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    I quattro evangelisti

    del Novecento

    Giovanni Minzoni, Lorenzo Milani, Tonino Bello, Pino Puglisi

    Daniele Menozzi


     

    Giovanni Minzoni (ucciso nel 1923), Lorenzo Milani (nato nel 1923), Tonino Bello (morto nel 1993), Pino Puglisi (ucciso nel 1993). Questi preti hanno riscritto con la vita la storia recente della Chiesa

    Nel corso del 2023 ricorrono gli anniversari di quattro sacerdoti che hanno segnato la storia italiana nel Novecento. Si tratta di due centenari (il 27 maggio 1923 nasceva Lorenzo Milani; il 23 agosto dello stesso anno moriva Giovanni Minzoni) e di due trentennali (il 20 agosto 1993 scompariva Tonino Bello, il 15 settembre era assassinato Pino Puglisi). Sono personalità assai diverse. Tutti hanno però lasciato una traccia profonda nella memoria collettiva. Lo si deve al modo in cui hanno interpretato l’atteggiamento cattolico verso un aspetto cruciale della società in cui vivevano. Questo orientamento differiva infatti da quello tenuto dalla coeva gerarchia ecclesiastica.
    Si può così ritenere che queste personalità mettano in luce una serie di occasioni mancate dalla Chiesa. Rappresentano infatti posizioni se non isolate, certo minoritarie. Se fossero state assunte dall’istituzione ecclesiastica, le avrebbero forse consentito di entrare in sintonia con lo svolgimento storico allora in atto. Si sarebbe così evitato - o almeno contenuto, dal momento che il processo ha fattori che superano i confini nazionali - quel progressivo allontanamento della popolazione italiana dalla religione cattolica che oggi è sotto gli occhi di tutti. Ma, al contempo, occorre rilevare che questi personaggi manifestano la persistente vitalità della cristianizzazione avvenuta nella penisola.
    Non solo perché la loro testimonianza evidenzia un solido radicamento dei valori cristiani nei suoi abitanti, manifestando, almeno per intervalli, l’emergere di risposte alle sfide poste dalla storia riconducibili al messaggio evangelico. Ma anche perché la comunità ecclesiale si è mostrata capace di un recupero memoriale di queste figure che valorizza il significato religioso e civile del loro impegno. Per quanto - come vedremo - non sia sempre lineare, questa rivalutazione si iscrive in quel cammino di conformazione al modello evangelico faticosamente intrapreso dalla Chiesa dopo il Concilio Vaticano II. L’assise ecumenica ha infatti ritenuto che questa fosse la via adeguata per affrontare i processi di secolarizzazione e di scristianizzazione dell’età contemporanea.
    Seguendo l’ordine cronologico di anzianità, la prima testimonianza viene da don Giovanni Minzoni. Nasce infatti nel 1885. Nel corso della sua formazione ecclesiastica è influenzato dalle concezioni di Romolo Murri, il sacerdote marchigiano che collega la prospettiva di integrare i cattolici nello Stato nazionale - costruito in contrapposizione alla Chiesa, che fino ai Patti lateranensi del 1929 non lo riconosce - con il progetto di un’incisiva riforma democratica sul piano politico e sociale dei suoi assetti. Ordinato nel 1909, anno in cui Murri viene scomunicato perché rivendica l’autonomia politica del movimento democratico-cristiano dalla gerarchia, don Minzoni resta all’interno dell’istituzione.
    Non abbandona però le convinzioni in precedenza maturate. Lo mostra - dopo una partecipazione alla Grande guerra come prete-soldato, il cui comportamento nella battaglia del Piave porta al conferimento di una medaglia d’argento al valore militare - la ripresa dell’insegnamento sociale murriano nell’attività di parroco. La svolge ad Argenta, nella parrocchia di San Nicolò, nella diocesi di Ravenna, ma in provincia di Ferrara. Qui promuove cooperative bianche tra i braccianti agricoli e le operaie tessili.
    Il duro confronto iniziale con i socialisti si rinnova presto con i fascisti. Già nel 1921 questi sono arrivati a conquistare il potere nel territorio ferrarese attraverso un ricorso sistematico alla violenza squadrista. Emerge qui un primo aspetto che caratterizza la figura di don Minzoni: a differenza dell’autorità ecclesiastica, che si limita a condannare le violenze verso le organizzazioni cattoliche, egli non esita a denunciare tutte le aggressioni, anche quelle verso i socialisti.
