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    Don Carlo Gnocchi: educare al cinema e con il cinema


    Sulle spalle dei giganti /4

    Sollecitazioni e stimoli sulle orme di Don Carlo Gnocchi

    Veronica Arrigoni

    (NPG 2018-08-54)


    Uso non abuso: ecco la formula generale dell’educatore.
    (Don Carlo Gnocchi)


    Don Carlo Gnocchi nasce a San Colombano al Lambro il 25 ottobre 1902 e muore a Milano il 28 febbraio 1956 a causa di un tumore allo stomaco. Dopo l’ordinazione sacerdotale, avvenuta il 6 giugno 1925, trascorre i primi anni da sacerdote come coadiutore d’oratorio e successivamente come assistente spirituale dell’Istituto Gonzaga di Milano. Durante gli anni della guerra, divenuto cappellano volontario al Battaglione Alpini Val Tagliamento, partecipa alla Campagna di Grecia e Albania, accanto ai suoi studenti ora diventati soldati. L’esperienza della guerra e in particolar modo la ritirata dalla Russia, accanto ai soldati e alle famiglie fanno maturare il lui la sua vera vocazione accanto ai più sofferenti. Nei suoi ultimi anni di vita ha avviato centri di riabilitazione per mutilatini prima e poliomelitici poi. Oggi la Fondazione che porta il suo nome offre servizi per l’età evolutiva, per anziani, per pazienti con gravi celebrolesioni acquisite, servizi per disabili e servizi per malati terminali.

    Sul problema del cinema

    L’esperienza esistenziale ed educativa di Don Carlo è molto vasta e tocca moltissimi aspetti della realtà e delle dinamiche sociali: si è occupato di formazione per gli educatori della gioventù, ha vissuto la guerra in prima persona, ha maturato una personale concezione della società e sviluppato un progetto riabilitativo all’avanguardia per i mutilati di guerra. Tra i diversi temi di cui si è occupato, in questo scritto ci occuperemo di analizzare le sue riflessioni in merito al cinematografo. A partire dalla valenza che esso assunse negli anni quaranta, proveremo a trovare dei parallelismi con i moderni media. Il testo di riferimento è intitolato “Il problema del cinema”[1], scritto nel 1940: la sua riflessione parte da un’attenta considerazione della realtà del suo tempo rispetto all’importanza del fenomeno sociale del cinematografo. Sin dalle prime righe ci introduce, quindi, in un modus operandi imprescindibile per l’educatore, che deve essere osservatore attento del suo tempo: “Ormai il cinematografo ha assunto una importanza così capitale che sarebbe un atto di imperdonabilità cecità disinteressarsene.”[2]. Il testo si apre riconoscendo al cinematografo un potere molto maggiore rispetto alla stampa. Don Carlo differenzia l’attività di lettura di un libro, classicamente connotata dall’aspetto riflessivo e intellettivo dell’uomo, alla mera fruizione del prodotto cinematografico che “si impossessa dello spettatore senza lasciare il tempo di pensare e di reagire”[3]. Descrive il cinematografo come fruibile da tutti e capace di esimere lo spettatore dalla propria fantasia. In virtù di questa tremenda forza di suggestione egli descrive i diversi effetti che il prodotto cinematografico produce sull’adulto e sul fanciullo. Il sacerdote enuncia la sua preoccupazione rispetto all’esposizione dei media ai minori dichiarando che