I miei anni al

Centro Salesiano Pastorale Giovanile

Antonio Martinelli *


 

Non intendo scrivere la storia del Centro Salesiano di Pastorale Giovanile (CSPG) dai suoi inizi ad oggi.
C’è chi meglio di me potrai dire come andarono le cose dalla fondazione, dentro la vita salesiana e dei riflessi avuti all’interno delle Chiese locali, e non soltanto in Italia.
Porterò lo sguardo soltanto agli anni ’80 del secolo scorso, dieci anni molto interessanti e importanti per me.
Sì, perché mi interesserò a ritornare con la memoria a quel che il Centro ha donato a me come salesiano.
In semplici parole, dirò che cosa ho imparato durante quei dieci anni, e cosa ho portato con me dal Centro, quando ho iniziato altro lavoro nella Congregazione e nell’Ispettoria salesiana dell’Italia Meridionale.
Saranno forse le “mie confessioni”?
No certamente!
Ma la descrizione del “come” ho vissuto quegli anni alla pastorale giovanile: un’esperienza che potrà (lo spero!) ritornare utile a quanti vivono oggi l’impegno con i giovani, sia come salesiani sia come laici, e particolarmente giovani laici.

Il bagaglio salesiano "prima"

L’esperienza salesiana che portavo con me (considero gli anni dall’ordinazione presbiterale nell’anno 1960 in poi) era quella di guida di una comunità in cui si formavano i futuri sacerdoti salesiani (una casa organizzata per dare modo ai giovani salesiani di studiare teologia, e prepararsi a essere, come don Bosco, educatori di giovani credenti) e di responsabile di una Ispettoria salesiana nel Nord Italia, precisamente a Verona.
Una terza esperienza ho vissuto prima di arrivare a Torino CSPG: coordinatore e, in un certo senso, organizzatore del lavoro di intesa e di comunione fra tutti gli Ispettori salesiani d’Italia, per un condiviso impegno con i giovani a contatto con i salesiani (il termine usato era “segretario della Conferenza degli Ispettori Salesiani d’Italia, CISI").
Notate (così di passaggio!) che ho evitato il termine “animatore”, perché non era la terminologia che si usava in quegli anni. Si parlava di “direttore” di una comunità e di “Ispettore” di una provincia.
Non cambiavano solo i termini, cambiava la prospettiva.
Non si trattava solo di un vocabolario nuovo da apprendere, bensì di una mentalità e di una visione diversa della realtà.
Cosa fare, quindi?
Mi sono considerato, innanzitutto, un apprendista.
La fortuna avuta è quella di essere stato accanto a confratelli (sacerdoti salesiani e non salesiani) e a laici (giovani e adulti) che ho considerato “testimoni e maestri”.
Li chiamerò con nome e cognome durante i miei ricordi.
Non potrò nominarli tutti, non perché li abbia dimenticati, ma per non allungare eccessivamente le pagine da scrivere.
Ma uno in particolare non posso tacere fin dall’inizio: don Riccardo Tonelli.
Non ha bisogno delle mie parole.
Ma sento il bisogno di dire a lui il mio “grazie” come salesiano e sacerdote e animatore.
Non che raccogliesse in sé tutto il Centro: non era nel suo stile.
Ma sapeva tenere presenti gli stimoli che tutti gli appartenenti al Centro (ed erano molti, forse moltissimi) facevano giungere a lui.
Il suo ricordo è nella memoria di quanti l’hanno conosciuto.
Il suo insegnamento ha riempito di attenzione e di novità la vita salesiana.
È stato per noi salesiani un dono grande del Signore Gesù, amante della vita, e per i giovani di quegli anni un faro di bontà, di amicizia e di impegno responsabile.
Lo considero ancora oggi, per me, un “vero testimone e animatore” di vita salesiana. Ricorro spesso alla sua riflessione e testimonianza.