    L’insofferenza dei fascisti locali, guidati da Italo Balbo, esplode al momento in cui il sacerdote decide di fondare in parrocchia un’associazione scoutista cattolica. Non solo rivendica la possibilità di fare sfilare i giovani in quegli spazi pubblici su cui il Partito fascista pretende un controllo monopolistico; presenta anche l’adesione all’associazione degli scout come la via per educare a una virile espressione dei principi della fede cattolica. Insanabile è dunque l’antitesi con l’educazione dei giovani a quella «fede fascista», impregnata di una virilità nazionalista, guerriera e bellicista, che il Duce vuole imporre. Aggredito nella notte del 23 agosto 1923 da due squadristi - cui probabilmente Balbo aveva solo suggerito di intimidire lo scomodo sacerdote - muore dopo una breve agonia per le ferite riportate.
    Le iniziali celebrazioni collegano la vittima cattolica della violenza politica fascista con Giacomo Matteotti, la vittima socialista. Ma la memoria ecclesiale di don Minzoni svanisce quando Mussolini instaura, a partire dal gennaio 1925, la dittatura. Le scelte compiute da Pio XI vanno infatti nella direzione di accantonare le ragioni del dissenso per valorizzare gli elementi che accomunano il regime alla dottrina sociale cattolica: l’organizzazione di una vita collettiva autoritaria, gerarchica, corporativa, ruralista, familista, natalista.
    Il ricordo del sacerdote, alimentato dagli eredi del Partito popolare, viene ripreso dopo la guerra dalla Democrazia cristiana, ma nella comunità ecclesiale italiana trova spazio solo in seguito alla rivalutazione che ne compie Giovanni Paolo II. Tuttavia il papa polacco, erigendolo a emblema dei preti vittime dei totalitarismi (nazifascista e comunista) compie un’astorica reinterpretazione della sua figura. Rende così assai difficoltosa - anche se qualche corretta lettura comincia a circolare - la comprensione dell’alternativa che don Minzoni ha rappresentato rispetto alle scelte compromissorie di un’autorità ecclesiastica alla ricerca di convergenze con il fascismo.
    Completamente diverso è il contesto in cui opera don Lorenzo Milani, la cui nascita - di cui ricorre quest’anno il centenario - avviene all’interno di una famiglia anticlericale. Si converte in età adulta, nel 1943. La sua testimonianza matura nell’Italia repubblicana del secondo dopoguerra. Il partito cattolico, sostenuto dalla gerarchia anche sul piano elettorale, ha conquistato il potere polittico e ne tiene saldamente in mano le redini. L’impetuoso sviluppo economico della ricostruzione postbellica, oltre ad avviare i processi di secolarizzazione, lascia ampie sacche di miseria morale e materiale. Questa situazione scandalizza il giovane cappellano, destinato alla cura pastorale nella periferia industriale di Firenze. Nota infatti che, per quanto i cattolici italiani detengano tutte le leve dei poteri sociali, le chiese stanno via via svuotandosi e in particolare sono i poveri ad allontanarsi.
    Sulla base della sua esperienza don Lorenzo individua allora una via per rilanciare la presenza cattolica nella società contemporanea: la saldatura tra evangelizzazione e scuola. Si tratta di impegnare la Chiesa a insegnare ai giovani - a partire dai più poveri, cui è soprattutto precluso l’accesso alla parola - gli strumenti culturali in grado di consentire un’appropriata espressione pubblica delle proprie istanze. In un ordinamento democratico l’effettiva realizzazione dei principi di libertà e giustizia, passa infatti per il possesso di quella capacità di fare valere le proprie ragioni nella sfera pubblica che solo un’adeguata formazione culturale può garantire.
