Il servizio dell’autorità

Dalla regia dell’oratorio alla sinodalità della Chiesa

Rossano Sala

(NPG 2022-01-2)


 

Due temi intimamente legati

L’inizio di un nuovo anno è sempre un momento per aprire nuove prospettive e guadagnare nuovi orizzonti. Lo facciamo quest’anno con un Dossier di ampio respiro che parla di un qualcosa che ci sta assai a cuore, l’oratorio. È per noi uno spazio generativo, perché il nostro modo di procedere nella pastorale giovanile è strutturalmente “oratoriano”. Lo stile dell’oratorio – casa accogliente, spazio di evangelizzazione, scuola di umanizzazione e cortile per crescere insieme – ci offre alcuni fondamentali da cui non possiamo mai allontanarci e che siamo chiamati sempre ad approfondire.
Parlare poi della “regia dell’oratorio” – come fa il Dossier di questo numero con competenza e passione – significa mettere a tema l’ottica dell’autorità come servizio alla comunione, alla partecipazione e alla missione della Chiesa, nel nostro caso a servizio dell’educazione e dell’evangelizzazione delle giovani generazioni. E questo si lega immediatamente al cammino sinodale della Chiesa universale che abbiamo incominciato ufficialmente il 9 e 10 ottobre scorso e che ci impegnerà nei prossimi anni. E anche al cammino della Chiesa italiana, che ha deciso di mettersi in cammino per rinnovarsi.
Proprio di questo vorrei parlare, in piena continuità con quello che già avevamo detto nel numero NPG di gennaio 2020. Lì avevamo dedicato un intero Dossier programmatico al tema della “sinodalità missionaria” (categoria fondamentale generata dal Sinodo sui giovani), il cui titolo era assai significativo: Una Chiesa sinodale per la missione. Cammini di conversione spirituali, formativi e pastorali. Se quel numero era in un certo senso una profezia, dobbiamo dire che essa si sta pienamente avverando, perché effettivamente la XVI Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi ha proprio questo come tema: Per una Chiesa sinodale. Comunione, partecipazione e missione.
Cercherò in tre passaggi – scanditi da tre domande – di comunicare ai lettori come questo nuovo cammino sinodale ci può aiutare per rinnovare il nostro modo di procedere nella regia dell’oratorio in particolare e nella pastorale giovanile in generale.

DA DOVE VIENE QUESTO SINODO?

Il metodo del Concilio

Il Concilio Vaticano II ci ha consegnato una lettera, cioè dei testi scritti, uno spirito, di cui tanti parlano, e un metodo, che non abbiamo ancora assimilato del tutto.
Lo spirito del concilio si potrebbe ben ritrovare nel cambio di passo dato da san Giovanni XXIII nella Gaudet Mater Ecclesia dell’11 ottobre 1962: da una Chiesa militante e giudicante ad una Chiesa sposa e madre. In sintesi potremmo dire: partiamo da ciò che ci unisce piuttosto che da quello che ci divide.
La lettera del Concilio è molto difficile da ordinare: ci sono molti documenti temporalmente distanti e che nell’insieme lasciano spazio a molte e diverse interpretazioni. Le problematiche legate alla recezione del concilio sono molto debitrici di un corpus da cui è difficile districarsi.
Più interessante è il metodo conciliare, il suo modo di procedere nel tempo: quattro sessioni con tre preziose pause di riflessione e approfondimento; una metodologia pensata per il confronto, il dialogo e l’ascolto; il suo metodo ha cercato di tenere insieme la verità del Vangelo, la contemporaneità della cultura e la forma della Chiesa, che sono i tre ingredienti fondamentali della “pastoralità”.
Possiamo e dobbiamo concentrarci sul metodo del concilio, che è stato effettivamente sinodale: si è cercato di camminare, pensare e decidere insieme, pur garantendo i diversi livelli di animazione e governo.

