Giovani: spreco o risorse?

Erri De Luca

Incontro con i giovani


 

De Luca: Buongiorno, mi chiamo Erri De Luca. Non so se si vede, ma non sono professore. Sono nato a Napoli, nel 1950, il che vuol dire che nel '68 avevo diciotto anni. Io non lo sapevo che quello era il '68, era solo il diciottesimo mio, ma comunque coincideva col fatto che poi mi sono acciuffato per la collottola in quell'anno, mio sono tirato fuori di casa, di città, di studi, e me ne sono andato a incontrare quella generazione che era anche essa scasata, uscita di casa e stava per le strade. È stata a lungo per le strade e io ho partecipato di quegli anni di opposizione pubblica di quella generazione, dopo di che ho fatto per diciotto anni il mestiere di operaio, dopo di che faccio adesso lo scrittore e questo è il motivo, per cui sono rientrato dalla porta nella scuola, dalla quale sono uscito dalla finestra, insomma. Su queste cose ho scritto due righe, che gli amici della radio e della televisione hanno corredato di belle immagini. Adesso le vediamo.

- Si visiona la scheda:
Ogni generazione fissa la propria quota di spreco. La mia si è dissipata nelle pubbliche piazze e poi nelle pubbliche carceri. Questo spreco non è stato il suo limite, ma il suo metodo, l'esporsi, per convinzione, all'irreparabile politico e personale. Io ancora, dopo tanti anni, ne resto prigioniero, come posa di vino in fondo a una bottiglia, che ha meritato la stagionatura. Invece lo spreco dei giovani in corso si riassume sotto la voce inerzia. Molti si impegnano in servizi gratuiti, accanto a bisognosi trascurati, ma la gran parte studia per rimandare il futuro. Il mondo intorno non sa che farsene della sua migliore risorsa naturale, dei suoi giovani. Si trattengono le nascite così come si contiene la propria alimentazione. La gioventù è trattata come grasso eccedente, da smaltire nel recinto scalmanato e scintillante di un sabato sera. Loro spreco è il futuro spento.

- Fine della scheda, inizia la discussione.

STUDENTESSA: A mio parere l'inerzia dei giovani è il frutto dell'infelicità, che nasce dall'impossibilità di realizzare i propri ideali. Lei che grado di responsabilità attribuisce alla società in questo limite che il giovane ha nella realizzazione di questi ideali?
De Luca: Non lo so, no lo so, che grado di responsabilità ha la società. Certamente una parte del futuro della gioventù consiste nello sbocco, nella possibilità di trovar lavoro, nell'avviarsi alla indipendenza della vita. In questo credo che la società offra poco, offra davvero poco. Ma non me ne intendo tanto, di questo. Mi è capitato di condividere l'età di una generazione che brulicava di ideali. Aveva un fermento generale, ma non esclusivamente politici, ma di tutte le specie, ideali anche di vita insieme, insomma, di modo in cui, con cui condividere i giorni. Dunque una generazione che si è disintossicata da questa febbre - credo sia la vostra - io la guardo con affetto, con attenzione, ma senza riuscire a capirla. Forse questa è la responsabilità della società. Io evidentemente ne faccio parte, in qualità di adulto.
STUDENTESSA: Secondo lei quest'accusa, che viene rivolta ai giovani, sorta di accusa, non è un modo della generazione passata di scaricare le proprie responsabilità e il proprio fallimento, sulla generazione nuova? Perché, in un,certo senso, il movimento del '68 non ha portato i frutti che tutti speravano di ottenere e quindi, in un certo senso, questo fallimento può essere il frutto di un movimento non totalmente riuscito.
