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    La vita che vince la morte

    Lettera per la Quaresima e la Pasqua 2022

    Bruno Forte

     

    La domanda, che è la morte.
    Basta uno sguardo all’esistenza umana in questo mondo per constatare quanto la vita sia segnata dalla domanda che è la morte. Diversi per nascita, possibilità ed esperienze, gli abitatori del tempo sono solidali nell’essere tutti “gettati” verso la morte, sì che a tanti la vita pare risolversi nell’inesorabile viaggio verso le tenebre. È su questa vertigine del nulla e del non senso che si affaccia la situazione emotiva dell’angoscia: sospeso sugli abissali silenzi della morte, l’essere umano si fa inquieto riguardo al suo destino.
    Alcuni cercano di sfuggire a questa angoscia nascondendo o spettacolarizzando la morte: i segni del lutto vengono cancellati, la morte è minimizzata nel gioco della vita rappresentato sullo schermo. La coscienza sembra non volersi arrendere al finale trionfo del nulla. Se questo è sempre avvenuto, tanto più la domanda sulla morte si è affacciata durante la terribile prova della pandemia: quante persone di tutte le età sono state rapite alla vita! Quanto lutto e quanta tristezza di fronte alla solitudine di chi è andato incontro alla morte senza poter stringere alcuna mano amata o ascoltare la voce e il pianto dei propri cari! L’ottimismo della ragione adulta ed emancipata, che sembrava aver esorcizzato la morte, è stato smentito da un piccolo, terribile virus! «Quando ero un ragazzo ‐ affermava Bill Gates nel 2015 ‐, il disastro di cui ci preoccupavamo era la guerra nucleare… Oggi la più grande catastrofe possibile non è più quella. Se qual‐ cosa ucciderà milioni di persone nei prossimi decenni è più probabile che sia un virus altamente contagioso… Abbiamo investito pochissimo in un sistema che possa fermare un’epidemia. Non siamo pronti». Dolorosa, inquietante profezia!

    Accettare la sfida.
    La morte, dunque, è venuta a imporsi al pensiero con nuova urgenza, specialmente perché è venuta a prendersi tante persone amate. Del doloroso strappo, che è la morte, sono testimoni ad esempio i versi che Eugenio Montale scrisse ricordando la Moglie da poco scomparsa: «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale / e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. / Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. / Il mio dura tuttora, né più mi occorrono / le coincidenze, le prenotazioni, / le trappole, gli scorni di chi crede / che la realtà sia quella che si vede. // Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio / non già perché con quattr’occhi forse si vede di più. / Con te le ho scese perché sapevo che di noi due / le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, / erano le tue» (in Tutte le poesie, Mondadori, Milano 19894, 309). Nel riflettere sulla sfida che è la morte, occorre ascoltare insieme alle voci del lutto alcuni possibili segnali di attesa: in tanti sembra emergere una sorta di “nostalgia del Totalmente Altro” (Max Horkheimer), ricerca di un’ultima sponda dove la morte si converta in vita. Non si tratta tanto di un’operazione della nostalgia, quanto di uno sforzo diffuso per ritrovare il senso del vivere e del morire anche al di là della crisi, che la pandemia ha prodotto. “Restituire la morte” (Ghislain Lafont) è il compito che in misura diversa ci aspetta tutti: sentinella dell’avvenire assoluto, la morte compendia in sé l’enigma della condizione umana e viene a riproporre a ognuno la questione del senso della sua vita e della storia di tutti.