Il coraggio di papa Francesco

Sappiamo che la “Magna Charta” dell’attuale pontificato risiede nell’Evangelii gaudium, che segna la svolta missionaria della Chiesa. Adesso andiamo a lavorare sulle condizioni di base che rendono possibile il cambiamento auspicato.
Francesco ha forse lanciato la sua ultima grande sfida, quella della sinodalità. Per certi aspetti il prossimo Sinodo potrebbe essere l’atto decisivo del suo pontificato. Sembra essere la conseguenza naturale della “teologia del popolo”, tanto cara al pontefice argentino. Il tema è emerso con forza come esito del Sinodo sui giovani, perché proprio questi ultimi ci hanno sfidato sulla forma della Chiesa e hanno reso possibile l’emergere nel Documento finale della “sinodalità missionaria”. Anche il Sinodo sulla regione Panamazzonica ha sfidato la Chiesa universale sul tema della ministerialità di fronte all’aumento della presenza di Chiese assai aggressive di matrice pentecostale.
Questo Sinodo è un atto coraggioso e anche rischioso: coraggioso perché riporta al centro della Chiesa il popolo dei battezzati; rischioso perché ci sono molti ostacoli in questo cammino.
Nessuno potrà pronosticare l’esito di tutto ciò. Papa Francesco, da questo punto di vista, è certo della presenza dello Spirito nella Chiesa, che è garanzia di fedeltà al Vangelo, ma allo stesso tempo principio di creatività e di eterna novità. Sappiamo comunque che l’intenzionalità è chiara: il prossimo Sinodo è pensato come momento di discernimento nello Spirito sulla forma che la Chiesa è chiamata ad assumere per essere all’altezza della sua missione evangelizzatrice. Questo ne fa già un evento di grande portata, e in sé molto promettente per la vita e la missione della Chiesa.

La voce dei giovani

Per chi ha partecipato intimamente alla XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi dal tema I giovani, la fede e il discernimento vocazionale non c’è nessun stupore rispetto al tema del prossimo Sinodo. Basta osservare con attenzione il Documento finale all’inizio della sua terza parte – quella destinata agli orientamenti e ai suggerimenti – per vedere come la “sinodalità missionaria” sia stata il primo e principale frutto del cammino (cfr. i nn. 115-127).
I giovani ci hanno chiesto di camminare con loro, prima di fare qualcosa per loro. Al centro hanno messo la questione della forma della Chiesa. E ci hanno sfidato sul passaggio da una Chiesa burocratica e gerarchica a una Chiesa familiare e accogliente. È evidente che un Sinodo sulla sinodalità è una scelta conseguente a un autentico ascolto dei giovani. Ho sempre sostenuto e continuo a sostenere che, come dice il Documento finale al n. 121, i giovani hanno risvegliato la sinodalità nella vita della Chiesa:

L’esperienza vissuta ha reso i partecipanti al Sinodo consapevoli dell’importanza di una forma sinodale della Chiesa per l’annuncio e la trasmissione della fede. La partecipazione dei giovani ha contribuito a “risvegliare” la sinodalità, che è una «dimensione costitutiva della Chiesa. […] Come dice san Giovanni Crisostomo, “Chiesa e Sinodo sono sinonimi” – perché la Chiesa non è altro che il “camminare insieme” del Gregge di Dio sui sentieri della storia incontro a Cristo Signore» (FRANCESCO, Discorso per la Commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015).

Alcuni documenti importanti

Ci sono alcuni testi che sarebbe bene avere sotto mano per ben introdursi nel tema del prossimo Sinodo. Sono testi importanti di cui consiglio caldamente la lettura.
Innanzitutto il discorso del 17 ottobre 2015 a 50 anni dall’istituzione del Sinodo del Vescovi: breve ma assai incisivo. Lì sono condensate le convinzioni di papa Francesco sulla sinodalità. Questo è uno dei grandi “discorsi programmatici” del suo pontificato.
Poi il documento della Commissione Teologica Internazionale intitolato La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, del 3 marzo 2018. Si tratta della migliore articolazione del tema attualmente presente e che gode di una certa autorevolezza.
Ancora sono importanti i già citati numeri 115-127 del Documento finale del Sinodo sui giovani, che hanno aperto la strada al cammino che stiamo percorrendo.
Non ultime, le parole del Santo Padre per l’inizio del cammino sinodale (mi riferisco al discorso del 9 ottobre 2021 e all’omelia del 10 ottobre 2021) appaiono delle ottime sintesi sullo stile da assumere, sulle prospettive da perseguire e sui pericoli da evitare.