Che cosa ho appreso durante questi dieci anni

Il primo insegnamento ricevuto: il modo di affrontare le domande che la vita presenta.
Eccolo.
Si lavorava a tre livelli distinti e coordinati:

• il livello della riflessione per la comprensione dei problemi relativi alla vita giovanile, in anni difficili per l’Italia sociale, politica, religiosa. Si viveva un tempo di cambiamenti e di cambiamenti profondi.
Era necessario allargare il cerchio del piccolo gruppo dei residenti nel Centro, ricorrendo a quanti potevano aiutare una riflessione seria sulla problematica dei giovani: professori universitari con competenze specifiche in pedagogia, psicologia, sociologia, spiritualità, ecc.
Importante risultava anche il confronto con le organizzazioni giovanili esistenti sul territorio nazionale: si pensi all’ACI, all’AGESCI, a Comunione e Liberazione, al Rinnovamento dello Spirito, al Catecumenato, ai Responsabili di Gruppi di differenti ispirazioni.
Omnia probate. Quod bonum est tenete: era l’intenzione.
Qui i nomi si potrebbero moltiplicare.
Desidero ricordare due esterni al Centro e due laici.
I due laici erano Mario Pollo e Franco Garelli. Direi con una immagine, per cogliere il loro impegno e il loro affetto: avevano sposato la missione del Centro. Devo loro molta riconoscenza per i molteplici e impagabili contributi dati alla crescita della pastorale giovanile in Italia: il primo per il lavoro pionieristico sull'animazione culturale, il secondo per la costante analisi della condizione giovanile e la vita dei gruppi ecclesiali.
Gli esterni al Centro erano Armido Rizzi e Carmine Di Sante. Hanno accompagnato spesso il Centro in trasferta per i convegni giovanili.
A me hanno dato molto per una riorganizzazione culturale e mentale della vita nello Spirito.

• il livello della traduzione operativa globale di quanto si era compreso della situazione giovanile. Si pensava cioè alla Rivista Note di Pastorale Giovanile: essa ha sempre rappresentato l’aspetto concreto della riflessione.
Non è sufficiente conoscere; è necessario intervenire e intervenire in maniera efficace nelle esperienze dei giovani, nella loro crescita.
Trattandosi di un impegno a scadenza mensile, uno del Centro ha dovuto assumere il peso di approntare tempestivamente ciascun numero.
Il vero cireneo della Rivista (se l’è veramente caricata sulle spalle) è stato e continua ad esserlo ancora, corrisponde al nome di Giancarlo Denicolò. Preciso, attento, a volte minuzioso, ma sempre molto prezioso. Preparava con cura ogni numero, dalla prima all’ultima parola.
“Dalla prima all’ultima parola” nel senso che ne rivedeva le prime e le bozze definitive. Così tutti i mesi.