Sì, non totalmente riuscito, ma nemmeno del tutto fallimentare, anche perché non si trattava solamente di movimento di studenti, come è successo in altri paesi - per esempio in Francia o in Germania, quel '68 è durato fisicamente, biologicamente dentro quell'anno '68, è rimasto chiuso lì -, da noi si è innestato, su quel dilagare della protesta studentesca, si sono innescate delle idee operaie e un movimento operaio. Allora in fabbrica, in quegli anni lì, c'era una disciplina molto rigida, molto da caserma nelle fabbriche. Gli operai non si potevano parlare l'uno con l'altro durante le ore di lavoro. Insomma molte cose sono cambiate, e molte cose sono cambiate in meglio. Quindi il fallimento ha a che vedere con dei giudizi di valore. Io, per esempio, non lo considero fallimentare quel tempo e quella, quella generazione. Gli sono molto affezionato, sono onorato di averne fatto parte, ma la domanda che mi facevi: se non è colpa nostra". Può darsi che sia colpa nostra, ma per me non è un'accusa il fatto che la gioventù di adesso ha una inerzia di prospettive. Non è un'accusa, è una constatazione nella quale mi sforzo di vedere. Credo che ci siano degli elementi di leggerezza e di condivisione allora al loro interno, al vostro interno, che allora non c'erano. Noi, io ho fatto parte di un generazione che ha conosciuto l'odio, un sentimento infernale, un sentimento che non ti fa smuovere di un passo, che ti fa considerare il nemico, senza possibilità di cambiamenti, non potrà mai cambiare, è un nemico definitivo. L'odio è una fissità. Non solo quello abbastanza debole che potevo provare io. Benché meridionale, sono di scarsa levatura sentimentale, ma l'odio che provavano gli altri verso quella generazione, l'odio degli altri da cui si è messi alla prova E l'odio, essere odiati è più intenso e difficile che odiare. Bene, ecco, questo, questo sentimento, questo accidente, che a voi è risparmiato o che vi siete, alla cui leva vi siete sottratti, io non lo considero, ecco, non vi farei un'accusa, la considero una constatazione, faccio una constatazione di, anche di ammirazione, ma di distanza.
STUDENTESSA: Si dice che i giovani frequentemente parcheggino il loro futuro nelle società. Ma questa sorta di inerzia non è forse anche desiderio della società, che non vuole rispondere a una richiesta massiccia di posti di lavoro da parte dei giovani?
È evidente, è evidente. È evidente che si tratta di un parcheggio prolungato, quindi di un'inerzia costretta dalle circostanze, dalla scarsità intorno di occasioni di lavoro, dunque un assedio che c'è intorno e che fa da cordone. Avevo portato quel barattolo là, quel liquido equivoco, ma, insomma, ci dovrebbe essere del miele là dentro - ci assicurano che è del miele -, bene, quel miele ha una piccola storia. Una ragazza torinese, aveva saputo che si faceva uno spettacolo di certe cose scritte da me, a Torino in un posto, in un teatro. E dunque cosa aveva fatto? Questa era laureata, una ragazza laureata, in Lettere, che non trovava lavoro. Aveva, si era inventata - questo spettacolo si chiamava: Una goccia di miele da un giorno di fiori, una frase, così, presa da una mia pagina -, che cosa aveva fatto? Era andata a una libreria, aveva preso dei libri in prestito, se li era fatti dare in conto, diciamo, in prestito, li aveva portati la sera a questo spettacolo, perché pensava che, dopo il dibattito, dopo lo spettacolo e un dibattito, qualcuno avrebbe comprato quei libri e lei avrebbe potuto farci su una piccola percentuale sulla vendita. Ecco a mezzanotte di quella serata era ancora lì, che si arrabattava con la vendita. Ecco, quella ragazza cercava di cavare una goccia di miele da una sua giornata di fiori, cercava di non far passare invano un'altra giornata della sua disoccupazione, di offrire resistenza alle cose intorno che si portavano via il suo tempo e non lo rendevano utile, lo sprecavano. Resisteva allo spreco della società intorno nei confronti del suo tempo.
STUDENTESSA: Lei ha detto che la gioventù d'oggi vive in uno stato d'inerzia. Allora cosa dobbiamo fare noi giovani? Dobbiamo dare vita a un altro '68 o dobbiamo, non lo so, chiedo a Lei, dobbiamo far qualcos'altro, ecco?