CHE COSA STA ACCADENDO?

Il tema sinodale e la sua articolazione

Tre sono le parole d’ordine che ci faranno riflettere, e che fanno da sottotitolo al tema sinodale.
Comunione: pensiamo solo al grande tema della sinodalità in ambito ecumenico, cioè legato alla riconciliazione ecclesiale. Confrontiamoci con le diverse prassi sinodali interne alla Chiesa cattolica (Chiese del medio oriente o alcune dell’est Europa) ed esterne a essa. Sia in ambito ortodosso che evangelico abbiamo certamente un confronto fecondo da poter mettere in atto. I giovani soffrono molto delle divisioni ecclesiali, che continuano ad essere una ferita aperta e un forte ostacolo per la fede dei giovani.
Partecipazione: pensiamo ad una koinonia corresponsabile, con al centro il rilancio di una ministerialità capace di valorizzare la presenza di ogni membro della Chiesa. Alcuni passi recenti vanno già in questa direzione: il lettorato e l’accolitato alle donne e l’istituzione del ministero dei catechisti. La partecipazione rende concreta sia la comunione che la missione, che altrimenti rimangono solo buone intenzioni. È invece nella partecipazione che esse prendono il volo e diventano esperienza di Chiesa. E se guardiamo all’oratorio, possiamo dire che proprio questo spazio ecclesiale ha da sempre favorito l’attiva partecipazione di tutti alla vita e alla missione della Chiesa.
Missione: qui emerge che la questione della sinodalità non è semplicemente una questione di organizzazione interna della Chiesa – in questo risiede a mio parere il grande rischio del prossimo Sinodo, quella di rimanere solo sul piano intra ecclesiale, un po’ come una “riunione condominiale” per parlare delle nostre cose e per cercare di convivere nella stessa casa, pur avendo idee diverse – ma di dare forma a una Chiesa strutturata in forma “estatica”, estroversa, in uscita. In modo che il sogno di una Chiesa missionaria possa diventare pian piano una realtà percepibile.

Il percorso indicato

La Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi ha indicato un percorso che pian piano sta già mutando in base alle richieste delle Chiese particolari e delle Conferenze Episcopali (molte delle quali impegnate, come la Chiesa italiana, in un percorso sinodale).
Il primo passaggio prevede la consultazione del popolo di Dio, come in tutte le altre esperienze sinodali. Il Documento preparatorio, pubblicato alcuni mesi fa, ha un questionario adeguato a questo scopo. Rispetto alla calendarizzazione iniziale, questo tempo è stato prorogato fino al 15 agosto 2022.
Il primo frutto dell’ascolto sarà raccolto in un primo Instrumentum laboris, che servirà al secondo passaggio, quello continentale. Qui risiede una novità interessante, che non era presente nei Sinodi precedenti: un momento di riflessione legato alle Conferenza Episcopali continentali.
Da qui emergeranno delle altre istanze che saranno raccolte in un secondo Instrumentum laboris, che questa volta – come nei Sinodi precedenti – farà fa base per la vera e propria assemblea sinodale, prevista per l’ottobre del 2023.
Tre passaggi logici – ascolto del popolo di Dio, delle assemblee continentali e dell’assemblea universale – che porterà a un Documento finale che sarà consegnato – come prevede la recente costituzione apostolica Episcopalis communio del 15 settembre 2018 – al Santo Padre, il quale da tradizione consolidata offrirà una Esortazione apostolica postsinodale.

I documenti che finora abbiamo

Finora, dal punto di vista ufficiale, sono stati pubblicati due documenti: il Documento preparatorio che, come al solito, istruisce la questione, e il Vademecum, che dovrebbe accompagnare la concretizzazione della fase di ascolto del popolo di Dio nelle Chiese locali.
Importante per noi è il Documento preparatorio, distinto in quattro parti:
• L’appello a camminare insieme: è un inquadramento contestuale delle sfide del nostro tempo.
• Una Chiesa costitutivamente sinodale: è una parte ecclesiologica, in cui viene ripercorso il cammino storico della Chiesa.
• In ascolto delle Scritture: parte biblica, in cui viene chiarito che il Vangelo si gioca nella triplice prospettiva (Gesù, apostoli, folla) e che gli Atti degli Apostoli sono il testo matrice della sinodalità.
• La sinodalità in azione: piste per la consultazione del popolo di Dio. Questa è propriamente la parte decisiva per incominciare il cammino.
Proprio in quest’ultima parte emerge l’interrogativo fondamentale: «Una Chiesa sinodale, annunciando il Vangelo, “cammina insieme”: come questo “camminare insieme” si realizza oggi nella vostra Chiesa particolare? Quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere nel nostro “camminare insieme”?» (Documento preparatorio, n. 26). Si chiede di verificare stile, strutture e processi di questo camminare insieme (n. 27), e lo si chiede sia nelle relazioni interne che in quelle esterne alla Chiesa (n. 28).

