INTRODUZIONE di:

Lorenzo Blasetti

La Chiesa come un fiume inquinato.

Risalire alla sorgente

Pref. Mons. Domenico Pompili

San Paolo 2021, pp. 23-49


La Chiesa, raccontano le cronache di questo tempo, sta attraversando un momento di notevole difficoltà sul piano della sua credibilità. Ma, al di là delle cronache giornalistiche, chi vive a diretto contatto con la gente avverte ogni giorno di più un senso di frustrazione nel constatare che, nonostante gli sforzi, il terreno viene eroso dall’indifferenza e dalla ripetizione stanca di riti che non incidono affatto sulla qualità della vita di chi li celebra e li “consuma”. Ogni cristiano che abbia un minimo di passione per la Chiesa non può limitarsi ad aspettare che passi la notte, ma dovrebbe farsi carico di tutto quello che la riguarda senza voltare la testa dall’altra parte e senza turarsi il naso. Perciò cercherò in queste pagine di dare il mio contributo, sincero e appassionato, facendo seguito in qualche modo a una mia precedente riflessione che si concludeva con un capitolo intitolato: “Dio-Amo-re: altra radice, altra pianta, altri frutti” [1].
L’atteggiamento che, ancora una volta, intendo assumere, anche in questa riflessione, si fonda su una convinzione che ho maturato fin dai miei anni di seminario e si è consolidata nel tempo attraverso le molteplici esperienze vissute sempre con spirito libero e critico, senza pregiudizi e senza rinnegare mai una frase che lessi in un testo del teologo J. Ratzinger e che ho voluto trascrivere e conservare tra le pagine del breviario: «La vera obbedienza non è quella degli adulatori, chiamati falsi profeti dalla profezia genuina dell’Antico Testamento. Non è di quelli che evitano ogni ostacolo e urto, che pongono al di sopra di tutto la garanzia della propria comodità. Ciò che manca alla Chiesa di oggi (e di tutti i tempi) non sono i panegiristi dell’ordine costituito, ma gli uomini nei quali l’umiltà e l’ubbidienza non sono minori della passione per la verità, gli uomini che danno testimonianza nonostante ogni possibile travisamento ed attacco, gli uomini in una parola che amano la Chiesa più della comodità e della tranquillità del proprio destino» [2].
La Chiesa, questa è la mia convinzione, non riuscirà a spogliarsi facilmente di tutta la sporcizia [3] che ha accumulato nel corso dei secoli e che - come quella ammucchiata lungo le strade e le piazze di una grande città dopo lo sciopero dei netturbini - sta invadendo i luoghi e gli ambienti dove vivono le sue comunità, se non ha il coraggio profetico di rinnegare chiaramente e solennemente tutto ciò che ha prodotto in palese contrasto con il Vangelo sul piano della teologia, della pastorale e del suo rapporto con il mondo e la storia. La riflessione della Chiesa su se stessa, in prospettiva autenticamente evangelica, non può prescindere da questo impegno che dovrebbe innestarsi sull’affermazione chiara che l’idea di una Chiesa societas perfecta da difendere contro ogni evidenza di peccato non appartiene al nucleo originario del Vangelo e al suo DNA. Basti leggere con un minimo di attenzione i passaggi che determinano la nascita della Chiesa così come ci vengono narrati sia dai Vangeli che dagli Atti degli Apostoli [4].
L’idea di una Chiesa societas perfecta, d’altra parte, si scontra palesemente con la consapevolezza espressa e tramandata che essa è simul sancta et peccatrix, casta meretrix, semper reformanda (o renovanda). Sorgono quantomeno dei punti interrogativi che, peraltro, vanno finalizzati non ad alimentare una sterile polemica tra gli ultras del tifo ecclesiale e gli osservatori critici, ma a migliorare l’esperienza stessa della Chiesa e della fede di coloro che ne fanno parte. Non si può, infatti, né si deve ignorare che lo scopo di ogni discussione sulla Chiesa, per il cristiano, dovrebbe essere la fedeltà al mandato di Cristo che l’ha voluta e chiamata a essere, come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II, «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» [5].
Mettendoci in questa prospettiva, risulta inutile e, ancor di più, dannoso per la Chiesa stessa il tentativo di screditare questa lettura giocando sul fatto che sarebbe meglio sottolinearne gli aspetti positivi piuttosto che soffermarsi su quelli negativi, magari chiamando in causa i Padri della Chiesa [6]. Nessuna realtà umana, persona o comunità, migliorerebbe se fosse prigioniera di una dinamica che tendesse a rimuovere il negativo o a nasconderlo sotto la coperta del positivo che esprime. Il problema della Chiesa, infatti, non sta certamente nella scarsa sottolineatura della sua santità dovuta innanzitutto a Dio che per essa impegna tutto se stesso, Padre - Figlio - Spirito Santo, garantendole quell’assistenza che la rende essenzialmente sacramento visibile della sua presenza e della sua azione a favore dell’umanità. È dovuta anche ai tantissimi “santi”, conosciuti o no, che hanno attraversato la storia come testimoni autentici del Vangelo. Il problema sta piuttosto nel fatto che la Chiesa ha dato e dà troppo spesso l’impressione di nascondersi o di rifugiarsi dietro questa verità, facendola diventare quasi un alibi per non procedere a quel rinnovamento evangelico che dovrebbe continuamente attuare, anche sotto la spinta delle voci dei profeti che Dio non ha mai fatto mancare e che, con una tragica puntualità ecclesiastica, spesso sono stati messi fuori gioco in vita per essere magari, non tutti, elevati agli onori dell’altare o riabilitati dopo la morte. Emblematica al riguardo è la vicenda storica che si è trascinata per secoli prima dell’avvento di Lutero che ha visto il susseguirsi di diversi concili convocati espressamente per la riforma della Chiesa e che si sono consumati nella sterile polemica di come avrebbe dovuto realizzarsi: in capite o in membris (a partire dai vertici ecclesiastici o dalla base?) [7]. E pensare che quei secoli sono stati attraversati da profeti come san Francesco d’Assisi e san Domenico, per citare solo i più conosciuti e rappresentativi. Lo storico J. Delumeau, riflettendo sulla paura della Chiesa [8] come reazione alle difficoltà che incontra, afferma che «se il cristianesimo si fosse mantenuto entro uno statuto di umiltà (il che non significa in un atteggiamento di silenzio), non si sarebbe abbandonato alla paura, e quindi alla violenza, nei momenti di crisi» [9]. Quest’invito all’umiltà è condizione indispensabile per aprirsi realmente, e non solo a parole, alla conversione che Cristo richiede a tutti coloro che vogliono farsi suoi discepoli e che, evidentemente, risulterebbe piuttosto problematica se fossimo convinti, come il card. Biffi, che «alla Chiesa come tale non si possa assegnare l’epiteto di peccatrice» [10].
