Guerra e pace di Lev Tolstoj

Guido Mazzoni


Di cosa parla Guerra e pace? La risposta che possiamo dare a questa questione è la stessa che vale per altre opere di Tolstoj come Resurrezione o La morte di Ivan Ilic: ci parla del senso del vivere.
È per questo che per amare veramente Guerra e pace bisogna forse arrivare all’età in cui il problema del senso della vita diventa un problema vero: non un turbamento adolescenziale o una percezione epifanica di ciò che ancora non si arriva a formulare in maniera coerente, ma una questione reale. Forse quel momento è giunto per me intorno ai ventisei anni quando ho riletto Guerra e pace e ho capito che si trattava di un capolavoro, di un libro che mi avrebbe accompagnato per sempre. Per metterla più sul comico e sempre per rifarmi a quello che aveva detto Guido qua, durante la conferenza su Anna Karenina: perché Guerra e Pace è così trascinante? Perché il romanzo ha una portata, una vastità così ampia che immediatamente il lettore si sente trasportato in un mondo che ha una sua compiutezza, una sua logica e una sua coerenza. Un critico letterario dei nostri tempi, Franco Moretti, ha battezzato “opere-mondo” quelle opere che danno l’impressione di raffigurare la totalità della vita. L’Iliade, l’Odissea, la Divina Commedia, la Recherche sono opere-mondo, così come Guerra e Pace e Anna Karenina.
Entriamo adesso nel tema.
Il romanzo fu scritto da Lev Nikolajevic Tolstoj che era figlio di un’importante famiglia aristocratica russa. Nato nel 1828, morirà nel 1910 dopo una vita lunga, intensa e piena di gloria letteraria. Come tutti i membri della classe dirigente russa dell’epoca, Tolstoj godeva di straordinari privilegi e di una posizione sociale particolare. Nella Russia dell’Ottocento la società era rigidamente gerarchica e divisa in classi: a un’élite ristrettissima di aristocratici corrispondeva una moltitudine sterminata di servi della gleba.
Dico “servi della gleba” perché la servitù della gleba in Russia fu abolita solo nel 1861. Un aristocratico russo, per indicare quanto fosse grande il suo patrimonio, non diceva “posseggo la tenuta di x, y o z”, ma diceva “posseggo 10.000 anime”. Le anime erano quelle dei suoi servi della gleba che il proprietario terriero aristocratico russo considerava come proprietà personale, cioè come cose. Questa era la Russia in cui Tolstoj si trova a vivere. Come molti figli dell’aristocrazia russa di quell’epoca, anche il giovane Lev si dedica alla carriera militare. Attraversa una fase in cui pensa di poter diventare un grande soldato o un grande eroe. A metà degli anni Cinquanta si ritrova in guerra, prima in Caucaso e poi in Crimea. Compie delle esperienze di esaltazione bellica, e allo stesso tempo di orrore, che gli saranno fondamentali per scrivere Guerra e pace.
Contemporaneamente a questa passione per la guerra e per i doveri bellici, Tolstoj sviluppa molto presto una passione per la letteratura. Quando comincia a scrivere Guerra e pace nel 1863 è già uno scrittore con una discreta reputazione. Guerra e pace viene scritto in sette anni, tra il 1863 e il 1869, e pubblicato in puntate prima in rivista e poi in volume. Appena esce, è subito chiaro che si tratta di un capolavoro. Tolstoj diventa immediatamente celebre. La sua fama letteraria cresce parallelamente alla fama di un altro suo quasi coetaneo - cioè di Dostoevskj, che ha soltanto sette anni più di Tolstoj, essendo nato nel 1821.
Dopo Guerra e pace Tolstoj attraversa un periodo di crisi ideologico-religiosa, che si concluderà nel 1879 con una formale conversione ad una forma pauperistica di cristianesimo - un cristianesimo di base fuori da ogni istituzione. E fuori da ogni istituzione che Tolstoj diventerà un maestro spirituale e ben presto entrerà in collisione con chiesa ortodossa. La crescita del “tolstoismo” (così si chiama la dottrina che Tolstoj inventa ricavandola direttamente dai Vangeli) è parallela alla crescita dell’ostilità delle autorità nei suoi confronti. Allo sviluppo inarrestabile di posizioni filosofiche e morali, che fanno di Tolstoj una figura pubblica e lo pongono in conflitto con le autorità, si accompagna a una carriera letteraria sempre più articolata. Negli anni settanta Tolstoj scrive Anna Karenina, il suo secondo grande romanzo, negli anni ottanta scriverà il racconto La morte di Ivan Ilic e poi una serie di opere didattiche, destinate al popolo, di intento morale e pedagogico.