    Ritornare a “quella” morte…
    Per la fede cristiana il ritorno alla domanda che è la morte è sfida a tornare a quella morte, dove si è consumata la morte della morte: la morte del Figlio di Dio nella tenebra del Venerdì Santo sulla collina fuori di Gerusalemme e il Suo risorgere alla vita. Nell’evento della morte in Dio avvenuta sulla Croce (che nulla ha a che vedere con la morte di Dio dell’ateismo senza speranza) è rivelato e promesso il senso del vivere e del morire umano. A quell’evento si volge lo sguardo della fede alla ricerca di un significato, che faccia non solo della vita il cammino responsabile dell’imparare a morire, ma anche della morte il giorno di una nuova nascita (“dies natalis”, come lo chiama la tradizione della Chiesa): è nella morte e resurrezione del Figlio incarnato che si rivela la luce della vita che vince la morte per tutti noi. Dio esce da sé e viene a noi affinché noi possiamo andare a Lui! Il Figlio eterno fa sua la nostra carne e percorre il “grande viaggio” verso Gerusalemme, la città dove muoiono i profeti (cf. Lc 9,51 e 13,33), perché si compia il suo abbandono nella morte, inseparabile dalla totalità della sua vita e dal suo rapporto col Mistero divino. Illuminata com’è da ciò che la precede, la morte della Croce è rivelata nella sua profondità di significato dalla risurrezione, che è il ritorno alla vita del Figlio, morto per noi: la Pasqua di Gesù unisce al supremo abbandono la comunione suprema…

    Il supremo abbandono…
    L’abbandono del Figlio in Croce è tale anzitutto rispetto alla vicinanza che aveva sostenuto l’intera sua vita, quella del Padre, cui si leva perciò il grido lancinante dell’ora nona: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 14,34). Una comunione profondissima si lascia intuire però anche nell’ora delle tenebre. Colui che è abbandonato muore abbandonandosi a Colui che lo abbandona: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). Questi due aspetti della morte del Figlio dell’uomo sulla Croce possono aiutarci a scrutare il mistero della nostra morte. Il supremo abbandono corrisponde all’esperienza di infinita fragilità e caducità della vita, che la morte del Dio crocifisso più d’ogni altra rivela; la comunione si esprime nella totale obbedienza d’amore del Figlio al Padre, vissuta come unione con Colui che l’abbandona e compiutasi in pienezza nella vittoria della vita sulla morte al mattino di Pasqua. “La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1 Cor 15,54s). Nel Suo abbandono il Figlio non esita a rinviare al volto paterno e amoroso di Colui che lo ha mandato fra noi: Egli si lascia consegna‐ re dal Padre alla morte, in una fiducia radicale, che gli fa bere fino in fondo il calice della nostra finitudine. La sua angoscia rivela la sua solidarietà con la condizione umana, nella quale è entrato. Gesù muore solo: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me… Non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?… Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 26,38. 40; 27,46). Morendo, il Figlio lancia il grido che evoca quello della lacerazione iniziale, annuncio di una nascita non meno dell’altro.

    La comunione suprema…
    All’abbandono si unisce nella vicenda del Verbo incarnato la comunione con Colui che l’abbandona: l’Abbandonato si abbandona a sua volta, accettando in obbedienza d’amore la volontà del Padre: “Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà” (Mt 26,42). Alla consegna di Colui che non risparmia il proprio Figlio (cf. Rm 8,32), risponde la consegna che il Figlio fa di sé (cf. Gal 2,20): la morte, evento dell’ultimo, supremo abbandono, è vissuta da lui come atto di libertà e di offerta suprema. La Croce rivela così la possibilità di vivere la lontananza più alta come profondissima vicinanza: nel dolore della separazione più grande si consuma il fuoco dell’amore, forte come la morte (cf. Ct 8,6). Morire in Dio, affidandosi a Lui e confidando in Lui, diventa l’evento per il quale la persona, consegnata al supremo abbandono dal Padre, accetta con Cristo e per Lui di vivere la propria morte come offerta totale di sé, in un atto di obbedienza pura: morire è “abbandonarsi” nel seno di Dio, lasciando che tutto si trasfiguri in Colui che ci accoglie. Lo esprime con rara efficacia uno scrittore del nostro tempo, Renzo Barsacchi: “Portami via per mano ad occhi chiusi / senza un addio che mi trattenga ancora / tra quanti amai, tra le piccole cose / che mi fecero vivo. / Non credevo, Signore, tanto profondo fosse / questo sfiorarsi d’ombre, questo lieve / alitarsi la vita nello specchio / fragile di uno sguardo, / né pensavo che il mondo / divenisse, abbuiando, così acceso / di impensate bellezze” (Le notti di Nicodemo, Thule, Palermo 1991, 11).

