Chiesa, postmodernità, papa Francesco

Intervista a Massimo Borghesi

A cura di Gonzalo Mateos *

 

Leggendo il suo libro pubblicato dalle Ediciones Encuentro, El desafío Francisco: Del neoconservadurismo al «hospital de campaña [1], siamo rimasti stupiti da un giudizio molto attuale e innovativo sulla politica, sul potere e sul modo in cui i cattolici sono invitati a essere presenti nel mondo alla luce dell’insegnamento di papa Francesco, dei papi precedenti e di alcuni autori cattolici. Anche le sue riflessioni sulla situazione negli Stati Uniti e in Italia ci sono sembrate molto pertinenti osservando alcune somiglianze con la politica e la Chiesa in Spagna. Essere cattolici nel nostro paese è normalmente associato all’essere conservatori e al voto a destra. La cosiddetta “agenda cattolica” si concentra sulla battaglia su questioni morali e sulla conservazione di alcuni principi e valori non negoziabili. Sembra che per i cattolici l’agenda morale ed economica prevalga su quella sociale o ambientale, che sono sempre in secondo piano. Qual è secondo lei la novità che Francesco ha portato in questo momento storico in termini di partecipazione cattolica alla vita comune?

Papa Francesco ha riproposto la dottrina sociale della Chiesa nella sua integralità e questo, singolarmente, ha provocato scandalo ed incomprensioni nella Chiesa. Ciò è accaduto perché con la caduta del comunismo, nel 1989-1991, la Chiesa ha dimostrato meno attenzione per la questione sociale, si è concentrata su due o tre valori (lotta contro l’aborto, l’eutanasia, il matrimonio omosessuale) dimenticando il problema del lavoro, della povertà, delle forme di emarginazione. Questo, al di là della battaglie strettamente etiche, ha prodotto una mentalità conformista la quale non ha nulla da dire sul nuovo modello economico che ha segnato il mondo nell’era della globalizzazione. Così i cattolici si sono trovati collocati in una posizione conservatrice in antitesi alla sinistra post-marxista la quale trova anch’essa la sua legittimazione non più sul terreno sociale ma su quello post-moderno della difesa individualistica dei valori liberali. Il fronte cattolico conservatore non comprende il Papa, pensa che sia un progressista vicino alla sinistra. Non capisce che per il Papa la critica all’aborto deve essere accompagnata dalla critica ad un modello economico-sociale, tecnocratico, che è alla genesi della mentalità individualistica. L’aborto è un risultato di questa mentalità funzionalistica. Per questo la critica all’aborto implica anche la critica ad un certo modello sociale. A suo modo se ne è accorto anche un conservatore americano, Rod Dreher, il quale nel suo fortunato volume The Benedict Option uscito negli Usa nel 2017, scrive: “ Mi resi improvvisamente conto che alcune delle cause sostenute dai miei compagni conservatori – principalmente un acritico entusiasmo per il mercato – possono in determinate circostanze minare l’elemento che io, da tradizionalista, consideravo l’istituzione più importante da conservare: la famiglia. Presi anche a considerare le chiese, compresa la mia, largamente inefficaci nel combattere le forze del declino culturale. Il cristianesimo tradizionale storico – sia esso cattolico, protestante od ortodosso – dovrebbe essere una potente controforza all’individualismo radicale e al secolarismo della modernità. Anche se si diceva che i cristiani conservatori stessero combattendo una guerra culturale, con l’eccezione delle questioni dell’aborto e del matrimonio omosessuale, era difficile vedere i miei impegnati in una dura lotta. Sembravano accontentarsi di essere la cappellania di una cultura consumistica che stava rapidamente perdendo il senso di quel che significa essere cristiani”. Dreher comprende bene, quindi, i limiti del cristianesimo liberal-conservatore americano. Tuttavia, differentemente da Dreher, il Papa non ritiene che il cattolico debba essere tradizionalista per difendere certi valori. Francesco rifiuta di distinguere tra valori di destra e valori di sinistra ed auspica un impegno integrale del cristiano sul terreno sociale, un impegno teso alla collaborazione con altri per la realizzazione del bene comune.

