Chiara e gli altri

Inserito in NPG annata 2022.


Chiara Succol

(NPG 2022-05-64)


 

“Non con le percosse, ma con la mansuetudine e la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici”. Queste parole del sogno dei 9 anni mi hanno lasciato da pensare dal primo momento che le ho sentite (o lette, chissà) nel mio percorso nei gruppi salesiani all’interno del mio oratorio di provenienza. Direte che è perché ho sempre pensato a come metterle in atto. Invece no, mi sono sempre rimaste impresse perché fin da piccola mi ha fatto molto effetto immaginarmi don Bosco che menava le mani! Anche l’episodio con Luigi Comollo, infatti, ha sempre avuto un certo impatto su di me. Ho sempre sentito molto vicino don Bosco in questo, non perché mi ritenga violenta con le mani, bensì perché nel profondo sono un’istintiva che non appena le si muove qualcosa dentro, vorrebbe mettere a ferro e fuoco la stanza e chi ci sta dentro. È un lato del mio carattere su cui ho sempre fatto grandi sforzi.
Ho bazzicato, anzi vissuto-respirato-assorbito-osservato tutto, all’interno degli ambienti salesiani fin dagli 8 anni. Mi sono spesa come animatrice, come educatrice al doposcuola, come segretaria degli uffici di Pastorale Giovanile Salesiana della mia ispettoria (INE) e alla fine sono approdata a vivere la mia vocazione professionale più vera: formatrice al Centro di Formazione Professionale salesiano di Mestre. Questo aspetto della violenza, del fuoco, dell’ira mi ha sempre accompagnata anche se chi mi vede oggi non lo direbbe. Me lo porto ogni giorno anche al lavoro, non mi molla.
Come formatrice incontro ogni giorno tanti ragazzi non solo in aula ma anche nei corridoi, in cortile, ai distributori automatici. L’esperienza che ho a scuola è molto diversa dall’oratorio e, mi preme dirlo, è complessa: non c’è solo la vita in aula. Questo è il primo punto su cui mi sento di dover mettere l’accento. Se pensiamo che un formatore o un docente siano educatori solo tra i banchi, insegnando una materia, ci sbagliamo. Lo dico perché io per prima, a volte, ho pensato di trincerarmi dietro la cattedra e le nozioni per difendermi o per mettermi al sicuro, ma anche per non scoppiare in un accesso d’ira; mi è successo soprattutto all’inizio, quando mi sono trovata di fronte ragazzi molto sfidanti e provocatori, di quelli che ti accendono la spia rossa “ACHTUNG!”. Un giorno però ho capito, grazie ad un alunno particolarmente arrabbiato, che dovevo fare cambiare qualcosa e uscire dalla mia zona di comfort perché rispondere per le rime a un adolescente (problematico, tra l’altro) non era sensato.
Mi sono chiesta cosa lo avesse fatto scattare a quel modo. In cortile gli ho chiesto solo: “Come stai?” e si sono, per così dire, aperti i rubinetti. Certo l’aggressività non è sparita dopo quel momento, ma è comparso lo spazio dell’accompagnamento. Per me ha significato sgonfiare anche la mia di arrabbiatura, aprirmi all’ascolto ha richiesto uno sforzo ma le corde così hanno iniziato a suonare più in armonia anche dentro me. Le cose in me come prof. sono cambiate dunque quando ho iniziato a mettere in atto, senza finzioni, la prossimità di cui parla Papa Francesco o la mansuetudine di cui si racconta nel sogno dei 9 anni. Ho messo da parte il ruolo, le paranoie, l’ideale di prof. in excelsis e… sono scesa nella vita reale, semplicemente.
Sono i ragazzi per primi a svegliarci dai nostri sonni educativi e questo è ancor più vero quando ci troviamo con loro nei momenti informali. Sono dei risvegli traumatici, eh, in cui capisci che educare è farsi carico, anche quando fa male.
La mansuetudine, in tutto ciò, è una sfida nella sfida: presa dalle mie cose mi capita di non pensare sempre bene alle parole che dico o ai miei silenzi, che pesano più di un macigno. Le chiavi del cuore dei ragazzi le ha solo Dio, diceva don Bosco, e penso che l’aspetto della fede debba accompagnare maggiormente le mie intenzioni e le mie azioni. Che la Maestra promessa a Giovannino nel sogno dei 9 anni guidi ogni educatore ad acquisire la sapienza per accogliere e accompagnare tutti i ragazzi, specialmente i più poveri. E davvero oggi che scrivo queste battute faccio più che mai mie le parole del Vangelo, me le voglio imprimere nel cuore: “Beati i miti, perché erediteranno la terra”.

Ho raccolto qualche testimonianza di educatori e giovani, diciamo pure giovani educatori, del Triveneto Salesiano a cui ho chiesto di raccontare con semplicità la loro esperienza in merito. Ne sono uscite delle belle riflessioni, che condivido con voi perché sono molto preziose. Buona lettura!