• Il livello di verifica con i giovani, nei convegni annuali, per un bel lungo periodo di anni, in ambiente accogliente, signorile, premuroso nel venire incontro ai giovani partecipanti. La regia di tutto questo era affidata a un “mago” di incontri giovanili, Franco Floris, abbondantemente coadiuvato dalla comunità religiosa delle Suore Dorotee dell’Istituto "Mater divinae gratiae" di Cemmo (Brescia).
I partecipanti sono stati sempre molto numerosi: c’erano giovani provenienti da parrocchie del Nord e del Sud, operanti all’interno delle strutture oratoriane e dei gruppi giovanili locali; religiosi e religiose di varie comunità interessate al problema giovanile; sacerdoti salesiani e diocesani; responsabili dei nuovi gruppi nati nel dopo-Concilio. Non mancavano i momenti di allegria e di gioia sincera.
I lavori di gruppo e le assemblee plenarie si proiettavano sul futuro da costruire e da vivere.
Partecipavano come relatori maestri ben conosciuti a livello nazionale.
Non ripeto i nomi già ricordati.
Aggiungo quanti vorrei raggiungere, in questo momento, per esprimere il mio sentito ringraziamento per il bene seminato.
Li pongo senza una classifica, ma come il cuore me li suggerisce.
I salesiani Egidio Viganò, Giovanni Vecchi, Cesare Bissoli, Carlo Nanni, Luis Gallo, Guido Gatti, Mario Midali, Severino De Pieri, Giancarlo Milanesi, Zelindo Trenti,
Altri maestri competenti sono stati: Domenico Sigalini (consacrato vescovo divenne il referente per la Pastorale Giovanile delle diocesi italiane), Giannino Piana, Enzo Bianchi.
Le Figlie di Maria Ausiliatrice: Enrica Rosanna, Marisa Chinellato, Margherita Dal Lago e molte altre.
Con le Figlie di Maria Ausiliatrice si studiò un manuale L’animatore salesiano nel gruppo giovanile, voluto dal Dicastero di pastorale giovanile SDB e dal Centro internazionale di pastorale giovanile FMA.
Inoltre è da ricordare l’impulso, offerto e ricevuto, dalle Ispettorie d’Italia, con la organizzazione dell'équipe ispettoriale di pastorale giovanile, i cui responsabili erano, ordinariamente, convocati ogni mese al CSPG per lo studio dei problemi locali.
Aggiungo, infine, il ricordo di un altro ambito di verifica, che ha aiutato molto: il rapporto e la collaborazione con alcuni Centri nazionali salesiani di pastorale giovanile.
Si confrontavano le situazioni giovanili dei differenti Paesi, si studiavano insieme le esperienze realizzate, di preparavano nuovi progetti di formazione dei giovani.
Si respirava così un’aria nuova.
Memorabili gli incontri annuali con il centro spagnolo di pastorale in Barcellona, in Madrid e Santiago di Compostela. 
La ricchezza di contenuti che si è realizzata negli scambi è stata incalcolabile, che veniva tradotta quindi in nuove proposte operative pastorali nel lavoro.
Abbiamo loro offerto il nostro cammino compiuto con l’animazione. Ci hanno offerto la loro esperienza della Pasqua dei giovani.
Ricordo inoltre l’incontro con il gruppo belga di pastorale, organizzato a Groot Bijardeen. L’impostazione metodologica degli incontri era diversa dalla nostra, ma non meno interessante.
C’è da imparare da tutti.
Un inizio di lavoro condiviso è stato con il centro tedesco di Benediktbeuern (più difficili gli scambi per la lingua, ma con le pazienti traduzioni del futuro vescovo Kothgasser) e la presenza propositiva del prof. Martin Lechner.
Gli anni ’80 sono stati particolarmente intensi per la pastorale giovanile salesiana in Italia e, per riflesso, nelle diocesi italiane.
Si coglierà il senso della ricchezza per quanto noto di seguito.

I temi del rinnovamento pastorale negli anni 80

L’attenzione del CSPG si concentrò (a volte per scelta, altre volte per richiesta o indicazione dall’esterno, altre ancora per urgenza di chiarezza negli interventi operativi), su tre grandi temi:
- la spiritualità giovanile;
- l’animazione;
- la politica.