    La morte come evento pasquale.
    Chi potrà vivere come il Figlio dell’uomo l’unità di comunione e abbandono nell’ora della morte? Secondo la fede cristiana la forza, che rende possibile questa unità, è lo Spirito Santo: è Lui che unisce e separa l’Abbandonante e l’Abbandonato del Venerdì Santo, è Lui che ripresenta, in chi muore abbandonandosi a Dio, il mistero dell’abbandono vittorioso della Croce. “Gesù disse: ‘Tutto è compiuto’. E, chinato il capo, consegnò lo Spirito” (Gv 19,30). È lo Spirito il vincolo della consegna amorosa del Padre e dell’obbedienza filiale del Figlio crocifisso, è Lui il fuoco del sacrificio (cf. Eb 9,14), in cui essi consumano la loro lacerazione per amore del mondo. Lontananza e prossimità coincidono nella morte di Cristo grazie al Consolatore: mentre sorregge l’Abbandonato nel suo de‐ stino mortale, lo Spirito lo tiene unito a Dio. È quanto esprime l’immagine della “Trinitas in Cruce”, in cui il Padre regge fra le Sue braccia il legno della Croce, da cui pende il Figlio che si abbandona alla morte, mentre la colomba dello Spirito misteriosamente separa e unisce l’Abbandonato e Colui che lo abbandona (si pensi alla Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella a Firenze). Analogamente, il divino Consolatore aiuta chi muore a vivere il suo ultimo esodo, unendolo a Cristo e rendendolo così capace dell’ultima offerta di sé al Padre. Comunione nell’abbandono, la morte è dunque agli occhi della fede un evento pasquale, illuminato una volta per sempre dalla Croce del Risorto: da termine diventa porta della vita, schiudendo a chi muore la soglia dell’eternità nella comunione dei santi in Dio.

    Prepararsi vegliando…
    La morte rimanda alla globalità dell’esistenza personale, alle possibilità che le sono state offerte e alle risposte date, che sono note fino in fondo solo al Signore. L’ora suprema, poi, riceve luce dalla fede nella resurrezione del Figlio, che spezza il cerchio della morte: “Cristo risuscitato dai morti non muore più: la morte non ha più potere su di lui” (Rom 6,9). Grazie al Risorto la morte non potrà più dominare in modo definitivo su alcuna creatura: “L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa (Cristo) ha posto sotto i suoi piedi” (1 Cor 15,26s). Raggiunta dalla signoria di Cristo, la morte si converte nel suo contrario, la vita: “La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?… Siano rese grazie a Dio che ci dà vitto‐ ria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Cor 15,54s. 57). L’atto del morire, letto alla luce della Pasqua del Figlio incarnato, introduce oltre la soglia che è la morte stessa: come il Cristo è passato dalla morte alla vita, così la morte, che egli ha fatto Sua, viene rivelata come passaggio ad una nuova condizione di esistenza, cammino pasquale verso il futuro dischiuso dal Risorto. Alla morte dobbiamo prepararci, allora, vivendo una vita conforme alla volontà di Dio per noi, nella certezza che l’oggi dell’amore donato anticipa e prepara la vittoria dell’amore eterno. Ricevere i sacramenti della riconciliazione, dell’eucaristia e dell’unzione degli infermi rap‐ presenta per chi crede un aiuto grandissimo ad andare incontro al Dio che viene nell’ora della nostra morte, per chiamarci alla vita senza tramonto in Lui…