Laura: La mia esperienza di insegnante ed educatrice mi ha insegnato che la chiave della relazione con un giovane, con un adolescente, è uno sguardo di empatia: uno sguardo che non giudica, uno sguardo che sa abbracciare la persona che ho di fronte per quel che è, senza etichette, lo sguardo che sa “guardare” il mondo con i suoi occhi. Spesso mi chiedo come guarderebbe questi giovani Gesù, e mi invito a fare altrettanto.
Quando ci portiamo al loro livello, i ragazzi ci parlano con onestà. Se si sentono accolti e capiti, anche lì dove sbagliano, dove sono manchevoli, avremo un’occasione di riscatto.
L’esempio, poi, è fondamentale: l’aggressività verbale è equivalente a quella fisica. Ho notato spesso che esprimere delusione con rabbia e parole forti impedisce che arrivi il vero messaggio e quindi una comunicazione efficace. Educare richiede calma, positività, accoglienza, sospensione del giudizio, tempi lunghi senza aspettative immediate.

Rachele: Quando sono entrata in comunità per minori sono entrata in un mondo. Non un “altro mondo”, ma un mondo amplificato in cui le questioni della vita, dalle più banali alle più importanti sono, alle volte esasperatamente, accentuate.
È un posto che ha il compito di accogliere bambini e ragazzi che nella loro casa per qualche motivo non ci possono stare; ci sono vite diverse, sgangherate, sofferenti, abbandonate che si incrociano e devono condividere spazi, perché quello che ha il letto accanto al tuo non è tuo fratello; adattarsi ai tempi, scontrarsi con l’altro e il suo essere diverso. L’altro che è l’altro minore o l’educatore che, per quanto conosciuto, resta sempre e comunque estraneo.
In questo spazio e in questo tempo ho incontrato qualcosa che ha a che fare con la violenza: a volte le porte si rompono, gli oggetti volano almeno tanto quanto le offese, si alzano i toni e anche le mani. A volte i colpi vanno a segno. Non è “casa” ma allo stesso tempo lo è, perché in quanto luogo della quotidianità diventa il posto in cui mostri anche i lati peggiori di te, non c’è il limite che ti dai in altri contesti.
Anche l’azione educativa stessa è a volte percepita come violenza. Sembra paradossale ed è quasi invisibile: rimane mascherata dal fatto che gli interventi educativi intendono volgere al bene. Ma tanto si gioca sulle dinamiche di potere. Tutti i limiti sono in fondo violenti, sono percepiti come tali; le regole, i “no”, le imposizioni… Le stesse dinamiche avvengono anche nelle famiglie, ma qui tutto è amplificato, per cui una piccola accortezza richiesta sembra essere la più grande costrizione. “Chi ti credi di essere tu per dirmi, impormi/propormi questa cosa?”
Da parte degli educatori, stare in queste dinamiche costringe a fare i conti anche con la propria aggressività, come Giovannino Bosco, la cui indole fin da ragazzino spingeva a lanciarsi con impeto in mezzo ai compagni per placarli, tanto che le mani fremevano ancora quando si svegliò dal sogno dei 9 anni.
L’amorevolezza salesiana, di cui far tesoro in questo senso, è anzitutto non-violenza, è mordersi la lingua per non rispondere in modo tagliente alle provocazioni, è saper rinunciare all’orgoglio che vuole sempre rispondere a tono. Il punto non è correggere, zittire la bestemmia, far rispettare la regola, ma voler bene. Se sono tutti pronti ad eseguire per rispetto o per timore, come impareranno ad amare e lasciarsi amare? È o non è questo il punto centrale della vita? Con la carità devi guadagnare i giovani, devi farteli amici, soprattutto quando stare in relazione è complicato. Ma a volte come educatori siamo più preoccupati di avere dei risultati, di vedere che le cose funzionano.
La violenza dei ragazzi è forse anche un’arma di difesa. Proprio lì allora bisogna deporre le armi e rispondere con un’altra strategia. Ancora di più quando l’aggressività è il modo in cui una sofferenza grande si esprime. Allora la violenza è un dolore che va accolto e condiviso in qualche modo, portato anche su di sé, se possibile. Bisogna lasciare che tocchi anche se fa male. Il voler bene non si può fingere e davanti a certi agiti la risposta non può che essere di un amore incondizionato, perché tutto direbbe di rispondere con durezza o di lasciar perdere.
Come dice Gesù a Giovanni Bosco nel sogno, queste cose ci sembrano impossibili, ma è forse il cammino da tentare ogni giorno per essere più simili a lui.

Alessandro: L'esperienza quotidiana di educatore e formatore è un'avventura straordinaria, che mi mette in gioco continuamente. Alcuni atteggiamenti concreti, gli sguardi, la presenza permettono di fare breccia nel cuore dei giovani che incontro ogni giorno. In particolare, alcune situazioni di difficoltà che vivono richiedono una vicinanza docile e mite, parole di conforto, per trasmettere quella tranquillità di cui hanno bisogno.