LA SPIRITUALITÀ GIOVANILE

Nacque da un’assemblea giovanile alla quale partecipò il Rettor Maggiore dei Salesiani, don Egidio Viganò, e da una sua battuta che percorse tutta l’assemblea: la spiritualità si vive, avendo “in una mano il Vangelo di Gesù e nell’altra il giornale locale”.
Da questo spunto ci si impegnò con le Ispettorie, che risposero con entusiasmo alla proposta, a studiare una spiritualità per i giovani.
Si iniziò con un fascicolo di poche pagine, che diventarono con le riflessioni dei centri ispettoriali, una proposta ricca e operativa.
Fu, senz’altro, il primo passo per il costituendo Movimento Giovanile Salesiano MGS, offrendo ai giovani dei vari ambienti (parrocchia, oratorio, scuola, gruppo, ecc.) i contenuti essenziali da condividere, nello stile di don Bosco, per formare la grande famiglia di un movimento a dimensioni mondiale.
La prospettiva fu ancora dettata dal Rettor Maggiore: formare e formarsi un cuore oratoriano.
Non ci si accontentò del primo sussidio. Si approfondirono i contenuti, realizzando un sussidio che accompagnasse il tempo liturgico della Chiesa e la vita quotidiano di ogni giovane: amicizia, studio-lavoro, tempo libero, crescita in umanità.
Il tutto nello stile del libro scritto da don Bosco, il Giovane provveduto.
Si realizzò anche un manuale di formazione spirituale per l’educatore salesiano, richiesto dalla CISI: la Preghiera della comunità salesiana.
Durante il papato di Giovanni Paolo II si consolidarono le Giornate Mondiali della Gioventù: ritornò allora molto utile il lavoro compiuto attorno al tema della spiritualità.
I giovani delle comunità salesiane parteciparono a tutti gli incontri con il Papa.
Le GMG offrirono l’occasione di approfondire il tema del Movimento Giovanile Salesiane, che oggi vive in tutte le Ispettorie del mondo.

LA GIOIOSA FATICA ATTORNO AL TEMA DELL’ANIMAZIONE

La parola d’ordine sulla quale il CSPG investì molta della sua riflessione e della sua azione fu la comprensione, l’approfondimento, l’articolazione progettuale del nuovo pensiero sull'educazione, chiamato Animazione (culturale).
Non mi dilungherò, perché immagino che altri sono stati chiamati e ripercorrere il cammino dell’animazione degli anni ‘80.
Tacere completamente non mi è possibile. Sarebbe una cattiva scelta dire nulla e non esprimere almeno il grazie più sentito a quanti si impegnarono in quegli anni su questo tema.
Mi toccherebbe ripetere molti nomi già richiamati.
Lo farò senza particolare sottolineatura, che ricordi il contributo essenziale e professionale dato da ciascuno del centro, in primis Riccardo Tonelli e Mario Pollo, poi Franco Floris, Giancarlo De Nicolò, Mario Delpiano, Mario Comoglio, i confratelli impegnati nelle riviste Bruno Ferrero, Umberto De Vanna, Teresio Bosco, Carlo Fiore.
Chi conosce i 20 quaderni dell’animazione, editati in quegli anni si rende conto dello sforzo di rinnovamento che le pagine di Note di Pastorale Giovanile contengono.
Ponendo quattro semplici domande si è sviluppato un progetto che continua nel tempo fino al presente, anche se lungo gli anni si è reso necessario considerare e sviluppare elementi ulteriori.
Le novità nascono dalla curiosità.
Ci si è interrogati sul perché intraprendere un rinnovamento educativo e pastorale, mentre sembrava che la storia del Paese percorresse strade diverse e lontane da quanto sognava il CSPG. Il Paese percorreva la strada della “politica”, mentre la Congregazione salesiana con il Centro Pastorale vivificava la scelta educativa.
Così aveva fatto anche don Bosco, nel suo tempo.
Fu il desiderio di riprendere alcune intuizioni di don Bosco e riproporle: “restituire a ciascun giovane la gioia di vivere, il coraggio di sperare, fino ad incontrarsi con il Signore della vita”.
Nello sviluppo delle riflessioni si sono determinati:
- il chi, cioè l’identità dell’animatore, colui che fa l’animazione e concretamente s’impegnerà nella realizzazione del progetto;
- l’a chi, cioè a chi si intende parlare e proporre il progetto: i giovani del tempo presente;
- il come, cioè su quali strumenti potrà e dovrà contare l’animatore nel suo lavoro con i giovani di un gruppo;
- il che cosa, cioè quale rapporto si stabilirà tra l’animazione nella sua peculiarità e l’educazione alla fede, interesse primario e finale.
Per farlo camminare sulle proprie gambe, il progetto produsse l’esigenza di istituire le scuole di formazione degli animatori.
Dal Nord al Sud della Penisola si iniziarono nuove attività, si immise nuovo entusiasmo per il fatto educativo.
Costò, senza dubbio, molta fatica la costituzione della scuola di formazione degli animatori. Le cose belle richiedono lavoro costante perché siano realizzate. Non dimenticando mai che cose difficili non solo aguzzano l’ingegno, ma soprattutto contengono la soluzione dei problemi.
Gli obiettivi indicati come necessari e indispensabili per l’efficacia della scuola di formazione degli animatori sono stati i seguenti:
- Sapere per sapere. Non ci si improvvisa animatore di un gruppo. È l’aspetto “culturale” dell’animazione, che forma una particolare mentalità nel porsi di fronte alle questioni che la vita presenta.
- Sapere per essere. L’essere di cui si dice fa riferimento innanzitutto alla persona dell’animatore. In secondo luogo tiene nel debito conto i rapporti e le relazioni con le persone e con l’ambiente in cui si vive.
- Sapere per fare. Non si tratta di nutrire unicamente i cervelli e le teste. Bisogna passare alla fase operativa. Quest’ultima fase considera molti elementi: capacità di linguaggio utilizzazione di strumenti adeguati, rinnovamento continuo di conoscenze, di possibilità e di verifiche.