Nel suo libro lei approfondisce anche, in linea con il magistero pontificio, la costatazione che «non viviamo più nella cristianità», che la Chiesa non è più l’unica che produce cultura, né è la prima né la più ascoltata . La fede non costituisce più un presupposto evidente della vita comune. Lei afferma nel libro che Francesco vuole rompere il legame organico tra cultura, politica, istituzioni e Chiesa. Questa finale della civiltà cristiana, la difficoltà di trovare un denominatore comune nei “valori” e nella morale “naturale”, segna l’impossibilità di un dialogo sincero tra credenti e non credenti o esige da noi che questo si proponga in forme nuove?

Il Papa, diversamente dal cattolicesimo conservatore, ha molto chiara l’idea che la cristianità è finita. Non possiamo più presupporre un mondo cristiano. Il mondo di oggi non è, in Occidente, anticristiano. È più semplicemente “non”-cristiano e questo per la semplice ragione che non ha più conoscenza del contenuto della fede, di Gesù Cristo. Lo conosce come una figura del passato, non come una realtà presente. Questo rivela una drammatica assenza della Chiesa nel mondo odierno, assenza tra i giovani soprattutto. I cattolici conservatori da un lato continuano a rivendicare un mondo cristiano che esiste solo in mondi chiusi e, dall’altro, accusano la secolarizzazione come causa della perdita della fede. In realtà questa fede, soprattutto tra i giovani, non è mai iniziata. I giovani sono agnostici non perché sono anticristiani ma perché non hanno mai incontrato un’esperienza di vita, personale e comunitaria, grazie alla quale possano divenire cristiani. Il problema riguarda Chiesa e non, innanzitutto, la società. Certo il mondo odierno non facilita, con i suoi modelli di vita, la scoperta della fede ma questo non può costituire l’alibi per il vuoto di proposta di vita che caratterizza la Chiesa odierna. È qui che si colloca il richiamo del Papa. In Evangelii gaudium Francesco scrive che oggi l’Annuncio cristiano deve precedere l’impegno per la difesa dei valori morali della Chiesa. Nel mondo secolarizzato l’incontro, la testimonianza cristiana rivolta a tutti, alle persone di destra e a quelle di sinistra, viene prima. Viene prima delle differenze politiche de ideologiche. Per questo la Chiesa non è chiamata a schierarsi politicamente ma a favorire l’incontro dell’uomo di oggi con l’Avvenimento cristiano. Non semplicemente con il dogma o con i “valori” cristiani ma con un’esperienza di vita rinnovata dalla grazia della fede.

Abbiamo trovato molto suggestive le citazioni sull’attualità del pensiero di Guardini su come governare e instaurare un dialogo con chi ogni volta rappresenta l’altro, il quale non appare come un avversario ma come un opposto. Un esempio può essere visto nei dibattiti attuali come quelli tra fondamentalismo e relativismo, tra progressismo e tradizionalismo, o tra particolarismo e universalismo. Nel suo libro ci invita ad andare “oltre” e praticare ciò che può essere chiamato pensiero incompleto o pensiero aperto. Lei menziona anche la convenienza di recuperare il significato cattolico della complexio oppositorum, che la vita è opposizione e che l’opposizione è fruttuosa. Come imparare che la tensione con le opposizioni è fruttuosa? È possibile vivere la comunione nelle differenze? Cosa significa questo tipo di pensiero aperto e incompleto per queste grandi domande del nostro tempo? Quali esempi possiamo vedere oggi sulla utilità di questo pensiero?