Cosa significa, infatti, quel “come tale”? Esiste un’entità Chiesa che possa considerarsi esente dal peccato o, invece, la Chiesa voluta da Cristo è sostanzialmente segnata dalla sua presenza per cui essa, come tale, e non solo i singoli suoi membri, è chiamata a confessare le sue colpe per ottenere il perdono di Dio e attuare un perenne cammino di conversione e di rinnovamento? Si può le­gittimamente sostenere che se è vero che il peccato del singolo cristiano condiziona negativamente la Chiesa è altrettanto vero che essa, come tale, possa condizionare negativamente la vita spirituale e morale dei suoi figli? E questa non è la prova provata che la Chiesa come tale debba fare i conti con la possibilità reale che venga meno alla sua missione a motivo della sua debolezza di fede e del suo sempre possibile rinnegamento di Cristo e del suo Vangelo? Non è forse questo che Gesù stesso intende dire quando afferma: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8) [11].
Per questo credo che il punto di partenza per una seria e approfondita riflessione di stampo evangelico sia il rifiuto dell’idea che alla Chiesa come tale non si può assegnare l’epiteto di peccatrice. Un rifiuto che non nasce dal gusto della polemica o della contestazione e, tanto meno, dallo scarso amore per la Chiesa stessa. Esso, infatti, trova le sue ragioni più profonde e indiscutibili sul terreno di quella Parola di Dio di fronte alla quale l’orecchio attento e il cuore docile e umile ci dovrebbero spingere a rinunciare alle nostre quando e se in contrasto con essa. Prima di offrire qualche spunto di riflessione a sostegno di quanto ho appena affermato, vorrei ribadire una convinzione che ho ampiamente argomentato in una precedente pubblicazione [12]. La Chiesa è, nel progetto di Dio, il sacramento visibile di ciò che l’umanità dovrebbe - e può - realmente essere quando e se riaggancia la sua esistenza a quella relazione fondamentale e costitutiva con Dio che la Bibbia ci descrive in maniera affascinante e suggestiva nel racconto della creazione [13]. In Gesù di Nazareth, nuovo Adamo [14], il progetto di Dio trova il suo compimento totale, senza macchia né difetto alcuno. Ma questo non si può dire nei confronti di coloro che, accettando di diventare discepoli di Cristo attraverso la conversione al suo Vangelo, vengono dal Padre suo e da lui stesso, attraverso il dono dello Spirito, costituiti come Chiesa con il compito di renderlo sacramentalmente presente, dopo la sua resurrezione, in ogni tempo e in ogni luogo. Si potrebbe liquidare la questione dicendo semplicemente che la Chiesa non è l’uomo Gesù di Nazareth la cui identità di Figlio di Dio si rivela in pienezza nel mistero della resurrezione e che, per la sua obbedienza al Padre fino al dono della sua vita, viene costituito anche nella sua dimensione umana come Signore e giudice della storia. Gesù di Nazareth, Signore e Cristo, resta un unicum e nessuna realtà umana potrà mai presumere di essere come lui.
Ma la Chiesa non è neppure equiparabile a quella porzione umana che è Maria, la donna ripiena di Spirito Santo, scelta da Dio per regalare all’umanità il Figlio nel mistero dell’incarnazione e che, dopo la sua vicenda terrena, è venerata e proclamata come la donna concepita senza peccato e assunta in cielo in anima e corpo [15]. Anche Maria, infatti, nel mistero della redenzione è un unicum e ciò che viene attribuito a lei non può essere trasferito alla Chiesa senza le necessarie distinzioni. Solo dell’umanità di Cristo e, in quanto associata a questa, di quella di Maria si può senz’altro dire che il peccato non abbia trovato in esse dove attecchire e svilupparsi. Non dell’umanità della Chiesa che pure nasce ed è animata da quello stesso Spirito che riempì la vita di Maria rendendola la piena di grazia. La diversità sta proprio in quello che la Chiesa afferma e crede a proposito di Maria: il suo sì totale e definitivo a Dio e al suo disegno misterioso lo ha vissuto in piena coerenza diventando la prima discepola del Figlio a cui si unisce fino in fondo nel dramma della croce per farsi con lui dono di salvezza all’umanità intera. La fede nella sua immacolata concezione e nella sua gloriosa assunzione in cielo in anima e corpo non è legata a un mito, ma si innesta nella sua vicenda storica di cui conosciamo i tratti salienti attraverso gli scritti neotestamen­tari, che, non dimentichiamolo, ci parlano non di una superdonna ma di quello che Dio opera in coloro che fanno spazio alla sua presenza e al suo amore. Sono pochi tratti quelli che riguardano Maria, ma, come autentiche perle teologiche, ci sollecitano a maturare la consapevolezza che in lei avviene qualcosa di unico e irripetibile proprio a motivo del suo unico e irripetibile coinvolgimento nel mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio e della sua passione, morte e resurrezione. Maria è anch’essa parte della Chiesa, ma con la sua unione a Cristo, come madre e ancor più che come sua discepola, partecipa e rende attuale la realizzazione piena del progetto uomo, che solo nella sua dimensione maschile e femminile e nella contemporanea presenza dell’una e dell’altra e dell’una in comunione con l’altra è realmente immagine e somiglianza di Dio.