    Nella visione del sacerdote fiorentino la Chiesa recupera il rapporto con i contemporanei nella misura in cui favorisce la conquista di quella piena dignità umana che gli assetti liberal-democratici assicurano solo sul piano formale e che l’incipiente società affluente, con l’imposizione di suoi miti edonistici e consumistici, sta progressivamente erodendo. Ai suoi occhi non si tratta però solo di indirizzare la Chiesa a ritrovare l’efficacia dell’azione apostolica mediante la promozione della pienezza, anche sul piano economico-sociale, della cittadinanza democratica. La formazione culturale del cittadino va di pari passo con lo sviluppo di una matura fede cristiana. Al credente si garantisce così una partecipazione criticamente consapevole alla vita ecclesiale.
    La lontananza da queste concezioni della gerarchia dell’epoca è palese. La curia fiorentina relega don Lorenzo a Barbiana, sperduta e poverissima parrocchia sulle pendici del monte Giovi. L’autorità ecclesiastica si aspetta di ridurlo così al silenzio. In realtà egli sa trasformare, con l’attivazione di una straordinaria esperienza scolastica per i ragazzi del luogo, questa emarginazione in un punto di forza. Con i libri scritti collettivamente assieme ai suoi allievi diventa una voce imprescindibile nel dibattito pubblico degli anni Sessanta. Tuttavia la vicenda evidenzia la sordità dell’istituzione ecclesiastica alla prospettiva di rispondere alla crisi del cattolicesimo, sciogliendo la Chiesa dall’abbraccio con il potere democristiano.
    Del resto la difficoltà nella ricezione ecclesiale della testimonianza di questa figura sacerdotale è testimoniata bene dalla definizione - «pazzerello» - che ne diede Giovanni XXIII, il pontefice che pure avvia l’apertura della Chiesa al mondo moderno. Con Papa Francesco è infine maturata una rivalutazione. Nel discorso tenuto il 20 giugno 2017 durante la visita alla tomba di don Milani presso la chiesa di Barbiana, Bergoglio ha dapprima ricordato che, in quanto vescovo di Roma, procedeva a quel riconoscimento ecclesiale invano richiesto dal sacerdote al suo vescovo mentre era in vita. Poi ha dichiarato che don Lorenzo ha in modo esemplare servito «il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa»: lo mostra una dedizione alla promozione della dignità della persona umana così totalizzante da ricordare il sacrificio di Cristo.
    Don Tonino Bello, la terza figura di questa galleria sacerdotale, nasce nel 1935. La sua formazione si conclude con il conseguimento del titolo dottorale nel 1965, quando il Vaticano II giunge al termine. Comincia allora la discussione sull’aggiornamento ecclesiale promosso dall’assemblea. La sua interpretazione emerge chiaramente nel 1982, quando viene nominato vescovo delle diocesi di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi. Rinuncia infatti ai tradizionali segni del potere episcopale, istituisce in ogni parrocchia una sezione della Caritas, sollecita tutti i fedeli a rivolgere una particolare attenzione nei confronti degli ultimi. Nella visione di don Tonino l’apertura conciliare della Chiesa al mondo si realizza attraverso la sua conformazione al modello evangelico.
    Questa lettura dell’insegnamento del Vaticano II si arricchisce di un’ulteriore dimensione nel 1985, allorché egli viene posto dalla Conferenza episcopale italiana alla guida della sezione italiana di Pax Christi, il movimento cattolico internazionale che si propone di educare alla pace, assistere le vittime della violenza bellica e promuovere azioni di riconciliazione nei conflitti. Nel mondo cattolico dell’epoca è allora egemone la dottrina della guerra giusta. Si basa su una teologia che davanti all’insorgere di contese tra popoli si preoccupa di moralizzare il ricorso alle armi. Pur cercando di circoscrivere il più possibile i casi in cui è eticamente lecito entrare in guerra, essa parte dal presupposto che i conflitti costituiscono l’inevitabile conseguenza di pratiche sociali indelebilmente segnate dal peccato originale dell’uomo.
