Trasmettere la passione

per il sapere

Giovanni Meucci

Secondo l'ultima riforma della Scuola Primaria il risultato scolastico dovrebbe basarsi non solo sulle competenze raggiunte nelle varie materie, ma anche sulla capacità di affrontare qualsiasi tipo di studio in autonomia. Un metodo rivoluzionario che richiede una certa passione per il sapere. Proviamo a capire come trasmetterla a partire dal film di Olivier Ayache-Vidal. Il professore cambia scuola (Francia 2017).

Alcuni recenti film sulla scuola

Negli ultimi anni sono usciti vari film che affrontano il tema della scuola, prodotti, in particolar modo, dal cinema francese: un argomento sempre attuale che viene spesso affrontato anche dal cinema americano, inglese e italiano.
O, comunque, a livello mondiale, poiché l'educazione dei giovani rappresenta un punto cardine per leggere il presente pensando al futuro. Tornando ai quattro ambiti citati, quello più istruttivo che impone sempre una riflessione, oltre a raccontare una vicenda edificante, è quello francese. Perché la cultura francese, ed è il motivo per cui ho molta simpatia per quel paese, ha il coraggio di affrontare i problemi e di dire le cose come stanno. E spesso in modo ironico, utilizzando il genere della commedia, non necessariamente in modo drammatico.
Appena un argomento diviene di attualità, i registi francesi realizzano una serie di film. Questo permette loro di essere sempre aggiornati sul presente e di acquisire un certo distacco dalle cose in modo da analizzarle per quello che sono, senza troppi schemi ideologici o pregiudizi di fondo. Si pensi a film sulla disabilità come L'Ottavo giorno (di Jaco Van Dormael, 1996), Quasi amici (di Olivier Nakache, Eric Toledano, 2012), Tutti in piedi (di Franck Dubosc, 2018). A quelli sulla malattia terminale come Lo scafandro e la farfalla (di Julian Schnabel, 2008), Il meglio deve ancora venire (di Matthieu Delaporte e Alexander de la Patellière, 2020), ovvero su pregiudizi e regionalismi con Benvenuti al nord (Dany Boom, 2008).
Tornando ai film sulla scuola, quelli francesi sono più utili, rispetto a quelli americani, perché non propongono esperienze biografiche o fatti realmente accaduti, ma affrontano la realtà presente. Questo permette di non immedesimarsi nel protagonista principale, il professore o la professoressa geniale che ha successo dal punto di vista educativo e viene seguito con entusiasmo da quasi tutta la classe. Perché, altrimenti, si rischia di pensare di poter risolvere i problemi copiando la protagonista del film, come Barbara Roberts in Mona Lisa Smile (di Mike Nevel, Usa 2003), quando in realtà, per ricreare nuovamente quel tipo di esperienza, oltre al metodo di insegnamento, è fondamentale ritrovare le stesse alunne, vivere in un determinato periodo storico, avere una biografia personale similare. Altrimenti ci si espone a probabili delusioni. Il cinema americano, infatti, nasce con un intento formativo e sostanzialmente vuole mostrare l'importanza di frequentare una scuola di qualità con insegnanti capaci di rappresentare la differenza nella vita dei propri alunni. Che sia attraverso l'arte, la musica, la danza, la scrittura o la giurisprudenza.
Riguardo al nostro cinema, non so se capita anche a voi che, mentre terminata la visione di un film francese sulla scuola accade di affermare "ecco il problema, ecco la soluzione possibile", uscendo da un film italiano rimani sempre con l'amaro in bocca perché la soluzione è lasciata maggiormente all'arte di arrangiarsi del docente o dell'alunno più che a una riflessione generale sul tema messo in evidenza. Il cinema francese non parte mai dalla proposta di un modello di insegnante di successo, ma dalla quotidianità, da quanto avviene oggi durante l'esperienza scolastica per poi suggerire quelle che potrebbero essere le soluzioni. Come avviene in La Classe di Laurent Cantet (2008) o in La Mélodie di Rachid Hami (2017). Offrendo, così, non solamente un modello di insegnante che da solo non potrà mai fare sistema, ma anche una metodologia da poter poi applicare in modo duttile alle varie realtà. Riflettere su quanto accade, capire cosa non va e individuare le opportune strategie in modo da non illudersi che basti salire in piedi su un tavolo o strappare le prime pagine del manuale scolastico di letteratura americana per essere l'ormai leggendario professore de L'attimo fuggente (di Peter Weir, Usa 1989).

