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    Società, digitale e altro


    Passeggiate nel mondo contemporaneo /1

    Oreste Aime

    (NPG 2021-03-58)


    Libro di riferimento:
    Miguel Benasayag, La tirannia dell’algoritmo, Vita e Pensiero, Milano 2020 (ed. or. 2019).

     

    L’infosfera e il rischio digitale

    Nelle prime passeggiate (Itinerari 4.2019 e nel sito di NPG al seguente link: https://notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=16252) ci siamo familiarizzati con l’infosfera grazie a Luciano Floridi e, al tempo stesso, siamo stati messi sull’avviso del «rischio digitale» da parte di Ulrich Beck. È bene richiamare sinteticamente le loro riflessioni: Floridi ci ha detto, e lo sta ulteriormente ribadendo con altri scritti, che la rivoluzione delle ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) ha consumato la divisione tra reale e virtuale; ormai viviamo stabilmente nell’infosfera che tutto include e per cui a tutto accediamo attraverso lo spazio e il tempo organizzato dalle ICT. Prima che questa dilatazione dell’info-sfera fosse del tutto percepibile, Beck aveva presagito che nella «società del rischio» – così è contrassegnato strutturalmente il nostro mondo – si stava affacciando il «rischio digitale». La formula adottata non è una valutazione (per questo motivo non è definito pericolo), ma la segnalazione di una metamorfosi particolarmente profonda del mondo che si sta attuando. Vuole essere innanzitutto una descrizione, anche se tanto il «rischio ecologico» quanto quello «digitale» sono realmente portatori di pericoli gravi e in gran parte sconosciuti. In più Beck lanciava un altro allarme: più il rischio è grande, meno lo si vede. Ciò vale per tutti i rischi, ma nel nostro caso probabilmente è maggiore quello digitale, proprio perché meno visibile nei suoi effetti per quanto intensamente pervasivo.
    Un aspetto che Floridi non approfondisce in modo adeguato riguarda la gestione dell’infosfera. Ci sono infatti importanti aspetti economici, politici e ideologici in gioco, ma non è di questi che ci occupiamo ora, bensì di un aspetto apparentemente innocuo. Dal punto di vista strettamente tecnico l’infosfera è retta dagli algoritmi, i quali organizzano, setacciano e indagano gli immensi Big Data accumulati nei depositi di informazioni che gli stessi utenti contribuiscono ad arricchire. Tutte le informazioni indispensabili per la vita di qualunque istituzione o organismo sociale (fabbriche, magazzini, musei, banche, ospedali, una stanza chirurgica e i suoi apparecchi, una caldaia, ecc.) sono ormai governate da algoritmi. Dunque anche l’economia, la politica, l’informazione… Dove c’è infosfera – e intelligenza artificiale – c’è algoritmo. Apparentemente sembra una tautologia inoffensiva, come dire che un’auto ha un motore. Ma forse non è così.