Ma non è che il '68, oppure tutto quel movimento di opposizione è venuto fuori da una buona volontà. Non c'era nessuna buona volontà prima. C'era solamente una condizione di compressione della vita sociale, pubblica, che, a un certo momento, è esplosa, è saltata fuori come un tappo. L'hanno fatta saltar fuori i giovani, perché i giovani sono il gas dei cambiamenti, la potenza effervescente della società. Dunque era chiaro che partiva da lì. Ma a parità di condizioni, potrebbe succedere qualcosa del genere, ma perché somministrare quella cura o quell'esempio a delle generazioni che non ne sentono affatto il bisogno e che non sentono quella compressione? Io non ve la posso impartire quella lezione. È solamente un esempio di quello che è successo a noi, un esempio non del tutto invidiabile. Anche biograficamente ben pochi di quella generazione si sono poi adeguati per bene, insomma, dopo avere passato tanti anni di continua opposizione. Quello che è successo a noi è che però in quel tempo, noi che dilagavamo per le strade d'Italia davanti , le sbarravamo, eravamo una ... Il nostro mestiere credo sia stato quello di ostruzione, di sbarramento dei poteri altrui. Bene, quella, in quella esperienza lì noi ci siamo conosciuti tutti, una generazione intera si è potuta conoscere, dal fondo del Sud fino alla Val d'Aosta o al Trentino. Noi, a forza di frequentarci per le strade, in mezzo alla carreggiata, a forza di occupare regolarmente la carreggiata per anni, ci siamo conosciuti tutti. Questa è stata una esperienza, che, questa sì, è invidiabile, e non so come voi la potete riaggiustare, ma magari attraverso delle grandi manifestazioni o anche dei grandi concerti o anche delle grandi occasioni di ritrovamento, anche se, lì, si sta un po' a sentire - insomma si subisce un po' - la occasione, non la si produce. Immagino che questo sia un valore di quel tempo e che è difficile da riprodurre. Di questo mi sentirei di spingere a fare una proposta: insomma, cercate di conoscervi il più possibile, tutti.
STUDENTE: Non Le pare che alcuni movimenti ideologici giovanili, tra i quali il '68, siano nati più per ragioni storiche che per merito della vecchia generazione? E se sì, in quale misura?
Beh, sì, ragioni accidentali, cioè ragioni vere. D'altra parte c'è stata una generazione, quella generazione si è improvvisamente incuriosita del mondo intero, quella generazione di cui ho fatto parte è quella che si è occupata di più di politica estera in tutta la storia delle generazioni precedenti. Questo dipendeva dal fatto che il mondo era diviso tra due castelli, tra due blocchi, che cercavano di sopraffarsi l'uno con l'altro e questa colluttazione, questa tensione, si svolgeva su tutte le parti del mondo. Il mondo era, soffriva il solletico da per tutto. Anche un posto remoto, come poteva essere il Vietnam, remotissimo, lontano, mai sentito nominare prima, anche un posto come quello era un posto dove avveniva la colluttazione generale, lo scontro generale fra due colossi che cercavano di annullarsi. Dunque c'era una drammatizzazione nella storia del mondo, allora, che rendeva tutta la superficie del mondo irritabile e sensibile. Allora era importante anche quello che succedeva in Cile o in Angola o in Irlanda del Nord oppure in Sud Africa. Insomma il mondo era pieno di elementi di tensione generali. Pur essendo molto periferici, ognuno di essi era generale, perché coinvolgeva tutta la sorte di tutto il resto del mondo. Dunque quella generazione si è molto incuriosita di politica estera. Noi abbiamo partecipato a delle manifestazioni ovunque, organizzate, a nome di e per conto di, di tutti i movimenti di liberazione. Un mio amico, un ragazzo che allora aveva diciotto anni, è morto, ucciso davanti all'Ambasciata dello Zaire a Roma. Io credo che nessuno sa