Diakonia kerygmatica. Annunciare il Vangelo con i giovani

Inserito in NPG annata 2022.

EDITORIALE

Rossano Sala

(NPG 2022-02-2)


L’istituzione del ministero di catechista

Ho avuto il dono di partecipare al Sinodo speciale sulla Regione Panamazzonica nell’ottobre del 2019. Tutti sappiamo che uno dei grandi temi sollevati in quell’assise è stato quello dei “ministeri”. Superare il clericalismo in fondo non è solo una questione teorica, ma potrà avvenire solo attraverso un autentico coinvolgimento del popolo di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. Tutto ciò passa attraverso decisioni istituzionali vincolanti, che creano una nuova mentalità e rendono possibili nuovi percorsi ecclesiali. È necessario infatti trovare modi concreti perché la sinodalità sia vissuta realmente, altrimenti rimarrebbe solo una teoria astratta.
Penso che Antiquum ministerium, la lettera apostolica in forma di “Motu proprio” con cui papa Francesco istituisce il ministero di catechista, sia un segnale inequivocabile che va in questa precisa direzione. Dare un volto istituito ad un servizio che prima aveva dei confini piuttosto labili e dei riconoscimenti lasciati ai singoli è una forma preziosa di riconoscenza e di riconoscimento.
Riconoscenza perché si tratta prima di tutto di essere grati per la schiera di persone – e sono davvero molte – che con generosità e gratuità da sempre si spendono nell’immenso mondo dell’iniziazione alla vita cristiana non solo verso i più piccoli, ma anche nei confronti di tutto il popolo di Dio.
Riconoscimento perché è importante dare visibilità e forza a questo servizio ecclesiale che è sempre più imprescindibile in una società exculturata e postcristiana (soprattutto in Europa, ma non solo). Al di là delle possibili lamentele rispetto a ciò, va visto il lato positivo della faccenda: per la Chiesa si tratta di un’opportunità per riscoprire i dinamismi propri della fede e dell’evangelizzazione, che in un tempo di cristianità rischiavano di rimanere attenuati e inoperosi.

Una forma nobile di diakonia

Di solito la “diakonia” è immaginata unilateralmente come il servizio della carità verso i più poveri. Incarnata nell’immaginario ecclesiale dalla Caritas e nel servizio silenzioso e generoso svolto da molti singoli credenti, movimenti e associazioni verso le tante forme di povertà che attanagliano un numero crescente di persone nel nostro mondo in cui la forbice tra ricchi e poveri è sempre più ampia.
Senza nulla togliere a questa forma fondamentale di diakonia, oggi siamo chiamati a prendere sempre più coscienza che c’è povertà di Vangelo tra la nostra gente, nel popolo di Dio stesso, nella Chiesa stessa. Ignorare il Vangelo è la più grave mancanza per l’uomo, che ha diritto a sentirsi annunciare la buona novella da coloro che l’hanno ricevuta in dono e che non possono tenerla per sé.
Mi chiedo a volte se siamo convinti, come Chiesa, che la povertà di parola di Dio e di annuncio della bellezza della fede è davvero una mancanza grave. Se siamo consapevoli che facciamo un torto grave se non annunciamo il Signore Gesù come fonte di vita buona, di salvezza integrale, di giustizia piena, di speranza certa. Che è solo nel suo nome che si trova ciò che il cuore dell’uomo desidera davvero.
Di certo il Vangelo non è un tesoro da custodire, ma un dono da condividere. Non è un qualcosa che ci è consegnato per l’autoconsumo personale, ma perché sia fecondo e fruttuoso per tutti. La fede è luce che illumina, e quindi non si può tenere sotto il moggio.
Diventa quindi chiaro che la catechesi è una forma di diakonia ecclesiale di cui oggi non possiamo fare a meno. Insieme alla carità concreta, al servizio gratuito, alla generosità sociale, è uno spazio di espressione e di risposta alla povertà più grande, che è quella di Dio: del suo vero volto, della sua parola salvifica, della sua bellezza strabiliante, della sua bontà infinita e della sua volontà di amicizia con ogni sua creatura.