Se la prima parte della carriera di Tolstoj era divisa fra letteratura e vita militare, la seconda sarà divisa fra predicazione morale e letteratura. Tolstoj, fra le altre cose, è l’inventore del pacifismo moderno. Arriverà a teorizzare la non-violenza come strumento di intervento politico. Gandhi si richiamerà direttamente a Tolstoj. Abbiamo dunque a che fare con uno scrittore che attraversa vari stadi di vita, fa molte esperienze, conosce tanti ambienti. Conosce l’ambiente della vita mondana aristocratica russa, conosce l’ambiente militare, conosce l’ambiente letterario, si interessa direttamente di problemi morali e religiosi, diventa una figura pubblica, una sorta di guru, di ideologo, di capopopolo, di maestro morale per generazioni e generazioni di intellettuali, ma anche di contadini russi, ai quali dedica molte delle sue opere pedagogiche di istruzione.
Di cosa parla Guerra e pace? Il romanzo, vi dicevo, fu scritto fra il 1863 e il 1869. È una di quelle opere di cui non è possibile raccontare la trama. Racconta eventi collocati in gran parte tra il 1805 e il 1812, cioè durante l’epoca delle guerre napoleoniche. Comincia nell’anno 1805 e si conclude con la battaglia di Austerliz, cui partecipa l’esercito russo, intervenuto in soccorso dell’esercito austriaco per fermare l’avanzata di Napoleone. Gli eventi principali terminano nell’anno della rovinosa disfatta di Russia, quando Napoleone prova ad invadere il territorio nemico, sconfigge di fatto l’esercito ma viene sconfitto dall’inverno e ripiega rovinosamente perdendo tutto il suo esercito, e in questo modo perdendo tutta la forza che gli aveva consentito di governare l’Europa fino a quel momento. Con la campagna di Russia comincia la sconfitta di Napoleone.
I personaggi del romanzo sono moltissimi ma gli eroi principali sono tre: Andrej Bolkonskj, Natasha Rostova e Pierre Bezuchov. Andrej Bolkonskj e Pierre Bezuchov, i due personaggi maschili, sono le due metà dello stesso Tolstoj. Invece di imitare i cattivi romanzieri, cioè di creare un unico personaggio autobiografico infallibile e sostanzialmente antipatico, Tolstoj scinde se stesso. Andrej Bolkonskj è il figlio di una potente famiglia aristocratica russa. Arrivato a trent’anni, Andrej si pone il problema del senso della vita. È stanco dell’esistenza che sta conducendo, è sposato con una donna che rispetta ma che non ama, si trova a fare vita mondana nei salotti russi, conducendo un’esistenza che gli sembra del tutto insensata, incontra persone che sembrano prigionieri di parti recitate e inautentiche. Personaggio perpetuamente scontento, viene presentato come spigoloso e antipatico all’inizio del romanzo. L’altro personaggio maschile, Pierre Bezuchov, è presentato come un imbranato. Un imbranato fortunato perché è il figlio illegittimo di uno degli aristocratici russi più ricchi. In punto di morte, il padre di Pierre decide di riconoscere il suo figlio illegittimo e di donargli tutta la sua eredità, tutto il suo immenso patrimonio. Da figura marginale un po’ ridicola, Pierre si ritrova ad essere improvvisamente l’uomo o uno degli uomini più ricchi di Russia. Mentre il principe Andrej è duro, freddo, determinato, secco nei giudizi, inquieto, perpetuamente alla ricerca del senso della vita, Pierre è un personaggio più accomodante. Anche nel fisico sono diversi: Andrej è presentato come basso, secco, nervoso, Pierre invece è pingue, molle, tende a lasciarsi andare, gli piace mangiare, gli piace bere, si propone sempre di cambiare vita poi non la cambia mai. I due sono molto amici e però sono complementari. Quando si trovano, discutono della loro vita privata e immediatamente arrivano alle grandi questioni, che affrontano in modo astratto, in maniera tipicamente maschile.
L’altro grande personaggio è Natasha. Quando comincia la storia Natasha è adolescente, è una ragazzina, ha meno di sedici anni. Come tutte le adolescenti nobili dell’epoca, viene catapultata subito nel momento decisivo della sua vita, perché le ragazze della nobiltà russa dovevano trovare marito molto presto. Trovare marito non era uno scherzo: non solo non esisteva il divorzio, ma il periodo buono era anche molto limitato. Inoltre l’ingerenza della famiglia era poteva essere pesante: spesso erano i genitori a combinare i matrimoni. In questo brevissimo arco di tempo la povera Natasha si trova a dover scegliere la traiettoria della sua vita futura: con quale uomo si ritroverà, quale sarà il suo destino.