che diavolo significhi, insomma, perché uno va a morire davanti all'Ambasciata dello Zaire, viene sparato, fucilato davanti all'Ambasciata dello Zaire. Bene una generazione che - si chiamava Pietro Bruno -, dunque era una generazione che sentiva fortemente le circostanze del mondo intorno e si schierava, e si schierava. Il mondo era pieno di colonialismi, di imperialismi. C'era ancora il regime coloniale, per esempio. Il Portogallo aveva le colonie. Che ci facevano gli Americani in Vietnam. Nel Mediterraneo, sul lungo asse, diciamo, Spagna-Grecia, l'Italia era l'unica democrazia. C'era il Portogallo e la Spagna che erano delle dittature, la Grecia che era stata sovvertita nel suo regime democratico da un regime militare, solo l'Italia era lì che era in tensione tra queste dittature. Dunque il mondo era pieno di tensioni. Quindi per questo le circostanze che tu evochi sono delle circostanze che spiegano perché friggeva il mondo e perché friggeva una gioventù di quella specie. Ma non so se ti ho risposto. Se non ti ho risposto puoi insistere. Dunque, se pigliate fiato, nel frattempo io vi spiego perché ho portato pure questa navetta qua, questa. Mi sono procurato questo, questo modellino del Titanic. Si dice Titanic - cioè, in greco, come voi sapete Titanos, voi lo studiate adesso il greco, quindi l'accento dovrebbe andare sulla 'i' sulla prima 'i'. Su questa specie di nave, su questi battelloni che contenevano a strati tutte le classi, prima, seconda, terza e poi non ce n'era un quarta, ma insomma, se no ci mettevano pure una quarta sott'acqua, la facevano viaggiare sott'acqua, si è trasferita via dal nostro paese una quantità di nostri connazionali, all'inizio del secolo, tra le fine del secolo e l'inizio del secolo, milioni di nostri concittadini. Gli italiani se ne sono dovuti andare per smaltire la loro miseria e cercare fortuna da qualche parte. Non c'è stata praticamente nessuna famiglia italiana, che non abbia sacrificato su un molo qualche suo figlio maschio insomma. E non li sacrificava a qualche divinità, ma li sacrificava alla miseria del secolo. Dunque, abbiamo avuto una emorragia di milioni di nostri concittadini che sono partiti e non sono più tornati, se non alcuni, pochissimi, che hanno fatto fortuna. Si sono trasferiti all'estero. Noi non solo li abbiamo perduti come cittadini. Adesso va bene, non hanno nemmeno, non hanno nemmeno interesse, non parlano più nemmeno la lingua. Ma abbiamo perduto la lingua, non li abbiamo custoditi nemmeno nella lingua. Abbiamo perduto tutta questa enorme ricchezza, questa enorme risorsa umana, che è andata a far bene, è andata a esportare il nostro lavoro, che qui non poteva essere applicato, lo è andato a esportare all'estero. È andato a farsi onore, insomma, in posti, a attecchire in posti difficili. Bene, di tutta questa massa di italiani, che sono andati via, noi non abbiamo avuto nessuno scrittore in italiano, nessuno che avesse scritto una parola, che fosse rimasto affezionato a questa lingua. Questo è stato il nostro spreco, il nostro spreco gigantesco di popolo, insomma. Adesso siamo in Europa, ma insomma, prima di essere in Europa, noi siamo stati ovunque. Gli italiani sono stati dispersi e hanno lavorato ovunque, sono stati cittadini del mondo, loro malgrado, attraverso navi come questa.
STUDENTESSA: Le volevo chiedere, prima di tutto, per che cosa Lei ha combattuto nel '68 e se le cose per cui Lei ha combattuto sono le stesse per cui noi ora dovremmo combattere.
Eh no, eh no! Perché le stesse? No, no.
STUDENTESSA: Perché dice che siamo inerti, allora volevo sapere esattamente per che cosa pensa, per cui noi dobbiamo combattere. Cosa dobbiamo combattere?
Ma non dovete combattere affatto. Non dovete.
STUDENTESSA: Va bene, combattere è un po' una parola usata male, però, cioè...
