Bellezza e salvezza

Inserito in NPG annata 2022.

Valzer sul ciglio della retorica

Giuliano Zanchi *

(NPG 2020-04-8)


Se dovesse avere un qualche fondamento la convinzione che «la bellezza salverà il mondo», quantomeno nella diffusione forfettaria del suo luogo comune (l’ho visto scritto a lettere cubitali sulla vetrina di una parrucchiera), noi dovremmo sentirci nel migliore dei mondi possibili. Non esiste civiltà quanto quella eretta sui paradigmi dell’attuale occidentali’s karma che abbia tanto innalzato la «bellezza» a precetto performativo di così estesa influenza. La «salvezza» dovrebbe già avere trasfigurato questa terra così animata dai suoi pervasivi standard estetici. Naturalmente i dubbi in merito sono molti.
Oggi tutto deve essere bello, dalle unghie delle signore al manico di un cucchiaino da caffè. La cura della forma ha assunto dignità di conferimento del senso. La nostra civiltà sembra aver reso strutturale e programmatica quella specie di profezia che Nietzsche, un attimo prima di impazzire, ha depositato a futura memoria nei Frammenti postumi: «La verità è brutta: abbiamo l’arte per non perire a causa della verità» (1888, 16[40]6). Il suo significato è immediato e terribile. La condizione umana, a questo portano gli sviluppi dei suoi saperi, è totalmente priva di senso, venendo dal caso e dirigendosi verso il nulla. Possiamo solo accettare di conferirgliene uno modellandoci esteticamente. La verità è brutta, costruiamocene una bella. Sembra il grande comandamento in vigore nella città-mercato postmoderna. Il «profilo» delle nostre soggettività, proprio come accade nei social, scaturisce sempre più dalla somma dei suoi adempimenti estetici, nel look, nel food, nei cult, nei mood, e in tutte le varie forme di life styling promosse dal nostro creativo mercato del benessere.[1] Il design non è più semplicemente una qualità del prodotto industriale, quanto proprio una categoria dell’esistenza. Quella dell’«essere» sembrerebbe una forma indissociabile dalla sua intrinseca necessità di «apparire». Come Jessica Rabbit, ci disegnano così.
Il tratto tirannico di questo primato comincia a rendere palesi i suoi effetti collaterali. Il suo potere ingiuntivo, ancora più dispotico delle vecchie morali di cui ci siamo liberati, anima le molte euforie pubbliche dell’homo cosmeticus ma alimenta anche la frustrazione endemica indotta dagli standard di questo regno della beautitudine. Beati i belli, perché se sei brutto ti tirano le pietre, cantava Antoine nel 1967. Il sottobosco del disagio giovanile e il brusio neotribale dei social traboccano di evidenze circa la ferocia bullistica che si scatena regolarmente, e con la brutalità primaria di un villaggio arcaico, attorno agli inabili, ai mancanti, ai diversi, ai disfunzionali, ai ciccioni, alle bruttine, ai molti «brutti anatroccoli» che tirerebbero un sospiro di sollievo se fosse almeno loro concesso di vivere in solitudine in un angolo dello stagno. Al netto degli stanchi dibattiti che finiscono per far parte dello stesso spettacolo, non sembra che tutto questo abbia ha a che fare con una giustizia dell’essere fatta coincidere, in mancanza d’altro, con la perfezione della forma? Esiste una «bellezza» in nome della quale si colpevolizza senza remissione e in modo più inesorabile dei vecchi scrupoli religiosi. Nella pur asfissiante morale cattolica, se eri peccatore potevi confessarti; nel regno dell’attuale imperativo estetico [2] se sei «brutto» non c’è rimedio. Non esiste assoluzione. Nelle periferie di certe metropoli asiatiche o sudamericane questa sorta di giudizio universale anticipato sulla terra è clamorosamente visibile nella spartizione dantesca di quartieri reciprocamente alieni. Di là il glamour dei prati all’inglese e l’high-tech dell’architettura contemporanea; di qua le baracche, il fango e le fogne a cielo aperto. Una linea sottile divide, già in questo mondo, il paradiso dall’inferno. I segni della «bellezza», intesa come artificiale e ingiuntiva cura della perfezione, sono spesso indici di «sentenze definitive» proclamate nell’aldiquà. «Lasciamo le belle donne agli uomini senza immaginazione» ammoniva già quasi cento anni fa Marcel Proust.