se tali effetti sono gravosi sull’adulto “nel pieno ed equilibrato possesso delle sue facoltà”[4], molto maggiori saranno per il fanciullo. L’adulto, avendo una strutturazione critica solida, può fruire del prodotto cinematografico sapendo distinguere tra il vero e il falso, cogliendo la finzionalità dello stesso. L’esposizione alla finzionalità del cinema serve all’adulto per evadere dalle fatiche del lavoro della settimana, ma esso possiede gli strumenti per distinguere questi due momenti e tornare ricreato al duro lavoro. Non accade lo stesso per il fanciullo, nel quale “lo sviluppo delle facoltà ricettive è quasi completamente privo della facoltà critica e del potere reattivo”[5]. Il fanciullo esposto al prodotto cinematografico crede che il cinema sia uguale alla realtà, innescando un meccanismo di suggestione che, in una personalità ancora in formazione produce confusione delle idee fondamentali di giustizia, amore, famiglia, donne, dovere e sacrificio. Don Carlo dà prova di queste affermazioni elencando una serie di fatti di cronaca internazionale in cui si evince come il processo di suggestione innescato dal cinema nei giovani porti a scelleratezze e atti colposi. Egli dichiara la preoccupazione che il cinema provochi una “lenta erosione dei principi sani di vita” e una prematura conoscenza del male. Non nasconde che questa dinamica esisteva già nell’epoca del pre-cinema ma sottolinea che “avvenendo necessariamente in un’età più avanzata nella quale la visione del mondo era più salda e finita e l’amaro inevitabile di questa rivelazione poteva avere un’azione meno corrosiva sugli ideali e sulla direzione della vita”[6].
    Don Carlo però non si limita ad una lettura semplicista del complesso fenomeno del cinema, stabilendo una correlazione causale tra l’esposizione ai prodotti cinematografici e la devianza del fanciullo ma elabora un pensiero più ampio e diversificato. Si interroga rispetto alla questione educativa che questo fenomeno comporta e delinea due temi portanti: il carattere prevalentemente intellettuale del problema cinematografico disfunzionale alla crescita armonica del fanciullo e la sua preferibile destinazione al solo pubblico adulto. Per i giovani dunque il cinema deve essere un’eccezione (“uso e non abuso, ecco la formula generale per l’educatore”). Don Carlo suggerisce all’educatore di vigilare sui contenuti, che non contengano elementi disgreganti della coscienza, ma la sua azione non può fermarsi alla mera censura, il suo compito per eccellenza è quello di accompagnare il ragazzo ad acquisire una coscienza cinematografica, “creare un potere difensivo e reattivo nei confronti dell’aggressione cinematografica”[7]. Don Carlo assume una posizione chiara rispetto al cinema: egli crede che gli spettacoli adatti al pubblico dei fanciulli siano davvero pochi e che occorrerebbe creare un genere dedicato; è piuttosto scettico rispetto a tale possibilità. Riconosce la portata sociale del fenomeno e dichiara che la reazione non può essere individuale, della singola famiglia ma necessariamente collettiva. In virtù di questo riconosce una certa impotenza dell’educatore di fronte ad un fenomeno così vasto e richiama ad un lavoro di rete tra tutti i soggetti coinvolti.