Il questionario per la consultazione del popolo di Dio

Il numero più importante del Documento preparatorio è il n. 30, nel quale vengono identificati dieci nuclei tematici che articolano le diverse sfaccettature della “sinodalità vissuta”. Insieme ai dieci nuclei vengono offerte, di volta in volta, domande per la verifica della nostra “capacità sinodale”. Ecco i dieci nuclei per come vengono proposti, e che poi nell’insieme contengono quarantanove domande:

I compagni di viaggio. Nella Chiesa e nella società siamo sulla stessa strada fianco a fianco.
Ascoltare. L’ascolto è il primo passo, ma richiede di avere mente e cuore aperti, senza pregiudizi.
Prendere la parola. Tutti sono invitati a parlare con coraggio e parresia, cioè integrando libertà, verità e carità.
Celebrare. “Camminare insieme” è possibile solo se si fonda sull’ascolto comunitario della Parola e sulla celebrazione dell’Eucaristia.
Corresponsabili nella missione. La sinodalità è a servizio della missione della Chiesa, a cui tutti i suoi membri sono chiamati a partecipare.
Dialogare nella Chiesa e nella società. Il dialogo è un cammino di perseveranza, che comprende anche silenzi e sofferenze, ma capace di raccogliere l’esperienza delle persone e dei popoli. Quali sono i luoghi e le modalità di dialogo all’interno della nostra?
Con le altre confessioni cristiane. Il dialogo tra cristiani di diversa confessione, uniti da un solo battesimo, ha un posto particolare nel cammino sinodale.
Autorità e partecipazione. Una Chiesa sinodale è una Chiesa partecipativa e corresponsabile.
Discernere e decidere. In uno stile sinodale si decide per discernimento, sulla base di un consenso che scaturisce dalla comune obbedienza allo Spirito.
Formarsi alla sinodalità. La spiritualità del camminare insieme è chiamata a diventare principio educativo per la formazione della persona umana e del cristiano, delle famiglie e delle comunità.

L’inizio del n. 30 chiarisce che non si tratta di lavorare su tutto, ma di identificare ciò che si ritiene più importante per il proprio contesto specifico, e adattare questi punti per una verifica e un rilancio efficaci e fecondi.

QUALI SFIDE PER LA “REGIA” DELL’ORATORIO?

L’oratorio, esperienza di sinodalità

A questo punto possiamo domandarci: ma che c’entra tutto questo con la regia dell’oratorio? Mettere a tema la “sinodalità” significa prima di tutto esaminare la nostra capacità relazionale, il nostro modo di vivere e lavorare insieme, il nostro modo di esercitare l’autorità che ci è affidata. È quindi evidente che se il cammino sinodale ci chiede di prendere in mano queste dinamiche, anche l’oratorio è incluso in questa verifica.
Il legame tra sinodalità e oratorio è forte, perché l’oratorio – quando funziona come deve – è un’esperienza di sinodalità riuscita, dove la comunione, la partecipazione e la missione sono unificate in forma dinamica e convincente divenendo così una profezia di fraternità in atto. Questo l’oratorio, per sua natura, lo è sempre stato. E lo sarà sempre, perché è parte della sua profonda identità.
E ciò che nell’oratorio risulta centrale è esattamente la partecipazione, quell’essere famiglia e comunità che genera confidenza e appartenenza. Come ha ben affermato il Santo Padre, è solo nella partecipazione che la comunione e la missione prendono il volo:

Comunione e missione rischiano di restare termini un po’ astratti se non si coltiva una prassi ecclesiale che esprima la concretezza della sinodalità in ogni passo del cammino e dell’operare, promuovendo il reale coinvolgimento di tutti e di ciascuno. Vorrei dire che celebrare un Sinodo è sempre bello e importante, ma è veramente proficuo se diventa espressione viva dell’essere Chiesa, di un agire caratterizzato da una partecipazione vera. E questo non per esigenze di stile, ma di fede. La partecipazione è un’esigenza della fede battesimale. Come afferma l’Apostolo Paolo, «noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo» (1 Cor 12,13) (FRANCESCO, Momento di riflessione per l’inizio del percorso sinodale, Aula nuova del Sinodo, 9 ottobre 2021).

Ecco l’essenza più profonda dell’oratorio, che è davvero un’espressione concreta della sinodalità. Proprio nella promozione del reale coinvolgimento di tutti e di ciascuno consiste la forza dell’oratorio (e la sua debolezza, quando questo non avviene). Molti oggi parlano di sinodalità, ma in realtà fanno fatica a viverla. L’oratorio invece è da sempre una buona pratica di sinodalità.

Alcune domande specifiche sul servizio dell’autorità

Parlare di “regia dell’oratorio” significa parlare del servizio dell’autorità. E anche l’autorità deve sottoporsi alla prova della sinodalità. Sappiamo che l’abuso di autorità sta in cima alla lista degli abusi che sono di solito distinti in quattro livelli (di autorità, amministrativi, nell’accompagnamento e sessuali).
Per chi ha autorità e vive la responsabilità apicale questo Sinodo è assai sfidante, perché spinge a verificare non solo la nostra capacità relazionale, ma anche il nostro modo di procedere nell’azione di governo ordinario e straordinario. La sinodalità è infatti legata a filo doppio all’esercizio dell’autorità nella Chiesa: sia nella sua dinamica ispirativa e di visione (a questo proposito parliamo, in termini aziendali, di leadership) che in quella organizzativa e gestionale (ci riferiamo qui al management). Già il n. 124 del Documento finale del Sinodo sui giovani era esplicito in proposito, affermando che un buon esercizio dell’autorità è condizione fondamentale per la sinodalità:

Processi di discernimento comunitario

L’esperienza di “camminare insieme” come Popolo di Dio aiuta a comprendere sempre meglio il senso dell’autorità in ottica di servizio. Ai pastori è richiesta la capacità di far crescere la collaborazione nella testimonianza e nella missione, e di accompagnare processi di discernimento comunitario per interpretare i segni dei tempi alla luce della fede e sotto la guida dello Spirito, con il contributo di tutti i membri della comunità, a partire da chi si trova ai margini. Responsabili ecclesiali con queste capacità hanno bisogno di una formazione specifica alla sinodalità. Pare promettente da questo punto di vista strutturare percorsi formativi comuni tra giovani laici, giovani religiosi e seminaristi, in particolare per quanto riguarda tematiche come l’esercizio dell’autorità o il lavoro in équipe.

Ci sono poi alcune domande specifiche nel n. 30 del Documento preparatorio del prossimo Sinodo che chiedono una verifica all’autorità soprattutto sul modo di procedere nel coinvolgimento (decision making) e della decisione (decision taking). Conviene risentirle e adeguarle, mutatis mutandis, alla regia dell’oratorio:

VIII. AUTORITÀ E PARTECIPAZIONE
Una Chiesa sinodale è una Chiesa partecipativa e corresponsabile. Come si identificano gli obiettivi da perseguire, la strada per raggiungerli e i passi da compiere? Come viene esercitata l’autorità all’interno della nostra Chiesa particolare? Quali sono le pratiche di lavoro in équipe e di corresponsabilità? Come si promuovono i ministeri laicali e l’assunzione di responsabilità da parte dei Fedeli? Come funzionano gli organismi di sinodalità a livello della Chiesa particolare? Sono una esperienza feconda?

IX. DISCERNERE E DECIDERE
In uno stile sinodale si decide per discernimento, sulla base di un consenso che scaturisce dalla comune obbedienza allo Spirito. Con quali procedure e con quali metodi discerniamo insieme e prendiamo decisioni? Come si possono migliorare? Come promoviamo la partecipazione alle decisioni in seno a comunità gerarchicamente strutturate? Come articoliamo la fase consultiva con quella deliberativa, il processo del decision-making con il momento del decision-taking? In che modo e con quali strumenti promuoviamo trasparenza e accountability?