La crisi della scuola

Tornando alla domanda racchiusa nel titolo dell'articolo, ecco venirci incontro il film di Olivier Ayache-Vidal Il professore cambia scuola (2017). Siamo in una delle più prestigiose scuole superiori parigine, l'"Enrico IV". Il professore di lettere Frarnois Foucault gira tra i banchi della sua classe riconsegnando il tema ai suoi studenti. Dopo aver citato un passo dal Satyricon di Petronio in riferimento allo squallore e degradazione della società neroniana, afferma: ora «scendiamo nei bassifondi della mente umana e atterriamo brutalmente su una terra ottusa e barbara come è l'intelligenza della nostra povera Noémie». A un altro alunno: «sarà meglio considerare un'altra scuola per finire». «Anna – dice a un'altra – non ha senso, è stupido. Ed è anche pretenzioso e abbastanza vuoto. Al contrario, sua sorella Louise è intelligente, sa argomentare, e dimostra umiltà nella scrittura. Curioso come i misteri della genetica siano impenetrabili». Non nascondendo una certa delusione nei confronti della maggioranza della classe. Riflessione: pure tra i figli dei ricchi e nelle scuole più prestigiose, anche se a insegnare loro ci sono i migliori professori, ci sono ragazzi con grandi difficoltà. Nel senso che, se non c'è stoffa negli alunni, il bravo insegnante potrà raggiungere solamente risultati mediocri e trovare poco gratificante il suo lavoro. Perché l'assunto di don Lorenzo Milani secondo il quale Dio non distribuisce in modo diverso l'intelligenza tra ricchi e poveri, è valido anche per la stupidità. Al di là di tutto, però, il docente mostra una certa durezza e insensibilità, se non addirittura del disprezzo nei confronti dei suoi alunni.
Nella scena successiva, troviamo il professore a cena a casa del padre Pierre Foucault, riconosciuto scrittore, intellettuale e poeta. Al convito partecipano, oltre ai genitori, la sorella con i figli. La riunione familiare si trasforma presto in un'ulteriore occasione per lamentare la perdita di interesse dei suoi alunni nei confronti del sapere. Rivolto alla sorella, con tono scandalizzato, afferma: «ci mandano a delle conferenze "trasmettere il gusto di apprendere". Non insegnare, trasmettere la voglia di apprendere... non ci sono andato... oggi, alunni e genitori hanno solo diritti». Riflessione subito contrastata dalla sorella e dai nipoti che lo considerano una persona fuori dalla norma perché da ragazzo gli piaceva andare a scuola quando, invece, adesso per molti ragazzi la scuola è un inferno. È sostenuto, però, dal padre che chiude la discussione con la seguente battuta: «Hai ragione. Pitagora esigeva cinque anni di silenzio dai suoi discepoli. Oggi quando chiedi un minuto, bisogna vedere se te lo danno».
Nella scena successiva, il prof. Foucault si reca nella libreria dove si sta svolgendo la presentazione dell'ultimo libro del padre. Anche lì, seppur casualmente per uno scambio di convenevoli tra lui, il padre e due suoi amici, l'argomento torna sull'"Enrico IV", scuola una volta così prestigiosa per cui era difficilissimo entrarvi, ma ormai massificata pur rimanendo sempre tra i migliori licei di Francia, il che prova il calo del livello generale. Per forza, sostiene il nostro professore: «in periferia ci scaricano i professori giovani, che si rivelano incapaci di gestire gli studenti. Allora, al contrario, dovrebbero prendere professori con esperienza». Quando, nella discussione, si inserisce una donna avvenente con un vestito bianco dichiarando: «è molto interessante quello che dice sui professori con esperienza», il nostro protagonista, più per far colpo sulla donna che per vera convinzione, prosegue così la sua riflessione: «in realtà, è una condizione impossibile perché non si troverà mai un professore pronto ad andare in periferia». «Lei crede» – ribatte lei. «Si è triste – riprende lui –, manca il coraggio. È evidente, partire per il fronte è inimmaginabile per la maggioranza dei professori. Ma questo dovrà cambiare». Segue un tentativo di abbordaggio da cui emerge che l'avvenente signora si chiama Agata Kaufmann e lavora al Ministero della Pubblica Istruzione. «Ah è al cuore del problema», dice lui. «È un tema spesso discusso... ma è complicato» aggiunge lei. «C'è un deficit del progetto politico» ribatte lui. Il dialogo si chiude con un invito da parte della funzionaria a riprendere la discussione in un'altra occasione. Il prof. Foucault pensa subito a un invito galante, quando in realtà la dott. ssa Kaufmann è una delle collaboratrici del Ministro della Pubblica Istruzione. Viene così convocato a un colloquio con lo stesso Ministro che, colpito dalla sua riflessione, lo coinvolge in un progetto pilota che prevede di mandare per un anno í professori migliori a insegnare nelle scuole dei quartieri periferici e più degradati di Parigi. Foucault, pur controvoglia, è costretto ad accettare.