Questa egemonia sociale di uno standard preordinato della perfezione formale, che agisce come una bolla ornamentale avvolta attorno al nulla del senso, rende oggi meno riconoscibili e meno nominabili quelle emergenze della «bellezza» che si rendono percepibili in forma di esperienza e si manifestano come qualità visibile delle forze che animano la giustizia della vita. Il teologo lo direbbe in questo modo: «La bellezza fa la sua comparsa, originariamente, in tre costellazioni di eventi: lo splendore della forza che assicura protezione senza contropartita, la tenerezza della cura che riscatta l’intimità senza assoggettamento, l’incanto della grazia di un ordine spirituale dell’essere sensibile»[3]. Metti la scena dello sconosciuto che ti soccorre in una difficoltà che per sé non lo riguarda; oppure quella di chi accudisce a oltranza i vecchi con una leggerezza che non fa pesare il dispendio della propria dedizione; ma pensa anche alla carezza data per limpida manifestazione di una affezione senza secondi fini (e per contrasto pensa a quella che al minimo sfioramento senti inequivocabilmente lasciva); metti la scena, formidabile e tremenda, della madre afgana che consegna suo figlio al soldato americano; ma anche quella, elementare e ricorrente, di chi lascia a un vecchio il suo posto a sedere; pensa al corpo che la donna accetta di consegnare alle sue mutazioni per dare vita a un figlio; focalizza la scena di un tramonto che, per quanto edotti dei processi naturali che lo generano, non smette di afferrare i nostri sguardi e attrarre nella sua misteriosa fascinazione; metti l’attimo in cui lei e lui, essere un attimo prima confuso nell’uniforme molteplicità dell’umanità comune, improvvisamente ti appare sotto l’illuminazione di quell’alone di unicità che tocca perdutamente il tuo desiderio. Metti queste e altre scene di cui traboccano le nostre esperienze effettive. In esse si dà qualcosa che non appare né dovuto né prescritto, quindi sorprende e meraviglia, ma quando si realizza ha la forma del dover essere proprio così, e per questo sembra la cosa più naturale del mondo. In ognuna di quelle situazioni, la prima cosa che viene da dire è che «dovrebbe essere sempre così». Sembra straordinario, ma fa apparire quello immediatamente sembra giusto, dovuto, normale. Il giovane straniero che si butta in acqua per salvare un bambino, intervistato alla televisione come un eroe dichiara timidamente di aver fatto solo quello che in quel momento sembrava normale compiere e che tutti avrebbero fatto al suo posto. Il fascino emanato dal riconoscimento di questo dover essere si chiama «bellezza» e il suo contenuto è principalmente di natura etica. Non è un rivestimento, è una qualità intrinseca alla realtà.
Questa differenza è tenacemente difesa dalla spontaneità del nostro linguaggio. Quando si desidera manifestare esplicitamente a qualcuno il proprio assentimento per un gesto o un’azione ritenuta effettivamente degna e adeguata, normalmente non si dice «bravo, hai fatto una buona cosa», ma si dice immancabilmente «bravo, hai fatto una bella cosa». Noi nominiamo nei termini dell’estetica quello che inequivocabilmente ha densità nel regime dell’etica. La sostanza etica di questo genere di bellezza normalmente viene esaltata e indicata dalle opere dell’arte che rendono tangibile questa connessione. Dipingendo due scarponi sformati Vincent Van Gogh fa toccare con mano e offre al colpo d’occhio la densità spirituale che si può concentrare nei momenti sensibili della vita ben oltre la contingente imperfezione del loro darsi. Tu cerchi l’anima chissà dove e poi la riconosci negli scarponi che hanno preso la forma dei tuoi sforzi. Ma questa intensità etica può essere mille volte contraddetta da quella cura programmata della forma che agisce proprio con lo scopo di rimuoverne la densità. Una «bellezza» che non ha prezzo, in entrambi i sensi dell’espressione: da un lato perché, come accade oggi, anima il mercato e muove l’economia in una crescente circolazione di denaro; dall’altro perché non costa