La dimensione umana della Chiesa, al di fuori di Maria, è quella che ogni uomo e ogni donna portano con sé quando decidono di farsi discepoli di Cristo. Attraverso il battesimo, come vedremo meglio in seguito, avviene l’innesto della loro vita in quella di Cristo, come il tralcio alla vite, ma la conversione operata e il lavacro accolto non cancellano la loro peccaminosità, perché l’uomo, nel progetto di Dio, è caratterizzato in maniera essenziale dalla storicità del suo essere. Gesù di Nazareth e, con lui e in lui, Maria sua madre, dimostrano con la loro vita la piena disponibilità ad agire secondo il disegno di Dio. In tal modo si rivelano lui, Gesù di Nazareth, come il Figlio di Dio che si è fatto in tutto simile a noi fuorché il peccato (cfr. Eb 4,15), lei, Maria, come la piena di grazia. L’unione tra l’umanità di Maria e l’umanità del Verbo che si fa carne - il femminile e il maschile del progetto uomo - nel mistero della redenzione che culmina nella passione, morte e resurrezione di Cristo si rivela in tutta la sua portata storica come contemporanea presenza e comunione reciproca nel loro concepimento, nella loro totale donazione a Dio e, infine, nella loro glorificazione pasquale.
L’umanità della Chiesa, evidentemente, non è la stessa: gli uomini e le donne che la compongono sono segnati dalla presenza del male la cui azione perversa e minacciosa rimane in agguato come leone ruggente in cerca di chi divorare (cfr. lPt 5,8) anche dopo che hanno ricevuto il battesimo. Che la Chiesa in quanto tale non si possa considerare peccatrice, si potrebbe dire solo quando la vicenda storica di ognuno degli uomini e delle donne che la compongono si fosse realizzata, come quella dell’uomo Gesù di Nazareth e della donna Maria sua madre, senza cedimenti al male. E questo risulta davvero impensabile alla luce del fatto che il momento eucaristico, culminante e sorgivo dell’esperienza cristiana, obbliga la Chiesa riunita a riconoscere con umiltà che ognuno dei suoi membri, a cominciare dal Papa, deve prima di ogni altra cosa proclamare il suo mea culpa davanti a Dio, ai fratelli e alle sorelle.
Tutto questo sembrerebbe in contraddizione con quanto Paolo scrive nella sua lettera agli Efesini: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, alfine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5,25-27). A una lettura attenta, tuttavia, ci rendiamo conto che ci sarebbe contraddizione solo se l’opera salvifica di Cristo si fosse esau­rita in un tempo determinato e rispetto a una concreta comunità ecclesiale e non fosse invece, nel mistero della sua presenza, perennemente in azione con la forza del suo Spirito fino alla fine del mondo (cfr. Mt 28,20). L’amore di Cristo che si esprime nella sua intenzione di rendere santa la sua Chiesa, purificandola per mezzo del battesimo e attraverso il dono della sua parola, agisce in ogni oggi della Chiesa e non si darà mai nella sua storia concreta la possibilità che essa non abbia bisogno di purificazione. Ce lo ricorda J. Ratzinger quando afferma: «La Chiesa è la continua testimonianza che Dio salva gli uomini, per quanto siano peccatori. E poiché la Chiesa è fatta di grazia, fa parte di essa anche il fatto che gli uomini che la compongono sono peccatori. I padri della Chiesa hanno espresso questo fatto nell’immagine ardita della casta meretrix, - secondo la sua propria origine storica, la Chiesa è “prostituta” - essa viene dalla Babilonia di questo mondo; ma Cristo il Signore l’ha mondata, l’ha trasformata, creandola nuova, da “prostituta” in sposa. Urs von Balthasar ha mostrato con approfondite analisi che non si fa soltanto un’affermazione di genere storico, quando si dice: “Allora fu impura - ora è pura”, ma che con questo si descrive la permanente tensione di esistenza della Chiesa: la Chiesa vive sempre ancora del perdono, che la trasforma da prostituta in sposa; la Chiesa di tutte le generazioni è Chiesa per grazia, che Dio si trae fuori sempre di nuovo da Babilonia, dove gli uomini si trovano a vivere secondo le loro forze» [16].
Si impone una domanda: se la Chiesa è opera di Dio come si può pensare che essa in quanto tale sia non perfetta e, quindi, peccatrice? La risposta ce la dà Dio stesso nel mistero della rivelazione di Sé e del volto dell’uomo che esce dal suo cuore e dalle sue mani. La sua opera - l’uomo nel mistero della creazione, la Chiesa in quello della redenzione - partecipa della sua santità perché è sempre a sua immagine e somiglianza e vive del dono del suo Spirito [17]. Ma non sul piano della compiutezza, perché il dise­gno di Dio prevede come caratteristica fondamentale e costitutiva dell’uomo prima e della Chiesa poi la storicità del loro essere ed esistere che si coniuga indissolubilmente con la libertà della loro risposta. Nel cuore della storia della Chiesa rimane piantato l’albero della scienza del bene e del male [18] di fronte al quale resta intatta la possibilità di dire sì o no per esplicita e irreversibile volontà di Dio. La drammatica domanda che Gesù pone a se stesso e ai suoi discepoli nel Vangelo di Luca [19] evoca in maniera indiscu­tibile questa possibilità, così come in questa prospettiva va letto il passo del Vangelo in cui Gesù, dopo la sua professione di fede, dice a Pietro: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (Mt 16,18). Sarebbe infatti riduttivo e mistificante pensare che le porte degli inferi di cui parla Gesù non si concretizzino nell’atteggiamento dello stesso Pietro che, in quel medesimo contesto, di fronte all’annuncio della passione e morte del Maestro, reagisce meritandosi il rimprovero più duro che egli abbia mai pronunciato: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scan­dalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt 16,21).