Intorno a questi tre personaggi principali ruota poi una costellazione sterminata di altri personaggi: in primo luogo tutti i membri della famiglia Bolkonskj, la famiglia di Andrej, la moglie di Andrej, il padre di Andrej, la sorella di Andrej, ecc.; dall’altra tutti i membri della famiglia Rostov, cioè la famiglia di Natasha: il padre di Natasha, la madre di Natasha, i due fratelli di Natasha. Dalla parte di Pierre troviamo tutta un’altra serie di personaggi: la donna che riesce ad accalappiarlo come marito senza che Pierre veramente lo voglia; il padre di lei che - accortosi di quanto sia straordinario aver trovato questo partito ricchissimo e imbranato - riesce poi a combinare il matrimonio in maniera un po’ truffaldina; l’ambiente che gira intorno ai Bezuchov e, in generale, tutto l’ambiente dell’aristocrazia moscovita e pietroburghese.
Ma non è finita. A questo impianto di romanzo sociale della vita aristocratica russa Tolstoj affianca un’altra trama. Perché? Perché tutti questi personaggi si trovano a vivere la loro vita, a decidere il loro destino, a incrociare le loro trame in un periodo nel quale queste attività, che sono attività di pace, vengono sconvolte dall’arrivo di una catastrofe storica senza precedenti, cioè dall’arrivo della guerra.
Il conflitto cambia ovviamente i destini dei protagonisti. Attraverso una storia che non vi racconto, perché sarebbe lunghissima da spiegare, Andrej si trova coinvolto due volte in due guerra. Andrej partecipa alla battaglia di Austerliz e alla battaglia di Borodino; nella battaglia di Austerliz verrà ferito a morte ma non morirà, nella battaglia di Borodino, sette anni dopo di Austerliz, verrà di nuovo ferito e morirà. Nel frattempo fra i due eventi Andrej ha perduto la moglie, morta di parto, e iniziato una storia d’amore con la giovane Natasha. I due sembravano sul punto di sposarsi e di trovare una reciproca felicità, quando interviene un incidente. Andrej aveva promesso al padre che sarebbe rimasto sei mesi lontano da Natasha per vedere se la ragazza era la donna giusta della sua vita: se era costante, se non era fatua, se non era solo una bambina. Natasha non regge a questa separazione e si fa sedurre da un playboy dell’aristocrazia russa, Anatolj Kuraghin. Una bella storia che sembra avviata verso “e vissero felici e contenti” viene spezzata dall’intervento di questo giovane senza scrupoli. Ebbene, Andrej ritroverà Anatolj Kuraghin sul tavolo operatorio dell’ospedale da campo della battaglia di Borodino e lì capirà che in realtà ha perdonato: lui ferito ha perdonato all’altro uomo ferito quello che sta accadendo. Subito dopo, per vie un po’ romanzesche, Andrej ritroverà Natasha in fuga da Mosca e tra i due ritornerà l’amore - ma sarà troppo tardi perché Andrej sta morendo. Dopo il lutto, dopo la difficile elaborazione di un trauma enorme, Natasha ritroverà l’amore una seconda volta, con Pierre. Mentre nasceva la storia fra Natasha e Andrej, Pierre si era fatto accalappiare da Hélène, la nobile senza scrupoli di cui vi parlavo in precedenza, una donna che non lo ama, che lo sfrutta soltanto, che lo tradisce ripetutamente, che vuole da lui soltanto il patrimonio. Anche Hélène morirà: morirà di malattia in seguito agli sconvolgimenti della guerra introdotti in Russia. Pierre, vedovo, ritroverà l’amore lentamente con una ragazza che già stima e che già segretamente ama, e che però è promessa al suo migliore amico. Ovviamente l’amore sarà possibile solo dopo la morte di Andrej. E allora Pierre e Natasha si sposeranno e troveranno una moderata felicità.
Questa è, diciamo, la tessitura molto vaga di questo romanzo che non è riassumibile, perché i fili narrativi sono così tanti che la struttura si disperde quando viene esposta sommariamente. Da quanto abbiamo detto appaiono chiare due cose:

1. Il tema di Guerra e pace è il confronto tra la piccola storia privata, la storia di individui che cercano la felicità terrena (la persona giusta da sposare, un’esistenza che dia soddisfazione, ecc.) e la Storia con la S maiuscola, nella sua forma più sconvolgente: la guerra, la più grande guerra che mai la Russia avesse conosciuto sul suo territorio. Ha scritto un filosofo del Novecento, di orientamento marxista ed hegeliano, György Lukács, che le guerre napoleoniche furono un momento epocale nella storia europea perché per la prima volta la storia divenne un’esperienza vissuta dalle masse. Lukács non vuol dire che in precedenza non ci fossero delle guerre; vuol dire però che la portata delle guerre era limitata. La coscrizione obbligatoria è un risultato della nuova amministrazione napoleonica: il fatto che i maschi debbano andare a fare la guerra tutti è un evento nuovo che risale a questa epoca nella storia europea. Inoltre le guerre napoleoniche furono sommovimenti di portata eccezionale: tutta l’Europa ne fu coinvolta. Furono delle vere guerre totali. Masse intere di persone si trovarono coinvolte in un evento senza precedenti e capirono che la sorte degli individui dipende da movimenti storici che gli individui non controllano.