Ma perché mai dovreste? Dunque quello che, quelle circostanze che cercavo di radunare allora, cercavo di enumerare prima radunandole, quelle circostanze si sono decantate. Il mondo non è più così importante, nel senso che quella lotta tra tensioni gigantesche è finita. Non c'è più quel rischio di enorme conflitto e deflagrazione mondiale. Per cui tutti i conflitti che sono avvenuti in giro per il mondo sono diventati periferici, anche il fatto che, per esempio in Bosnia il centro d'Europa, nel posto dove sono scoppiate già altre guerre - e voi sapete che è scoppiata la Prima Guerra Mondiale, lì -, bene, anche in Bosnia dove è avvenuto di nuovo una guerra sul suolo europeo, dopo cinquant'anni insomma - dopo, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, per la prima volta c'è stata una guerra in Europa -, anche questa è stata una guerra, dal punto di vista degli effetti internazionali, quasi insignificante, perché si è svolta circoscritta in quell'ambito e si è poi, ed è finita con un'operazione di polizia internazionale. Dunque che cosa avete? Per che cosa combattere? Dunque io ti posso dire, che ho visto ragazzi - io sono andato molto spesso in Bosnia come autista di convogli e di aiuti in questi anni, in questi ultimi cinque anni -, ho visto molti ragazzi, che senza combattere, semplicemente con la buon volontà di fare qualcosa, sono andati lì, insieme a questi camion, a questi convogli, eccetera, sono stati vicini. Non è che si poteva fare gran che, si trattava di cibo e di medicine, che non si potevano portare e si portavano lo stesso. Ma insomma hanno fatto qualcosa. Ed erano molti giovani. Allora io non posso dire che hanno combattuto, però hanno fatto la cosa giusta. Allora parliamo solo di fare. La cosa giusta, come dice quel film lì, è non di combattere.
STUDENTESSA: Sì, però, cioè, secondo me, noi dovremmo fare qualcosa, questo sì, siamo ancora molto inerti, però allo stesso tempo voi, invece di mettervi sempre contro di noi, dovreste un po' aiutarci, darci qualche spazio in più di quello che invece ci date per ora. E non accusare, ma aiutare.
Insisto col fatto che per me si tratta di constatazioni e non di accuse. Io constato uno stato, non accuso nessuno.
STUDENTESSA: Erano parole molto dure.
Molto dure. Una constatazione dura allora.
STUDENTESSA: Io ci sono rimasta male, personalmente.
Sì, ma questo va bene, però non mi voglio mettere ..., ne avete abbastanza già di nemici, ne avete già abbastanza di ambienti ostili, voglio dire, non è vero che siete inerti. Inerte è il futuro che vi aspetta, inerte è il futuro che vi aspetta. Ma voi non siete inerti. Migliaia, milioni di ragazzi fanno qualcosa nella specie del volontariato, milioni, ce n'è tantissimi, io ne ho conosciuti tanti. Dunque non c'è un'inerzia, c'è una buonissima volontà che cerca degli sfoghi di applicazione e quindi di fare la cosa giusta. Non so quale sia la cosa giusta. Non ce n'è una giusta, una sola giusta. Prima, al tempo mio, c'era una sola cosa giusta da fare, ed era: stare lì, condividere il destino e la vocazione di quella generazione, che stava in mezzo alle strade e che sobillava, sobillava le persone, sobillava i pescatori dell'Adriatico come i baraccati di Roma, sobillava, cercava di farli, di farli muovere, e la gente si muoveva volentieri. Oggi non c'è più quella semplicità della cosa giusta. Ci sono molte cose giuste e anche molte cose ingiuste, sulle quali fare, contro le quali fare fronte. Credo che voi, come specie di gioventù, state facendo questo, lo state facendo. Quello che vi è di inerte in voi è la prospettiva, cosa fare dopo. Voi avete inaugurato una specie di tempo senza futuro.
STUDENTESSA: Secondo me, quello che tutti vorrebbero è affidare le cose ai robot, ai computer, perché è quello che stiamo facendo, più o meno, che state facendo anche voi, perché per ora lo fate voi adulti, che lavorate, perché noi studiamo.
Sì, qualche mansione pratica la può svolgere il computer. D'altra parte tutte le macchine sono lì per alleviare fatica; eh?
STUDENTESSA: Sì.
Ma non sostituiscono il compito di vivere, alleviano fatica, come il trattore ha alleviato la fatica dei contadini, che la zappavano e la aravano a mano, la terra, o con gli animali. Si può fare di più, si può fare di più, ma insomma i mezzi meccanici sollevano dal lavoro, ma non sostituiscono la nostra vita, non la possono soppiantare, non sono la soluzione.
STUDENTESSA: Secondo Lei per inerzia si intende una situazione di disinteresse nei confronti della società oppure di accettazione passiva di quello che in un certo senso accade e che i giovani trovano favorevole o comodo al loro modo di vita? Cioè è un modo di adagiarsi, perché abbiamo troppe cose, perché siamo viziati dalla società, oppure perché, così, viviamo in maniera leggera e non ci interessa quello che ci circonda?