    Macchine e razionalità

    A Parigi i taxisti per muoversi nella metropoli usano il GPS, a Londra no. Con quali conseguenze? Ai taxisti parigini è stata riscontrata l’atrofia dei nodi sottocorticali che nel cervello cartografano tempo e spazio. Non è un fatto nuovo: da sempre l’introduzione di nuove tecniche (il fuoco, la ruota, il treno, i computer…) ha avuto conseguenze sul cervello, sulla struttura complessiva dell’organismo umano e di quello sociale. Qui però c’è qualcosa di nuovo rispetto al passato e non riguarda solo la plasticità del cervello; è un piccolo tratto, apparentemente trascurabile, di un fatto molto più esteso e inquietante. Di ciò si occupa Miguel Benasayag in La tirannia dell’algoritmo (2019), un’ampia intervista che prende in esame l’invasione delle macchine, il dominio dell’algoritmo e le loro conseguenze per la vita associata, in particolare quella politica, con un tentativo di presentare un modo nuovo di agire in una condizione del tutto imprevista e imprevedibile.
    Benasayag è psicoanalista e filosofo, di origine argentina ma ora attivo in Francia, conosciuto in particolare per la sua indagine dedicata ai giovani della banlieue, L’epoca delle passioni tristi (2003, 2006, it. 2007), bilanciata dalla riflessione successiva affidata a Oltre le passioni tristi. Dalla solitudine contemporanea alla creazione condivisa (2015). Da giovane fu attivo nell’ala rivoluzionaria guevarista in Argentina, dove venne incarcerato e torturato ai tempi della dittatura militare; ha mantenuto una forte attenzione ai fatti sociali, con un atteggiamento diventato critico nei confronti delle ideologie e utopie del passato ma al tempo stesso con una costante ricerca sul sistema sociale e politico dominante; la sua analisi mira ad individuare vie nuove dell’agire culturale e sociale nelle condizioni economiche (neoliberiste) e strutturali (cibernetiche) che si stanno imponendo ovunque.
    L’intervista da cui estraiamo alcuni spunti è divisa in tre parti: la prima, la più ampia, è dedicata all’emergere e all’imporsi di ciò che viene chiamato la «tirannia dell’algoritmo»; la seconda parte riguarda lo stesso fenomeno in rapporto alla fase politica della «post-democrazia»; l’ultima prova a intuire e modellare le possibilità di azione nelle condizioni dettate dall’algoritmo e nel tempo della post-democrazia. Qui daremo più spazio alla prima parte, da mettere in collegamento anche con altre indagini di Benasayag, in particolare Esistenza e funzione (2018).
    La prima parte cerca di dipanare la tesi che si trova esposta sinteticamente a conclusione: «Nella modernità, l’uomo in quanto essere umano doveva compiersi grazie alla razionalità totale. Nell’ipermodernità, è la macchina che deve portare a compimento la razionalità» (55). La modernità (dalla rivoluzione scientifica a metà Novecento) ha creduto nella razionalità fino a farne un mito nella forma del razionalismo; la sua crisi, segnalata da diversi avvenimenti nella prima metà del Novecento, è esplosa con la seconda guerra mondiale, simbolicamente riassunta da Auschwitz e Hiroshima. Nel periodo successivo la fiducia si è progressivamente spostata e concentrata nelle macchine, garanti della prevedibilità che la ragione sembrava non più raggiungere.
    I motivi della crisi del razionalismo ricordati sono tanti; Benasayag riprende analisi e tesi abbastanza diffuse, ponendo l’accento sulla totalizzazione che la ragione voleva conseguire, eliminando ogni tratto di imprevedibilità. «La modernità perviene così a equiparare libertà e dominio: sarà libero colui che domina e che si domina» (22). In questo modo si attua la conquista del mondo, in particolare grazie a scienza, tecnica e medicina; al tempo stesso e allo stesso modo però si giustifica il colonialismo, il massacro e la mercificazione di ogni cosa. Un’altra caratteristica essenziale del razionalismo moderno, che permane oltre la sua crisi, è «eliminare tutti gli elementi della realtà che non possono essere modellizzati in modo quantitativo» (22).
    In sintesi, si può dire che il razionalismo è una «fede nella razionalità che fa un uso irragionevole della ragione» (27). Le smentite nel cuore del Novecento hanno spostato l’asse di questa fede. Secondo Benasayag un’intera generazione di intellettuali si è volta alle promesse della cibernetica e poi dell’Intelligenza artificiale – e questa ora domina il mondo. L’evento più importante consiste nel fatto che «il pensiero occidentale, invece di fermarsi e interrogarsi su se stesso, continua nella sua corsa e sarà vittima, a mio parere in modo perfettamente aleatorio, di un “cattivo incontro” con il mondo digitale…» (32).
    Dall’identificazione dell’unità di energia con quella di informazione (con Norbert Wiener, il padre della cibernetica) alla traduzione in bit del mondo intero, compreso l’uomo, il passo non è stato lungo e fatto velocemente. Il problema non è il digitale in sé ma sta nel potere che ha acquisito: è diventato il criterio di studio, di interpretazione, di classificazione e di organizzazione totale. Con un errore fondamentale: il territorio (la realtà) scambiato con la mappa (la sua modellizzazione), ovvero la condizione per l’instaurazione della «tirannia dell’algoritmo».
    Un passaggio importante di questa espansione è consistito nella modellizzazione della vita e del cervello. In biologia «ogni cosa è vista come un impilamento di particelle elementari che formano un codice, che è una specifica combinazione di unità di informazioni» (47). La macchina è la modellizzazione dell’uomo, in forma esauriente. Ciò che l’uomo è, in particolare il suo corpo e il suo cervello/mente, è tradotto in informazione.
    Come si può formulare il punto critico di questo processo? La critica di Benasayag è precisa e netta: l’approccio modulare è falso, perché elimina il principio vitale fondamentale. «In realtà il vivente è costituito da relazioni e non da interazioni… Non è un assemblaggio di organi che interagiscono, ma un insieme di organi e tessuti che sono in relazione gli uni con gli altri. Questa relazione produce integrazione, e l’integrazione nei viventi è molto più importante degli organi in se stessi. … L’idea del vivente come insieme di informazioni trascura un principio vitale fondamentale, che è il principio di integrazione» (50, 52). L’intervista si sofferma poco sull’applicazione del modello modulare al cervello, ampiamente adottato nelle neuroscienze (e criticamente illustrato in Il cervello aumentato, l’uomo diminuito [2015]). Se le conoscenze si ampliano enormemente (il cervello aumentato), l’interpretazione e la comprensione dell’uomo ne risulta profondamente diminuita; infatti non bisogna sottovalutare che «la cibernetica apre la strada a una nuova tappa della delega delle funzioni dell’umano alla tecnica» (37). L’uomo non deve essere compreso a partire dalla macchina (e dall’Intelligenza Artificiale o dalla machine learning), ma viceversa – altrimenti ad uomo diminuito corrisponderà un facile e totale dominio tirannico dell’algoritmo (e di chi lo possiede e lo gestisce).