La Chiesa che esce dal cuore e dalle mani di Dio, come l’uomo creato a sua immagine e somiglianza, è dunque santa come lui è santo, ma anch’essa, come l’uomo della creazione, è chiamata a essere fedele e coerente con questa verità proprio perché è caratterizzata dalla stessa storicità dell’umanità che la compone. Essa è, perciò, suscettibile di tradimenti e rinnegamenti dovuti alla fragilità della carne, così come Gesù stesso fa chiaramente intendere a Pietro nel Getsemani: «Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41). Quanto questa debolezza possa incidere nella vicenda storica della Chiesa, ce lo dimostra ancora Pietro quando, così come aveva previsto e annunciato Gesù, non esita a rinnegarlo per tre volte. Si potrebbe obiettare che la Chiesa non è ancora nata perché il dono dello Spirito è dono pasquale. Diventa allora importante e decisivo andare a vedere che cosa succede nel momento in cui lo Spirito che scaturisce dal cuore del Padre e dal mistero pasquale del Figlio dà origine alla Chiesa.
I testi che ci raccontano la nascita della Chiesa li troviamo nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli. Non sfugge a nessuno come il gruppo dei discepoli che costituiscono il nucleo originario della Chiesa presenta due caratteristiche indiscutibili: una debolezza strutturale e una debolezza dottrinale. Infatti, sono undici non dodici. Sappiamo della valenza simbolica dei numeri nella Bibbia. Sono un- ilici e quindi la loro realtà non ha la caratteristica della perfezione che, nella simbologia biblica, è espressa dal numero dodici. Inoltre, come sottolinea Matteo, «alcuni però dubitavano» (Mt 28,17). Luca ci mette davanti un gruppo, sono ancora undici, che nella sua interezza appare lontano dal messaggio di Cristo e da tutto quello che si era verificato con la sua passione, morte e resurrezione cd è, invece, ancora immerso nella concezione del Messia prevalente nel mondo ebraico: «Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?» (At 1,6). Alla luce dell’episodio che si verifica sulla via di Cafarnao, dopo che Gesù aveva annunciato per la seconda volta la sua imminente passione e morte, che vede i discepoli discutere chi tra loro fosse il più grande [20], questa domanda appare davvero sconcertante: passata la Pasqua di morte e di resurrezione, sembra che abbiano completamente dimenticato le parole di Gesù e coltivino ancora la speranza di poter diventare con Cristo i protagonisti di un’avventura di po­tere e di dominio nei confronti dell’umanità. Gesù Risorto consegna la missione a questa Chiesa: lo Spirito che invierà sui suoi discepoli per abilitarli a tale compito li accompagnerà nel loro cammino di avvicinamento alla verità tutta intera, aiutandoli a ricordare e ad approfondire quello che Gesù aveva detto e fatto [21] e proiettandoli verso quel cielo e quella terra nuovi in cui si compirà definitivamente il suo disegno di salvezza per l’umanità intera [22]. Tutto questo attraverso un cammino di conversione non facile, così come emerge chiaramente quando la Chiesa nascente, di fronte alle difficoltà che incontra, sente il bisogno di convocare a Gerusalemme il primo concilio della sua storia [23]. Nella lettera ai Galati Paolo non esita a motivare questa necessità anche sulla base del suo disaccordo con Pietro che adotta un comportamento ambiguo a proposito dei pagani convertiti al cristianesimo [24]. La reazione di Paolo ha il sapore della profezia e non della diplomazia: «Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto» (Gal 2,11).
A conferma di quanto appena detto, un discepolo di Cristo non può dimenticare alcuni passaggi neotestamentari che riguardano la sua Chiesa e che allontanano l’illusione presuntuosa che essa, in quanto tale, non sia peccatrice. Ne richiamo solo alcuni.
Nel Vangelo di Matteo Gesù annuncia per la prima volta la sua Chiesa offrendoci due immagini di straordinaria efficacia e bellezza: essa è chiamata a essere il sale della terra e la luce del mondo. Ma immediatamente aggiunge che il sale può perdere il suo sapore e la luce può risultare inefficace perché la lampada è nascosta sotto il moggio [25]. Gesù stesso, dunque, parla chiaramente di una Chiesa che, in quanto tale, potrebbe perdere la sua efficacia storico-salvifica diventando addirittura inutile, come il sale che perde sapore o la luce che rimane nascosta. Analoga a queste due è l’immagine del lievito che fermenta la farina [26], che, tuttavia, ha una particolarità che conferma l’idea che la Chiesa in quanto tale possa rimanere prigioniera del peccato. Infatti, mentre usando le immagini del sale e della luce Gesù parla chiaramente della Chiesa, con quella del lievito egli si riferisce esplicitamente al regno: Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti. Questo è il motivo per cui Gesù non prospetta la possibilità che il lievito non faccia la sua funzione. La Chiesa, in quanto tale, può venire meno alla sua identità e alla sua missione, ma il regno dei cieli assolutamente no: infatti è il disegno di Dio che, in ogni caso, agisce nella storia dell’uomo e arriverà al suo compimento così come Egli lo ha pensato e voluto.
