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    Il presbitero in oratorio


    Laboratorio dei talenti 2.0 /9

    Emanuele Corti

    (NPG 2019-03-72)


     

    450 anni di storia sono una bella età. È l’età degli oratori, che abbraccia quasi mezzo secolo. Storia nella quale, ancora oggi, si rinnova la costante presenza del prete, come animatore della comunione, padre spirituale, presenza creativa che orienta al Vangelo, per un costante discernimento personale e comunitario. San Filippo Neri, San Carlo Borromeo, San Giovanni Bosco, ci ricordano le tre matrici principali dell’oratorio: quello filippino, quello ambrosiano e quello salesiano (LdT, n. 3). La storia ci insegna dunque che la presenza del sacerdote in oratorio è elemento necessario perché si sviluppino quegli elementi che ne fanno un laboratorio dei talenti e una palestra di comunità, per tutti: in primis per bambini, ragazzi e adolescenti che lo frequentano; ma anche per giovani e adulti che vi prestano servizio a tutto tondo.

    Presenza insostituibile

    Ubi “oratorium” sacerdos ibi est, potremmo affermare parafrasando un noto canto della nostra tradizione religiosa. È un auspicio, un desiderio, un bisogno che sentiamo venire dal popolo di Dio, soprattutto quando la diminuzione dei preti comporta spesso una presenza sempre più rara in oratorio, causata a volte, anche dalla recente costituzione di comunità-unità pastorali con la conseguente necessità di riorganizzare le attività beneficiando di più strutture distanti fra loro.
    Certo è che la necessaria presenza di un prete, come ben espresso nella Nota dei Vescovi, non vuole dare il fianco a una pastorale clericalizzata dell’oratorio, bensì promuovere la corresponsabilità laicale, il traffico dei talenti, la sperimentazione di sé che favorisce la promozione e la maturazione personale, la mentalità ecclesiale, la vocazione personale.
    È utile, come traccia di riflessione, richiamare quando espresso dai Vescovi: “All’interno di un oratorio è insostituibile la presenza del sacerdote anche in un tempo in cui, a causa della carenza di vocazioni, diventa difficile poterla garantire a tempo pieno. Pure laddove non si può beneficiare di una presenza assidua non potrà mancare una figura sacerdotale di riferimento, specie per gli aspetti spirituali e formativi. Peraltro questa presenza non deve essere relegata solo ai giovani sacerdoti: l’esperienza insegna che l’efficacia educativa non coincide con la vicinanza generazionale fra educatori e ragazzi, anche se questo aspetto a volte può avere un suo valore. È sempre più necessario che i sacerdoti stiano in oratorio più per gli aspetti religiosi che per quelli organizzativi, per favorire un autentico clima di scambio, di conoscenza, di stima e per offrire un accompagnamento umano e spirituale ai ragazzi e agli educatori. Vedere un sacerdote attento alla vita dell’oratorio e felice della propria scelta è un segno forte e fecondo, anche in vista di proposte vocazionali concrete e affascinanti.” (LdT, 23).
    Da queste osservazioni deduciamo un profilo sacerdotale che può essere preso come riferimento formativo e di conversione pastorale. Per essere preti nell’oratorio di oggi non ci è chiesto di essere come Filippo Neri, don Bosco e Carlo Borromeo, bensì è necessario imparare a leggere la realtà socio-culturale e religiosa in cui si è posti come ministri (cioè servi!), per poter rispondere con la forza evangelica che ha contraddistinto l’azione di questi “patroni speciali”. La domanda di sempre, nel complesso compito del discernimento è questa: “Cosa ci chiede il Signore risorto, oggi, nel nostro oratorio? A cosa ci chiama? Quali passi ci invita a compiere?”. Ci illumina Papa Francesco, al n. 34 dell’Evangelii gaudium: “L’impegno evangelizzatore si muove tra i limiti del linguaggio e delle circostanze. Esso cerca sempre di comunicare meglio la verità del Vangelo in un contesto determinato, senza rinunciare alla verità, al bene e alla luce che può apportare quando la perfezione non è possibile. Un cuore missionario è consapevole di questi limiti e si fa «debole con i deboli […] tutto per tutti» (1 Cor 9,22). Mai si chiude, mai si ripiega sulle proprie sicurezze, mai opta per la rigidità autodifensiva. Sa che egli stesso deve crescere nella comprensione del Vangelo e nel discernimento dei sentieri dello Spirito, e allora non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada.”

    Formare alla pastorale d’oratorio

    Quali attenzioni avere, dunque, nei cammini formativi di chi si prepara a servire il popolo di Dio nel ministero presbiterale? Quale conversione è necessaria, invece, per chi già vive il ministero e si trova in contesti pastorali più ampi e forse inediti fino a un decennio fa? Lungi dal voler dare una risposta esaustiva a questi interrogativi, che ci pongono in un continuo discernimento; lungi dalla pretesa di poter dare suggerimenti formativi, mancando le adeguate competenze, raccolgo le indicazioni di LdT 23 per offrire una pista di riflessione a quanti guidano i cammini formativi dei seminari e accompagnano i giovani preti nei loro primi anni di ministero pastorale.

