuksas (Marsilio, 2020), una efficace e generosa confessione agostiniana. Ci sono romanzi che sono un evidente inno alla bellezza della notizia evangelica. Uno su tutti, recentissimo: L’appello di Alessandro D’Avenia (Mondadori, 2020). Infine, impossibile non ricordare il filone delle esplicite riletture della vicenda biografica di Gesù come Io sono Gesù di Giosuè Calaciura (ed. Sellerio, 2021) e Il vangelo degli angeli di Eraldo Affinati (ed. HarperCollins, 2021). Meriterebbero una considerazione più diffusa.
    Impossibile chiudere la carrellata senza citare opere maiuscole – quasi monumenti letterari – notate e prese a prestito da psicanalisti scrittori (su tutti Massimo Recalcati) per rafforzare le proprie tesi. Alludo a Philip Roth con Patrimonio. Una storia vera (Einaudi, 2013) e a Cormac McCarthy con La strada di (Einaudi, 2006). Mentre il primo istruisce la figura del padre, nel secondo è ravvisabile il riferimento a nuove figure cristologiche. Meriterebbe, infine, un affondo l’interpretazione che gli stessi psicanalisti contemporanei offrono al pubblico di alcune pagine evangeliche[19]. Senza sostituire l’esegesi contemporanea aiutano a sondare l’insondabile abisso dell’interiorità umana di cui gli autori sacri sono i primi testimoni.

    * parroco di Longuelo in Bergamo

     