    La post-democrazia

    La fine del razionalismo e l’avanzata del digitale ha trasformato anche la politica. È questo il tema della seconda parte, dove Benasayag prova a descrivere ciò che chiama la «post-democrazia», epoca che fa seguito alla fine di quella in cui alla fede nell’Uomo e nella Ragione si era abbinato il regime della democrazia, grazie alle varie rivoluzioni politiche moderne. Dopo i fatti terrificanti del Novecento, l’umanità delusa incontra il mondo digitale e nasce una nuova utopia, che recentemente ha raggiunto un suo apice. «Ormai, gli uomini vicini ai centri di potere – economisti, banchieri … - danno per acquisita la morte dell’Uomo, e delegano coscientemente le funzioni di decisione alle macchine» (63).
    Nell’epoca della Ragione, il sociale era sacralizzato e l’uomo era il suo messia e profeta, con un compito da assolvere: «L’Uomo, in quanto Soggetto della storia, deve affrancare l’Uomo» (64). Sul piano politico, in democrazia, l’umanità eleggeva i suoi rappresentanti per trasformare il mondo. Il fondamento sociale di tale umanismo era un universale astratto: «tutti gli uomini sono umani».
    Con la rottura della modernità si infrange questa base comune e compaiono l’individualismo e il relativismo culturale, alimentati dal neoliberismo economico e dalla burocratizzazione dello stato; le alleanze non mancano neppure oggi, ma grazie alla condivisione dell’odio piuttosto che della base comune umanistica e democratica. La comunicazione veicola di più l’odio della condivisione; la marginalizzazione si trasforma da conflitto in rabbia distruttiva.