La lezione di Romano Guardini è fondamentale per la riscoperta di un pensiero cattolico originale. Nel suo volume del 1925 su L’opposizione polare Guardini metteva a frutto la sua idea del Cattolicesimo come coincidentia oppositorum. La vita è una continua tensione polare, così come lo è la società e la Chiesa. La Chiesa è mistica e sociale, personale e comunitaria, visibile e invisibile, liberale e dogmatica, particolare de universale. Questa tensione va mantenuta, non va dissolta. Ogni polo ha bisogno dell’altro, non deve negarlo. È quanto afferma Bergoglio studioso di Guardini: “Romano Guardini mi ha aiutato con un suo libro per me importante, L’opposizione polare. Lui parlava di un’opposizione polare in cui i due opposti non si annullano. Non avviene neanche che un polo distrugga l’altro. Non c’è contraddizione né identità. Per lui l’opposizione si risolve in un piano superiore. In quella soluzione però rimane la tensione polare. La tensione rimane, non si annulla. I limiti vanno superati non negandoli. Le opposizioni aiutano. La vita umana è strutturata in forma oppositiva. Ed è quello che succede adesso anche nella Chiesa. Le tensioni non vanno necessariamente risolte e omologate, non sono come le contraddizioni”. Qui sta il cuore del Cattolicesimo e della dottrina sociale della Chiesa. Per questo il cristiano deve trascendere la distinzione tra valori di destra e valori di sinistra. Il modello della polarità nella Chiesa non è un semplice modello teorico, è la vita dello Spirito. È lo Spirito Santo che moltiplica i carismi e le differenze ed è il medesimo Spirito che riunifica i diversi nell’unico Corpo di Cristo. Seguendo lo Spirito il cristiano ha come una bussola per orientarsi nel variare dei tempi i quali tendono sempre ad essere unilaterali, a passare da un polo all’altro. Così negli anni ‘70 del secolo passato i cristiani erano trascinati dal vento marxista mentre oggi tendono ad essere fondamentalmente conservatori. È un errore. Occorre mantenere un “pensiero aperto”, come dice il Papa, e non solidificare le idee in ideologie che pietrificano la vita.

Nel suo ultimo libro lei osserva che dopo il 1989 sembra che la sinistra e la destra liberali sembrino avere come abbandonato il terreno materiale come luogo di politica e cambiamento. Entrambi hanno assunto l’individualismo, il libertarismo e il benessere psicofisico come unici criteri per il miglioramento della società. Allo stesso tempo, la Chiesa, lottando contro lo spirito di secolarizzazione, si riduce al ghetto di piccole comunità al di fuori della storia o, in alternativa, all’alleanza con il fronte conservatore nella speranza che il potere possa fermare l’avanzata del nemico. Il cattolicesimo sembra preferire ordine, certezze morali, avversari sicuri e confini chiari. A cosa siamo chiamati noi cristiani nel 2022 per costruire con gli altri una vera via d’uscita dalle sfide globali? È possibile un cambiamento nella politica che non si basi sull’opposizione ma su una feconda tensione di idee diverse che possano lavorare sull’universale concreto?

Sì dopo l’89 la sinistra “post-moderna” ha creduto bene di farsi perdonare i suoi errori abbandonando interamente il terreno sociale. Il “progressismo”, fondato sulla difesa dei valori individualistici della cultura liberale, ha sostituito ogni programma di solidarietà. Egualmente i conservatori si sono concentrati, come abbiamo detto, solo sui tre valori non negoziabili sposando per il resto i valori del capitalismo. Ciò significa che la mentalità capitalistica, la mentalità dell’era della globalizzazione, ha pienamente vinto sia a destra che a sinistra. Per quanto riguarda il cristianesimo questo, in Europa e in America, viene, a segmentarsi in tre correnti: i teoconservatori divisi tra occidentalismo cristiano e battaglie culturali, i progressisti per i quali la fede non ha conseguenze culturali sul piano pubblico, i conservatori come Dreher per i quali l’unica posizione è data dall’estraneamento dal sociale e dalla formazione di una “controcultura”. Si può osservare come in tutte e tre gli orientamenti si sia perduto il criterio di analogia, centrale nel pensiero cattolico classico. Il cristianesimo odierno si muove tra identità e contraddizione, tra conformismo, teocon o progressista, e manicheismo. Questa dialettica segna la sua crisi e spiega la mancanza di un autentico pensiero cattolico capace di misurarsi, positivamente e criticamente, con la storia. Per una sua ripresa occorre partire da Evangelii gaudium, il manifesto del pontificato di Francesco, dalla connessione tra Evangelizzazione e promozione umana che il Papa riprende dalla Evangelii Nuntiandi di Paolo VI, dal modello della polarità di Guardini. Occorre ripartire da un’esperienza rinnovata, personale e comunitaria, della vita cristiana che si traduca in cultura, missione, carità. Un’esperienza capace di aprirsi e dialogare con altri intorno al bene comune del popolo e della nazione. I cristiani hanno un patrimonio di umanità che costituisce una risorsa imprescindibile per il mondo liquido che ci circonda.