Due attenzioni particolari furono riversate sugli oratori e sui preadolescenti.

L’oratorio
Il programma della Cisi (Conferenza Ispettori Salesiani d’Italia) aveva all’ordine del giorno un tema, che venne studiato anche dal CSPG, un po’ come la prova del nove del progetto animazione: l’Oratorio di don Bosco.
Dall’intuizione che l’Oratorio è non solo da intendere come una struttura operativa, ma un criterio per l’azione salesiana, e cioè l’oratorio da considerare e organizzare come
- casa che accoglie,
- parrocchia che evangelizza,
- scuola che avvia alla vita,
- cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria,
si iniziò dal principio fondamentale che deve nascere un patto educativo tra ragazzi ed animatori.
Assunse la responsabilità della riflessione e della realizzazione del rinnovamento di questo ambito di attività tutto il personale del Centro, in sintonia con chi stava preparando il Convegno Nazionale della CISI.
Tutto il lavoro venne affidato agli Ispettori d’Italia, perché ne indicassero le linee operative.

Preadolescenti
Difficile la vita dei giovani, per le molte situazioni della società del tempo e per le problematiche del rapporto adulti-giovani; ma non era facile l’esperienza che vivevano i preadolescenti.
Si guardava agli adolescenti nella prospettiva della formazione di animatori.
Ciò indusse il CSPG a riprendere un progetto precedente dei Centri di Psicologia, che nel frattempo si erano moltiplicati nelle Ispettorie salesiane.
Tutto il lavoro portò alla edizione di due volumi dal titolo significativo L’età negata (in riferimento ai preadolescenti) e L’età incompiuta (per gli adolescenti).

LA POLITICA

Non posso dire nulla, perché ci fu soltanto l’occasione, durante alcune settimane, di porre il problema, senza affrontarlo direttamente, per circostanze molteplici legate al momento storico.

Conclusione

Ritorno alle parole iniziali.
Non era mia intenzione fare la storia del Centro.
Desideravo esprimere alcune cose vissute da me, come allievo e apprendista, in una vera scuola di animazione.
Cosa rimane da fare ancora al CSPG?
La Chiesa conciliare ha ripetuto per se stessa una espressione antica: Ecclesia semper reformanda.
Se ciò vale per la Chiesa intera, va detto anche delle piccole chiese e dalle persone che le costituiscono.
Sono convinto che si rende necessario riprendere di nuovo tutto il progetto e adeguarlo ai cambiamenti che la storia ci presenta tutti i giorni.
Si vuole affrontare la fatica di rifare un cammino … nuovo?

* Direttore del Centro dal 1981 al 1988.