Questo sarebbe dare un giudizio di valore, dire che vi disinteressate. Credo che non vi disinteressate affatto di quello che vi circonda. Vi interessate di quello che vi circonda da vicino, quando incontrate qualcosa, in cui inciampate. C'è una frase del Vangelo, che dice: "Ama il prossimo tuo come te stesso", e si intende il prossimo come una specie di .., il mondo intero insomma. Invece il prossimo è proprio, alla lettera, secondo l'etimologia latina, il "vicinissimo", quello che sta proprio il più possibile accanto a te. Ecco io credo che in questo modo, il vicinissimo è quello che cade sotto i sensi immediati, quello che inciampa un passo avanti a te. Di questo vicinissimo vi accorgete e quindi ci intervenite. Quindi non penso che ci sia inerzia in questo. A noi succedeva il contrario. Noi avevamo uno sguardo più lontano, guardavamo gli orizzonti sconfinati, le praterie del mondo dove succedevano le guerre, dove c'era l’oppressione. Allora, magari, quello che succedeva proprio vicinissimo lo saltavamo oppure ci inciampavamo dentro, senza accorgercene. Io credo che in questa attenzione al vicinissimo, a quello che non fa notizia dunque, a quello che non fa numero, credo che, invece, in questo ci siete, insomma. Non è questa l'inerzia, non è questa. L'inerzia è questo cordone di disoccupazione che vi circonda e dal quale verrete estratti come, secondo una specie di sorte o di cabala, per fortuna, per censo, per altre virtù che non dipendono dal vostro valore.Il vostro valore viene sprecato. È questo il mio concetto di inerzia, che il vostro valore è sprecato.
STUDENTESSA: Quindi non era una sorta di accusa nei nostri confronti o comunque non giudizio, ma opinione, sulla gioventù di adesso. Era una constatazione sulla società.
È una constatazione su due tipi di sprechi, quello della mia generazione, che si è sprecato, cioè si è impegnato in quel modo, e il vostro. Sono due sprechi.
STUDENTESSA: Non siamo noi che ci sprechiamo, ma è la società, che non ci permette di realizzarci allora.
È così, certo. Questo fa parte del gioco di tutte le generazioni, ma in voi si è accanito questo gioco. Anche se avete più mezzi, avete meno prospettive.
STUDENTESSA: Ma, secondo Lei, noi, appunto, cosa dovremmo fare, perché accettare questa situazione della società che, in un certo senso, ci nega un futuro migliore, è abbastanza triste, soprattutto alla nostra età. Cioè, secondo Lei, cosa possiamo fare? Perché voi avete avuto appunto la forza di ribellarvi, di avere degli ideali più alti. Noi siamo, in un certo senso, chiusi, perché abbiamo praticamente tutto, ma non riusciamo a lottare per qualcosa di più grande. Cioè siamo, viviamo in una realtà abbastanza triste, se la vediamo sotto questo punto di vista. Perché? Abbiamo l'inerzia che ci circonda e non abbiamo, non possiamo fare niente per...
D'accordo, però sarebbe presuntuoso da parte mia dire quello che dovete fare. È anche abusivo: io non lo so quello che dovete fare. So quello che fate già, so quello che fate già. So, ho visto tanti ragazzi che si son dati da fare, in giro, per le mille occasioni di affetto, solidarietà, simpatia, vicinanza, condivisione. Questo, questo lo fa, è già avvenuto, avviene già. E dunque so già che in questo modo si è rotto, si rompe, crepa questo cerchio di inerzia di disoccupazione che vi circonda.
STUDENTE: Le volevo chiedere, dopo aver visto che in Internet si può fare una certa pubblicità alle iniziative dei giovani, di volontariato promosse dai giovani oppure che, insomma, hanno come obiettivo far fare qualche cosa ai giovani, secondo Lei come si deve dividere un giovane, diciamo buono, tra volontariato, studio e divertimento?