    NOTE

    [1] Vedi il contributo di F. Castelli, Per una letteratura d’ispirazione cristiana, pubblicato sul sito vatican.va all’indirizzo http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01111997_p-69_it.html. Vale la pena ricordare anche solo l’enorme indagine critica che Castelli raccolse nei tre volumi Volti di Gesù nella letteratura moderna (ed. San Paolo 1987, 1990, 1995) e i due volumi Nel grembo dell’ignoto. La letteratura moderna come ricerca dell’Assoluto (ed. San Paolo 2001, 2006)
    [2] Carlo Bo, Letteratura come vita, Milano Rizzoli, 1994 in vatican.va
    [3] André Blanchet, La littérature et le spirituel, Paris, Aubier, 1959 in vatican.va. Nel suo saggio padre Castelli fa riferimento anche alla scrittrice statunitense Flannery O’Connor: “Compito della narrativa è incarnare il mistero attraverso le maniere (i generi letterari, lo stile), il mistero della nostra posizione terrena e le maniere che sono quelle convenzioni che, nelle mani dell’artista, rivelano quel mistero” (Nel territorio del diavolo, Milano, Theoria, 1957)
    [4] È di Gaudium et spes (n. 16) l’insuperabile definizione della coscienza come sacrario: “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità”.
    [5] L’iniziativa della diocesi di Milano si svolse dal 1987 al 2002, lungo 12 edizioni e 50 incontri.
    [6] È ormai noto la posizione del filosofo Norberto Bobbio – citata proprio dal cardinale Martini – che prediligeva la distinzione tra pensanti e non pensanti, più che tra credenti e non credenti.
    [7] Rincaro la dose affermando che oggi sarebbe auspicabile il compito pastorale di sondare i territori perfino della ricerca scientifica, non ancora sufficientemente frequentati, in grado di indagare gli enigmi dell’universo e comprendere l’evoluzione dell’uomo: per fare un esempio, la lettura di alcuni testi come Imperfezione (RaffaelloCortina, 2019) e Finitudine (RaffaelloCortina, 2020) del filosofo della scienza Telmo Pievani si leggono come romanzi dell’umanità e pongono domande ineludibili agli attenti traduttori pastorali. È perfino scontato affermare che la sottolineatura s’attaglia anche a molti altri generi della creatività umana.
    [8] Ha ragione il teologo praghese Tomáš Halík: “La principale linea di divisione non è più fra quanti si considerano credenti e quanti si considerano non credenti. Vi sono ‘cercatori’ fra i credenti (coloro per i quali la fede non è un ‘retaggio’, ma una ‘via’) e fra i non credenti, che respingono i concetti religiosi proposti loro da quanti li circondano, ma provano comunque il desiderio di qualcosa che soddisfi la loro sete di significato. Sono convinto che la ‘Galilea di oggi’, dove dobbiamo cercare Dio, che è sopravvissuto alla morte, sia il mondo dei cercatori. Cercare Cristo tra i cercatori. La teologia della liberazione ci ha insegnato a cercare Cristo fra le persone ai margini della società. Ma è necessario cercarlo anche fra le persone emarginate all’interno della Chiesa, fra ‘coloro che non ci seguono’. Se vogliamo porci in rapporto con loro come discepoli di Gesù vi sono parecchie cose che dobbiamo prima abbandonare. […] Non cerchiamo il Vivente fra i morti. Mettiamo coraggio e tenacia nel cercarlo, e non lasciamoci prendere alla sprovvista se ci appare come uno straniero. Lo riconosceremo dalle sue ferite, dalla sua voce quando ci parlerà intimamente, dallo Spirito che porta la pace e bandisce la paura. (Tomáš Halík, Il segno delle chiese vuote. Per una ripartenza del cristianesimo, e-book Vita e Pensiero, 2020).
    [9] In Francia c’erano Mauriac, Bernanos, Claudel, Péguy, in Inghilterra, l’anglo-americano Thomas S. Eliot, negli Stati Uniti giganteggiavano Greene e la già citata O’Connor, in Polonia la scena era tutta del prolifico Jan Dobraczyński. Ma sono solo alcuni pochissimi esempi. Una letteratura feconda e sterminata da cui attingere ancora a piene mani.
    [10] Vedi l’intero capitolo VI sul dialogo e l’amicizia sociale.
    [11] G. Zanchi, Rimessi in viaggio. Immagini di una chiesa che verrà (Vita e Pensiero, 2018)
    [12] Non si spiega perché papa Francesco abbia avviato dialoghi con laici dichiarati come Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, e Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano la Repubblica.
    [13] Il romanzo uscì nel 1991. Saramago pubblicò successivamente, nel 2009, anche Caino.
    [14] Edizioni Voland, 2020.
    [15] Il romanzo venne scritto nel 1960, poi divenne film nelle mani del grande regista Martin Scorsese con il titolo L'ultima tentazione di Cristo (1988).
    [16] Erri De Luca è certamente uno tra gli scrittori che pur professandosi non credente (non ateo, però) ha scavato la profondità dei testi sacri e dei suoi personaggi, del primo e dell’altro testamento. Grazie soprattutto alla sua frequentazione del mondo ebraico – la padronanza della lingua ascoltata e letta ogni mattino come primo atto per onorare il giorno. Alcuni titoli: Ora prima (Qiqajon, 1997), Nocciolo d’oliva (EMP, 2002), In nome della madre (Feltrinelli, 2006), L’ospite incallito (Einaudi, 2008), Penultime notizie circa Ieshu/Gesù (EMP, 2009), Le sante dello scandalo (Giuntina, 2011), E disse (Feltrinelli, 2011), La faccia delle nuvole (Feltrinelli, 2016)
    [17] In Francia si è distinta anche la riscrittura dello storico e scrittore Max Gallo, iscritto all’Académie Française, con due titoli inequivocabili: Era Dio (San Paolo, 2012) e Caino e Abele (San Paolo, 2012). Un lavoro a parte meriterebbe lo scrittore Christian Bobin con L’homme qui marche e Le Très-Bas entrambi tradotti: L’uomo che cammina (Qiqajon, 1998) e L’infinitamente piccolo (San Paolo, 2002).
    [18] Joseph Ernest Renan nel 1853 scriveva un’imprescindibile Vita di Gesù destinata a far discutere e dividere teologi e pensatori.
    [19] Per la verità ci aveva già pensato la grande psicanalista francese Françoise Dolto con il suo La fede alla luce della psicoanalisi. La vita del desiderio. Dialoghi con Gérard Sévérin (et al., 2013).


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