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    Umili, forti e robusti. L’identità dell’adulto chiamato ad accompagnare i giovani


    Editoriale

    Rossano Sala

    (NPG 2023-03-02)

     

    Un testo paradigmatico

    Uno dei momenti più entusiasmanti del cammino sinodale che abbiamo vissuto con i giovani è stata la Riunione presinodale. Eravamo nel lontano 2018, e nella settimana precedente alla domenica delle Palme circa trecento giovani provenienti da tutto il mondo si sono ritrovati per offrire il loro contributo in vista della preparazione del momento centrale del percorso, ovvero l’Assemblea sinodale che si è poi tenuta dal 3 al 28 ottobre 2018[1].
    Tra i quindici punti da approfondire c’era anche la delicata questione dell’identità degli “accompagnatori”, ovvero i genitori, i pastori, gli educatori e gli insegnanti. Coloro che, in quanto adulti, sono particolarmente impegnati nell’ambito educativo e pastorale. Così si sono espressi i giovani entrando nel merito:

    I giovani cercano compagni di cammino per attorniarsi da uomini e donne fedeli che comunichino la verità lasciandoli esprimere la loro concezione della fede e della vocazione. Tali persone non devono essere modelli di fede da emulare, ma testimoni vivi, in grado di evangelizzare attraverso le loro vite. Molti possono essere gli esempi all’altezza di queste aspettative: possono essere volti familiari del focolare domestico, colleghi nella comunità locale, o martiri che testimoniano la loro fede dando la vita.
    Queste guide dovrebbero possedere alcune qualità: essere un cristiano fedele impegnato nella Chiesa e nel mondo; una continua ricerca verso la santità; non giudicare, bensì prendersi cura; ascoltare attivamente i bisogni dei giovani; rispondere con gentilezza; avere consapevolezza di sé; saper riconoscere i propri limiti; conoscere le gioie e i dolori della vita spirituale.
    Una qualità di primaria importanza è il saper riconoscersi umani e capaci di compiere errori: non perfetti, ma peccatori perdonati. Accade spesso che le guide vengano messe su un piedistallo, e se cadono questo ha un impatto devastante nella capacità dei giovani di impegnarsi nella Chiesa.
    Le guide non dovrebbero condurre i giovani ad essere dei seguaci passivi, ma a camminare insieme con loro, lasciandoli essere partecipanti attivi di questo viaggio. Essi dovrebbero rispettare la libertà del processo di discernimento di un giovane, fornendo gli strumenti necessari per compiere adeguatamente questo processo. Una guida dovrebbe credere con tutto se stesso nella capacità che un giovane ha nel partecipare alla vita della Chiesa. Una guida dovrebbe coltivare i semi della fede nei giovani, senza alcuna aspettativa di vedere i frutti del lavoro che viene dallo Spirito Santo. Questo ruolo non dovrebbe esser circoscritto ai presbiteri e ai religiosi, ma anche il laicato dovrebbe esser legittimato a ricoprirlo. Tutte queste guide dovrebbero poter beneficiare di una buona formazione permanente[2].

    Mi pare che la concretezza di queste parole non abbia bisogno di molti commenti. Sottolineo con semplicità, a mo’ di introduzione al qualificato e strategico Dossier di questo numero di NPG, coordinato mirabilmente dal caro amico Ernesto Diaco – direttore dell’Ufficio Educazione, scuola e università e di quello dedicato all’Insegnamento della Religione Cattolica della Conferenza Episcopale Italiana – il realismo delle parole di questi giovani in merito alla fragilità degli adulti e anche alla loro forza.
    Ci chiedono di essere “testimoni vivi” che non hanno paura di mostrare le loro vulnerabilità. Non chiedono alcuna perfezione, ma la testimonianza di persone che lottano quotidianamente per migliorarsi; ci domandano di essere uomini e donne che sanno fare i conti umilmente con i loro difetti ed errori; non gente che si mette sul piedistallo della vita, ma disponibili a camminare e crescere insieme con coloro che accompagnano.
    “Saper riconoscersi umani”, ovvero fallibili. È bello ammettere di essere inseriti in una condizione di fragilità sistemica, senza farne motivo di depressione. Anzi, contenti di vivere tale posizione come spinta all’impegno quotidiano per tendere all’altezza della chiamata educativa che abbiamo ricevuto. L’educazione è questione di libertà e decisione: non solo per coloro che accompagniamo, ma anche per noi!
    Colpisce poi la definizione riassuntiva che ci propongono di assumere: “Non perfetti, ma peccatori perdonati”. Da teologo posso dire che questa è una delle descrizioni più semplici, profonde e azzeccate del cristiano. Come dire, per essere dei buoni educatori bisogna mettersi sulla lunghezza d’onda di una sana identità cristiana. Un adulto che ha preso coscienza della sua identità sa che quello che è non è frutto dei suoi sforzi personali o di meriti acquisiti, ma è opera della grazia di Dio. Egli è pienamente se stesso nel momento in cui si sente amato e chiamato, abbracciato e perdonato, mandato e sostenuto. Senza di questo è difficile per un educatore mantenere la sua corretta postura generativa.
    Aver cura di sé allora significa prima di tutto vivere pienamente nella propria identità. Il rischio di deformarla – sia in direzione depressiva, sottolineandone solo la fragilità, che in direzione altezzosa, mettendone in risalto solo la forza – è sempre accovacciato alla porta della nostra vita. Ad entrambe queste deviazioni dobbiamo opporre resistenza.