    L’accento del nuovo presidente di Pax Christi si sposta invece sull’adesione dei credenti al versetto evangelico: «Beati gli operatori di pace» (Mt 5, 9). Non si tratta di un’esortazione moralistica, bensì dell’invito a inventare forme di nonviolenza attiva in grado di interrompere il circolo vizioso che si mette in moto allorché si giustifica moralmente la necessità di rispondere al male della guerra con il male delle armi. La pratica attuazione di questa impostazione si palesa nel 1992 nel contesto delle guerre balcaniche. Al momento dell’assedio di Sarajevo a opera dell’esercito serbo, Pax Christi si unisce alla marcia della pace verso la città promossa da diversi movimenti (anche non cattolici). Si vuole così sottrarla, almeno per alcuni giorni, allo scontro militare. Il discorso che pronuncia don Tonino presenta l’iniziativa come espressione dell’«Onu dei poveri», che all’interposizione armata tra le parti in conflitto sostituisce creative iniziative di nonviolenza attiva.
    In effetti la prospettiva che così si delinea costituisce un’alternativa all’aggiornamento della teologia della guerra giusta, elaborata da Giovanni Paolo II, sotto il nome di «ingerenza umanitaria». Essa affida a forze militari sotto l’egida dell’Onu il compito di tutelare i diritti umani delle popolazioni coinvolte in un conflitto. La scomparsa di don Tonino nel 1993 non consente ulteriori approfondimenti sui suoi orientamenti. Tuttavia nel novembre 2021 Papa Francesco ha riconosciuto le sue virtù eroiche, dichiarandolo venerabile. Questa proclamazione si connette al profilarsi di un nuovo atteggiamento cattolico sulla guerra. Nel messaggio per la giornata mondiale della pace del 2017 Bergoglio ha presentato la nonviolenza attiva come il comportamento evangelico del cristiano davanti ai conflitti.
    Un processo di canonizzazione, concluso nel maggio 2013 con l’attribuzione del titolo di beato, ha riguardato anche l’altro sacerdote di cui ricorre il trentesimo della morte, don Pino Puglisi. Nato nel 1937, nel 1990 è nominato parroco della chiesa di san Gaetano, nel quartiere periferico di Brancaccio a Palermo, dove aveva visto la luce. Qui si impegna a organizzare momenti di incontro, studio e gioco per i ragazzi che vengono così sottratti alle strade in cui la famiglia mafiosa che controlla il territorio li recluta per avviarli alla delinquenza.
    Al contempo la sua attività omiletica si indirizza sia a promuovere i valori della legalità e della fratellanza, sia a demistificare i miti dell’onore e del rispetto che la cultura mafiosa fonda sulla violenza, il denaro, il crimine. Dopo una serie di minacce di morte, che non rende note, don Pino viene assassinato sul portone di casa la sera del 15 settembre 1993 su mandato di capimafia - individuati e condannati nel successivo processo - proprio per l’ostacolo posto dalla sua azione pastorale al consenso sociale verso la criminalità organizzata.
    Il decreto di beatificazione riconosce che il sacerdote è stato ucciso in odium fidei. Si tratta dunque di un martire della mafia. Questa caratterizzazione della sua figura assume particolare rilievo. Per decenni la Chiesa aveva trattato con ambiguità il tema della mafia. Ne erano emblema processioni religiose che, organizzate in collaborazione con i suoi esponenti, ne comportavano una legittimazione sociale. Nel maggio 1993 Giovanni Paolo II, in visita nella Valle dei templi di Agrigento, aveva finalmente scagliato un duro anatema contro i mafiosi. Pochi mesi dopo, la morte di don Puglisi mostrò il costo di un mutamento nell’atteggiamento ecclesiale. Ma la beatificazione eleva la sua lotta alla mafia a modello esemplare per tutti i fedeli.
    Non a caso Papa Francesco ha ripetutamente richiamato la sua figura come paradigma del sacerdote che, seguendo l’esempio evangelico del buon pastore, si immerge completamente nel suo gregge, ne ascolta i bisogni e si prodiga con ogni mezzo, anche a rischio della sua vita, per superarli. Don Puglisi è così diventato nell’attuale immaginario cattolico il contraltare del clericalismo, vale a dire l’esercizio del ministero sacerdotale per trarne vantaggi personali o istituzionali. L’alternativa tra servizio e potere appare infatti come una delle frontiere su cui si gioca oggi quel rinnovamento evangelico della Chiesa cui è affidata l’incisività - e forse la stessa sopravvivenza - della sua presenza nell’odierna città secolarizzata.

    (“La Lettura” - 19 febbraio 2023)


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