Il secondo riferimento neotestamentario è l’episodio di Cesarea di Filippo [27]. Prendiamo in considerazione il racconto di Matteo che ha un taglio ecclesiologico decisamente più marcato e che, proprio perché più tardivo e arricchito dall’esperienza e dalla riflessione della prima Chiesa, può aiutarci a comprendere quale concezione essa avesse di sé. Solo in Matteo troviamo l’elogio che Gesù rivolge a Pietro dopo la sua professione di fede: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarran­no contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,17-19). Proprio per questo appare più stridente il contrasto con quello che avviene subito dopo. La pro­fessione di fede di Pietro è dottrinalmente corretta, ma la sua reazione all’annuncio della passione e morte del Cristo da parte di Gesù dimostra che le sue parole, nella sua mente e nel suo cuore, sono agganciate a un’altra idea di Cristo. Tutto questo avviene subito dopo che Gesù lo aveva eletto come punto di riferimento fondante e costitutivo della sua Chiesa e, dunque, non può sfuggire a nessuno la valenza ecclesiologica dell’episodio: la Chiesa di Cristo può, a partire dal suo fondamento, professare la sua fede in maniera corretta sotto il profilo dottrinale e nello stesso tempo dimostrare nella concretezza della sua esperienza che il suo pensiero non corrisponde a quello di Dio. «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt 16,23). È evidente che questo tremendo rimprovero di Gesù non si ferma a Pietro ma, in lui e con lui, coinvolge l’intera Chiesa che è esposta perennemente alla possibilità di non credere con la vita quello che professa con la bocca.
A questa reale e drammatica possibilità fa riferimento un altro episodio che chiama in causa ancora Pietro, dopo la resurrezione di Gesù. Non bisogna dimenticare, peraltro, che lo stesso Pietro si era reso protagonista del rinnegamento di Gesù e che a lui si erano aggiunti tutti gli altri, fuggendo e abbandonando il Maestro al suo destino. Dopo la resurrezione e dopo che gli apostoli avevano visto e toccato con mano che Gesù era realmente risorto come aveva promesso, Giovanni ci racconta questo episodio [28], che, dato il contesto in cui si verifica, assume un significato ecclesiologico che va a rafforzare la convinzione che, nel progetto di Dio, non si dà una Chiesa che in quanto tale debba o possa essere considerata non peccatrice. Siamo al lago di Tiberiade. Pietro decide di andare a pescare e gli altri lo seguono. Nonostante la fatica di una notte intera e la loro abilità di pescatori, non prendono nulla. Se riduciamo l’accaduto ad una semplice esperienza sfortunata, facciamo chiaramente torto al testo evangelico. Così come, credo, sarebbe una lettura di comodo quella di chi si sofferma a sottolineare il fatto che Pietro comanda e gli altri obbediscono a conferma del primato a lui affidato da Gesù. La decisione di Pietro di andare a pescare, a una lettura più attenta e profonda, sembra indicare la tentazione di Pietro di proporsi agli altri con un suo progetto fondato sulla sua esperienza di pescatore, dimenticando la parola e il progetto di Gesù che lo aveva chiamato a farsi pescatore di uomini [29]. Gli altri lo assecondano e per questo si espongono tutti insieme a una esperienza fallimentare. Il significato sembra evidente: quando la Chiesa si muove spinta da una parola che non è quella di Cristo rischia di faticare inutilmente. Infatti, ci ricorda Giovanni, sarà proprio l’incontro con Cristo e l’obbedienza al suo comando, che permetterà a Pietro e ai suoi compagni di realizzare una pesca straordinaria. E questo è possibile quando e se Pietro è spinto, nell’esercizio del suo ministero, dall’amore per Cristo che deve realmente essere e dimostrarsi superiore a quello di tutti gli altri, cosi come Lui stesso gli fa comprendere quando gli chiede la famosa triplice dichiarazione d’amore. Il numero tre, in questo caso, si può facilmente leggere come la riparazione del suo triplice rinnegamento, ma, come sappiamo, esso è anche simbolo di perfezione. Gesù chiede a Pietro un amore che deve risultare nello stesso tempo un modello, uno stimolo e un rafforzamento di quello di tutti gli altri. Un amore che si avvicini quanto più possibile a quello di Cristo e che sia disponibile a esprimersi con le stesse modalità, così come è facile capire quando Gesù stesso lo proietta nella dimensione del martirio e della croce. Un amore che non ha niente a che vedere con quel romanticismo religioso che ci fa pensare che la fedeltà e la coerenza con il Vangelo siano legate al ruolo e non alle persone che lo incarnano [30].
Che la Chiesa in quanto tale sia soggetta al peccato ce lo ricorda in maniera straordinariamente efficace il libro dell’Apocalisse che si apre con le famose lettere alle Chiese dell’Asia [31]. Credo che l’autore del libro dell’Apocalisse con l’espediente delle sette lettere abbia voluto invitare la Chiesa del suo tempo a riflettere sulla possibilità concreta di dimenticare il significato autentico della sua esistenza e della sua missione, rimanendo impantanata nella variegata molteplicità del male che viene descritto in rapporto a ciascuna delle Chiese chiamate in causa. Anche in questo caso non si può ignorare la valenza simbolica del numero sette, anch’esso indice di perfezione. Si tratta dunque di una vera e propria messa in guardia: la Chiesa non dimentichi che, anche al suo interno, il male può assumere caratteristiche drammatiche, raggiungendo la massima efficacia della sua presenza e della sua azione.