A quanto ho appena detto si potrebbe obiettare che Guerra e pace parla in gran parte di aristocratici, e il fatto che ci parli di aristocratici è un limite. In realtà il romanzo parla anche dei contadini, dei soldati anonimi, dei soldati russi che si mettono a chiacchierare con i soldati francesi dall’altra parte della trincea prima della battaglia, scambiandosi insulti e saluti; ma indubbiamente il centro della vicenda è occupato dal racconto delle vite di alcuni aristocratici. Questo per una ragione molto precisa: l’aristocratico, in quelle condizioni, storiche era l’unico individuo che avesse un vero margine di libertà, e quindi un vero margine di libera determinazione del proprio destino. E l’argomento di Guerra e pace è appunto il destino umano e il senso della vita: la capacità di costruire il proprio destino o di dargli senso una volta che questo destino si è costruito, si è fatto da solo o è stato fatto dagli eventi. Tolstoj sceglie gli aristocratici anche perché gli aristocratici sono gli unici che possono veramente scegliere in quell’epoca. Non lo fa per classismo: lo fa perché i poveri contadini, come lui stesso ci mostra, venivano presi in meccanismi terribili di dominazione totale.
Erano “anime” di proprietà un aristocratico; erano considerati oggetti. Per scrivere un romanzo che ha come scopo la riflessione sul senso dei destini individuali, Tolstoj ha bisogno di personaggi che abbiano la possibilità di determinare un destino. Questi personaggi possono essere solo degli aristocratici.
Le piccole vite, le piccole storie private intrecciate al percorso violento della grande storia: questo il primo tema di Guerra e pace.

2. Il secondo qual è? In parte ne abbiamo già parlato. Guerra e pace è un romanzo, come si dice, nel linguaggio della critica letteraria, “polistorico”, cioè un romanzo fatto di tante storie - tanto è vero che è impossibile raccontare la trama, perché dovremmo raccontare tutti i fili che compongono questa enorme tela. Scrivere un romanzo polistorico significa compiere una scelta formale, ma anche una scelta di contenuto. Non tutti i romanzi sono romanzi polistorici; anzi, se si va a vedere statisticamente i libri che si pubblicano, ci si accorge che il 95% dei romanzi parla di uno, due, tre, quattro personaggi, non di centinaia di personaggi come in Guerra e pace. Allora perché Tolstoj ci parla di centinaia di personaggi? Perché Tolstoj ci vuole dire che la realtà è fatta di destini che si intrecciano: i destini sono presi all’interno di forme di vita e di rapporti di forza; la struttura che li include tutti è la grande storia, determinante per le sorti individuali, ma incontrollabile da parte dei singoli individui. Ma anche se la Storia sovrasta le singole vite, ciò che conta davvero sono le singole vite. Tolstoj scrive un romanzo che è anche un’opera di storia, però lo scrive dal punto di vista degli individui: come dire che ciò che conta in questo enorme marasma che si crea tra il 1805 e il 1812 è seguire il filo dei singoli destini, e non solo seguire, in astratto, il flusso della grande storia.
Molto significativa è poi l’operazione che Tolstoj compie sui grandi personaggi reali. In Guerra e pace, oltre a Pierre, Andrej o Natasha, troviamo anche, per esempio, Napoleone - Napoleone trattato come un essere umano, non come una figura storica ma come un personaggio. Ci viene detto cosa pensava Napoleone; in certo momento ci viene detto quanto il suo mal di stomaco influenzasse le sue decisioni sul campo di battaglia; ci viene descritto in tutta la sua grandezza e la sua meschinità, come un uomo che, davanti ad un campo di battaglia ricoperto di migliaia di cadaveri, pensa alla sua gloria, e basta. Questo personaggio che esiste per la storia con la S maiuscola viene ridescritto a misura umana.
Quindi un romanzo sui destini individuali nel flusso della storia e un romanzo sul senso di questi destini. Alcuni dei personaggi di Guerra e pace, i più profondi, si pongono direttamente il problema del senso della vita. Il principe Andrej si pone il problema del senso della vita tante volte. È un eroe intellettuale, un eroe che riflette. Poi tanti altri personaggi, simpatici, forse più simpatici del principe Andrej, non si pongono direttamente il problema del senso della vita. Chi se lo pone è invece il narratore che guarda queste vite dall’esterno e riflette sul loro significato.