    Dal cinematografo al mondo dei moderni media

    L’attualità del pensiero di don Carlo si può evincere in primo luogo dall’intuizione della complessità del fenomeno del cinematografo e delle ripercussioni che esso avrebbe avuto sui processi sociali, nel riconoscere che la comprensione e gestione del fenomeno non poteva essere relegata all’ambito familiare ma la sua portata economica doveva fare i conti con profondi cambiamenti della società. In secondo luogo, risulta essere molto prezioso il suo approccio al minore e il riconoscimento del fatto che occorre operare delle distinzioni importanti tra adulti e bambini perché le esperienze a cui vengono sottoposti potrebbero avere effetti avversi. Sebbene proponga come prima strategia quella della tutela, egli esorta gli educatori a sviluppare una coscienza critica nel minore al fine di potersi avvicinare al prodotto cinematografico senza conseguenze negative. Rispetto all’intervento dell’educatore verso il cinema egli propone due strade: la selezione di contenuti appropriati e l’educazione ad una coscienza cinematografica. Certamente occorre collocare queste intuizioni rispetto all’epoca storica e alle circostanze di fruizione dei media durante gli anni Quaranta. Ma queste intuizioni, nei loro aspetti più generali recuperano la filosofia di fondo che muove la moderna pedagogia e il diritto. Basti pensare che la normativa europea vigente in materia servizi audiovisivi vieta i programmi ritenuti nocivi e contemporaneamente promuove campagne di sensibilizzazione a uso corretto e consapevole dei media. La preoccupazione di don Carlo era relativa all’esposizione di contenuti nocivi al pubblico dei più piccoli e studiava gli effetti che questo produceva: aveva intuito la necessità di un palinsesto dedicato, con contenti selezionati. Ed anche in questo era stato lungimirante (anche se non fiducioso in questo progetto). In qualche modo stava gettando le basi per quello che oggi rientra nella selezione di fasce protette, contenuti autorizzati e Parental Control. Nelle conclusioni del testo, infine don Carlo, dichiara che pur avendo opportunamente approfondito la materia “permane nell’educatore cosciente un senso vago ed indefinibile di inferiorità, di impotenza e quasi di scoraggiamento.”[8] Ecco che in queste parole descrive un sentimento comune, allora come oggi, a tutti coloro che si addentrano in questo campo. Pur riconoscendo l’attualità delle intuizioni del sacerdote lombardo, dobbiamo rilevare che il panorama moderno è totalmente cambiato. Quel fenomeno che già appariva complesso negli anni quaranta, oggi ha assunto un carattere di indefinibilità che rende difficile persino tentare di descriverlo. Ottanta anni ci separano dallo scritto di Don Carlo e i cambiamenti in termini tecnologici, sociali e di diritto non sono stati pochi. Prendiamo in esame i mutamenti tecnologici e le abitudini di utilizzo ad essi correlati. Don Carlo parla di cinematografo, ovvero la possibilità di fruire di un media in un luogo pubblico che offre contenuti preselezionati e in un determinato lasso temporale. Accanto al cinema, che come vedremo più avanti, ha poi assunto un ruolo totalmente diverso, nel corso del tempo si è affiancata la televisione che ha progressivamente preso posto nelle case, divenendo uno strumento in cui fruire in uno spazio privato ma con un palinsesto ben definito. L’avvento di Internet e la diffusione dei dispositivi mobili ha costituito un punto di rottura epocale con il passato perché ha dato la possibilità di fruire di contenuti mediali molto diversi tra di loro, il cui accesso è slegato da un palinsesto prefissato[9]. La tecnologia touch ha poi aperto l’utilizzo dei media anche a bambini in età prescolare, superando la barriera linguistica. Rispetto all’utilizzo degli strumenti tecnologici, l’avvento di Internet e dei dispositivi mobili ha comportato una modifica sostanziale nel rapporto con i media: il passaggio da un utilizzo “passivo e statico delle informazioni presenti in Rete alla proattività e interattività degli utenti stessi”[10], poiché la Rete consente di fruire di contenuti e di creare e condividerne di propri. Con la diffusione dei social network e di canali deputati alla pubblicazione di contenuti il concetto di contenuto mediale ha assunto un carattere personalizzato. In secondo luogo, registriamo una totale differenza nell’approccio storico e legislativo al minore. Infatti, fino alla seconda metà del secolo scorso il minore era considerato un’appendice dell’adulto, che solo attraverso il processo educativo poteva divenire portatore di diritti ed esigenze proprie. Don Carlo, pur risentendo di questa concezione del minore, ne avvalora il suo essere persona e quindi, seppur in formazione, capace di apprendere una coscienza critica. Al giorno d’oggi, il minore è un soggetto attivo portatore di diritti. Inoltre cambia il rapporto stesso tra media e minori. Prensky ha introdotto il termine “nativi digitali” per indicare coloro che nati nell’era digitale[11], si rapportano intuitivamente alle tecnologie vivendoli come elementi naturali dell’ambiente. L’autore le differenzia dalle persone che hanno assistito al passaggio dall’analogico alle nuove tecnologie. In terzo luogo, l’attenzione attualmente non è più sugli effetti che i media producono ma direttamente sui processi sociali che essi generano. In particolar modo rispetto alla socializzazione. Il contatto con il mondo è ormai intervallato da modalità online e offline. Questo da una parte accorcia le distanze e consente di accedere a contenuti in brevissimo tempo. Tuttavia, può sfociare in fenomeni preoccupanti, come ad esempio quello denominato FoMO, acronimo di Fear of Missing Out, rappresentato dalla preoccupazione ossessiva di perdere un evento postato online, ovvero di “essere tagliati fuori” dalle esperienze vissute dagli amici, preoccupazione in genere connessa ad un comportamento di controllo ripetuto dello smartphone[12]