    Oltre la morte…
    E dopo? Il Nuovo Testamento concepisce la vita, inaugurata con la morte, come un “essere con Cristo” in Dio (cf. Lc 23,42s.; 2 Cor 5,6‐8 e Fil 1,23). Rispetto a questo destino eterno è del tutto relativo se il corpo che un giorno sarà resuscitato sia stato sepolto o cremato, fermo restando il rispetto dovuto ai resti mortali di ogni defunto e alla sua dignità di persona fatta a immagine del Dio immortale. Quello che la fede sa è che “è Dio il ‘fine ultimo’ della sua creatura. Egli è il cielo per chi lo guadagna, l’inferno per chi lo perde, il giudizio per chi è esaminato da Lui, il purgatorio per chi è purificato da Lui. Egli è Colui per il quale muore tutto ciò che è mortale e che risuscita per Lui e in Lui. Ma Egli lo è precisamente nel senso in cui è orientato verso il mondo, nel Figlio suo Gesù Cristo, che è la rivelazione di Dio e perciò il compendio dei ‘fini ultimi’” (H. Urs von Balthasar, I novissimi nella teologia contemporanea, Queriniana, Brescia 1967, 44s). L’essere con Cristo dopo la morte suggellerà l’essere con Lui vissuto nella totalità della vita: il giudizio, che ci aspetta, sarà l’emergere della verità della nostra esistenza, il venire alla luce dell’opzione fondamentale, con la quale ognuno si è posto nella comunione o nel rifiuto di Dio. Con Cristo e per Cristo l’essere umano “in esilio dal corpo” si troverà davanti al Padre, raggiunto dal Suo infinito amore, e nello Spirito conoscerà la comunione che lo lega o la distanza che lo separa dalla Sorgente eterna della vita e del bene. Certo, Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4; cf. Rm 8,38s). Ne consegue che ci sarà l’inferno della dannazione e quindi dell’eterna impossibilità di amare solo per chi avrà voluto edificare la propria vita lontano da Dio. La speranza del cuore divino è che nessuno sia escluso dall’eterno amore nella gioia del paradiso e la preghiera che la Chiesa ci esorta a fare per i defunti è l’aiuto che possiamo loro offrire perché questa speranza si realizzi per ognuno di loro…

    Il canto dei risorti nel Risorto.
    La fede nella vittoria di Cristo risorto sulla morte fonda la certezza che i fedeli, che hanno attraversato la soglia finale della vita in unione a Lui, vivono ora nella gioia della comunione dei santi in Dio. Questa comunione si esprime anche nell’aiuto che quanti sono in cielo offrono a coloro che sono pellegrini sulla terra, intercedendo presso il trono dell’Altissimo, come pure nell’affidamento alla loro preghiera da parte degli abitatori del tempo. Colui che è l’alleanza in persona fra gli uomini e Dio, il Signore Gesù, garantisce la forza e la bellezza di questa unione, che si nutre di Lui nella grazia battesimale e nel pane di vita eterna e da Lui attinge luce e conforto. Evoca tutto questo la bellissima sequenza del tempo pasquale, che la Chiesa canta con fede certa nella vittoria di Cristo sulla morte, compiutasi nella Pasqua di risurrezione, sorgente di vita nuova e piena per chi crede, nel tempo e per l’eternità: Alla vittima pasquale / s’innalzi il sacrificio di lode. / L’Agnello ha redento il gregge, / Cristo innocente ha riconciliato / i peccatori col Padre. / Morte e Vita si sono affrontate / in un prodigioso duello: / il Signore del- la vita era morto, / ora regna vivo. / Raccontaci, Maria, / che hai visto sulla via? / La tomba del Cristo vivente, / la gloria di Lui risorto, / gli angeli suoi testimoni, / il sudario e le vesti. / Cristo mia speranza è risorto / e precede i suoi in Galilea. / Sappiamo che Cristo / è veramente risorto dai morti. / Tu, Re vittorioso, / abbi pietà di noi. / Amen. Alleluia.

    Credi Tu questo?
    Pensi alla morte Tua e di chi ami nella luce del Risorto? Vivi la vita nella prospettiva del Tuo destino eterno e testimoni la fede nella risurrezione della carne? Sono domande, queste, da non fuggire, anzi da affrontare con fede umile e coraggio per dare senso e sapore ai giorni che il Signore Ti ha dato e vorrà darti ancora…


    T e r z a
    p a g i n A


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