niente sotto il profilo di una qualità del senso e di una giustizia dell’essere. È solo un travestimento. Senza questa densità etica, l’estetica si riduce a cosmetica. Non deve sorprendere se l’arte contemporanea tende spesso a disertare i registri della forma piacevole e conciliante, per dedicarsi alla testimonianza di un «senso» che per essere credibile deve apparire spoglio e provocante; se ha smesso di occuparsi di paesaggi, ritratti e convenzionali scene religiose per dedicarsi ai lati oscuri della vita, alla disarticolazione di linguaggi uniformanti e all’enigma umano che nel corpo sembra avere la sua trincea di combattimento.
Se in questo le arti del nostro tempo sono sembrate fin troppo insistenti, fino a spingersi verso un quasi-culto della degradazione (molti segnali però mostrano una crescente affezione per una nuova congiunzione coi segni della bellezza), il loro ‘sacrificio antiestetico’ ha in fondo fatto socialmente sopravvivere quella idea biblica e cristiana della bellezza che nel suo massimo splendore appare nella forma compromessa del Servo sofferente e del Cristo crocifisso, emblema di quella dedizione che corrisponde alla giustizia delle cose e che, quando pienamente realizzata, non può mostrarsi che rompendo la perfezione della forma. «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto» scrive Isaia (53, 2) tracciando il ritratto del servo del Signore nel quarto dei canti dedicati a una figura di lucente eminenza. È la ragione per la quale il vangelo di Giovanni chiama «gloria» non la resurrezione ma la morte di Gesù, apice della sua dedizione e culmine della sua grandezza, talmente vistosa e limpida da avere il potere di «attirare tutti» a sé (Gv 12, 32). Un tale vertice di fascino fa da matrice a mille evidenze che possono costellare i momenti della nostra esperienza minuta. Tutti sanno che anche una ferita può essere «bella», anche una ruga, un difetto, un’imperfezione, una cicatrice, perché tutti possono vedere le qualità incondizionate di cui sono un evidente sigillo.
Peraltro, questa è una bellezza che «si vede», non si lascia assimilare ai miti retorici della «bellezza interiore», e oltretutto «si distingue», non si lascia confondere con quella ‘confezione del positivo’ di cui sono divenute maestre le strategie dell’attuale predicazione pubblicitaria. La vera bellezza è come la sapienza di cui parla il vecchio testamento, la vedi per le strade e se vuoi la riconosci subito, come ti accorgi immediatamente della volgarità delle sue contraffazioni. Certo, devi farti l’occhio. Ma anche qualche buon pensiero. In mancanza di queste dotazioni può succedere, come mi sembra accada in questo momento negli ambienti di chiesa, che ci si affidi con ingenua esaltazione a quella elevazione sociale della cultura artistica che oggi funziona da sostitutivo dello spirituale, sia pure tra i più nobili, in epoca di incredulità programmata. La corsa ai prodigi comunicativi dell’«Arte sacra», specie se quella ammantata dalla mitizzazione del suo passato, può certamente avvantaggiarsi di qualche momento di eccitazione favorevole, ma ha già fatto le sue concessioni a una idea della «bellezza» confinata nello stereotipo dell’Arte e una concezione dei suoi frutti spirituali identificati con la didattica del catechismo. Finendo per scomodare Dostoevskij, equivocandone profondamente le intenzioni, anche per benedire il più clamoroso cattivo gusto. Le questioni sono molto più serie. La posta in gioco molto più alta. Quello che ci salva è il bene, non altro. La «bellezza» è il riflesso di quando la sua giustizia, in un modo o nell’altro, riesce a toccare questa terra.

* Segretario generale della Fondazione Bernareggi di Bergamo e direttore del Museo Bernareggi

NOTE

[1] Ho esplicitato e argomentato questa lettura in Giuliano Zanchi, La bellezza complice. Cosmesi come forma del mondo, Vita e Pensiero, Milano 2021.
[2] Peter Sloterdijk, L’imperativo estetico. Scritti sull’arte, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017.
[3] Pierangelo Sequeri, L’idea della fede. Trattato di teologia fondamentale, Glossa, Milano 2002, p. 206.