È stato detto che le azioni di Guerra e pace si svolgono quasi sempre come prima della battaglia, anche quando la battaglia non c’è. I personaggi vivono come se in ogni momento della loro vita dovesse irrompere un evento eccezionale, oppure come se dovessero prendere una decisione morale. Questo avviene ovviamente prima della battaglia vera e propria (fra poco lo vedremo), ma anche in altri momenti - per esempio, cade quando le donne debbono accettare, rifiutare balli, corteggiamenti, pretendenti. Ci viene mostrata la battaglia per la determinazione del destino femminile. Le donne avevano pochi anni per decidere la propria vita, cioè per scegliere la persona da sposare. Poi si legavano a questa persona per sempre.
Straordinaria poi anche la tecnica di rappresentazione della vita interiore in Tolstoj. In un cattivo romanzo psicologico, di solito, la rappresentazione della vita interiore è monolitica: i personaggi sono sempre buoni o sempre cattivi, sempre astuti o sempre stupidi, ecc. Invece Tolstoj rappresenta gli esseri umani come fasci di tendenze, pulsioni, desideri spesso contrapposti. Di un personaggio sostanzialmente buono ci può anche venir mostrato anche un lato meschino. Tante volte del principe Andrej ci viene mostrata l’attrazione per la gloria: dentro il principe Andrej vive un piccolo Napoleone che non ha pietà della moglie e che vuole andare in guerra per diventare famoso. Ma se è vero che i personaggi ci vengono mostrati come fasci di possibilità, di pulsioni, di desideri, è altrettanto vero che non sono fasci caotici. Il romanzo del Novecento ci abituerà alla rappresentazione dell’uomo come un io diviso. Questa tendenza già comincia con Dostoevskij. Nei romanzi di Dostoevskij i personaggi compiono dei delitti inspiegabili, sono contraddittori, non conoscono se stessi, sono attraversati da pulsioni sulle quali non hanno signoria. Invece Tolstoj ci vuole dire che l’uomo è complesso, che in ogni carattere esiste una dominante, che noi siamo campi di forze diverse, ma che alla fine questo sistema non è confuso. I personaggi di Tolstoj sono sì sfaccettati ma non sono schizofrenici; il principe Andrej ha i suoi momenti di meschinità, però alla fine la sua vita e il suo carattere vanno in una direzione, risultano organizzati. Solo che la direzione in cui vanno non è monolitica ma serpentinata, e questo lo rende straordinariamente umano. I personaggi di Tolstoj sono come noi: hanno i momenti di debolezza degli esseri umani, fanno delle cose incomprensibili, ma alla fine la sequenza delle loro azioni, vista da una certa distanza, compone un filo più o meno coerente.
Un’altra caratteristica di questo romanzo è l’enorme serietà con cui viene trattata la vita umana in generale, e la vita quotidiana in particolare. Un grande critico letterario del Novecento, che si chiama Erich Auerbach, ha sostenuto che la grande differenza fra la letteratura classicistica e le letteratura moderna (cioè, semplificando per sommi capi, tra la letteratura classicistica anteriore all’inizio dell’Ottocento e la letteratura posteriore) è il fatto che la letteratura premoderna non conosceva la serietà della vita quotidiana, mentre invece nella letteratura successiva la vita di ogni giorno, la vita che si svolge in famiglia, la vita che si svolge sul lavoro, la vita di relazione avrebbe assunto un’importanza alta e tragica. È così in Guerra e pace. Nei momenti di pace tutta la vita quotidiana dei personaggi viene caricata di senso, perché in ogni momento si decide un destino, e ogni destino individuale è agli occhi di Tolstoj sommamente importante.
Questo aspetto si lega poi a un altro aspetto, anch’esso decisivo. Abbiamo detto che Guerra e pace è un romanzo polistorico, fatto di tante storie intrecciate. Ora: è come se queste storie nel romanzo stessero sullo stesso piano. La cosa bellissima di Guerra e pace (e lo sottolineava Guido parlando di Anna Karenina, dove succede la stessa cosa) è che il narratore ha verso ciascuno dei suoi personaggi - siano essi la ragazzina che va al suo primo ballo a sedici anni o il principe Andrej che medita sui destini del mondo la sera prima della battaglia in cui verrà ferito a morte – un’attenzione assoluta e un assoluto rispetto. È come se le forme di vita e i destini meritassero il massimo rispetto, sempre, qualunque sia il loro contenuto. Non esiste per Tolstoj una scala oggettiva dei valori, dei desideri, degli ambienti sociali o culturali: Natasha Rostova il giorno del suo primo ballo merita la stessa importanza di Napoleone il giorno della battaglia di Austerlitz. Ogni individuo è sacro, ogni individuo è un epicentro di senso. Qualunque cosa questo singolo desideri, il suo desiderio merita attenzione. Alcune delle scene più belle di Guerra e pace ruotano intorno a motivi sostanzialmente futili agli occhi di un osservatore esterno. Per esempio una delle parti più belle del romanzo è l’episodio di Natasha il giorno del suo primo ballo, Natasha ha sedici anni. Poco prima Tolstoj ci ha descritto la battaglia di Austerlitz: centinaia di migliaia di morti, esseri umani che vedono la propria vita troncata, distruzione, morte, desolazione ovunque. Poco dopo si passa a quest’altro episodio. Natasha ha sedici anni, viene invitata al suo primo ballo importante: non un ballo qualsiasi, ma un ballo al cospetto dell’imperatore. Questo evento è per lei eccezionale. Cosa desidera Natasha il giorno del suo primo ballo? Desidera essere ammirata, desidera poter ballare con qualcuno, desidera che qualcuno la veda, desidera un po’ di ammirazione. Arriva a questo ballo, ci viene descritto l’ingresso di Natasha con grande emozione: cosa fa, cosa pensa, cosa medita. Lo stupore di trovarsi in questa sala immensa, lo stupore di vedere lo zar, per esempio.