    Un riferimento negli aspetti spirituali e formativi

    L’oratorio è certo luogo in cui ci si trova coinvolti in molte “cose da fare”: attività, formazione, gioco, feste, momenti aggregativi formali e informali... Del resto la pastorale è un sapere pratico, è un impegno di pensiero e di azione allo stesso tempo. Sono necessarie “stola e grembiule”, come diceva don Tonino Bello. Ma un grande attivismo da parte del prete diventa una barriera per poterlo incontrare, parlare con lui, confrontarsi per una progettazione più equilibrata dell’attività educativa. Se così avviene, se c’è troppo “fare”, si corre il rischio dello squilibrio e della confusione. Al prete è chiesto di offrire uno stile e uno sguardo diversi, per poter scoprire l’agire di Dio nell’oggi, è chiesto un vero e proprio riferimento spirituale. È necessario imparare a scoprire l’azione dello Spirito nella quotidianità della vita personale e comunitaria, saper illuminare le situazioni alla luce della Parola di Dio, saper condurre tutto e tutti a Cristo. Essere un riferimento spirituale non significa occuparsi solo di sacrestia, vesti liturgiche o schemi di preghiera, disprezzando il resto; significa saper dare Spirito a tutto ciò che l’oratorio offre perché non sia senz’anima.
    Al prete è chiesto che si prenda cura della formazione di tutti gli operatori della pastorale d’oratorio: dagli animatori dei ragazzi, agli educatori, ai turnisti dell’apertura e della gestione del bar, a quanti possono uscire per rendere l’oratorio un ponte fra la strada e la comunità cristiana. Curare la loro spiritualità e far maturare in loro atteggiamenti evangelici è quanto mai necessario perché l’oratorio educhi alla vita buona del Vangelo.

    Favorire un autentico clima di scambio, di conoscenza, di stima

    Si può essere animatori di questo clima solo con una solida maturazione umana. Forse ai nostri seminari è richiesto davvero uno sforzo in più in questa direzione. La Pastores dabo vobis (1992), suggerendo le quattro dimensioni della formazione sacerdotale, avviava la riflessione a partire dalla formazione umana, per passare poi a quella spirituale, intellettuale e pastorale. È quanto mai necessario oggi avere pastori esperti di umanità, capaci di misurarsi nell’ascolto e nel confronto con l’uomo d’oggi, disposti ad accogliere quel bene possibile e quell’azione del risorto che da sempre ci precede, in “ogni” Galilea (Mc 14, 28), prima ancora che noi la raggiungiamo, per ritrovarlo e riscoprirlo vivente, “con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Un’umanità matura non significa perfetta, naturalmente. Piuttosto è un’umanità che ben conosce i propri limiti e le proprie capacità e per questo non si stupisce dei limiti del fratello, né è invidioso o geloso delle sue capacità. L’uomo maturo sa dare valore e stima all’altro, in quanto altro, perché il Signore Gesù ha dato la vita per lui, perché l’altro ci conduce all’Altro. Ciò che è prezioso agli occhi del Maestro, lo è anche agli occhi dei discepoli. Gli atteggiamenti umani necessari al ministero devono essere presi seriamente in conto e accompagnati, tanto quanto quelli spirituali e intellettuali. I tre elementi entrano in gioco proprio nella pratica pastorale, nell’azione del pastore e della sua carità pastorale, dandogli equilibrio, anima e contenuto.

    Offrire un accompagnamento umano e spirituale ai ragazzi e agli educatori

    Chi frequenta l’oratorio vive la grazia di potersi sperimentare in un Laboratorio dei talenti in cui dare un impulso nuovo alla propria maturità umana e spirituale, in cui aprirsi alla vita come vocazione. Servono “maestri”, dunque, così come indicato da S. Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi: “L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni” (EN, 41). Questo insegnamento, datato 1975, continua ad essere una base di riferimento per l’evangelizzatore di ogni tempo. Del resto è consuetudine riferirsi a un sacerdote come a un “padre spirituale”. Padri, sin dai primi giorni del ministero presbiterale. Non amiconi e compagni di tempo libero, ma padri, posti a fianco dei figli (di tutte le età, per giunta!), per accompagnarne i passi, nella consapevolezza di non essere degli arrivati, ma sempre bisognosi di cammino. È noto che non possiamo accompagnare se non siamo accompagnati. Possiamo essere guide, solo se guidati a nostra volta.

    L’Oratorio come mistagogia del Sacramento dell’Ordine

    Quanto affermato finora sembra orientarci a una riscoperta dello strumento oratorio come Mistagogia del Sacramento dell’Ordine. L’oratorio diventa dunque risorsa, possibilità di sperimentarsi per una sana mistagogia del ministero presbiterale. Il prete, nel fare Oratorio, coglie la grazia che lo ha reso servo dei fratelli, approfondisce quel carattere sacro che pone il suo sacerdozio ministeriale a servizio del sacerdozio battesimale. Guidare, accompagnare, dare testimonianza di vita evangelica, servire alla comunione, dare anima all’azione educativa, intercedere e insegnare a pregare e ad ascoltare la Parola di Dio, essere padre spirituale. Lo strumento Oratorio potrebbe diventare la cifra sintetica del ministero ed essere offerto nei percorsi diocesani degli uffici di Pastorale Giovanile e nei percorsi di aggiornamento del clero giovane come risorsa per verificare il cammino di maturazione pastorale, per una rinnovata conversione personale e per favorire la conversione missionaria della pastorale secondo le indicazioni di Evangelii Gaudium (nn. 25-33).


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