    Un sogno attualissimo

    Ci stiamo avvicinando al 2024, che per noi salesiani segna la ricorrenza bicentenaria del primo sogno di don Bosco, comunemente conosciuto come “il sogno dei nove anni”. Tutti ne abbiamo sentito parlare, tanta è la sua importanza, perché in quel sogno è riproposto in estrema sintesi la ricchezza del carisma educativo del santo torinese. Dopo un primo tentativo violento per riportare i suoi compagni sulla retta via, al piccolo Giovannino si presenta una donna di maestoso aspetto che la istruisce dicendo che se vuole davvero educare gli altri prima di tutto deve lavorare su di sé: “Renditi umile, forte e robusto”, gli viene consigliato con dolcezza e determinazione[3].
    Questi tre atteggiamenti, nel momento in cui saranno assunti pienamente dal giovane protagonista, renderanno possibile ogni impossibilità emersa durante tutto il sogno. Giovannino deve modificare il suo carattere, assumere nuovi modi di essere e crescere in determinate e specifiche virtù che lo faranno divenire educatore e pastore dei giovani. Gli viene assicurato che non potrà occuparsi degli altri se prima non si mette con serietà e sacrificio a lavorare su di sé.
    A Giovannino è chiesto di assumere un dinamismo di disponibilità formativa, che non si blocca dicendo: “Sono fatto così!”. Gli è chiesto invece di mettersi in gioco e di essere disponibile al cambiamento di stile, al miglioramento del proprio approccio, all’affinamento del proprio carattere e al perfezionamento della propria personalità. La finalità dell’accompagnamento della maestra è quella di aiutare Giovannino a diventare un adulto come si deve: un educatore autorevole, un pastore dedito sino alla fine al gregge affidatogli.
    Molto importante è la priorità chiaramente evidenziata dal sogno. A Giovannino non è chiesto di catapultarsi impreparato nella missione, come un “dilettante allo sbaraglio”. Deve partire invece modellando la sua persona attraverso una disciplina, lasciandosi accompagnare da chi prima di lui è stato educatore e pastore. Appunto attraverso l’obbedienza raggiungerà la scienza pratica dell’educazione.
    Possiamo allora dire, senza sbagliarci, che la priorità della missione sta nella formazione, che è la prima risposta alla propria vocazione! Sembrerebbe un controsenso, ma è una conclusione dettata dal buon senso! Se un educatore non lavora su di sé, se non verifica continuamente il proprio approccio, se non sa correggere i suoi stili relazionali scorretti, se non si mette continuamente in discussione e non lavora per migliorarsi non sarà adeguato alla sua missione. Deve diventare umile, forte e robusto. Sono le tre virtù da fare proprie, indicate da Maria, madre e maestra.
    Umiltà, prima di tutto. Parola che genera spesso in noi qualcosa di irritante, di fronte al fatto che il nostro tempo ci chiede continuamente di bastare a noi stessi. Mentre l’umiltà riconosce prima di tutto che noi siamo quello che siamo non per merito nostro, ma per una serie di doni che ci sono stati fatti e che ci vengono continuamente dati. L’umiltà è il pieno riconoscimento della nostra vera condizione esistenziale: sapersi creature fragili, seppur amate alla follia da un Dio che ha dato la vita per noi; vivere continuamente di legami e affetti che ci danno la vita e ci tengono in vita, piuttosto che illudersi di bastare a se stessi.
    In secondo luogo, fortezza. Delle quattro virtù cardinali – giustizia, fortezza, prudenza, temperanza – la maestra gli chiede di crescere prima di tutto nella fortezza d’animo, nella capacità di tenere testa e di porsi alla testa dei fanciulli, di diventare il loro leader positivo. Assumere fortezza, cioè saper resistere alle fatiche e agli insuccessi della missione, è decisivo nell’educazione, perché sappiamo che essa può incontrarsi spesso con il fallimento, l’errore, la crisi. Educare ha strutturalmente a che fare con la libertà dell’altro, e quindi il risultato non sarà mai un automatismo che va da sé, né un algoritmo definito una volta per tutte. Bisogna essere forti perché la fatica, il sacrifico e anche la sconfitta prima o poi arriveranno, e bisognerà ogni volta risollevarsi.
    In terzo luogo la robustezza. Ci vogliono resistenza fisica e forza d’animo per vivere la missione educativa. La Madre che sta parlando a Giovannino, arrivata fin sotto la croce, ne sa qualcosa. Ci sono momenti – tutti i veri educatori li conoscono – in cui la tentazione di abbandonare il campo per sfinimento o per comodità arriva. Rimanere in cortile ogni giorno ha non di rado il sapore dello stare sotto la croce. Stare svegli di notte ad assistere i ragazzi durante un campo scuola, dedicarsi fino a tarda sera e nelle feste comandate a preparare il meglio per i nostri ragazzi è una battaglia di resistenza fisica e spirituale. Don Bosco non ha mai voluto per i suoi figli la ricerca di penitenze particolari. A quanto ne sappiamo, a partire dalla biografia di Domenico Savio arrivando fino agli scritti per i suoi salesiani, egli ha invitato a non fuggire mai dal sacrificio quotidiano derivante dalla missione educativa a cui siamo chiamati. Questo è più che sufficiente per essere graditi a Dio e utili ai giovani che accompagniamo.

     
    NOTE

    [1] Per uno studio approfondito della Riunione presinodale dei giovani rimando al testo di L. Amendolagine (prefazione di M. Falabretti - postfazione di R. Sala), Parola ai giovani. I sogni dei giovani per una Chiesa sinodale, LDC, Torino 2022.
    [2] Riunione presinodale dei giovani, Documento finale, n. 10 (il testo completo è reperibile sul sito: https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2018/03/24/0220/00482.html#itali).
    [3] Per un approfondimento del tema cfr. R. Sala, Amati e chiamati. “Renditi umile, forte e robusto”. #MakeTheDream. Quaderno di lavoro 2021-2022, LDC, Torino 2021.


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