Comincia il ballo, le coppie si formano e nessuno invita Natasha, che cade nella disperazione. La ragazzina si trova a fare tappezzeria, il ballo va avanti, Natasha è sul punto di piangere. A un certo punto Pierre la vede. Si conoscono già. Sono amici: Pierre è già sposato e non possono essere più che amici. Pierre vede che Natasha è disperata, si accorge di quello che le passa in testa. Allora va da Andrej e gli dice: “Tu che sei un gran ballerino, fammi un favore: la vedi quella ragazzina lì, è una mia amica, cioè una mia protetta: potresti farla ballare?” Andrej si rivolge a Natasha, la sceglie fra le altre ballerine presenti – e lei si ente invadere da una felicità assoluta. Ecco, questa scena della ragazzina che realizza il suo desiderio del primo ballo equivale, dal punto di vista del valore, ai pensieri di Napoleone prima della battaglia in cui si decidono i destini dell’Europa. Tutte le vite hanno diritto ad un punto di vista assoluto; tutte le vite sono importanti.
E adesso volevo farvi vedere la scena di Natasha al ballo così come è realizzata nel film di Serghej Bondarchuk, tratta da Guerra e pace - un film fatto molto bene, che cerca, in questo caso, di rendere gli stati d’animo del personaggio attraverso i movimenti della camera.
(Proiezione della scena del ballo)
Dicevamo appunto che Guerra e pace è fatto di queste piccole storie, di queste sfere di senso autonome poste su uno stesso livello. Tolstoj non giudica il senso intrinseco dei microcosmi, ma ognuno, ai suoi occhi, è degno di attenzione. In una delle pagine finali del romanzo questa idea della vita trova una rappresentazione icastica in un sogno di Pierre - anzi una visione, tra il sogno e il dormiveglia. Durante l’invasione francese in Russia, Pierre viene fatto prigioniero. Viene trattato come un animale e condivide questo destino con altri russi, per lo più soldati, trascinati via dai francesi nella loro rotta attraverso la sterminata pianura in inverno. Ovviamente soffre privazioni terribili, vede morire accanto a sé i suoi compagni di prigionia, viene minacciato dai francesi di fucilazione immediata al primo segno di cedimento. Vive un’esperienza terribile da cui uscirà vivo ma mutato. Ha appena visto morire uno dei suoi compagni più cari, un uomo fucilato perché non ce la faceva più a seguire l’esercito francese in fuga, e ha questa specie di sogno: «... in Svizzera gli insegnava la geografia. Aspetta, diceva il vecchio, e indicava a Pierre un mappamondo. Questo mappamondo era un globo vivo, oscillante, senza dimensioni precise, tutta la superficie del globo era fatta di gocce strettamente coese fra di loro e tutte queste gocce si muovevano, si spostavano, e ora da molte divenivano una sola e ora da una si suddividevano in molte, e ogni goccia tendeva ad espandersi, ad occupare più spazio possibile, ma le altre che tendevano alla stessa cosa la premevano e a volte l’annientavano e a volte si fondevano con essa.
Ecco la vita, disse il vecchio insegnante. Come è semplice e chiaro, pensò Pierre, come facevo a non saperlo prima. Nel centro è Dio e ogni goccia tende a dilatarsi per rifletterlo il più possibile e cresce e si fonde con le altre, si contrae, si distrugge la superficie, si ritira in profondità e torna di nuovo a galla. Lui, Karataev, cioè il compagno appena fucilato dai francesi, si è diffuso ed è scomparso. Vous avez compris, mon enfant? disse l’insegnante».