I giovani sono evangelizzatori

Il n. 5 di Antiquum ministerium parla dei soggetti della catechesi (il vescovo come primo catechista, con l’aiuto dei suoi presbiteri, poi i genitori), facendo leva sulla figura di laici e laiche «che in forza del proprio battesimo si sentono chiamati a collaborare nel servizio della catechesi». Soprattutto si dice che il nostro tempo «richiede un incontro autentico con le giovani generazioni».
Proprio nel coinvolgimento dei giovani più sensibili nella catechesi si realizza questo “autentico incontro”. Un giovane che si inserisce in una comunità di battezzati per servire nella catechesi i più piccoli è un segno luminoso di corresponsabilità apostolica. Mi piace chiamare diakonia kerygmatica questa corresponsabilità apostolica dei giovani nella catechesi. Un servizio generoso all’annuncio del Vangelo, alla sua comunicazione e comprensione.
Esattamente qui si inserisce la proposta del Dossier che presentiamo in questo numero di NPG: essa pensa e sollecita che i giovani stessi siano evangelizzatori dei più piccoli. È questa la strategia, a mio parere vincente, che viene sviluppata con competenza e passione dai diversi autori.
Che un adolescente e un giovane si mettano a servizio in questo ambito della pastorale della Chiesa è davvero qualcosa di profetico e innovativo. Senza dubbio, dove avviene, vi è un segno tangibile di rinascita di una comunità cristiana, perché se una comunità cristiana riesce a coinvolgere un gruppo di giovani in questo ambito, significa che si sta generando un processo virtuoso di riforma, di rinnovamento e di ringiovanimento della comunità stessa.

L’esigenza di alleanze intergenerazionali

Sempre il n. 5 di Antiquum ministerium afferma «l’esigenza di metodologie e strumenti creativi che rendano l’annuncio del Vangelo coerente con la trasformazione missionaria che la Chiesa ha intrapreso. Fedeltà al passato e responsabilità per il presente sono le condizioni indispensabili perché la Chiesa possa svolgere la sua missione nel mondo».
Proprio la presenza dei giovani – non senza gli adulti e anche non senza gli anziani – può dare un decisivo slancio al rinnovato annuncio del Vangelo che oggi tutti attendiamo. Senza i giovani presenti nella fase progettuale e realizzativa della catechesi rischiamo di essere fedeli al passato, ma non adeguati al presente. Perché solo i giovani ci possono tenere dentro i dinamismi del nostro tempo.
La loro creatività e innovazione rendono possibile l’emergere di diverse metodologie e strumenti capaci di intercettare i loro coetanei e anche i più piccoli. Pensiamo, solo per fare un esempio, alle capacità che un gruppo di giovani catechisti può esprimere nell’ambito digitale, da sempre loro habitat naturale.
Certo, tutto ciò va fatto con sapienza e prudenza, con intelligenza critica e responsabilità etica. Per questo è altrettanto strategica la presenza di adulti e anziani che sappiamo entrare in alleanza con giovani disponibili alla comunione, alla condivisione e alla corresponsabilità.

Un’avventura affascinante

Il titolo del Dossier è accattivante. Parla di giovani catechisti. E la mette sul piano dell’avventura. Ovvero sul piano dell’immaginario, del sogno, del desiderio. Oggi, almeno nella nostra Europa, molti denunciano un immaginario anestetizzato e appiattito sull’orizzontale. Facciamo fatica a sognare altro rispetto ad una vita comoda, ricca di diritti e di benessere individuale. Che non ci faccia fare nessuna fatica e che non ci metta in pericolo. Una vita in una zona di comfort, senza rischi e senza ardore. Più che piena e felice, decisamente spenta e triste, perché appunto senza alcuna avventura reale.
Anche la fede sembra talvolta essere attratta da questo immaginario. Si trasforma pian piano in una proposta securizzante, un po’ come un tranquillante in un mondo pieno di insidie da cui difendersi. La rinascita di tante forme di comunitarismo identitario con diversi gradi di aggressività sociale risponde a questa necessità. Eppure la fede è una cosa per gente audace, che sa uscire allo scoperto, che non ha paura a mettersi in gioco, capace di rischiare per il bene di altri, che non teme di ascoltare con rispetto, dialogare con intelligenza e annunciare con franchezza.
Entrare nello spazio del coinvolgimento dei giovani – che è sempre un atto di coraggio, certamente rischioso – può essere un momento in cui la Chiesa stessa risveglia il suo immaginario positivo e propositivo. D’altra parte non si possono riscoprire e far rinascere i dinamismi giovanili della fede e della Chiesa senza l’intima partecipazione dei giovani.
Proporre loro la via della diakonia kerygmatica è una delle grandi possibilità per aiutarli a riprendere vigore spirituale, a spingerli verso una solida formazione e a condividere con loro un’autentica passione educativa. Non perdiamo dunque questa splendida opportunità per ringiovanire il volto della Chiesa!