Una delle parti che abbiamo trovato più interessanti nel libro è quella in cui si sviluppa la critica alla tecnocrazia e ci si interroga sul rapporto della Chiesa e del mondo con il potere. C’è una sproporzione tra il potere tecnico e la maturità etica di chi dovrebbe usarlo. Così lei afferma che il potere sul potere stesso è la questione antropologica fondamentale del nostro tempo. L’uomo di oggi non possiede il potere sul proprio potere. La riduzione del reale all’insieme dei problemi tecnici porta solitamente a perdere il senso della totalità, a perdere il rapporto tra filosofia ed etica sociale. E qui Francesco ricorda la necessità di recuperare il primato della politica sull’economia e del modello estetico su quello funzionalista. Occorre una politica capace di un “ripensamento globale” dei problemi, attraverso una nozione sintetica del bene comune che si possa proporre a tutti. Quali sarebbero le priorità della politica oggi per il bene comune?

Gli anni della globalizzazione, seguiti alla caduta del comunismo, hanno visto l’avvento di un pensiero tecnocratico, positivista e funzionalista, che ha spodestato il primato della politica sull’economia. Così tutto è diventato economico e gli unici criteri ammessi sono stati quelli del guadagno, dell’utile, del redditizio, del funzionale. Si è determinata una società che, dimentica di ogni forma di solidarietà, si fonda sugli “scarti”: gli anziani, i bambini malformati, i malati terminali, i poveri, i giovani che non entrano nel mercato del lavoro. Il potere diviene tecnico e in tal modo non è più in grado di orientarsi né di essere orientato. Nella tragica guerra che divide oggi l’Ucraina dalla Russia molti in Occidente parlano della possibilità di una terza guerra mondiale, cioè a dire di una guerra atomica. Queste affermazioni, deliranti, mostrano come il problema denunciato da Guardini nel 1950 – il mondo tecnico non possiede i criteri morali per dominare il proprio smisurato potere – sia più attuale che mai. I cristiani devono essere i protagonisti della lotta per la pace nel mondo contemporaneo, devono impegnarsi per il bene comune coinvolgendo tutti gli uomini di buona volontà. Il potere è per l’uomo e non l’uomo per il potere.

In un precedente libro dal titolo Postmodernidad y cristianismo (Encuentro 1997) lei ha auspicato un “ritorno ad Agostino” affermando che la presenza della Chiesa nella società non rappresenta il trionfo di un progetto ideologico, che questa presenza deve essere nel mondo con un volto nuovo attraverso un’amicizia e un affetto diversi, diversi da ogni utopia, diversi da ogni moralismo. La Chiesa è una comunità di stranieri all’interno degli stati terreni, non una comunità di belle anime. Una Chiesa sulla soglia come diceva Péguy. Una Chiesa che non può essere considerata nemica giurata della modernità o garanzia dell’immobilità dei gruppi dominanti. Una fede che è essenzialmente metapolitica in quanto la Civitas Dei può diventare l’anima della polis che si realizza in una teologia della politica e non in una teologia politica. Cosa possono insegnarci sant’Agostino e Péguy nella Chiesa del 2022? Cosa significa essere presenti nel mondo con un volto nuovo?