Questa appunto è l’immagine finale cui arriva Pierre nella sua riflessione sul senso della vita. La vita è come un immenso mare di particelle, cioè di singole vite individuali che cercano di annientarsi a vicenda, oppure di fondersi. Sono in lotta o in simbiosi fra di loro, sono in uno stato di conflitto o di fusione, e cercano di convivere in questo enorme mare che trascina via tutto, ma che non è, agli occhi di Tolstoj (o agli occhi di Pierre, per lo meno) puro nulla. È un valore. Pierre arriva a chiamarlo Dio. Avrebbe potuto chiamarlo in qualunque altro modo: pur non identificandosi con un Dio preciso, è comunque qualcosa che ha un senso, è attraversato da un senso.
Un’altra conclusione molto importante cui Pierre arriva è questa: «In prigionia, dentro la baracca, Pierre aveva imparato, non con l’intelligenza ma con tutto il suo essere, che l’uomo è creato per la felicità, che la felicità è il soddisfacimento dei naturali bisogni umani e che tutta l’infelicità non deriva dalla mancanza, ma dalla troppa abbondanza. Ma ora in quelle ultime tre settimane di marcia aveva appreso una nuova confortante verità: aveva scoperto che nella vita non c’è nulla di terribile, aveva scoperto che non esiste nel mondo una situazione in cui l’uomo sia felice e completamente libero così come non esiste una situazione nella quale sia infelice e del tutto privo della libertà. Aveva scoperto che l’uomo nel suo letto di rose soffriva perché un petalo si era gualcito, soffriva esattamente come soffriva lui ora, addormentandosi sulla terra nuda ed umida, gelando un lato del corpo e scaldando l’altro».
Pierre ha capito che in ognuna delle sfere di vita si combatte una lotta che merita rispetto assoluto e assoluta attenzione. La struttura di Guerra e pace riflette una simile idea. Il romanzo di Tolstoj, per come è costruito, parte dal presupposto che non esistano più valori assoluti evidenti a tutti. Il mondo, il mondo sociale, la vita sono fatti di piccoli universi di valori che si trovano a vivere insieme e che sono sorretti, e nello stesso tempo portati via, dalle grandi strutture collettive che danno forma al nostro esistere. La nostra forma di vita è frammentata in tanti piccoli microcosmi: se cerchiamo un valore, dobbiamo cercarlo a partire dalla consapevolezza di questa frammentazione.
Dobbiamo cercare di ricostruirlo, non possiamo più presupporlo.
Volevo anche riflettere sul legame tra piccole vite e grandi storie. Non è una vera corrispondenza reciproca, perché alle piccole vite interessa in primo luogo la propria felicità più che le grandi sorti collettive. Le grandi sorti collettive interessano a pochi individui dipinti come ambiziosi, come Napoleone o il principe Andrej nei momenti della sua esaltazione napoleonica. Alle piccole vite interessa in primo luogo essere felici. Essere felici il giorno del primo ballo, essere felice in una cosa concreta, essere felici in un momento determinato.
Le vite, i destini incrociati fino a formare l’enorme mappamondo di gocce tenute insieme, sono perpetuamente sconvolte da grandi ondate di correnti collettive. La più grande ondata di correnti è ovviamente la guerra, che tutto distrugge. Una delle più belle meditazioni sulla guerra che troviamo nel romanzo è quella di Andrej Bolkonskij poco prima della battaglia di Borodino. Tra poco vedremo la scena del film che si riferisce a questo episodio. Pierre è andato a vedere, quasi da turista, come si presenta il campo prima dello scontro tra russi e francesi, mentre Andrej è impegnato in questo scontro come soldato. Purtroppo il DVD riporta una traduzione italiana solo parziale. Nella versione del film che fu mostrata alla televisione italiana alcune scene furono tagliate perché giudicate troppo noiose. Ovviamente tutte le meditazioni furono cassate. Qui vedrete una parte del ragionamento in italiano e una parte in russo con sottotitoli.
(Proiezione della scena prima della battaglia, dal film Guerra e pace di Serghej Bondarchuk)
Guerra e pace è un classico imperituro per la profondità e la serietà con cui guarda alle vite individuali, per il modo in cui prende atto della nostra condizione storica, cioè della condizione storica moderna, in cui gli individui sono diventati dei punti di partenza, degli epicentri di senso ai quali vengono riconosciuti diritti, sfere di autonomia. Ma il mondo moderno è anche quello che ci ha mostrato, come mai era accaduto prima, quanto sia potente lo scatenamento dei grandi meccanismi collettivi, a cominciare dal più violento, la guerra. È in questa capacità di cogliere il doppio aspetto della condizione moderna (e della condizione umana in generale) che, secondo me, sta la grandezza di Guerra e pace: la dimensione individuale e la dimensione collettiva, la dimensione del privato e la dimensione del pubblico, la dimensione delle microstorie e la dimensione della macrostoria.

