Il bene e la notte

Sussidio di riflessione sulla testimonianza
di Dietrich Bonhoeffer

a cura di Massimo Maffioletti



7. “I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza”

Il vertice della riflessione è l’idea che il cristianesimo è la religione dove Dio non sembra affatto risolvere i problemi dell’uomo, e forse apparentemente nemmeno sconfigge il Male, ma semmai è la religione della prossimità del credente alla sofferenza di Dio, la sofferenza che Dio che vive nel mondo. «La poesia Cristiani e pagani contiene un’idea che ritroverai qui. “I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza”, questo distingue i cristiani dai pagani. “Non potete vegliare con me un’ora?”, chiede Gesù nel Getsemani. Questo è il rovesciamento di tutto ciò che l’uomo religioso si aspetta da Dio.
L’uomo è chiamato a condividere soffrendo la sofferenza di Dio in rapporto al mondo senza Dio. […] Non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prendere parte della sofferenza di Dio nella vita del mondo. Questa è la metanoia: non pensare anzitutto alle proprie tribolazioni, ai propri problemi, ai propri peccati, alle proprie angosce, ma lasciarsi trascinare con Gesù sulla sua strada nell’evento messianico costituito dal fatto che Isaia 53 si compie ora! Donde: “Credete all’evangelo”, ovvero, in Giovanni, il richiamo all’“agnello di Dio che porta i peccati del mondo” […] l’“atto religioso” è sempre qualcosa di parziale, la “fede” è qualcosa di totale, un atto che impegna la vita. Gesù non chiama ad una nuova religione, ma alla vita» [60].

 

NOTE

60 Lettera a Eberhard BETHGE, Tegel 18 luglio 1944. Questa è la poesia citata dallo stesso Bonhoeffer: Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione, / piangono per aiuto, chiedono felicità e pane, / salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte. / Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani. // Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione, / lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane, / lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte. / I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza. // Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione, / sazia il corpo e l’anima del suo pane, / muore in croce per cristiani e pagani / e a questi e a quelli perdona (in Resistenza e resa, Tegel 8 luglio 1944). Questa idea del dover quasi tendere una mano a Dio la ritroviamo – forse in una forma più radicale – anche in Etty HILLESUM, altra grande figura che si oppose al Grande Male con la sua vita lasciando in eredità la riflessione del suo Diario. «Preghiera della domenica mattina. Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me […]. Diventa sempre più evidente che Tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che Tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anche se fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai Tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.
Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare te, mio Dio. […] Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia. […] Discorrerò con te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo t’impedirò di abbandonarmi. Come me vivrai tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio. […] Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle bufere di questi ultimi giorni […] ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre […]. Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino un gelsomino […] Voglio che Tu stia bene con me (Etty HILLESUM, Diario 1941 – 1943, 12 luglio 1942 (ed. Adelphi 2012, p. 713-715).
Ancora Bonhoeffer in Dieci anni dopo del Natale del 1942: «Noi non siamo Cristo ma, se vogliamo essere cristiani, dobbiamo condividere la sua grandezza di cuore nell’azione responsabile, che accetta liberamente l’ora e si espone al pericolo, e nell’autentica compassione che nasce non dalla paura, ma dall’amore liberatore e redentore di Cristo per tutti coloro che soffrono. Attendere inattivi e stare ottusamente alla finestra non sono atteggiamenti cristiani. I cristiani sono chiamati ad agire e a compatire non primariamente dalle esperienze che fanno sulla propria pelle, ma da quelle che fanno i fratelli, per amore dei quali Cristo ha sofferto. […] Cristo ha sofferto nella libertà, nella solitudine, appartato e nella vergogna, nel corpo e nello spirito, e da allora molti cristiani con lui».