    Vie di uscita

    Se la vita sociale e culturale è sempre più dominata dall’algoritmo e quella politica trasformata in post-democrazia, sembra non esserci scampo e nessuna via di uscita. Benasayag, nell’ultima parte, propone una forma di resistenza e di superamento abbozzando una teoria dell’agire adatta a questa situazione. «Nel sistema attuale quasi tutti, loro malgrado, sono incorporati. Sapendo che l’umano, in buona misura già dislocato e colonizzato dalla macchina, non può dominare il suo agire, occorre definire nuove unità di azione» (67). La descrizione precedente, dunque, non ha lo scopo di spingere alla fuga o alla passività. Porta con sé, invece, l’esigenza di trovare le condizioni e le modalità di una nuova forma di azione che miri anche ad un impatto politico.
    Il punto di partenza è ben definito: «la vita degli individui e delle società è orientata e strutturata da macchine» (81), come lo è il modello epistemologico prevalente: «l’essere umano modulare, simile a quello proposto dalla biologia molecolare. Si riduce l’individuo non alle sue decisioni ma ai suoi micro-comportamenti» (83). Anche le conseguenze lo sono: «Non ci sono più individui, né popolazioni, né comunità: esistono profili e avatar virtuali» (84). La vera conflittualità è scomparsa a favore di un uso calcolato della rabbia che mira al solo scontro. «L’altro è un Barbaro, e contro il Barbaro posso applicare la barbarie» (87), come conferma il ritorno della tortura.
    Che fare, dunque? Innanzitutto «la questione è di sapere come lottare contro la cancellazione dell’alterità» (86). Per farlo, tuttavia, occorre uno sguardo sgombro da illusioni – «Oggi la novità è che non abbiamo né provvidenza, né teleologia, né promesse» (90) – e libero da semplificazioni: «La grande sfida attuale è comprendere questa complessità: a livello sanitario, ecologico, demografico, economico» (91).
    Il modello epistemologico da adottare è quello della complessità, in cui si può far esperienza anche di una temporalità che sfugge alla sola immediatezza. «La percezione della complessità esige la possibilità di abituare un tempo situazionale non intrappolato nell’immediato. Tutto, invece, nella tecnologia apparentemente ludica che cattura il nostro quotidiano 24 ore su 24, ci sospinge nell’immediato» (92). Dunque «la sfida è riuscire ad avere esperienze che colleghino l’immediato e il mediato» (100).
    Qui è in gioco qualcosa di molto importante. “Se l’uomo del digitale è quello dell’ultrafeedback o dell’immediato permanente, è possibile comprendere una delle principali ragioni per cui i nostri contemporanei non agiscono di fronte alla marea di minacce che non appartengono all’immediato e al feedback, ma richiedono una percezione complessa dei fenomeni mediati. La maggior parte dei nostri contemporanei è spinta a vivere altrove, ma in un altrove che in realtà non si trova in nessun luogo» (92-93).
    Grazie a questo atteggiamento si può reggere anche l’imprevedibilità della mia e altrui azione. «Qualunque cosa io faccia, non posso sapere che cosa accadrà in seguito» (93). Da questa constatazione può derivare impotenza e paralisi, oppure un altro modo di pensare l’azione in comune. Benasayag si lascia alle spalle gli schemi dell’azione sociale di due secoli e le recenti declinazioni di congiunzione tra globale e locale, su una base di sostanziale disincanto: «nella nostra epoca non potremo giungere a superare le difficoltà a livello globale. A mio parere, le soluzioni non possono essere che singolari, ovvero né solo locali né unicamente globali, ma al di là di questa dicotomia» (93-94). La dimensione intensiva delle esperienze e le azioni di resistenza e creazione (di piccoli gruppi) devono sospendere, almeno momentaneamente, la questione estensiva (di grandi numeri di adesioni). Una soluzione globale mantiene tratti utopici totalizzanti che mortificano la molteplicità inevitabilmente conflittuale dei soggetti capaci di iniziativa.
    Alla conclusione dell’intervista è consegnata una sintesi di questa prospettiva: «la questione è ormai di comprendere come pensare e come agire nella complessità, il che costringe a interrogarsi su chi e su cosa si può agire… attraverso l’urgenza di sviluppare una miriade di pratiche dell’agire, senza attendersi dei risultati. L’orizzonte adombra un nocciolo oscuro e inestricabile… [occorre] abitare un presente multidimensionale, emancipato dall’immediato e dalla promessa. In breve, la nostra epoca ci convoca a pensare non come sopravvivere, ma come vivere nell’immanenza, unico luogo della trascendenza» (105).

    ****

    La riflessione di Benasayag è ricca di spunti importanti: innanzitutto l’adozione di un modello di complessità come alternativa al modello algoritmico che, illudendo con la sua enorme potenza, semplifica e impoverisce molte realtà che tocca: la vita nella sua struttura fondamentale, l’organismo umano e il cervello, la società. Solo la riconquista di un «principio di integrazione» garantisce un futuro che non sia dominato dalla tirannia dell’algoritmo, di cui viene fornita una descrizione plausibile, con le sue molteplici diramazioni: conoscitive, relazionali, sociali e politiche. Il quadro dicotomico generale può essere maggiormente sfumato, ma il gioco di chiaroscuro permette di vedere ciò che, pur evidente, sfugge a molti, forse a troppi.
    Questa lettura della crisi della modernità e l’affidamento alla cibernetica arricchisce molte altre letture passate o recenti, soprattutto quelle che non hanno tenuto in conto questo mutamento dovuto a paradigmi scientifici e a innovazioni tecniche, che la rivoluzione informatica ha reso disponibile a livello globale, che ne è peraltro una sua derivazione.
    Anche il nesso con la post-democrazia è svolto con acutezza, anche se alcuni aspetti meriterebbero un approfondimento maggiore (il trionfo del neoliberismo, l’individualismo, il ritorno a mitiche identità precedenti eccedono l’ambito dell’algoritmo). La crisi è nella polis innanzitutto, per quanto la strumentazione della vita sociale ne sia una causa di ampia e duratura portata.
    L’alternativa affidata all’azione “singolare”, al di là della dicotomia globale/locale, propria non delle “masse” ma di gruppi, molteplici e conflittuali, è volutamente provocatoria. Da un lato può aiutare a dissolvere false illusioni, dall’altro a promuovere altre iniziative, innovative nei metodi e negli scopi; forse però non può sostituire qualcosa che abbia un raggio più ampio dell’opera di piccoli gruppi, per quanto numerosi, indispensabili e creativi siano.
    L‘immanenza come unica trascendenza, scelta come orizzonte del pensare, dell’agire e del vivere, è una scommessa ben precisa: è seria e stimolante, anche per chi adotta come polarità una trascendenza, oltre l’immanenza pur accolta in tutte le sue frastagliate dimensioni.

     


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