Autorità e sinodalità

“Autorità” viene da augere, che ha la radice nel verbo “crescere”. È una forza generativa, che fa crescere tutti. Chi ha autorità dovrebbe prima di tutto autorizzare coloro che agiscono a fare il bene, autenticandone l’opera dopo attento discernimento, confermando così nella fede i suoi fratelli dopo averne vagliato la correttezza.
È dunque evidente che la sinodalità non elimina l’autorità, ma la inserisce nel contesto del popolo di Dio. Se l’autorità è ben strutturata e ben esercitata, la sinodalità la esalta. Il dilemma tra autorità e sinodalità è falso, perché la sinodalità a livello ecclesiale è la corretta articolazione tra i tutti (il popolo di Dio costituito dai battezzati), gli alcuni (i Vescovi in quanto pastori) e l’uno (il successore di Pietro in quanto è colui che presiede nella carità tutte le Chiese). Ciò che va assolutamente evitato è il “democraticismo”, cioè il mettere ai voti le dinamiche spirituali che la comunità ecclesiale sta vivendo. I diversi livelli ecclesiali nella sinodalità non vengono eliminati né confusi, ma pienamente valorizzati.
Ripeto: il cammino sinodale rafforza l’autorità di coloro che sono chiamati al compito di “presiedere nella carità”, non la indebolisce. Sinodalità significa mettersi tutti davanti a Dio, non mettere tutto ai voti! Per questo è un cammino nello Spirito: cammino di ascolto, di conversione, di rinnovamento. Di certo la sinodalità non è abdicazione all’autorità in nome di un “populismo ecclesiale” o di un “paternalismo accondiscendente” che non hanno diritto di cittadinanza né nella Chiesa né nell’oratorio, perché in fondo non sono che forme mascherate di “clericalismo intollerante” e di “arroganza mimetizzata”.

Sinodalità e governo

Per concludere e rilanciare, dal Documento preparatorio emerge un pressante invito a verificare la qualità relazionale della Chiesa, sia nei suoi dinamismi interni che nelle sue dinamiche esterne. Per quanto riguarda il governo della Chiesa e nella Chiesa, si invita a verificare il nostro modo di procedere nella consultazione e nella deliberazione: cioè il decision-making (quali sono i passi di ascolto e di condivisione che preparano il terreno a una decisione?) e il decision-taking (quali sono i passaggi che fanno arrivare l’autorità a una decisione concreta e vincolante per tutti?).
Per esemplificare su questo punto e concludere, lasciando spazio al Dossier sulla regia dell’oratorio, desidero fare memoria con i lettori di ciò che è avvenuto nel 1996 in Algeria. Abbiamo seguito con commozione la storia dei monaci trappisti di Tibhirine e penso che la maggior parte dei lettori di NPG abbiano visto il film “Uomini di Dio”. Uno dei momenti più belli e interessanti del film è il percorso non facile che ha portato alla decisione di restare in Algeria, nonostante i rischi. In un primo momento Christian de Chergé, priore del monastero, comunica alla comunità la sua decisione di far rimanere la comunità. La comunità radunata in capitolo si oppone. Non tanto però al contenuto della decisione, ma al metodo sostanzialmente “abusante” che ha portato a questo. Non c’è stato alcun cammino condiviso, ma una decisione dell’autorità avvenuta senza un discernimento comunitario. I monaci fanno notare al loro superiore che egli è stato eletto pensando alla sua capacità di condurre il discernimento comunitario, non per sostituirsi ad esso. Sappiamo com’è andata a finire: il priore, dopo un autentico discernimento spirituale, arriva alla conclusione – maturata nell’ambito della comunità: ascolto, dialogo, preghiera, adorazione – di rimanere a Tibhirine. In fondo si tratta della stessa decisione in termini di contenuto, ma con due metodi completamente diversi: il primo autoritario e dispotico, il secondo comunitario e sinodale. Diventare registi dell’oratorio significa cercare di andare con convinzione e determinazione in quest’ultima direzione.