Le rispondo con alcune citazioni tratte dal volume di Joseph Ratzinger L’unità delle nazioni. Una visione dei Padri della Chiesa. In esso Ratzinger mette in luce l’attualità del modello agostiniano, evidenziato nella Citta di Dio, per il cristiano di oggi. «Agostino – scriveva Ratzinger – non ha tentato di elaborare qualcosa da intendere come la costituzione di un mondo fattosi cristiano. La sua civitas Dei non è una comunità puramente ideale di tutti gli uomini che credono in Dio, ma non ha neppure la minima comunanza con una teocrazia terrena, con un mondo costituito cristianamente, bensì è un’entità sacramentale-escatologica, che vive in questo mondo quale segno del mondo futuro». È questa dimensione sacramentale-escatologica della Chiesa che spiega come «presso Agostino l’elemento di novità cristiana è mantenuto: la sua dottrina delle due civitates non mira né ad una “ecclesializzazione” (Verkirchlichung) dello Stato né a una “statalizzazione” (Verstaatlichung) della Chiesa, ma, in mezzo agli ordinamenti di questo mondo, che rimangono e devono restare ordinamenti mondani, aspira a rendere presente la nuova forza della fede nell’unità degli uomini nel corpo di Cristo, come elemento di trasformazione, la cui forma completa sarà creata da Dio stesso, una volta che questa storia abbia raggiunto il suo fine». In tal modo «per lui lo Stato, pur in tutta la reale o apparente cristianizzazione, rimase “Stato terreno” e la Chiesa comunità di stranieri, che accetta e usa le realtà terrene, ma non è a casa propria in esse». L’escatologismo agostiniano rimane rivoluzionario e legale a un tempo: «Mentre dunque in Origene non si vede bene come questo mondo possa proseguire, ma si percepisce soltanto il mandato di tendere allo sbocco escatologico, Agostino mette in conto una permanenza della situazione attuale, che ritiene tanto giusta per quest’epoca del mondo, da desiderare un rinnovamento dell’Impero romano. Ma rimane fedele al pensiero escatologico in quanto reputa tutto questo mondo un’entità provvisoria e non cerca perciò di conferirgli una costituzione cristiana, ma lascia ch’esso sia mondo, che deve tendere lottando a conseguire il proprio relativo ordinamento. In tal misura anche il suo cristianesimo, fattosi in modo consapevole legale, rimane, in un senso ultimo, “rivoluzionario”, poiché non può considerarsi identico ad alcuno Stato, ma è invece una forza che relativizza tutte le realtà immanenti al mondo». L’immagine di un cristianesimo legale e rivoluzionario rimane vera anche per il cristiano di oggi. Per questa Agostino è più che mai attuale, perché indica un modello di incarnazione proprio della fede in un mondo pagano, ben diverso da quello medievale caratterizzato dall’orizzonte della Cristianità. Ne ho parlato nel mio volume del 2013 Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana.

Nell’introduzione al suo libro denuncia la metamorfosi del cattolicesimo, dopo l’11 settembre 2001, il quale da missionario e aperto al dialogo, è divenuto politico e conflittuale. Si afferma inoltre che dagli anni ‘90 la Chiesa è come in costante ritiro, concentrata su se stessa e preoccupata per la propria sopravvivenza. Un cattolicesimo come riserva indiana, in perenne dialettica con il mondo senza poter indicare punti positivi, luoghi di intersezione. Lei parla del pericolo di passare dal cattolicesimo cristiano a quello “cristianista”. Ritiene che questa metamorfosi sia ancora in atto o ritiene che si sia risolta?