Questo sintetico richiamo ai dati neotestamentari ci proietta verso una verità che ho già introdotto come punto di domanda: la Chiesa non solo è condizionata in senso negativo dal peccato dei suoi membri, ma può anche condizionarli negativamente con la scarsa fedeltà a Cristo e al suo Vangelo, sia sul piano della loro nascita alla fede, sia sul piano dell’accompagnamento e della maturazione di ciascuno di essi. Può succedere, in altre parole, che la Chiesa possa diventare uno scandalo, come Pietro a Cesarea di Filippo, perché non pensa secondo Dio ma secondo gli uomini, con la conseguenza che i destinatari della sua missione possano farsi un’immagine di Dio non congrua con quella che Lui stesso ha rivelato all’uomo attraverso la storia della salvezza culminante nell’evento Cristo. Può succedere che la traditio fidei nel suo passaggio da una generazione all’altra subisca delle contamina­zioni, inevitabili dal momento che, in ogni caso, il processo, animato e garantito dallo Spirito di Verità promesso e donato da Cristo dopo la sua resurrezione, avviene sempre attraverso la mente, il cuore e le mani dell’uomo che, come è facile comprendere, non sono mai immuni da debolezza e da colpe. Il problema è proprio questo: verificare con serietà se tali contaminazioni siano prodotte solo dalla fragilità di coloro che fanno parte a vario titolo della Chiesa o invece dalle loro scelte sbagliate non sempre fatte in buona fede.
La Chiesa, nel tempo, è certamente un fiume che ha alimentato la vita e la speranza di un numero infinito di persone, anche non credenti. Questo fatto va riconosciuto da tutti con onestà intellettuale. Sbagliano, però, quei cristiani che fanno appello a questa verità per rivendicare la loro “superiorità morale o spirituale” o, peggio, diritti di carattere socio-politico, come se il bene potesse cancellare il male e gli errori [32] ed essere da tutti riconosciuto e in qualche modo contraccambiato. Chi pensa questo non va solo incontro alle critiche e al rifiuto di quanti non si riconoscono nella Chiesa e nella sua tradizione o ne contestano piuttosto gli aspetti negativi che, a loro modo di vedere, hanno addirittura ostacolato il cammino dell’umanità. Più significativo e più grave è il fatto che questo modo di pensare è chiaramente condannato da Gesù stesso. Il mistero della sua incarnazione, come ci ricorda Paolo nella lettera ai Filippesi, è un chiaro messaggio sullo siile di vita di colui che «pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la. condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,6-8). Tutto questo in vista dell’unica esaltazione che ha cercato e ispirato la sua vita terrena: «Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2,9). Nella sua predicazione Gesù fa capire in tutti i modi che i suoi discepoli avrebbero dovuto incarnare il suo stesso stile di vita. Nel discorso della montagna, il programma che propone ai suoi discepoli, egli dice espressamente: «Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,1-4).
Sembrano, dunque, del tutto fuori luogo quelle rivendicazioni che, assecondate spesso in maniera strumentale dai sistemi politici, tendono a mettere la Chiesa in vetrina in nome della sua storia e delle radici cristiane della cultura che è nata e si è sviluppata sotto la sua spinta. D’altra parte, si ha l’impressione, quando si parla delle radici cristiane della nostra cultura europea, che il terreno a cui si fa riferimento non è quello del Vangelo ma quello più accattivante dell’in hoc signo vinces [33], sconvolgente leggenda religiosa che ha avuto come drammatica conse­guenza lo stravolgimento dell’immagine del Dio di Gesù Cristo. È davvero un mistero tenebroso il fatto che questa leggenda abbia attraversato i secoli senza che se ne avvertisse l’assoluta insostenibilità evangelica e fosse respinta con decisione al mittente. Il problema assume contorni di particolare rilevanza se si riflette sulle vicende storiche dei popoli che sono stati influenzati dalla presenza del cristianesimo e della Chiesa. Basti pensare al fatto che i cristiani non hanno trovato ragioni nella loro fede per evitare di bagnare le strade del vecchio continente del sangue di popoli “fratelli nella fede” e che hanno espor­tato la logica della violenza e della sopraffazione ovunque abbiano portato la croce di Cristo. Né può passare sotto silenzio il fatto che il mondo abitato dai cristiani abbia prodotto i pericoli maggiori per l’umanità sul piano della proliferazione e del commercio delle armi, dell'invenzione di campi di concentramento e di sterminio, dello sfruttamento dell’uomo, del razzismo e dell’intolleranza, della criminalità organizzata e della distruzione della natura. Ancora oggi la storia dell’umanità ci racconta che c’è un mondo dove si muore di fame solo perché quello abitato prevalentemente da cristiani (?) si è dimenticato di ciò che Gesù fa dire nella preghiera che insegnò ai suoi primi discepoli: «dacci oggi il nostro pane quotidiano» (Mt 6,11). Così come hanno dimenticato quello che dice a proposito della solidarietà cristiana: «Piuttosto date in elemosina quel che c’è dentro, ed ecco, tutto per voi sarà mondo» (Lc11,41) [34].
La riflessione che intendo sviluppare in queste pagine seguirà la logica del filosofo Francesco Bacone. Sarà animata consapevolmente e responsabilmente dall’adozione del criterio che passa sotto il nome di pars destruens e avrà l’obiettivo di mettere in evidenza aspetti, affermazioni teologiche o pastorali e comportamenti che, veicolati dalla tradizione, sono in palese contrasto con il Vangelo e che, perciò, vanno chiaramente - non diplomaticamente - rigettati come sue contaminazioni e suoi inquinamenti. Con Bacone li possiamo considerare veri e propri idola [35] che impediscono il processo conoscitivo e che perciò vanno rimossi e distrutti. Mi farò carico anche, consapevolmente e responsabilmente, del criterio che va sotto il nome di pars construens con lo scopo di articolare una proposta che risulti più coerente e più omogenea con quanto il Vangelo propone alla Chiesa e ai cristiani per essere realmente quello che Gesù ha pensato e voluto che fosse la sua Chiesa.