Un professore messo alla prova

Appena arrivato nella nuova scuola, si trova insieme a docenti più giovani di lui e ad alunni figli di immigrati in Francia, mentre, nell'altra scuola, in gran parte studiavano ragazzi di origine francese. I primi dialoghi con i colleghi non sono molto incoraggianti e parlano di un serio fallimento educativo. La gran parte dei ragazzi, infatti, non segue le lezioni, ha risultati pessimi ed è costantemente sottoposta a sanzioni disciplinari. Alcuni vengono addirittura espulsi dalla scuola. I docenti appaiono quindi frustrati, depressi e desiderosi di avere al più presto il trasferimento. Solamente la psicologa della scuola mostra un diverso atteggiamento. Riflessioni che lo spingono ad affrontare la sua nuova classe con diffidenza e sospetto. Così, al suono della campanella, alla fine del primo giorno di scuola, non trovando più il suo cellulare, impedisce ai ragazzi di uscire dalla classe e invece, a un certo punto, il telefonino inizia a squillare all'interno della sua borsa. La diffidenza del professore è ricambiata dai ragazzi ormai abituati al continuo avvicendamento dei docenti. Già sanno che anche lui non durerà a lungo. La scena si chiude con la domanda di un ragazzino di colore, Seydou Ndombele Wampasi: «e lei quanto resterà in questa scuola?». Le successive mattinate di scuola si svolgono all'insegna dell'incomprensione, con Foucault che non riesce a imporre l'attenzione nemmeno facendo ricorso alle classiche minacce "ti mando dal Preside o alla Commissione disciplinare". Lo stesso Seydou gli manca spesso di rispetto. Foucault inizia così a sviluppare una certa insoddisfazione, ma, diversamente dai suoi giovani colleghi, pur lamentandosi continuamente della situazione infruttuosa delle sue lezioni di grammatica, cerca di capire e si domanda quale potrebbe essere la soluzione per sbloccare la situazione. Come fare a capire í ragazzi? Come coinvolgerli nello studio se non vogliono imparare niente?
Tra una disavventura e l'altra, il nostro professore non vuole darsi per vinto. Una mattina, quindi, si siede accanto a Seydou e cerca di incoraggiarlo con queste parole: «ascolti in classe, faccia i compiti richiesti, e tutto andrà bene, vedrà. Prenderà anche dei bei voti». «Non è possibile», risponde il ragazzo. «Ti assicuro di sì», ribatte il docente. «Sa bene che non è possibile», dice l'alunno. «Ah no, e perché?», replica il docente. «Perché sono un idiota, no?», conclude lo studente. Foucault ricorda allora la discussione avuta con la sorella riguardo al collegamento tra scuola e inferno. Non tutti vanno contenti a scuola. Non tutti riescono alla prima o raggiungono buoni risultati. Quindi va a trovarla in cerca di un'ulteriore spiegazione. La prima risposta che ottiene è un po' banale e forse sbrigativa: «sono loro che non si interessano o sei tu che non riesci a interessare loro?». Una frase ripetuta costantemente ai giovani insegnanti alle prime armi che rischia di scaricare tutta la responsabilità di un fallimento sulle spalle del docente. «Gli studenti che vanno male a scuola – riprende la sorella dopo aver visto la reazione sdegnata del fratello – accumulano brutti voti, umiliazioni, dunque si credono idioti. E questo si radica dentro di loro profondamente. Tu conosci il concetto di rassegnazione acquisita? È incredibile. Prendi un acquario e lo dividi in due con un vetro. Da un lato metti un luccio affamato e dall'altro una manciata di pesciolini. Il luccio proverà subito a mangiarli. Ma ogni volta sbatterà la testa al vetro. Così, una volta capito che non serve a niente, convinto che non può mangiare, smetterà di provare. A quel punto, tiri via il vetro e i pesciolini potranno nuotare tranquillamente vicino al luccio, perché lui si sarà arreso. A forza di fallimenti, si sarà rassegnato».