Beh, intanto dipende quanto vi piglia a voi oggi la quota "studio". A me pigliava tantissimo. Mi prosciugava la giornata e andavo pure male. C'era un rapporto tra l'investimento e il risultato che era di quelli più scadenti possibile. Quindi, dipende quanto tempo vi lascia lo studio al resto. Dopo di che, stabilita la quota studio, gli altri due andrebbero divisi alla metà, alla metà. Se uno non studia più, tanto meglio. Cioè voglio dire, insomma, può dare più tempo sia al divertimento che allo studio che al volontariato, eccetera. Ma insomma, secondo me: studio, finito lo studio, esaurito l'argomento, una buona metà, ma non tutti i giorni, insomma, poi, magari, uno può fare una giornata intera, solo dedicarsi a una cosa e poi dedicarsi a un'altra in un'altra giornata. Però questi ingredienti ci dovrebbero stare tutti, non dovrebbero mancare nella dieta.
STUDENTE: Volevo chiederLe due cose: intanto se non crede che sia comodo dare la colpa sempre alla società, perché molto spesso sono anche i giovani, poi, che non vogliono fare certe cose, per esempio nel mondo del lavoro.
Sì è possibile che ci sia anche questo. È possibile che una persona, magari c'è una zona in cui c'è del lavoro, ma non si voglia spostare da casa sua, andare così lontano da casa sua, anche perché quel posto di lavoro è, sì, appetitoso, è, sì, importante, è, sì, utile per lui, però gli comporta anche tutto un mucchio di spese aggiunte, che riguarda il fatto di stare lontano, di doversi procurare una casa, di dover vivere fuori, e quindi avere tutte delle spese come se fosse ... Quindi il vantaggio del lavoro si consuma con la distanza, col fatto che uno poi deve badare a se stesso. Quindi ci sono anche delle resistenze a lavorare, come dire, per nulla.
STUDENTE: Beh, però poi, all'epoca della nave la gente era disposta a partire e andare non da una città all'altra, ma addirittura da un continente all'altro!
Ma c'era un grado di bisogno, che in questo, in questi nostri tempi non c'è più. Il grado di bisogno adesso noi lo sperimentiamo nei panni di quelli che vengono clandestinamente, ufficialmente insomma, che invadono le nostre coste. Per fortuna abbiamo un grande sviluppo costiero, insomma. Noi non potremmo pretendere di proteggerlo tutto quanto e di fare i gendarmi. Dobbiamo accettare e ammettere - e anche accogliere - il fatto che siamo un paese aperto. Siamo geograficamente una specie di molo d'attracco del Mediterraneo, gigantesco molo d'attracco. Dunque questo grado di bisogno noi lo andiamo a verificare nelle persone che arrivano, così, in massa da noi e con questa necessità assoluta di trovare uno sbocco alla loro condizione in patria. Quindi è per questo che poi tanti lavori - tanti lavori duri - li fanno adesso più facilmente questi che sono disposti, che hanno fatto tanti chilometri per venire a lavorare, per guadagnarsi comunque qualcosa da noi. Ho visto adesso - sono stato in Puglia di recente -: beh, la Puglia è piena di persone che vengono dall'Albania o da quelle coste lì e che, in qualche modo, insomma nei lavori duri trovano il loro, il loro posto. Sono anche quindi utili all'economia. Dovremmo avere, nei confronti insomma di questo passaggio un po' più di consapevolezza geografica. Siamo, non siamo la Svezia insomma, non siamo sperduti in cima, in fondo al continente, siamo nel mezzo del Mediterraneo. Per forza, è sempre stato così, ci son venuti a visitare tutti.
STUDENTE: E poi Le volevo chiedere: considera inerti anche quelli della Sua generazione, che hanno protestato perché in quel periodo tutti protestavano e adesso invece sono, hanno cambiato totalmente il loro modo di comportarsi comunque, come anche alcuni personaggi pubblici.