Tutto questo restringendo il campo della riflessione su due problematiche - la Chiesa istituzione e il sacramento del battesimo - che, rivedute e corrette alla luce del Vangelo, diventerebbero, a mio parere, la condizione vera di quel rinnovamento della Chiesa da tutti invocato, da molti ostacolato, da pochi cercato nella concretezza di esperienze significative e ricche di luce e di speranza per il futuro. Affronterò queste due problematiche dopo aver ricordato che il cristiano non deve mai dimenticare che Gesù è venuto per essere ieri, oggi e sempre segno di contraddizione dentro la storia dell’umanità e dentro la sua stessa Chiesa. Quando questo non emerge con chiarezza all’interno della Chiesa e nei suoi rapporti con il mondo c’è da domandarsi molto seriamente se la Chiesa stessa non sia diventata mondo, rinnegando la sua specifica identità. Si tratta, in fondo, di sviluppare una riflessione sulla base del rischio che Gesù stesso richiama quando, rivolgendosi agli scribi e ai farisei, afferma: «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». E aggiungeva: «Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione» (Mc 7,8s.). Un rischio che, sarebbe stolto negarlo o sottovalutarlo, è sempre in agguato e ha condizionato pesantemente la Chiesa in ogni momento della sua vicenda storica. Anche oggi, ancora oggi.

NOTE

1 Cfr. L. Blasetti, Dio è amore... anche in teologia, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2009.
2 J. Ratzinger, II nuovo popolo di Dio, Queriniana, Brescia 1971, p. 286.
3 Il termine è usato nella nona stazione della Crucis al Colosseo nel 2005 dall’allora cardinale J. Ratzinger.
4 Vedi più avanti pp. 36-42
5 Lumen gentium, n. 1
6 II cardinale Giacomo Biffi, commentando l’espressione casta meretrix, afferma: «“Casta meretrix" è un sorprendente oximoron (“espressione antinomica"); tanto più sorprendente perché è abitualmente riferito alla Chiesa. Dopo l’ambigua utilizzazione di von Balthasar (in Sponsa Verbi, Brescia 1985) esso gode di una discreta fortuna. Ogni tanto me lo sento ricordare, con la soddisfazione di chi è certo di addurre un'argomentazione decisiva allorché dichiaro incautamente la mia convinzione che alla Chiesa come tale non si possa assegnare l'epiteto dì “peccatrice”. “Ma se la Chiesa - mi si ribatte - è una 'casta meretrix’, come dicono i Padri!”. È così enfatico l’accento posto sul sostantivo, che l’aggettivo che l’accompagna passa in seconda linea. “Come dicono i Padri". Dir male della Chiesa (che nessuna antica professione di fede si dimentica di chiamare “santa”) non è mai stato ritenuto nell'ascesi cristiana un atto particolarmente meritorio. È piuttosto da sempre l’inveterata consuetudine degli “altri”, cioè dei non credenti. E consentito ai buoni fedeli, associarsi al coro dei maldicenti, magari per favorire un dialogo aperto e costruttivo? I più timorati non ne troverebbero il coraggio se non potessero aggiungere appunto: “Come dicono i Padri”».
7 La situazione della Chiesa è la seguente: «Nel Quattrocento e nella prima metà del Cinquecento, il Papato tenta con successo di farsi guida del fiorente movimento artistico, per indirizzarlo al suo giusto fine, ma non riesce sempre a mantenere l’equilibrio, non si oppone agli aspetti deteriori dell’umanesimo e del Rinascimento, tollera nella curia stessa abusi pericolosi, e, assorbito prevalentemente da preoccupazioni artistiche e letterarie, trascura quella reformatio in capite et membris così ardentemente invocata a partire dal Concilio di Costanza. Peggio ancora, la moralità della curia stessa lascia a desiderare. Il lusso e lo sfacciato nepotismo (per cui erano nominati cardinali parenti prossimi del papa anche giovanissimi; Sisto IV elevò alla porpora sei parenti, fra cui Pietro Riario, morto di stravizi a 28 anni) avvilivano il prestigio del Papato. Innocenzo VIII per primo ostentò pubblicamente i figli avuti prima di essere Papa; Alessandro VI (Rodrigo Borgia 1492-1503), dopo aver avuto sette figli da varie donne quando era già sacerdote, vescovo e cardinale, ebbe altri due figli durante il suo pontificato, e, cosa forse più grave, dette ampia pubblicità ai suoi trascorsi, favorendo la sua famiglia con un nepotismo senza freno: Cesare Borgia, detto il Valentino, a sedici anni venne nominato cardinale. In Vaticano si respirava un’aria del tutto mondana, tra feste e banchetti che si trasformavano talora in vere orge sciolte da ogni vincolo morale. Giulio II non fu immune da gravi mende morali e Leone X, personalmente irreprensibile, fu soprattutto un grande mecenate, poco sensibile ai problemi religiosi. Alla decadenza morale della curia, che fa di questo periodo uno dei più tristi nella storia del papato, in contrasto con lo splendore esteriore, faceva riscontro un’analoga crisi nel ceto ecclesiastico, non solo in Italia, ma anche in modo almeno uguale in Germania» (G. Martina, Storia della chiesa, Istituto di Teologia per corrispondenza del Centro “Ut unum sint”, Roma 1980, pp. 221-222). Chi scrive non è un irriducibile anticlericale, ma un gesuita, grande storico della Chiesa, con l’imprimatur del Vicariato di Roma.
8 Alla paura nella Chiesa ho dedicato la mia prima pubblicazione: L. Blasetti, Quando la chiesa ha paura, Boria, Roma 1983.