Nel mio volume prendo a prestito una espressione coniata dal filosofo Remi Brague, quella di “cristianismo”. Il cristianesimo, dopo il crollo delle torri gemelle a New York l’11 settembre 2001, tende a divenire manicheo, dominato dalla figura del nemico. Il cristiano diviene cristianista. Nel libro cito un articolo del vaticanista Lucio Brunelli il quale all’indomani dell’11 settembre scriveva: “Un nuovo genere di cristiani s’aggira per l’Europa. Sono i cristianisti. Ne circolano varie specie, alcuni indossano la tonaca, altri giacca e cravatta. C’è la versione aristocratica e quella scapigliata. Ma in comune tutti i cristianisti hanno il piglio del cattolico da combattimento. Basta chiacchiere ecumeniche, occorre un’identità forte. Si sentono minoranza. In politica stanno di preferenza col centrodestra, in economia sono ultraliberisti, a livello internazionale, ferventi americanisti. E fin qui di anticonformismo non sembrerebbe essercene molto. Ma la vera novità dei cristianisti non è la scelta dello schieramento. È il pathos che ci mettono. Lo spirito di militanza. E soprattutto la forte motivazione ideologico-religiosa. Dalla teologia dell’unicità di Cristo Salvatore discende senza dubbi un atteggiamento belligerante verso l’Islam. Dalla critica ortodossa del pelagianesimo viene l’accusa sprezzante a quei cristiani che si dedicano prevalentemente alle iniziative sociali in favore degli “ultimi”. Dalla denuncia dell’irenismo teologico si arriva all’entusiasmo (non solo approvazione, ma entusiasmo) per le spedizioni militari alleate. Tutte queste caratteristiche sono l’essenza del perfetto cristianista. Fenomeno nuovo, senza dubbio, almeno relativamente agli ultimi anni. Minoritario ma non quanto si crede, perché si innesta (estremizzandole) in tendenze dottrinali e politiche che trovano spazio anche in alcuni settori della gerarchia ecclesiastica. Il vero punto di lontananza con i cristianisti non è una differenza di vedute politiche. È questo uso del cristianesimo come un vessillo ideologico”. Aggiungo che è questo tipo di mentalità, che si è solidificata in tanta parte del cristianesimo odierno, che spiega l’incomprensione e la diffidenza verso il pontificato di Francesco.

Nella parte del libro in cui parla delle radici cristiane dell’Europa, riflette sul fatto che “non perché il passato è stato quello che è stato il futuro debe necessariamente assomigliargli”. La domanda che dovrebbe porsi in Europa è se abbiamo ancora voglia di vivere e di agire e non tanto di circondarci di barriere. L’invasione russa dell’Ucraina e il recente svolgimento della Conferenza sul futuro dell’Europa fanno credere a molti che il ruolo dell’Unione europea sia diverso da quello sperimentato negli ultimi decenni. È possibile che l’Europa riscopra il desiderio di proporre al mondo una visione diversa da quella proposta dal liberalismo americano o dall’autoritarismo cinese? Vede una reale possibilità di cambiamento nell’Unione Europea?

Difficile rispondere. L’Europa è stata sul punto di crollare a causa del modello tecnocratico-monetarista che ha dominato a lungo la mentalità dei tecnocrati alla guida dell’Unione. Poi il Covid e la solidarietà ritrovata nella lotta alla pandemia hanno rappresentato una sorta di miracolo. La rinascita appare attualmente messa alla prova dalla guerra tra Ucraina e Russia, dai disegni geopolitici mondiali che si sovrappongono al conflitto, dalle potenze esterne all’Europa che non vogliono la pace ma mirano a ridisegnare i confini di influenza. È chiaro che l’autonomia europea risulta fortemente ridimensionata da un conflitto che ci riporta allo scontro tra Est ed Ovest, al mondo bipolare, alla guerra tra Oriente ed Occidente. Il modello multipolare su cui l’Enciclica Fratelli tutti di papa Francesco fondava la sua idea di equilibrio di pace tra gli Stati e le nazioni appare infranta. E tuttavia quel disegno non va abbandonato ma ripreso con ancora più forza. Questo mondo, che gioca pericolosamente con “una terza guerra mondiale a pezzi”, richiede la potenza mediatrice dell’Europa tra i due blocchi che tendono allo scontro. L’Europa non è solo parte dell’Occidente. Rappresenta anche la realtà di quelle nazioni che, avendo sperimentato sulla loro pelle la tragedia della seconda guerra mondiale, hanno il compito di promuovere la pace e di essere ponte tra Occidente ed Oriente.

NOTE

[1] Edizione spagnola 82022) del volume Francesco. La Chiesa tra ideologia teocon ed “ospedale da campo”, Jaca Book 2021.

* Cfr sito paginasdigital.es, pubblicata il 15 giugno scorso con il titolo «El Papa tiene muy claro que la cristiandad se ha acabado»

https://www.massimoborghesi.com/il-papa-sa-che-la-cristianita-e-finita/#_ftn1