DE LUCA: Ah, sì, ce n'è qualcuno. Ma, voglio dirle, si cambia, si cambia pelle, si cambia, si invecchia, si diventa anche altre persone nei confronti anche delle circostanze intorno che cambiano. Io non ce l'ho con quelli che cambiano idea. Anch'io ho cambiato molte delle mie idee. C'è un criterio però che mi sostiene nel decidere l'inerzia o non l'inerzia. È se nel cambio delle tue opinioni o del tuo modo di vivere, ci guadagni o invece ci puoi anche rimettere insomma. Se la tua, se il tuo processo di trasformazione, di modificazione è un processo che si svolge per cercare di guadagnare dei favori, dei posti, dei ranghi, oppure se è semplicemente un processo fisiologico, che non ti porta a guadagnare un bel nulla, tranne una tua, un proseguimento di coerenza con te stesso. Questa è la mia differenza. Si fa questa differenza .... Mi ci metto dentro.
STUDENTESSA: Non mi è molto chiara la Sua affermazione, cioè che i giovani sono come il grasso da smaltire. Cosa intende dire?
Un esempio: adesso si fanno le diete. Tutti quanti vogliono essere più leggeri. Io ci riesco bene, come si vede, se non per, ecco, natura. C'è questa quota di gioventù che non riesce ad essere applicata. C'è una grossa quota di gioventù che resta lì, ferma, dopo, anche dopo la laurea, specialmente nel Sud, una grandissima quota di disoccupazione. Questa gioventù, questa risorsa, questa energia è considerata alla stregua di grasso, da questo, dal mondo intorno, è una specie di grasso che va, che deve dimagrire, insomma, deve smaltirsi. Questa è la mia immagine eh!, non è che corrisponde proprio alle statistiche, insomma. Ma la mia immagine è che si tratti, ci si comporti nei confronti della gioventù come nei confronti del proprio grasso e in particolare si cerchi di non produrre gioventù, di non far figli. No? Anche questo appartiene a una dieta, anche questa la vedo come una specie di dieta, che la società adulta si somministra per essere leggera, per avere famiglie leggere, magre, snelle insomma, quelle che rientrano nella televisione, insomma, nel formato della pubblicità televisiva. C'è ostilità - sembra a me, eh, non pretendo di avere... è solamente una mia immagine di trafficante di scrittura, con le parole -, insomma, mi sembra che si tratti di questo, insomma, di una diffidenza nei confronti della gioventù.
STUDENTESSA: Non crede che l'idealismo della Vostra generazione sia stato stimolato più che altro da una moda, da un sentimento di apparire piuttosto che da vere e proprie idee sentite?
Non credo.
STUDENTE: Buongiorno. Io volevo dirLe questo: l'unico motivo per cui io mi sento un giovane inerte è perché reagisco passivamente a una società che non mi permette di far conoscere gli ideali che credo giusti per il futuro. Ma francamente non vedo come la società, o noi stessi giovani, possiamo cambiare questa situazione. Lei cosa suggerisce?
Vi ringrazio di queste richieste di suggerimenti, ma io davvero non le ho. Io ho avuto un passaggio, ho avuto un passaggio a mio tempo, e si vede che ho avuto la fortuna di condividere una generazione che mi calava le castagne dal fuoco. Insomma ci pensava lei a fare, io ho solamente obbedito, ci sono andato dietro, perché fischiava forte e, insomma, non si poteva fare diversamente. Oggi non ci sono tutti questi fischi forti e quindi non te lo so dare questo suggerimento, sono incapace. Però, oggi, quello che tra voi trova un suo senso, quello è, è a quello che devi chiedere. Non a me, ma uno tra di voi, che ti sembra, che puoi prendere ad esempio, di qualcuno che stia trovando il bandolo del suo tempo, che stia cercando di realizzarlo questo nocciolo di ideale che ha dentro. Perché? Insomma gran parte del nostro tempo è spreco. Noi lo butteremo via, insomma, non lo riusciremo a utilizzare al meglio, c'è una quota di zavorra. Però un fondo resta. Allora pensavo al fondo della bottiglia, a quella posa. Intanto quella posa vuol dire che il vino era buono e che valeva la pena che invecchiasse. E poi ognuno di noi dovrebbe e, spero, auguro, lasci una posa. Mio padre ha lasciato in giro, nei ricordi degli altri, una posa di sorriso. Quando si pensa a lui o si parla di lui, viene, alle persone che l'hanno conosciuto, di sorridere. Ecco, questa posa di sorriso è la vera garanzia di non avere sprecato il proprio tempo. Io credo che voi ce la farete.