Dibattito

DOMANDA: Mi è sembrato di cogliere qualcosa della libertà dell’aristocrazia, dove erano liberi di scegliere, mentre i servitori della gleba non lo erano, nel momento in cui lei va al ballo e passa da una situazione di disperazione alla felicità totale. Vorrei domandare qualcosa sulla libertà della donna, delle aristocratiche e di quelle appartenenti alla servitù della gleba.
DOMANDA: Volevo chiedere se nella descrizione del mondo contadino russo da parte di Tolstoj influisce quello che sarà poi il cambiamento grosso della società russa, cioè si comincia a capire attraverso la storia di Tolstoj che ci sarà una rivoluzione?
DOMANDA: Lei ha detto, così di sfuggita, che Tolstoj non era classista, come se essere classista fosse un dato negativo.
Che probabilmente lo fosse, ma che noi non lo dobbiamo pensare! Vorrei dire che, così come qualsiasi suo personaggio non è solo positivo, ma ha anche qualche cosa di negativo, così come siamo tutti noi, così probabilmente Tolstoj era in certi momenti il più scatenato classista di tutti gli scrittori russi, proprio perché le sue opere erano del tutto le opere che parlavano della classe nobile che lui conosceva e, d’altra parte, tutto ciò che ha scritto della parte opposta manifestava, almeno a mio avviso, la sua non conoscenza di questa classe. Quindi probabilmente questa attenzione all’individualità era dovuta proprio alla conoscenza della classe nobile, come un insieme di individui in questa collettività sconosciuta, terribile, orrenda, che stravolgeva la vita normale. Quindi probabilmente questo è da sottolineare. Poi un’altra cosa: lei ha parlato di tre personaggi. Io ne aggiungerei un altro, per chi vorrà leggere questo romanzo: Kartaev.
PROF. MAZZONI Comincio a rispondere a queste domande. Quando dicevo che Tolstoj non è classista volevo dire che non è soggettivamente classista. Date le condizioni storiche in cui Tolstoj si trova a vivere, Tolstoj non può non sembrare classista ai nostri occhi, perché comunque tutto il mondo culturale in cui lui viveva era classista per forza di cose.
DOMANDA: Dostoevskij è classista al contrario.
PROF. MAZZONI: Sì, il problema è che Dostoevskij ha un’origine sociale diversa rispetto a Tolstoj. Il conte Lev Nikolajevich Tolstoj non poteva non comportarsi in quel modo. Così come non poteva non essere maschilista. Gran parte dei grandi scrittori dell’Ottocento possono sembrare, se guardati con occhi contemporanei, dei maschilisti. Perché? Perché nell’etere culturale in cui si muovevano, i rapporti fra uomo e donna erano rapporti di forza. C’era una parte dominante e una parte dominata, un genere che poteva e un genere che non poteva fare certe cose. Si spiegano così i grandi romanzi ottocenteschi d’adulterio. Questi romanzi hanno come protagoniste delle donne; e questo perché l’uomo poteva commettere adulterio liberamente. Non gli sarebbe mai successo ciò che capita a Emma Bovary, Anna Karenina ed Effi Briest, per nominare tre dei più grandi romanzi dell’Ottocento. Da questo punto di vista, è vero che Tolstoj, guardato con occhi contemporanei e antistorici, può sembrare classista e sessista. Solo che è oggettivamente classista e sessista. Lo è all’interno di un contesto culturale che non gli permette di essere altrimenti.
Per quanto riguarda poi il discorso della libertà e della necessità, io lo metterei su questo piano: le donne dell’aristocrazia - per dirla con le parole di un sociologo contemporaneo che si chiama Pierre Bourdieu - erano la «frazione dominata della classe dominante». Godendo di una situazione di privilegio sociale, occupavano un posizione dominante; ma all’interno della loro classe di appartenenza erano la frazione dominata e dovevano sottostare al dominio maschile, per forza di cose.
I contadini. Qualcuno ha visto nei contadini di Tolstoj un’anticipazione della rivoluzione proletaria.
Il contadino tolstojano conterrebbe già in sé la prefigurazione del futuro proletariato che avrebbe sovvertito gli ordini della società russa - sia perché Tolstoj proietta nel contadino russo, un po’ populisticamente, le speranze di una vita eticamente migliore, sia per il modo a volte minaccioso in cui i contadini sono rappresentati. Io credo che questa interpretazione non stia in piedi e che i passaggi storici siano molto più sfilacciati. Secondo me, il contadino di Tolstoj è molto simile alle masse indiane su cui Gandhi ha costruito la sua fortuna politica.

* Conferenza del prof. Guido Mazzoni, docente di Letteratura italiana presso l’Università degli studi di Siena, tenuta presso L’Areopago il 6 maggio 2005. Il testo è stato trascritto dalla viva voce dell’autore e conserva, pertanto, i tratti tipici di una relazione orale. L’incontro fa parte del ciclo “Perché leggere i classici?”, progettato dal compianto prof. Guido Sacchi.

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