    Dal cinematografo al cinema

    Le riflessioni di Don Carlo rispetto al cinematografo trovano un preciso riscontro rispetto all’utilizzo dei moderni media da parte dei minori. È interessante notare che oggi come ieri l’atteggiamento di preoccupazione e al tempo stesso di ricerca delle potenzialità di questi strumenti non sia mutato. Di fronte ad un fenomeno nuovo, il cinematografo allora e l’evoluzione tecnologica oggi, l’atteggiamento dell’educatore non muta. Prudenza e fiducia, timore e desiderio di lasciare esplorare. I ricercatori che studiano il fenomeno dei media, ne riconoscono la portata di complessità e di indefinibilità. Per un educatore è importante imparare a conoscere questi strumenti, per poter educare a quella coscienza critica rispetto al loro utilizzo, evitare esperienze superficiali derivate dal loro utilizzo improprio, utilizzare i media sfruttandone le potenzialità. Ad esempio, quel cinematografo che tanto preoccupava don Carlo per il suo potere di suggestione che rischiava di compromettere lo sviluppo del minore, oggi è uno strumento sempre più diffuso nei contesti educativi. L’obiettivo principale del suo utilizzo è proprio quello di favorire un migliore sviluppo del minore attraverso un’opportuna educazione emotiva. Non più suggestione ma immedesimazione. La visione di un film consente di riconoscere le esperienze della nostra vita e parlare di ciò che accade nella vita reale. “Specularmente ci osserviamo in modo diretto, senza possibilità di sfuggire, attraverso lo sguardo della macchina da presa, [..]. L’immedesimazione è mediata dallo schermo che, mentre proietta e amplifica, ha anche la funzione di proteggere e separare (“schermare”) da un’esperienza irreale oppure profondamente coinvolgente”[13]. La visione di un’opera filmica consente dunque di immedesimarsi in esperienza che ci appartengono ma di cui siamo in quel momento spettatori, questo può essere un elemento rassicurante laddove siamo stati esposti ad un’esperienza negativa dalla quale vogliamo allontanarci o di delusione laddove siamo stati esposti ad un’esperienza positiva alla quale aneliamo. Immedesimarsi in una funzione che assume carattere di realtà. Questo processo di immedesimazione in una finzione che racconta la realtà non fa altro che metterci in contatto con il nostro mondo emotivo ed in questo risiede la potenza dell’utilizzo del cinema a scopo educativo: aiutare a riconoscere e nominare i propri sentimenti ed emozioni. Ovviamente non si tratta di un’operazione semplice e l’utilizzo del cinema con finalità pedagogica richiede alcune note di metodo. La scelta del film è dettata dall’obiettivo che si vuole raggiungere. Non tutti i film presentano un’intenzionalità pedagogica o un effetto educativo, quelli che non lo hanno possono essere utilizzati per un rispecchiamento in negativo. Anche la modalità in cui far visionare film può essere differente: si può scegliere di far visionare un’intera opera filmica, per consentire allo spettatore di entrare in contatto con l’atmosfera emotiva che il film evoca, oppure un solo spezzone se si vuole raggiungere un obiettivo specifico. Un ulteriore possibilità è rappresentata dalla produzione di un montaggio che preveda più sequenze; questa modalità dà maggiore libertà all’educatore che può decidere come e quando proporre gli stimoli[14]. L’intervento educativo si può articolare su tre livelli: visione del film, dialogare rispetto alle emozioni o impressione provate dai personaggi e dagli spettatori, trovare collegamenti tra le esperienze personali degli spettatori e quelle visionate nel film. L’azione specifica e delicata dell’educatore sta nell’accompagnare il ragazzo nel riconoscere e nominare le proprie emozioni. La competenza in questo campo si può acquisire solamente imparando, per primi, ad ascoltare se stessi, le proprie emozioni e fare i conti con le paure e i limiti. Non si tratta, certo, di un lavoro semplice ma non si può non riconoscerne l’importanza. Sarebbe, per dirla con don Carlo, un atto di imperdonabile cecità. Accompagnare i ragazzi all’acquisizione di un lessico emotivo che consenta di riconoscere le passioni e saper incanalarle nel modo più costruttivo, significa consegnargli la capacità di saper scegliere, di chiedere scusa, di affrontare le emozioni negative. In definitiva, di avere strumenti per poter vivere al meglio la relazione con gli altri.

    NOTE

    [1] Fondazione Don Gnocchi, Gli Scritti, Il problema del cinema, Ancora, Milano, 1940.
    [2] Ibidem, p.461
    [3] Idem.
    [4] Fondazione Don Gnocchi, Gli Scritti, Il problema del cinema, Ancora, Milano, 1940, p. 462
    [5] Idem.
    [6] Ibidem, p. 472
    [7] Ibidem, p. 474
    [8] Fondazione Don Gnocchi, Gli Scritti, Il problema del cinema, Ancora, Milano, 1940, p. 479
    [9] Per approfondimenti si veda: P. C. Rivoltella, Media education: idea, metodo, ricerca, La Scuola, Brescia, 2017.
    [10] Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Libro Bianco Media e Minori 2.0, 2018
    [11] M. Prensky, La mente aumentata: dai nativi digitali alla saggezza digitale, Erikson, Trento, 2013.
    [12] Libro Bianco Media e Minori 2.0, p. 5
    [13] V. Iori, Guardiamoci in un film, Franco Angeli, Milano, 2011, p.15.
    [14] A. Augelli, L’esperienza del film in V. Iori, Animare l’educazione, Franco Angeli, Milano, 2012.


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