9 J. Delumeau, Cristianità e cristianizzazione. Un itinerario storico, Marietti, Casale Monferrato 1983, p. 8.
10 Vedi nota 6.
11 È una domanda, questa di Gesù, alla quale si risponde con la concretezza della vita e la Chiesa non può liquidarla attraverso elucubrazioni teologiche sganciate dal suo vissuto. A tale proposito vorrei richiamare l’attenzione su due pubblicazioni che ci raccontano dal di dentro le vicende della Chiesa coinvolgendoci, pagina dopo pagina, in una vera e propria esperienza di dolore sotto l’incalzare di una sola domanda: è questa la Chiesa voluta da Gesù? Cfr. G. Nuzzi, Sua Santità. Le carte segrete di Benedetto XVI, Chiarelettere, Milano 2012; E. Fittipaldi, Avarizia. Le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della Chiesa di Francesco, Feltrinelli, Milano 2015.
12 Cfr. L. Blasetti, La chiesa immagine dell’uomo. Il massimo della diversità per il massimo delia comunione, Cittadella Editrice, Assisi 1989.
13 Gen 1-2.
14 Cfr. ICor 15,45.
15 Ho sviluppato una riflessione sul significato storico-salvifico dei dogmi mariani (Immacolata Concezione, Verginità, Assunzione) in relazione al progetto creativo di Dio che, come sappiamo, prevede l’uomo totale nella sua dimensione maschile e femminile e quindi sul rapporto tra la maschilità assunta dal Figlio di Dio e la femminilità della madre Maria nel mio La chiesa immagine dell’uomo. Il massimo della diversità per il massimo della comunione, Cittadella Editrice, Assisi 1989
16 J. Ratzinger, II nuovo popolo di Dio, Queriniana, Brescia 1971, pp. 277-288.
17 Nella creazione dell’uomo si parla di un alito di vita che Dio soffia nelle narici dell’uomo per dargli vita (cfr. Gen 2,7). Non è difficile vedere in esso la presenza e l’azione dello Spirito.
18 Cfr. Gen 2,17.
19 Lc 18,8
20 Cfr. Mt 9,33-35
21Cfr Gv 14,26; 16,12-15
22 Cfr. Ap 21,lss.
23 Cfr. At 15,5-34.
24 Cfr. Gal 2,11-14.
25 Cfr. Mt 5,13-16
26 Cfr. Mt 13,33
27 L’episodio è riportato dai tre Sinottici (Mc 8,27-38; Mt 16,13-28; Lc 9,18-27), con sfumature diverse che non vanno sottovalutate.
28 Cfr. Gv 21,1-23.
29 Cfr. Mt 4,19; Mc 1,17.
30 II papa, il vescovo, i preti come tutti i cristiani sono chiamati in quanto persone a vivere secondo il progetto e la Parola di Dio e, come tutti i cristiani, possono cedere al male e al peccato. La storia della Chiesa è, purtroppo, ricca di esempi negativi, a partire dagli stessi papi. A tale proposito, mi sembra significativo questo brano: «Nel solenne corteo per la presa di possesso di Leone X, si leggeva in un manifesto: “Regnava una volta Venere; poi Marte; ora regge lo scettro Pallade Atena”. Krano cosi caratterizzati in modo fin troppo evidente i pontificati di Alessandro VI, 1492-1503, di Giulio II, 1503-1513, di Leone X, 1513-1521. Alessandro VI è tristemente famoso per la sua vita privata e per la prevalenza data nel suo governo agli interessi familiari. Giulio II, Della Rovere, il cui carattere venne plasticamente delineato da Michelangelo nel Mosè, si lasciò assorbire dalla preoccupazione di abbellire Roma e di liberare lo Stato pontificio dalla potenza degli antichi feudatari e dall’influsso francese. Una satira feroce attribuita generalmente ad Erasmo, Julius exclusus a coelo, ci permette di cogliere al vivo le reazioni che suscitava in molti questa prevalenza di interessi temporali: Giulio si presenta in paradiso, sicuro di essere accolto immediatamente, vanta le sue imprese, fra cui le sue guerre, le sue costruzioni, ma anche lo svuotamento d’importanza del V Concilio Lateranense, ed è respinto da S. Pietro, che gli rimprovera duramente la infedeltà agli ideali di povertà e di umiltà della Chiesa primitiva. Anche Leone X fu assorbito dalle cure artistiche e dalle preoccupazioni politiche» (G. Martina, op. cit., p. 249).
31 Cfr. Ap 1,4-20; 2; 3.
32 Nelle discussioni sui mali prodotti dalla Chiesa si tende, da parte di troppi cristiani, a giustificarli con il richiamo ai tempi e alle situazioni storiche nelle quali si sono verificati. “Erano i tempi”, si dice, con l’aggravante che, quando si parla degli errori e delle colpe degli altri, questa giustificazione sparisce di colpo. Ma la cosa più grave, in prospettiva esclusivamente cristiana, è che questa giustificazione non regge semplicemente perché in ogni momento della storia della Chiesa i cristiani avevano a disposizione il Vangelo di Cristo.
33 Questa leggenda, tramandata dal vescovo Eusebio di Cesarea, racconta che Costantino I, alla vigilia della battaglia decisiva contro Massenzio per il controllo dell’Impero romano, abbia visto in sogno una croce, e abbia udito una voce pronunciare questa frase (Eusebio, Vita Constantini, 1,28).
34 In latino la frase suona così: «Quodsuperest date elemosynam...». Per tanto tempo si è tradotto quel superest come se indicasse il superfluo. È evidente che Gesù intendeva dire un’altra cosa.
35 «Gli idoli e le false nozioni che sono penetrati nell’intelletto umano fissandosi in profondità dentro di esso» (F. Bacone). Sono idoli perché l’uomo li onora al posto del vero Dio.