Restituire l'autostima agli studenti

Il giorno seguente, Foucault coinvolge i suoi alunni nell'esperimento dell'anagramma: ovvero la sostituzione di una parola o di una frase, con un'altra parola, o frase, nella quale le lettere che compongono la prima sono le stesse ma in posizione scambiata: mora è l'anagramma di ramo e di amor; Trilussa è l'anagramma del cognome Salustri. L'esperimento consiste nel dare quattro anagrammi da trovare per file di studenti. Avendo, per esempio, quattro file, alle prime due assegni 4 parole più facili, alle altre due parole più difficili e l'ultima uguale alla quarta delle prime file. Il risultato sarà che, mentre le prime file passano di successo in successo, le seconde vengono prese dallo sconforto e a quel punto non riescono nemmeno a risolvere la quarta parola, seppure facile. Un processo simile avviene per l'apprendimento. Per prima cosa, quindi, è necessario trasmettere agli alunni la consapevolezza di poter raggiungere buoni risultati. In altre parole, gli studenti hanno risultati migliori se i docenti credono in loro.
Nella parte finale del film, vediamo il tentativo, questa volta riuscito, da parte del professor Foucault di trasmettere ai suoi alunni gli strumenti necessari per un buon apprendimento. In quanto docente di lettere, coinvolge i suoi alunni nella lettura de I Miserabili di Victor Hugo. «Ho una grande sfida per voi. Io vorrei che voi riusciste a leggere un libro intero. Da quando l'uomo esiste racconta delle storie. Queste storie sono raccolte nei libri. Così si costruisce la sua visione del mondo. Ognuno di voi ha una visione del mondo trasmessa dai vostri genitori. Ma all'inizio era basata sui libri. Tutte le grandi religioni, per esempio, sono basate su una storia, metà inventata, metà reale. E se volete comprendere qualcosa della storia dell'umanità, dovete leggere i libri. Il primo romanzo, per esempio l'Iliade e l'Odissea, Omero. I libri nutrono. "Una mente che non legge dimagrisce come un corpo che non mangia" (Victor Hugo). Che cosa vi interessa nella vita? La cronaca? Le storie di vita che raccontano in Tv? Per esempio la storia di quell'uomo che ha trascorso 19 anni in prigione per aver rubato del pane. O di quella ragazza schiavizzata da due commercianti senza scrupoli. O di una giovane donna talmente povera da essere costretta a vendere i denti. O di un bambino, morto, colpito da due proiettili mentre stava cantando. Ebbene, tutti questi personaggi sono nei Miserabili». Un libro che parla e affronta tutte le domande della vita. Il cammino dal male al bene, dall'ingiusto al giusto, dal falso al vero, dalla notte al giorno, dall'incoscienza alla coscienza, dalla morte alla vita, dalla bestialità alla ragionevolezza, dall'inferno al cielo, dal nulla a Dio.
In questo modo, Foucault riesce a interessare i suoi studenti e a farli esercitare sulla scrittura attraverso dettati e lavori di gruppo sui personaggi, portando tutti a migliori risultati.
Intanto, l'anno scolastico è finito, docenti e ragazzi si salutano. Ecco l'ultimo dialogo tra Foucault e Seydou: «Mi promette di lavorare sodo l'anno prossimo?». «Sì». «In tutte le materie?». «Sì». «È per il suo futuro». «Sì. Prof andrà via da scuola? Ritornerà all'"Enrico IV"?». «Sì». «Come potrò farcela?». «Lavorando tanto di più». «Tanto quanto?». «Tanto, tanto, tanto. Ma tu puoi farcela». «Posso dire una cosa che non ho voglia di dire?». «Sì». «Lei già mi manca». La frase che ogni professore vorrebbe sentirsi dire. Per saperne di più, vi invito a vedere il film.

(FONTE: Feeria, 59 /2021/1), pp. 70-74)