Federico: Sono docente da tre anni in una scuola superiore. Sebbene sia stato educatore da sempre in parrocchia e agli scout, l'ingresso a scuola non è stato dei più semplici: ho notato subito la differenza di stile dei ragazzi nei due ambiti, non che uno fosse giusto e l'altro sbagliato ma semplicemente, risultavano differenti.
All'inizio, per cercare di avvicinarmi ai ragazzi ho provato a capire cosa poteva provocare alcuni comportamenti a volte sopra le righe e inaspettati per una convivialità comune, andando quindi in cerca della radice del problema. Col tempo ho intuito che forse non era questo il mio compito, piuttosto, dovevo cercare di correggere e far capire il perché vengono sanzionate alcune azioni, ammonizioni a cui cerco di far seguire un po' di benevolenza. Se capita infatti di alzare la voce cerco qualche minuto dopo di interagire positivamente col ragazzo, su tutt'altro argomento magari, facendo intuire di non avercela con lui, ma solamente con la sua azione scorretta: "odia il peccato e non il peccatore", questo vorrebbe essere il senso. La frase non è di Gesù ma mi è sembrato comunque un saggio insegnamento.
Spero che queste metodologie, assieme a tutte le altre utilizzate dai colleghi, aiutino i ragazzi in quella "trasformazione da lupi in agnelli" che richiedeva Don Bosco. La mia speranza ultima é che possano raggiungere una vita più serena per loro e tra loro, sapendo che qualsiasi sia la loro situazione, fisica e sociale, ci sia stato, e ci sarà in futuro, un posto dove possano essersi sentiti amati.

Elisa: Come educatrice neolaureata e ancora in formazione, mi interrogo spesso su quale stile educativo mi appartenga di più. Osservo con attenzione il comportamento di altri educatori, professori e adulti con i giovani: chi entra in contatto interagendo con lo stesso linguaggio dei ragazzi, con scherzi e battute, chi invece è legislatore ed esecutore di rigide regole.
Due settimane fa, durante il corso di formazione per volontari di servizio civile, ho ascoltato per la prima volta il sogno dei nove anni di don Bosco e una frase continua a risuonare in me: «Non con le percosse, ma con la mansuetudine e con la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici».
I ragazzi mi chiedono: «I miei genitori fumano, bestemmiano e bevono. Perché non posso farlo anche io? Perché non posso dire parolacce o insultare?». I ragazzi conoscono bene il dolore e la violenza, e mi chiedo come la mansuetudine possa essere uno strumento per insegnare la «bruttezza dei peccato e la preziosità della virtù».
Questa settimana sono tornata a Torino negli stessi luoghi, in gita con gli studenti del CFP e qui, nei posti più importanti per don Bosco, ho avuto la possibilità di iniziare a rispondere alla mia domanda “Che tipo di educatrice voglio essere?”. In questi giorni ho sperimentato la quotidianità fuori dalla scuola: passare sei ore di autobus con i ragazzi, camminare insieme per la città alla ricerca di un gelato, non dormire di notte per parlare e raccontarsi, condividere le nostre storie e asciugare le loro lacrime nei momenti di difficoltà. Questi momenti passati con loro, sia euforici che dolorosi, mi hanno fatto capire che basta partire dalle piccole cose per arrivare al loro universo: giocare con loro, chiamarli per nome, interessarsi alle loro passioni e altre piccole attenzioni li porta a fidarsi e condividere parti importanti della loro vita.

Angelica: Non dico nulla di nuovo se affermo che in educazione l’esempio vale più di mille parole.
Da piccola, vedevo i miei animatori come degli eroi: sempre sorridenti, pazienti, capaci di fare mille cose, che mi facevano cantare, giocare e ballare pomeriggio dopo pomeriggio.
Quando mi è stato chiesto di essere animatrice ero molto felice e anche orgogliosa di me stessa. Come per tutti gli animatori, anche il mio percorso è iniziato con incontri formativi, riunioni organizzative, pomeriggi spesi in cortile invece di uscire con gli amici, estati alla Proposta Estate Ragazzi e ai campiscuola invece che alle feste in spiaggia…e lì, solo lì, mi sono resa conto che dietro il sorriso dei miei animatori c’era molto sacrificio, fatica e un sì detto ogni giorno per mettersi al servizio dei più piccoli.
In tutti i miei anni da educatrice, ho accompagnato molti bambini e giovani cercando di dare sempre il meglio di me, anche se - non lo nascondo - le fatiche sono state molte.
Man mano che crescevano, stare accanto alle “povertà”, alle sfide che l’età gli metteva davanti, facendo loro vedere con l’esempio che si può essere felici seguendo la via della mansuetudine e andando contro il “così fan tutti”.
Essere onesti, mettersi al servizio dei più piccoli, far “morire” delle piccole parti di noi stessi per andare incontro all’altro.
Don Bosco con il suo metodo educativo è stato per me, in questo percorso, maestro e guida.
Guardare oggi quei ragazzi essere a loro volta animatori, mi fa ricordare con gioia ogni volto, ogni discussione, ogni momento di preghiera, ogni partita a palla guerra.